Italiani negli Stati Uniti, SIMEST apre a New York: più sostegno alle imprese

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Per le imprese italiane che vogliono entrare nel mercato statunitense o rafforzare la propria presenza negli USA arriva un nuovo punto di riferimento direttamente a New York.

Il 21 settembre è stato inaugurato il nuovo ufficio di SIMEST, la società del gruppo CDP che sostiene l’internazionalizzazione delle imprese italiane. Alla presentazione erano presenti il ministro degli Esteri Antonio Tajani, i vertici di SIMEST, il presidente dell’ICE Matteo Zoppas, l’ambasciatore italiano negli Stati Uniti Marco Peronaci e il console generale a New York Giuseppe Pastorelli.

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Un ufficio pensato per chi vuole fare impresa negli USA

La nuova sede nasce con un obiettivo molto concreto: accompagnare le aziende italiane nelle diverse fasi della loro presenza negli Stati Uniti, dall’ingresso iniziale nel mercato fino al consolidamento degli investimenti e delle attività locali.

Per una piccola o media impresa italiana, affrontare il mercato americano può significare trovare partner, conoscere le regole locali, individuare opportunità commerciali e soprattutto disporre delle risorse finanziarie necessarie per investire.

La presenza diretta di SIMEST a New York punta proprio a ridurre questa distanza.

Gli Stati Uniti restano un mercato importante per il Made in Italy

L’interesse delle imprese italiane verso gli Stati Uniti non è soltanto teorico.

SIMEST riferisce che negli ultimi mesi la misura da 500 milioni di euro destinata a sostenere la crescita delle imprese italiane negli USA ha raccolto circa 400 richieste di finanziamento, per un valore complessivo di 260 milioni di euro.

Il dato indica una domanda significativa da parte delle aziende italiane che guardano al mercato americano come destinazione per esportazioni, investimenti e sviluppo internazionale.

Perché New York

La scelta di New York non è casuale.

La città è uno dei principali centri finanziari e commerciali degli Stati Uniti e ospita una delle più importanti comunità italiane del Paese, oltre a una rete consolidata di istituzioni e organizzazioni economiche italiane.

Il nuovo ufficio SIMEST si aggiunge quindi alla presenza dell’ambasciata, del consolato generale, dell’ICE e della rete camerale italiana, creando un sistema di supporto più vicino alle imprese.

Non si tratta soltanto di grandi gruppi industriali. L’obiettivo dichiarato è rivolgersi soprattutto anche alle PMI, che spesso dispongono di meno risorse per affrontare direttamente un mercato estero complesso.

Un’opportunità anche per gli italiani che vivono negli USA

La nuova presenza di SIMEST può interessare anche gli italiani residenti negli Stati Uniti che hanno creato un’attività imprenditoriale oppure lavorano nei rapporti economici tra Italia e America.

Le comunità italiane all’estero non sono infatti soltanto una realtà culturale e sociale. In molti casi rappresentano una rete professionale e imprenditoriale capace di favorire contatti, conoscenza del mercato e relazioni commerciali.

Per un’impresa italiana che arriva negli Stati Uniti, avere interlocutori che conoscono contemporaneamente il sistema italiano e quello americano può rappresentare un elemento utile.

Una rete italiana che si allarga

L’ufficio di New York fa parte di una strategia più ampia di SIMEST, che dal 2023 ha aumentato la propria presenza diretta nei mercati considerati prioritari.

Sono già attivi uffici a Belgrado, Il Cairo, Ho Chi Minh City, San Paolo, Rabat, Dakar e Riyad.

L’obiettivo è avvicinare strumenti finanziari e competenze alle aziende italiane proprio nei Paesi nei quali intendono crescere.

Per gli Stati Uniti, questo significa avere ora un presidio dedicato in uno dei mercati più importanti per il Made in Italy.

Non soltanto esportare, ma investire

La novità più interessante è forse proprio questa.

Il rapporto economico tra Italia e Stati Uniti non si limita alla vendita di prodotti italiani sul mercato americano. Sempre più spesso significa investire negli Stati Uniti, creare strutture locali, acquisire aziende, costruire reti commerciali e sviluppare partnership.

Per questo il nuovo ufficio SIMEST non nasce soltanto per aiutare chi vuole esportare una produzione italiana, ma anche chi vuole costruire una presenza stabile sul mercato americano.

Per le imprese italiane che guardano oltre l’Europa, New York diventa così un nuovo punto di accesso a un mercato enorme e competitivo, con una struttura italiana presente direttamente sul territorio.

 




Ferrero punta sul Messico: più produzione, occupazione ed export verso il Nord America

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Il Messico diventa sempre più importante nella strategia internazionale di Ferrero. Il gruppo italiano ha deciso di rafforzare la produzione nello stabilimento di San José Iturbide, nello Stato di Guanajuato, con un investimento di 86 milioni di dollari, destinato ad aumentare la capacità produttiva e a potenziare anche le infrastrutture energetiche dell’impianto.

L’obiettivo è ambizioso: portare nei prossimi cinque o sei anni la produzione messicana dalle attuali 35 mila tonnellate a circa 60 mila tonnellate. Una crescita che conferma il ruolo del Messico all’interno della rete industriale mondiale del gruppo di Alba.

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Dal Messico verso Stati Uniti, Canada e Centro America

Una parte crescente della produzione non resterà sul mercato messicano.

Attualmente circa il 45% della produzione Ferrero in Messico viene esportato. Con l’ampliamento dello stabilimento, l’azienda prevede di portare questa quota tra il 55% e il 60%, con Stati Uniti, Canada e Paesi dell’America Centrale tra le principali destinazioni.

Il Messico assume così una funzione che va oltre il semplice mercato nazionale: diventa una vera piattaforma produttiva per l’intera regione.

La scelta si inserisce nella strategia industriale di Ferrero, che negli ultimi anni ha già investito importanti risorse nello stabilimento di Guanajuato. L’impianto produce, tra gli altri prodotti, Nutella e diverse referenze della gamma Kinder.

Cresce anche l’occupazione

L’espansione avrà conseguenze anche sul piano occupazionale.

