Quando finirà davvero il petrolio? La risposta che non ti aspetti

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Se facessimo un calcolo puramente matematico basato sulle stime attuali, la risposta potrebbe sembrare sconfortante. Dividendo le attuali riserve provate di greggio (circa 1.700-1.760 miliardi di barili) per il consumo globale — che viaggia intorno ai 102 milioni di barili al giorno — il risultato è semplice: il petrolio finirà tra circa 45 e 50 anni.
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Ma la realtà geologica ed economica è molto diversa. Chi attende il giorno in cui il mondo si sveglierà a secco, con i distributori di benzina completamente vuoti, rimarrà deluso.
Il petrolio non “finirà” nel senso letterale del termine. Allora, come avverrà il suo declino?

Il paradosso delle riserve provate

Gia negli anni ’70 del secolo scorso gli esperti pronosticavano l’esaurimento del greggio entro il 2000. Perché quelle previsioni si sono rivelate errate?
La risposta sta nel significato tecnico di “riserva provata”. Con questo termine non si intende tutto il petrolio presente nella crosta terrestre, ma solo quello che è tecnologicamente ed economicamente conveniente estrarre oggi.
L’evoluzione tecnologica ha cambiato drasticamente le carte in tavola:
  • Giacimenti non convenzionali: La diffusione dello shale oil (petrolio di scisto) negli Stati Uniti e lo sfruttamento delle sabbie bituminose in Canada hanno aggiunto miliardi di barili alla mappa energetica globale.
  • Tecnologie avanzate: Le trivelle di ultima generazione permettono di raggiungere giacimenti sottomarini a profondità che fino a vent’anni fa erano inaccessibili.
In pratica, man mano che il prezzo del barile sale o la tecnologia migliora, giacimenti prima considerati inutilizzabili diventano “riserve provate”, spostando continuamente in avanti la data di scadenza.

Dal “Peak Oil” alla fine dell’estrazione economica

La produzione di petrolio non si interrompe come un rubinetto che viene chiuso all’improvviso. Segue piuttosto una parabola.
Nel dibattito energetico si parla da decenni di Peak Oil (il picco di produzione): quel momento storico in cui si raggiunge la massima capacità di estrazione globale, seguito da un inesorabile e progressivo calo.
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|               LA CURVA DEL PETROLIO: DALL'OFFERTA ALLA DOMANDA    |
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|    Estrazione            "PEAK OIL"                               |
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|        |  Fase di crescita      \  Transizione verso              |
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Raggiunto il picco, l’estrazione dei barili rimasti diventa via via più complessa, pericolosa dal punto di vista ambientale e, soprattutto, anticonvenienza dal punto di vista economico. Arriverà un momento in cui per estrarre un barile di petrolio si spenderà più energia (e denaro) di quella che quel barile può restituire.

La vera svolta: il “Peak Demand” (il picco della domanda)

La variabile decisiva che decreterà la fine dell’era del greggio non è l’offerta (quanti barili restano sottoterra), ma la domanda (quanto petrolio continuerà a servirci).
Secondo i recenti rapporti delle principali agenzie energetiche internazionali (AIE), la crescita della domanda globale potrebbe rallentare significativamente e raggiungere il suo picco entro questo decennio.
Questo cambio di rotta è guidato da fattori strutturali:
  1. Elettrificazione della mobilità: L’espansione dei veicoli elettrici e la decarbonizzazione del trasporto pubblico stanno intaccando la quota di mercato del settore che consuma più carburante al mondo.
  2. Politiche climatiche e rinnovabili: Le normative internazionali spingono verso l’efficienza energetica e la progressiva sostituzione delle fonti fossili con solare, eolico e idrogeno.
  3. Pressioni geopolitiche: La necessità per i paesi di garantire la propria sicurezza energetica sta accelerando la transizione verso fonti autoprodotte e rinnovabili.

L’Età della Pietra insegna

Il declino del petrolio non coinciderà dunque con il suo totale prosciugamento, ma con la sua obsolescenza progressiva.
Una celebre frase attribuita ad Ahmed Zaki Yamani, storico ministro del petrolio dell’Arabia Saudita negli anni ’70, riassume perfettamente lo scenario futuro:
“L’Età della Pietra non è finita per mancanza di pietre, e l’Età del Petrolio non finirà per mancanza di petrolio.”
Così come l’uomo ha smesso di usare la pietra quando ha scoperto materiali più efficienti come il bronzo e il ferro, l’umanità lascerà il petrolio sottoterra quando le tecnologie pulite diventeranno definitivamente più convenienti, sicure e capillari.



Italia e Messico, la sanità diventa un nuovo terreno per investimenti e collaborazione

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Un tavolo tra la Camera di Commercio Italiana in Messico e il Senato messicano punta a rafforzare la cooperazione su ricerca, innovazione, farmaceutica e investimenti.

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La sanità può diventare uno dei nuovi terreni di collaborazione economica tra Italia e Messico. È questo il senso del tavolo congiunto avviato il 2 settembre tra la Camera di Commercio Italiana in Messico e la Commissione Salute del Senato messicano.