Ferrero conta oggi in Messico circa 2.300 dipendenti diretti e una rete di oltre 1.500 fornitori. L’aumento della capacità produttiva dovrebbe portare a una crescita del 18% della forza lavoro.

Non si tratta quindi soltanto di un investimento industriale: intorno allo stabilimento si sviluppa una rete di fornitori e servizi che coinvolge una parte più ampia dell’economia locale.

Il Governo dello Stato di Guanajuato ha sottolineato che l’investimento contribuirà sia all’aumento della produzione sia alla crescita delle esportazioni.

Un’azienda italiana in un Paese dove l’industria italiana è già presente

Ferrero non è un caso isolato.

Secondo l’Ambasciata d’Italia a Città del Messico, sono circa 2.300 le imprese italiane presenti in Messico, delle quali circa 200 hanno costituito impianti produttivi. Tra i gruppi presenti figurano aziende dei settori dell’energia, automotive, metallurgia, costruzioni, alimentare, farmaceutico e difesa.

Il Messico rappresenta quindi uno dei principali punti di presenza dell’industria italiana in America Latina.

Per Ferrero, la dimensione del mercato locale si combina con la possibilità di utilizzare il Paese come base per raggiungere altri mercati del continente.

Il consumatore messicano cambia le abitudini

L’espansione industriale arriva però in un momento nel quale anche il mercato interno presenta delle difficoltà.

Negli ultimi 18 mesi, secondo quanto spiegato dall’amministratore delegato di Ferrero Messico e Centro America Paolo Cornero, i consumatori messicani hanno mostrato maggiore prudenza negli acquisti, orientandosi maggiormente verso i canali discount. L’azienda ha quindi scelto di assorbire parte dell’aumento dei costi delle materie prime, tra cui cacao e nocciole, per evitare aumenti dei prezzi.

Ferrero ha dichiarato di aver mantenuto invariati i prezzi dal gennaio 2025 e di prevedere, al momento, di proseguire con questa politica almeno fino a maggio 2027.

È una scelta che riguarda direttamente il rapporto con il consumatore messicano, in un mercato nel quale i prodotti dolciari non appartengono ai beni di prima necessità e sono quindi particolarmente sensibili alle variazioni del potere d’acquisto.

Prodotti pensati per il Messico

Un’altra parte della strategia riguarda proprio il modo di adattare l’offerta alle abitudini locali.

Ferrero sta introducendo prodotti e campagne destinati a distribuire le vendite durante tutto l’anno, invece di concentrarle soprattutto nel periodo settembre-dicembre.

Tra le novità indicate dall’azienda ci sono il gelato Nutella, versioni stagionali di alcuni snack e una particolare edizione dell’ovetto Kinder dedicata al Día de Muertos, con quattro personaggi ispirati alle tradizionali Catrinas messicane.

È un esempio di come una multinazionale italiana cerchi di combinare produzione globale e conoscenza delle caratteristiche culturali del mercato locale.

Il nodo dell’USMCA

Nella strategia di Ferrero pesa anche l’evoluzione dei rapporti commerciali nordamericani.

L’azienda guarda con attenzione alla rinegoziazione dell’USMCA, l’accordo commerciale tra Messico, Stati Uniti e Canada. Cornero ha sottolineato che le economie dei tre Paesi sono profondamente integrate e che l’eventuale riduzione di questa integrazione avrebbe conseguenze economiche rilevanti.

Per un’azienda che punta ad aumentare dal 45% fino al 55-60% la quota della produzione messicana destinata all’esportazione, l’evoluzione dei rapporti commerciali nordamericani rappresenta naturalmente un elemento da seguire con attenzione.

Il Messico sempre più importante per Ferrero

La scelta di Ferrero mostra dunque un fenomeno più ampio: il Messico non è soltanto un grande mercato di consumo, ma sta diventando sempre più una base industriale per servire l’intero continente nordamericano e l’America Centrale.

Per il gruppo italiano, aumentare la produzione significa sfruttare contemporaneamente il mercato interno e la posizione geografica del Paese.

E per l’Italia significa anche avere una delle proprie grandi aziende alimentari inserita stabilmente in una delle economie più importanti del continente americano.

 




Immigrati e pensioni: davvero sono loro a pagare quelle degli italiani?

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Per anni è stata ripetuta una frase semplice: senza i contributi degli immigrati, il sistema pensionistico italiano sarebbe ancora più in difficoltà. Ma quanto c’è di vero?

Una recente analisi pubblicata da Libero mette in discussione questa interpretazione e sostiene che gli immigrati, avendo mediamente redditi più bassi, versano meno contributi e utilizzano comunque una parte del welfare italiano. La questione, però, è più complessa e i dati dell’INPS permettono di separare alcune affermazioni dai luoghi comuni.

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Quasi quattro milioni di lavoratori stranieri

Il primo dato è difficilmente contestabile.

Secondo l’ultimo Osservatorio sugli stranieri dell’INPS, relativo al 2024, nelle banche dati dell’Istituto risultavano 4,61 milioni di cittadini stranieri. Di questi, 3,98 milioni erano lavoratori attivi, mentre i pensionati erano 378.645. Altri 252.013 risultavano percettori di prestazioni legate alla disoccupazione o alla mobilità.

La struttura della popolazione straniera assicurata è quindi molto diversa da quella complessiva italiana: per ogni pensionato straniero risultano numerosi lavoratori attivi.

Questo significa che gli stranieri versano contributi previdenziali, come tutti gli altri lavoratori iscritti al sistema.

Ma da qui a dire che “pagano le pensioni degli italiani” il passo è troppo lungo.

Il sistema italiano funziona a ripartizione

Il sistema pensionistico italiano non funziona come un conto individuale nel quale i contributi di un lavoratore vengono accantonati per pagare la sua futura pensione.

È un sistema prevalentemente a ripartizione: i contributi versati oggi dai lavoratori concorrono a finanziare le prestazioni pensionistiche correnti.

Di conseguenza, la presenza di quasi quattro milioni di lavoratori stranieri rappresenta effettivamente una componente contributiva del sistema.

Ma quei lavoratori stanno contemporaneamente maturando propri diritti previdenziali. Non sono semplicemente persone che versano contributi destinati alle pensioni degli italiani senza avere a loro volta diritto a una pensione.

L’INPS prevede infatti anche per i lavoratori stranieri la possibilità di ottenere prestazioni pensionistiche sulla base dei contributi versati e delle regole applicabili, anche quando successivamente rientrano nel Paese d’origine.

Il punto sollevato da Libero: i redditi

È però qui che l’argomentazione di Libero acquista interesse.

Il problema non è soltanto quanti lavoratori stranieri ci sono, ma quanto guadagnano e quindi quanto versano.

I dati INPS mostrano che nel 2023 i lavoratori stranieri dipendenti del settore privato avevano una retribuzione media annua di circa 16 mila euro. Per i lavoratori agricoli la media scendeva a circa 9.500 euro e per i lavoratori domestici a circa 9.300 euro.

Un lavoratore con uno stipendio basso versa naturalmente meno contributi di un lavoratore con uno stipendio elevato.

Per questo il semplice numero degli occupati stranieri non basta a misurare il loro contributo finanziario al sistema previdenziale.

Ma il loro peso fiscale esiste

D’altra parte, sarebbe altrettanto sbagliato concludere che gli immigrati non contribuiscano al finanziamento dello Stato.

Secondo i dati riportati dal portale governativo Integrazione Migranti, nel 2023 erano 4,6 milioni i contribuenti immigrati, con 72,5 miliardi di euro di redditi dichiarati e 10,1 miliardi di IRPEF versata. Lo stesso studio stimava per la componente immigrata un saldo positivo di circa 1,2 miliardi tra entrate fiscali e contributive e spesa pubblica per il welfare.

È dunque possibile sostenere contemporaneamente due fatti:

gli immigrati contribuiscono al sistema fiscale e previdenziale, ma mediamente con importi inferiori rispetto ai lavoratori italiani a causa di redditi più bassi.

Non sono affermazioni contraddittorie.

E le pensioni che ricevono?

Qui il discorso diventa ancora più delicato.

Nel 2024 i pensionati stranieri presenti negli archivi INPS erano circa 379 mila, su quasi quattro milioni di lavoratori stranieri.

È quindi vero che oggi la componente straniera produce un saldo demografico e previdenziale favorevole rispetto a una popolazione anziana: ci sono molti più lavoratori che pensionati.

Ma questa situazione non è necessariamente permanente.

I lavoratori stranieri che rimarranno in Italia per molti anni continueranno a maturare diritti pensionistici. Una parte potrà inoltre trasferirsi all’estero e percepire successivamente la pensione maturata attraverso i contributi italiani, secondo le norme applicabili.

Il rapporto tra immigrazione e pensioni deve quindi essere valutato nel lungo periodo, non soltanto fotografando un singolo anno.

Il vero problema è demografico

Ed è probabilmente questo il punto più importante.

L’Italia ha una popolazione che invecchia e un numero relativamente ridotto di giovani che entrano nel mercato del lavoro. Il sistema pensionistico deve quindi trovare un equilibrio tra numero di lavoratori, salari, contributi versati, pensionati e durata della vita.

L’immigrazione può contribuire ad aumentare il numero degli occupati e quindi la base contributiva.

Ma se una parte significativa degli immigrati è impiegata in lavori poco pagati, il contributo individuale rimane contenuto.

Allo stesso modo, un lavoratore straniero giovane può rappresentare oggi un contributore netto, ma nel corso della sua vita lavorativa maturerà anche un diritto alla pensione.

Quindi chi paga le pensioni degli italiani?

La risposta non può essere “gli italiani” oppure “gli immigrati”.

Le pensioni vengono finanziate all’interno di un sistema nel quale contribuiscono tutti i lavoratori soggetti alla previdenza italiana, italiani e stranieri, attraverso i contributi previsti dalla legge, mentre lo Stato interviene anche attraverso la fiscalità generale per diverse prestazioni.

I dati mostrano però una cosa molto precisa: nel 2024 gli stranieri presenti negli archivi INPS erano molto più numerosi tra i lavoratori che tra i pensionati.

Questo rappresenta oggi un elemento favorevole per gli equilibri previdenziali.

Ma non significa che ogni euro versato da un lavoratore straniero “paghi la pensione di un italiano”. E non significa neppure che gli stranieri siano un costo netto per il sistema.

Una discussione che richiede numeri, non slogan

Il dibattito sull’immigrazione tende spesso a trasformarsi in uno scontro tra due slogan opposti: “gli immigrati ci pagano le pensioni” da una parte e “gli immigrati costano più di quanto versano” dall’altra.

I dati disponibili suggeriscono una realtà più articolata.

Gli stranieri lavorano, pagano contributi e tasse, ma hanno mediamente redditi più bassi. Oggi sono soprattutto lavoratori e solo in misura molto minore pensionati. Nel futuro, però, una parte di questi lavoratori diventerà pensionata e il loro contributo previdenziale dovrà essere valutato insieme ai diritti che avranno maturato.

La vera domanda, quindi, non è se “gli immigrati pagano le pensioni degli italiani”.

È se l’Italia riuscirà ad avere, nei prossimi decenni, abbastanza lavoratori, con redditi sufficientemente elevati e occupazione regolare, per sostenere un sistema pensionistico destinato a confrontarsi con una popolazione sempre più anziana.

 




Fisco italiano, perché l’IRPEF pesa soprattutto su una minoranza di contribuenti

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In Italia il problema non è soltanto quanto si paga di tasse, ma soprattutto chi sostiene la maggior parte del gettito fiscale. È questa la fotografia che emerge dall’ultima analisi dell’Osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate di Itinerari Previdenziali, presentata al CNEL il 24 settembre.

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I dati, riferiti ai redditi prodotti nel 2024 e dichiarati nel 2025, mostrano una forte concentrazione dell’IRPEF. Su 42,84 milioni di persone che hanno presentato una dichiarazione dei redditi, 34,1 milioni hanno effettivamente versato almeno un euro di IRPEF.

Questo significa che 8,7 milioni di contribuenti non hanno versato IRPEF perché l’imposta netta è risultata pari a zero, mentre altri contribuenti hanno redditi talmente bassi da contribuire in misura molto limitata. Complessivamente, considerando l’intera popolazione italiana, sono circa 24,8 milioni le persone che nel 2024 non hanno corrisposto IRPEF.