L’incontro si è svolto nella sala Elena Poniatowska del Senato e ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Valentina Valente, responsabile dell’Ufficio economico-commerciale dell’Ambasciata d’Italia in Messico, e di Lorenzo Vianello, presidente della Camera di Commercio Italiana in Messico.

L’obiettivo è costruire un’agenda comune che metta insieme investimenti, ricerca e innovazione, anche sfruttando le opportunità offerte dal nuovo Accordo globale modernizzato tra Messico e Unione europea, firmato il 22 maggio.

La sanità vista come investimento

Durante l’incontro, il presidente della Commissione Salute del Senato messicano, José Manuel Cruz Castellanos, ha sottolineato un concetto destinato ad avere un peso crescente nelle politiche pubbliche: la sanità non dovrebbe essere considerata soltanto una voce di spesa, ma anche un investimento nello sviluppo del Paese.

Il tema riguarda direttamente anche il rapporto con le imprese.

Una regolamentazione più moderna e trasparente, secondo il senatore, dovrebbe consentire di mantenere elevati gli standard di sicurezza e contemporaneamente facilitare l’arrivo sul mercato di quelle innovazioni che possono offrire benefici ai cittadini.

Un punto particolarmente importante per l’industria farmaceutica, dove tempi e procedure di autorizzazione possono incidere sulla capacità delle aziende di introdurre nuovi prodotti e tecnologie.

Il peso dell’industria farmaceutica italiana

Durante il tavolo, Virgilio Serrano Vera, coordinatore del Comitato di Salute e Regolamentazione Sanitaria della Camera di Commercio Italiana in Messico, ha richiamato il peso internazionale dell’industria farmaceutica italiana.

Secondo i dati presentati nell’incontro, il settore italiano è cresciuto del 248% nell’ultimo decennio e punta a esportazioni vicine ai 70 miliardi di euro nel 2025.

Per il Messico, si tratta di un comparto nel quale potrebbero aprirsi ulteriori possibilità di collaborazione, dalla produzione alla ricerca, fino alla distribuzione e allo sviluppo di nuove tecnologie sanitarie.

Un interscambio che supera i 10 miliardi

La sanità si inserisce in un rapporto economico più ampio.

La Camera di Commercio Italiana in Messico ha ricordato che l’Unione europea è il secondo investitore straniero e il terzo partner commerciale del Messico.

Per quanto riguarda l’Italia, l’interscambio commerciale con il Paese latinoamericano ha superato i 10 miliardi di euro nel 2025, facendo del Messico il secondo mercato di destinazione delle merci italiane nel continente americano.

Numeri che spiegano perché settori come farmaceutica, dispositivi medici, ricerca e tecnologie sanitarie possano rappresentare una componente sempre più importante delle relazioni economiche bilaterali.

Verso il Comitato di novembre

Il tavolo di settembre rappresenta anche un passaggio preparatorio in vista del quarto Comitato di Salute e Regolamentazione Sanitaria, previsto per novembre.

L’obiettivo è arrivare a quell’appuntamento con una serie di temi condivisi e con una maggiore collaborazione tra istituzioni e mondo imprenditoriale.

Per le aziende italiane presenti o interessate al mercato messicano, il settore sanitario può quindi diventare uno spazio di internazionalizzazione particolarmente interessante.

Non soltanto per vendere prodotti, ma per costruire partnership, ricerca comune e investimenti.

Ed è forse proprio questo l’aspetto più significativo del nuovo dialogo tra Italia e Messico: la possibilità di trasformare una relazione commerciale già importante in una collaborazione più strutturata nei settori dell’innovazione e della salute.

 

foto: puntodincontro.mx




Gragnano porta la pasta italiana nel mondo: torna MondoPasta!

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Dall’11 al 13 settembre Gragnano ospita una nuova edizione di “Gragnano Città della Pasta”. Quest’anno il tema è l’incontro tra la tradizione italiana e le culture gastronomiche del mondo.

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C’è un prodotto italiano che non ha avuto bisogno di ambasciatori per conquistare il mondo: la pasta. Eppure, una volta arrivata sulle tavole di Paesi lontani, la pasta ha cominciato a parlare anche lingue diverse, incontrando ingredienti, tecniche e tradizioni nuove.

È proprio questo viaggio il tema di “MondoPasta! La pasta nel mondo. Il mondo nella pasta”, l’edizione 2026 di Gragnano Città della Pasta, in programma dall’11 al 13 settembre nella città campana. La manifestazione è promossa dal Consorzio di Tutela della Pasta di Gragnano IGP insieme al Comune di Gragnano e alla Regione Campania.

Quando la tradizione incontra altre culture

Per tre giorni Gragnano diventerà una sorta di mappa gastronomica internazionale.

Il programma prevede infatti ricette nelle quali la Pasta di Gragnano IGP incontrerà sapori provenienti da altri continenti. Tra gli esempi ci sono il Vesuvio al Dahl, ispirato alla cucina indiana, il pacchero con ragù senegalese e gli spaghetti di Gragnano utilizzati per preparare lo Yakisoba giapponese.