Il peso cade soprattutto sui redditi medi

Il dato più significativo riguarda la fascia superiore ai 35 mila euro di reddito annuo.

Sono poco meno di 8 milioni di contribuenti, il 18,78% del totale, e da soli versano circa il 65% dell’intera IRPEF. Se si aggiungono anche coloro che dichiarano tra 29 e 35 mila euro, si arriva al 30,22% dei contribuenti, che sostiene il 78,67% dell’imposta.

Non significa però che siano esclusivamente i redditi più elevati a finanziare il sistema. Anzi, il dato mostra soprattutto quanto sia ristretto il numero di contribuenti che sostiene una quota molto ampia dell’imposta progressiva sul reddito.

Tra chi dichiara più di 100 mila euro ci sono 745.615 persone, pari all’1,75% dei contribuenti, che versano il 22,25% dell’IRPEF. I contribuenti con oltre 300 mila euro sono invece appena lo 0,14% e contribuiscono per il 6,37%.

Quasi metà dei contribuenti dichiara meno di 20 mila euro

All’altra estremità della distribuzione si trova una parte molto consistente della popolazione fiscale.

Circa 20,2 milioni di contribuenti, il 47% del totale, dichiarano redditi fino a 20 mila euro e nel complesso versano soltanto il 5% dell’IRPEF. Ancora più significativa è la fascia fino a 29 mila euro: rappresenta il 69,78% dei contribuenti, ma corrisponde il 21,33% dell’imposta.

Sono numeri che vanno però letti con cautela. Un reddito basso non significa necessariamente che una persona non contribuisca al finanziamento dello Stato: l’IRPEF è soltanto una delle imposte, mentre esistono anche IVA, accise, imposte locali e altri prelievi.

Dire quindi che quasi 25 milioni di italiani “non pagano le tasse” è una semplificazione. Più precisamente, il dato indica che non hanno versato IRPEF nel periodo considerato.

Il problema del welfare

La questione diventa particolarmente importante quando si passa dalle entrate alla spesa pubblica.

Secondo l’Osservatorio, nel 2024 sono stati destinati 138,33 miliardi di euro alla sanità, 180,5 miliardi all’assistenza sociale e altri 13,5 miliardi al welfare degli enti locali. Complessivamente, si tratta di oltre 325 miliardi di euro.

Il rapporto mette quindi in discussione la sostenibilità di un sistema nel quale una parte relativamente ridotta dei contribuenti finanzia una quota molto elevata dell’imposta sul reddito, mentre la spesa per sanità e assistenza continua a crescere.

Itinerari Previdenziali interpreta questi dati anche come il risultato di un’eccessiva concentrazione del carico fiscale e di una crescita della spesa assistenziale. Questa è però la lettura dell’Osservatorio, non un dato oggettivo che dimostri da solo che il welfare sia “troppo generoso” o che chi paga poco IRPEF riceva necessariamente più di quanto contribuisca al sistema.

Anche l’evasione entra nel problema

C’è poi un’altra questione: il reddito dichiarato non coincide necessariamente con quello realmente prodotto.

L’analisi richiama infatti il problema dell’economia sommersa e dell’evasione fiscale, che contribuiscono a rendere ancora più difficile valutare quanto effettivamente ogni cittadino contribuisca al finanziamento dello Stato.

È una distinzione fondamentale. Una distribuzione molto concentrata dell’IRPEF può dipendere contemporaneamente dalla progressività dell’imposta, dalla presenza di molti redditi bassi, dall’assenza di reddito per una parte della popolazione e dalla quota di redditi che non viene dichiarata.

Il tema riguarda anche chi vive all’estero

Per gli italiani residenti fuori dal Paese la questione fiscale ha un interesse particolare.

Chi vive stabilmente all’estero, infatti, generalmente non è fiscalmente residente in Italia e non viene automaticamente coinvolto nello stesso meccanismo di imposizione sul reddito dei residenti. Rimangono però possibili obblighi fiscali italiani per determinati redditi prodotti in Italia, secondo le norme nazionali e le convenzioni contro le doppie imposizioni.

Per una comunità italiana ormai distribuita in tutto il mondo, quindi, il rapporto tra residenza, reddito prodotto in Italia e tassazione rimane un tema tutt’altro che secondario.

La domanda è come finanziare lo Stato sociale

I numeri del rapporto riaprono dunque una discussione che va oltre il semplice slogan “chi paga le tasse”.

La domanda più importante è un’altra: quanto può essere sostenibile nel tempo un sistema nel quale meno di un quinto dei contribuenti versa circa due terzi dell’IRPEF?

La risposta non è contenuta nei numeri dell’Osservatorio. Richiede di mettere insieme fiscalità, evasione, occupazione, livelli salariali, pensioni, assistenza e qualità dei servizi pubblici.

Una cosa, però, emerge con chiarezza dai dati: il finanziamento del welfare italiano dipende in misura molto rilevante da una minoranza di contribuenti con redditi medio-alti. E questo rende il tema della distribuzione del carico fiscale uno dei nodi centrali del futuro dei conti pubblici italiani.

 




Pensioni, nel 2029 si potrebbe andare a 67 anni e 6 mesi

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Andare in pensione potrebbe diventare ancora più difficile nei prossimi anni. Secondo le nuove proiezioni contenute nel rapporto della Ragioneria generale dello Stato, nel 2029 l’età richiesta per la pensione di vecchiaia potrebbe salire a 67 anni e 6 mesi, rispetto ai 67 anni attualmente previsti.

Si tratta di stime legate all’andamento dell’aspettativa di vita, e non di una nuova norma già entrata in vigore. Il meccanismo previsto dalla legislazione italiana collega infatti l’adeguamento dei requisiti pensionistici all’evoluzione della speranza di vita.

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Gli aumenti già previsti

Le proiezioni della Ragioneria indicano un aumento progressivo dell’età pensionabile. Nel 2027 il requisito potrebbe passare a 67 anni e un mese, mentre nel 2028 arriverebbe a 67 anni e tre mesi.

Nel 2029 si arriverebbe quindi a 67 anni e sei mesi. Secondo le stesse stime, nel 2031 sarebbero necessari 67 anni e otto mesi per la pensione di vecchiaia.

Il calendario, tuttavia, non deve essere considerato definitivo: gli adeguamenti possono essere modificati o eventualmente sterilizzati da interventi legislativi successivi.

Sale anche il requisito per la pensione anticipata

Le proiezioni riguardano anche la pensione anticipata, per la quale il requisito fondamentale è rappresentato dagli anni di contribuzione e non dall’età anagrafica.

Per gli uomini si passerebbe a 42 anni e 11 mesi di contributi nel 2027, a 43 anni e un mese nel 2028 e a 43 anni e quattro mesi nel 2029. Nel 2031 il requisito arriverebbe a 43 anni e sei mesi.

Per le donne resta previsto un requisito contributivo inferiore di un anno.

Il peso dell’invecchiamento della popolazione

Dietro queste proiezioni c’è soprattutto la trasformazione demografica italiana. La Ragioneria dello Stato prevede infatti una crescita della spesa pensionistica nei prossimi anni, legata all’aumento del numero dei pensionati rispetto agli occupati e all’ingresso in pensione delle generazioni del baby boom.

Secondo il rapporto, la spesa per le pensioni raggiungerebbe il punto massimo intorno al 2041, arrivando al 17,1% del Pil, per poi iniziare gradualmente a diminuire. Nel 2070 il rapporto dovrebbe scendere al 14%.

Le nuove stime riaprono quindi una questione destinata a interessare milioni di lavoratori: quanto a lungo sarà necessario lavorare in futuro per accedere alla pensione e come verrà modificato il sistema per tenere conto dell’invecchiamento della popolazione?

 




Costa Rica entra nel patto dell’economia digitale: nuove opportunità anche per le imprese italiane

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La Costa Rica fa un passo importante verso l’economia digitale internazionale. Dal 14 settembre 2026 il Paese è ufficialmente il quinto membro del Digital Economy Partnership Agreement (DEPA), l’accordo nato per stabilire regole comuni e favorire la cooperazione nel commercio e nelle tecnologie digitali.

La Costa Rica si aggiunge a Cile, Nuova Zelanda, Singapore e Corea del Sud, diventando il secondo Paese ad aderire all’accordo dopo la sua nascita nel 2020.

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Che cos’è il DEPA

Il DEPA è un accordo internazionale dedicato alle nuove forme di commercio digitale. Non riguarda soltanto le aziende tecnologiche, ma anche le imprese tradizionali che utilizzano piattaforme digitali per vendere prodotti e servizi oltre frontiera.

Tra gli ambiti previsti ci sono il commercio senza documenti cartacei, la fatturazione elettronica, la protezione dei dati personali, l’identità digitale, la cybersicurezza e i trasferimenti transfrontalieri di dati.

L’accordo affronta inoltre temi come l’intelligenza artificiale, le tecnologie emergenti, la partecipazione delle piccole e medie imprese all’economia digitale e la tutela dei consumatori online.

Perché è importante per la Costa Rica

Per San José l’ingresso nel DEPA arriva in un momento nel quale il Paese punta a rafforzare il proprio ruolo come piattaforma internazionale per i servizi e gli investimenti tecnologici.

Secondo il Ministero del Commercio Estero costaricano, nel 2023 i servizi rappresentavano il 45% delle esportazioni complessive del Paese. All’interno di questo settore hanno assunto un peso crescente i servizi moderni legati all’informatica e alle comunicazioni e quelli professionali ad alto valore aggiunto.

L’adesione al DEPA dovrebbe quindi facilitare il commercio digitale e offrire un quadro più stabile per le imprese che operano attraverso internet e piattaforme tecnologiche.

Una porta verso l’Asia-Pacifico

C’è poi un altro elemento interessante.

Tra i partner del DEPA figurano Singapore, Corea del Sud e Nuova Zelanda, oltre al Cile. Per la Costa Rica l’accordo rappresenta quindi anche un modo per rafforzare i rapporti economici con alcuni dei mercati più dinamici dell’area Asia-Pacifico.

Non si tratta soltanto di esportare prodotti. La prospettiva riguarda soprattutto servizi digitali, tecnologia, dati, innovazione e investimenti.

E gli italiani che fanno impresa in Costa Rica?

La novità può interessare anche la comunità italiana presente in Costa Rica, soprattutto quella impegnata nelle attività imprenditoriali e professionali.

Un ambiente digitale con regole più uniformi può facilitare le aziende che lavorano con clienti e fornitori stranieri, vendono online o offrono servizi professionali a distanza.

Per le imprese italiane che guardano al mercato centroamericano, inoltre, la Costa Rica potrebbe rafforzare ulteriormente la propria funzione di piattaforma regionale per attività ad alto contenuto tecnologico.

Non significa che l’adesione al DEPA produca automaticamente nuovi investimenti o nuovi posti di lavoro. Il vantaggio dipenderà anche da come le nuove regole verranno applicate e dalle capacità delle imprese di utilizzarle.

Un accordo che guarda al futuro

La richiesta di adesione della Costa Rica era stata presentata nel dicembre 2022. Nel gennaio 2025 erano state concluse le discussioni sostanziali e successivamente il Paese ha completato le procedure giuridiche necessarie. L’adesione è diventata effettiva il 14 settembre 2026.

Per un Paese relativamente piccolo come la Costa Rica, la scelta ha un significato preciso: cercare di essere competitivo non soltanto attraverso le esportazioni tradizionali, ma anche attraverso servizi, tecnologia e commercio digitale.

E mentre l’Europa discute di come regolamentare l’intelligenza artificiale e il commercio online, in America Centrale la Costa Rica prova a ritagliarsi un ruolo all’interno delle nuove regole dell’economia digitale globale.

 




Italia-Canada, a Toronto il Forum imprenditoriale per rafforzare scambi e investimenti

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Il Canada rappresenta un mercato sempre più importante per le imprese italiane e il prossimo 29 ottobre Toronto ospiterà un nuovo appuntamento dedicato al rafforzamento dei rapporti economici tra i due Paesi.

Si tratta del Forum imprenditoriale Italia-Canada, organizzato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e da Agenzia ICE, con la collaborazione di Global Affairs Canada e della Canadian Chamber of Commerce.

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L’appuntamento si svolgerà presso il The Globe and Mail Centre di Toronto e sarà dedicato a scambi commerciali, investimenti e nuove collaborazioni tra imprese italiane e canadesi.

L’export italiano verso il Canada cresce

I numeri spiegano l’interesse italiano per il mercato canadese.

Nel 2025 l’export italiano verso il Canada ha raggiunto 6,33 miliardi di euro, mentre nei primi quattro mesi del 2026 si è registrata un’ulteriore crescita del 7,3%.

Il Canada è oggi il decimo mercato di destinazione delle esportazioni italiane e l’Italia è l’ottavo fornitore del Paese nordamericano. Un rapporto favorito anche dal CETA, l’accordo commerciale tra Unione Europea e Canada, che dal 2017 ha progressivamente eliminato i dazi sulla grande maggioranza dei prodotti europei.

Nel decennio 2016-2025 il valore dell’export Made in Italy in Canada è quasi raddoppiato, con una crescita media annua vicina al 10%.

Dalla meccanica all’intelligenza artificiale

Il Forum sarà articolato in una sessione plenaria e in tre panel dedicati ad alcuni dei settori considerati strategici.

Il primo riguarderà l’industria avanzata, con particolare attenzione ad automotive, macchinari, robotica, automazione industriale, intelligenza artificiale e ICT.

Un secondo panel sarà dedicato a energia, settore minerario e infrastrutture, comparti nei quali il Canada dispone di importanti risorse e sta programmando nuovi investimenti.

Il terzo riguarderà invece difesa, aerospazio e sicurezza cibernetica, settori nei quali la collaborazione industriale tra i due Paesi potrebbe acquisire un peso crescente.

Minerali critici e nuove catene di approvvigionamento

Particolare attenzione sarà dedicata anche al settore minerario.

Il Canada dispone di importanti riserve di litio, terre rare, nichel, cobalto e platino, oltre a una posizione di rilievo nella produzione mondiale di potassa, uranio e palladio.

Per l’Italia, la collaborazione con Ottawa può quindi rappresentare un’opportunità anche sul fronte della diversificazione delle forniture di materie prime considerate strategiche per l’industria e per le nuove tecnologie.

Spazio agli incontri tra le imprese

Una parte importante del Forum sarà costituita dagli incontri B2B tra aziende italiane e canadesi.

Gli appuntamenti saranno organizzati attraverso un’applicazione dedicata, sulla quale le imprese potranno manifestare i propri interessi e individuare possibili interlocutori.

La partecipazione al Forum è gratuita, mentre le spese di viaggio e soggiorno restano a carico delle aziende partecipanti. Le richieste di adesione devono essere presentate entro venerdì 2 ottobre 2026 e saranno valutate in base alla corrispondenza dell’attività aziendale con i settori dell’iniziativa e all’ordine cronologico delle richieste.

Un rapporto economico che guarda al futuro

Il Forum di Toronto arriva quindi in una fase nella quale Italia e Canada stanno cercando di ampliare una collaborazione che non riguarda più soltanto il commercio tradizionale.

Industria avanzata, energia, materie prime, infrastrutture, difesa, aerospazio e tecnologie digitali sono alcuni dei settori destinati a caratterizzare il rapporto economico dei prossimi anni.

Per le imprese italiane, il Canada rappresenta così non soltanto un mercato di sbocco per il Made in Italy, ma anche un possibile partner nella costruzione di nuove filiere industriali e nell’accesso a risorse strategiche.




Italia e Canada, nuove opportunità per investimenti e collaborazione industriale

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L’Italia guarda al Canada come a un partner sempre più importante sul piano economico e industriale. A Moncton, nel New Brunswick, l’Ambasciatore d’Italia in Canada Alessandro Cattaneo è intervenuto come keynote speaker all’apertura della conferenza annuale 2026 di EDAC (Economic Developers Association of Canada), che ha riunito esperti dello sviluppo economico regionale e rappresentanti del mondo istituzionale e imprenditoriale canadese.

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Per la prima volta l’evento ha avuto come ospite d’onore un ambasciatore straniero e la scelta è caduta sull’Italia, considerata uno dei principali partner commerciali e investitori industriali del Canada.

Un partenariato industriale più stretto

Nel suo intervento, Cattaneo ha sottolineato le opportunità offerte dall’attuale situazione internazionale per rafforzare i rapporti economici tra i due Paesi.

Italia e Canada presentano, secondo l’Ambasciatore, sistemi economici per molti aspetti complementari e condividono l’esigenza di diversificare i propri mercati, costruire catene di approvvigionamento affidabili e sviluppare reti di valore più flessibili.

In questo quadro, assume particolare importanza la collaborazione con partner che condividano un’impostazione fondata sul rispetto del diritto internazionale e sul multilateralismo.

Energia, minerali critici e infrastrutture

Tra i settori indicati come prioritari figurano energia, minerali critici, infrastrutture e difesa.

Si tratta di comparti strategici per entrambi i Paesi. Il Canada dispone infatti di importanti risorse naturali e di una posizione rilevante nelle nuove catene di approvvigionamento delle materie prime considerate essenziali per l’industria e la transizione tecnologica.

Per l’Italia, rafforzare i rapporti con Ottawa significa anche ampliare le possibilità di collaborazione e investimento in settori destinati ad avere un peso crescente nell’economia internazionale.

Il New Brunswick guarda all’Italia

La missione dell’Ambasciatore Cattaneo a Moncton non si è limitata alla conferenza.

Nel corso della visita è stata organizzata una presentazione dedicata alla comunità imprenditoriale del New Brunswick sulle opportunità di investimento in Italia, curata da ICE Toronto.

Durante la conferenza EDAC è stato inoltre allestito uno spazio espositivo dedicato alle possibilità di investimento nel nostro Paese, promosso dall’Ambasciata d’Italia a Ottawa e dal Consolato generale d’Italia a Montreal e realizzato da ICE Toronto.

L’obiettivo è favorire un rapporto a doppio senso: attrarre capitali e iniziative canadesi verso l’Italia, ma anche creare condizioni migliori per le imprese italiane interessate al mercato canadese.

Università e istituzioni locali

La missione diplomatica ha avuto anche una dimensione istituzionale e accademica.

Cattaneo ha incontrato esponenti del governo provinciale, i rettori delle Università di Moncton e Mount Allison e i sindaci di Moncton, Dieppe, Riverview e Memramcook.

La presenza italiana in New Brunswick si è quindi articolata su più livelli: istituzioni, imprese, università e amministrazioni locali.

Per gli italiani residenti in Canada, è anche un segnale dell’importanza crescente che i rapporti economici e culturali tra i due Paesi possono avere a livello territoriale, non soltanto nei grandi centri come Toronto, Montreal o Ottawa.

Un rapporto che si sta rafforzando

La missione di Moncton arriva in un momento nel quale Italia e Canada stanno cercando di ampliare la loro collaborazione strategica, anche alla luce dei cambiamenti negli equilibri commerciali e geopolitici internazionali.

Energia, materie prime, industria, tecnologia e infrastrutture sono destinati a essere alcuni dei terreni sui quali questa collaborazione potrà svilupparsi maggiormente.

Per l’Italia, il Canada rappresenta così non soltanto un importante mercato di sbocco, ma anche un possibile partner per costruire nuove filiere industriali e diversificare gli approvvigionamenti.




Dollaro ed euro nella Repubblica Dominicana: il peso si rafforza, ma cosa succederà nei prossimi mesi?

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Il mercato valutario dominicano sta vivendo una fase particolare. Nel corso del 2026 il peso dominicano si è rafforzato sensibilmente nei confronti del dollaro, scendendo sotto la soglia dei 60 pesos per un dollaro. Anche il valore dell’euro rispetto alla moneta dominicana è cambiato, seguendo in parte l’andamento della valuta europea sui mercati internazionali.

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Al 15 settembre, il Banco Central de la República Dominicana indicava per il dollaro un cambio di riferimento di RD$58,7567 per l’acquisto e RD$59,0804 per la vendita.

Per l’euro, le quotazioni al pubblico rilevate attraverso il sistema bancario erano invece intorno a RD$66,43 per l’acquisto e RD$70,52 per la vendita il 15 settembre. È importante ricordare che il cambio effettivamente applicato da banche, case di cambio e remesadoras può differire leggermente da quello di riferimento.

Il peso ha recuperato terreno

Il dato più significativo riguarda il dollaro. Tra gennaio e agosto il peso dominicano si è apprezzato di circa 7,8%, con il cambio medio di vendita passato da circa RD$63,64 per dollaro a RD$58,67.

La forza della moneta dominicana è legata soprattutto alla quantità di valuta straniera che continua a entrare nel Paese.

Il Banco Central ha comunicato che nel primo semestre del 2026 le esportazioni hanno raggiunto 8,75 miliardi di dollari, con un aumento del 16,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Particolarmente forte è stato l’oro, le cui esportazioni sono aumentate del 68,8%.

Anche il turismo continua a generare valuta: nei primi sei mesi dell’anno gli introiti turistici hanno raggiunto 6,72 miliardi di dollari, il 15,3% in più rispetto al primo semestre 2025. Complessivamente, tra investimenti esteri, rimesse, turismo, esportazioni e altri servizi sono entrati nel Paese più di 26,5 miliardi di dollari nel primo semestre.

Sono proprio questi flussi a contribuire alla relativa stabilità del mercato valutario e all’accumulo di riserve internazionali, che ad agosto hanno superato i 15,4 miliardi di dollari.

Anche JPMorgan vede un peso forte

La situazione ha attirato l’attenzione dei grandi operatori internazionali.

In un rapporto del 20 agosto, JPMorgan ha indicato un obiettivo di RD$57 per dollaro, partendo da un livello di circa RD$58,47. La banca ha collegato la forza del peso soprattutto alle esportazioni, al turismo, alle rimesse e agli investimenti esteri.

La previsione non significa però che il dollaro debba necessariamente arrivare a 57 pesos. Si tratta di una proiezione finanziaria soggetta a condizioni economiche che possono cambiare rapidamente.

E il dollaro dove potrebbe andare?

Qui emerge una differenza interessante tra le previsioni.

Il Ministero dell’Hacienda e il Banco Central, nelle proiezioni ufficiali elaborate nel corso dell’anno, hanno indicato per il 2026 un cambio medio intorno a RD$63,95 per dollaro, mentre per il 2027 la previsione sale a RD$68,15.

Questi numeri sono però medie annuali previste, non il valore che necessariamente si vedrà a dicembre. Il fatto che oggi il dollaro sia vicino a RD$59 significa che il valore effettivo è nettamente inferiore alla media prevista per l’intero 2026.

Anche le aspettative degli analisti raccolte dal Banco Central erano inizialmente più alte: a marzo la mediana indicava RD$65 per dollaro alla fine del 2026.

Nel frattempo, però, il peso ha mostrato una forza superiore a quella prevista da molte proiezioni.

E l’euro?

La situazione dell’euro è più complessa perché il suo valore in Repubblica Dominicana dipende da due movimenti contemporaneamente: il rapporto euro-dollaro internazionale e il rapporto dollaro-peso dominicano.

Il 16 settembre il cambio internazionale dell’euro era intorno a 1,155 dollari. Secondo ING, l’euro potrebbe rimanere sotto pressione nel breve periodo, con una previsione di circa 1,15 dollari a un mese e 1,16 a tre mesi, prima di un possibile rafforzamento verso 1,18 nei mesi successivi.

Anche il sondaggio della Banca centrale europea tra gli analisti professionali indica una progressiva rivalutazione dell’euro rispetto al dollaro nel medio periodo, partendo da circa 1,16 nella seconda metà del 2026.

Per chi vive nella Repubblica Dominicana e riceve pensioni, stipendi o altri redditi dall’Italia, questo significa che il valore ricevuto in pesos può cambiare anche quando il cambio euro-peso locale sembra relativamente stabile.

Cosa può succedere nei prossimi mesi?

Il quadro attuale suggerisce tre elementi da seguire attentamente.

Il primo è l’afflusso di dollari nella Repubblica Dominicana. Turismo, rimesse, oro, esportazioni e investimenti esteri stanno fornendo al mercato una quantità importante di valuta.

Il secondo è la politica monetaria. Il Banco Central mantiene a settembre una tassa di politica monetaria del 5,25%, mentre l’inflazione interannuale ad agosto è salita al 5,13%, sopra il centro del target del 4% ma ancora all’interno della fascia prevista di ±1 punto percentuale.

Il terzo è ciò che accade negli Stati Uniti e in Europa. I tassi della Federal Reserve e della Banca centrale europea possono modificare rapidamente i flussi internazionali di capitali e, di conseguenza, la domanda di dollari ed euro.

Per chi vive in RD

Per i residenti nella Repubblica Dominicana la situazione ha effetti concreti.

Un peso forte rende meno costose, in termini di valuta locale, le importazioni e gli acquisti denominati in dollari. È invece meno favorevole per chi riceve redditi dall’estero, perché ogni dollaro o euro convertito produce meno pesos.

Per esempio, la differenza tra un dollaro a RD$64 e uno a RD$59 è di 5 pesos per ogni dollaro. Su 1.000 dollari ricevuti dall’estero significa una differenza di RD$5.000.

Per chi riceve 1.000 euro, invece, bisogna considerare anche l’andamento dell’euro sul dollaro: per questo il cambio euro-peso può muoversi in modo diverso rispetto a quello dollaro-peso.

Le prospettive

Al momento non esiste una previsione unica e certa. Gli elementi disponibili indicano però che il peso arriva all’autunno 2026 in una posizione molto più forte rispetto all’inizio dell’anno.

Nel breve termine il dollaro potrebbe continuare a muoversi intorno ai livelli attuali, soprattutto se continueranno ad affluire valuta, turismo, rimesse e investimenti. Nel medio periodo, invece, le proiezioni ufficiali prevedono un graduale aumento del cambio del dollaro rispetto al peso.

Per l’euro, il quadro dipenderà anche dal rapporto euro-dollaro internazionale: le principali previsioni consultate vedono una possibile fase di debolezza dell’euro nel brevissimo periodo, seguita da un possibile recupero.

Per chi vive in Repubblica Dominicana e ha entrate o spese in euro e dollari, quindi, più che cercare di indovinare il cambio di una singola giornata, sarà importante seguire l’evoluzione dei prossimi mesi.




Salvatore A. Melilli nuovo presidente della Italy-America Chamber of Commerce

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La Italy-America Chamber of Commerce (IACC), una delle principali realtà che favoriscono i rapporti economici tra Italia e Stati Uniti, ha un nuovo presidente.

È Salvatore A. Melilli, managing partner dell’ufficio KPMG di New York, eletto alla guida della Camera italo-americana. Succede a Cristiano Villani, amministratore delegato di Pomì USA, che aveva assunto l’incarico di presidente ad interim nell’aprile scorso durante la fase di transizione.

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La nomina arriva in un momento nel quale i rapporti commerciali tra Italia e Stati Uniti stanno attraversando una fase particolarmente importante, tra nuovi scenari tariffari, investimenti e crescente attenzione delle imprese italiane al mercato americano.

Oltre trent’anni nel mondo delle imprese

Melilli porta alla presidenza della IACC una lunga esperienza professionale.

Lavora in KPMG da oltre 30 anni e ha ricoperto diversi incarichi di responsabilità sia a livello locale sia nazionale. Tra questi anche quello di U.S. Audit Lead Partner per l’Italian Corridor, ruolo che lo ha portato a seguire da vicino le relazioni tra imprese italiane e sistema economico statunitense.

È un’esperienza particolarmente legata alla funzione della Camera: aiutare le aziende che operano tra i due Paesi a costruire relazioni commerciali e professionali.

La IACC, fondata a New York nel 1887, è un’organizzazione privata senza scopo di lucro che rappresenta imprese interessate agli scambi economici tra Italia e Stati Uniti. È riconosciuta dal Governo italiano e fa parte di Assocamerestero.

Una squadra con nomi importanti del Made in Italy

Con Melilli è stato eletto anche il nuovo Comitato Esecutivo.

Ne fanno parte Diego Rodinò di Miglione di Luxottica, come vice presidente esecutivo; Eugenio Perrier del Consorzio del Formaggio Parmigiano Reggiano, vice presidente; Alberto Paderi di Bindi North America, segretario corporate; e Giovanni Quaratesi di Certified Origins, tesoriere.

È una composizione che riunisce realtà molto diverse del sistema italiano negli Stati Uniti: dalla moda e dagli occhiali all’agroalimentare, fino alla distribuzione e ai servizi.

Un ponte tra Italia e Stati Uniti

La funzione della IACC va infatti oltre la rappresentanza formale delle imprese.

La Camera organizza incontri, iniziative di networking e programmi destinati a favorire l’ingresso e lo sviluppo delle aziende italiane sul mercato americano. Dispone inoltre di una sede a New York e di un ufficio a Milano, mantenendo così un collegamento diretto tra i due mercati.

Negli ultimi mesi la Camera ha inoltre dedicato particolare attenzione alle politiche commerciali e tariffarie tra Stati Uniti e Italia, con un comitato congiunto IACC-AmCham Italy e un rapporto dedicato alle conseguenze del nuovo scenario commerciale.

Una presidenza in una fase delicata

Il nuovo incarico di Melilli arriva quindi in una fase nella quale per le imprese italiane presenti o interessate agli Stati Uniti diventa sempre più importante comprendere le regole del mercato americano e i cambiamenti della politica commerciale.

La IACC dovrà continuare a svolgere proprio questa funzione di collegamento: mettere in relazione aziende, professionisti e istituzioni dei due Paesi.

Per la comunità imprenditoriale italiana negli Stati Uniti, la nomina rappresenta anche la conferma di un modello costruito ormai da quasi 140 anni.

La Camera nata a New York nel 1887 continua infatti a svolgere la stessa missione di fondo: fare dell’Atlantico non una barriera, ma un collegamento tra imprese italiane e mercato americano.