Non si tratta soltanto di sperimentazione culinaria. L’idea è mostrare come un prodotto fortemente legato a un territorio possa essere reinterpretato in contesti diversi senza perdere la propria identità.

Chef italiani e internazionali presenteranno le loro preparazioni negli stand e durante gli show cooking organizzati dal Pasta Hub.

Gragnano, capitale della pasta

La manifestazione sarà anche un’occasione per conoscere più da vicino il territorio nel quale nasce una delle eccellenze più riconoscibili della gastronomia italiana.

Saranno organizzati i Pastifici Aperti, mentre il FAI proporrà visite alla Valle dei Mulini, uno dei luoghi simbolo della storia produttiva di Gragnano.

Il programma comprende inoltre incontri dedicati alla cultura del cibo, musica, spettacoli e iniziative pensate per accompagnare il pubblico attraverso le diverse culture presenti alla manifestazione.

Un francobollo per la Pasta di Gragnano

Tra le novità di questa edizione c’è anche un riconoscimento particolarmente significativo per il Made in Italy.

Sarà infatti presentato un francobollo ordinario dedicato alla Pasta di Gragnano IGP, emesso dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy in collaborazione con Poste Italiane.

Ci sarà anche un curioso “Pastaporto”, attraverso il quale i visitatori potranno raccogliere i timbri dei sette Paesi rappresentati negli stand della manifestazione.

Un modo giocoso per raccontare una realtà molto seria: la pasta italiana è diventata internazionale proprio perché ha saputo viaggiare senza dimenticare da dove è partita.

La pasta come linguaggio universale

Il messaggio di MondoPasta è quindi più ampio di una semplice festa gastronomica.

La pasta è uno dei simboli più immediati dell’Italia nel mondo, ma la sua storia dimostra anche che una tradizione non deve necessariamente chiudersi per conservare la propria identità.

Può viaggiare, incontrare altre culture, cambiare forma e accogliere nuovi sapori.

E a Gragnano, dall’11 al 13 settembre, sarà proprio questa capacità di aprire la tradizione al mondo a finire nel piatto.




Centro America, il mais è in ginocchio: oltre 55 mila famiglie hanno perso il raccolto

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Siccità ed El Niño mettono in crisi il Corredor Seco. A rischio il principale alimento della regione e migliaia di piccoli agricoltori. Anche imprese italiane sono impegnate nello sviluppo di tecnologie per un’agricoltura più resiliente.

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Il mais è molto più di una coltivazione in America Centrale. È il pane quotidiano di milioni di persone, la base delle tortillas, dei tamales e di gran parte dell’alimentazione delle famiglie rurali. Per questo la crisi che sta colpendo il Corredor Seco centroamericano rischia di trasformarsi rapidamente in una crisi alimentare.

Secondo una valutazione realizzata da Oxfam insieme ad altre organizzazioni umanitarie, oltre 70 mila famiglie hanno subito danni ai raccolti di mais durante il primo ciclo agricolo del 2026. Di queste, 55.322 famiglie hanno perso tra il 75% e il 100% della produzione. <Cite refs={[“turn0search0″,”turn0search5”]}/>

La situazione riguarda soprattutto Guatemala, Honduras ed El Salvador, le tre nazioni più colpite dalla siccità provocata dal fenomeno di El Niño.

Il Corredor Seco senza pioggia

L’indagine è stata condotta in 354 comunità rurali di 58 municipi. I risultati descrivono un quadro preoccupante.

L’80,8% delle comunità ha attraversato almeno due lunghi periodi senza pioggia durante la stagione della semina, mentre in quasi quattro comunità su dieci si sono registrati addirittura tre periodi di siccità consecutivi. In molte aree del Pacifico centroamericano le precipitazioni da luglio sono rimaste sotto il 60% della media storica. <Cite refs={[“turn0search0″,”turn0search2”]}/>

Per migliaia di piccoli agricoltori significa una sola cosa: il mais è germogliato, ha iniziato a crescere e poi si è seccato nei campi.

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Non manca solo il mais

La crisi non riguarda soltanto questa coltura.

Anche i fagioli, altro alimento fondamentale della dieta centroamericana, hanno subito perdite gravissime. Oxfam segnala che migliaia di famiglie hanno perso oltre tre quarti del raccolto di frijol, mentre oltre 23 mila famiglie denunciano una riduzione dell’accesso all’acqua potabile. <Cite refs={[“turn0search2″,”turn0search5”]}/>

L’impatto si estende anche agli allevamenti familiari: il caldo e la scarsità d’acqua stanno causando perdite di pollame e riducendo la disponibilità di foraggio.

A rischio anche il secondo raccolto

La preoccupazione maggiore riguarda i prossimi mesi.

Nel Corredor Seco ogni anno si coltivano normalmente due raccolti di mais. Dopo il ciclo di primera arriva quello di postrera.

Quest’anno, però, solo circa 27.500 famiglie prevedono di seminare nel secondo ciclo, con una riduzione di oltre il 60% rispetto a chi aveva coltivato durante la prima stagione. Molti agricoltori non hanno più semi, denaro o fiducia nelle piogge. <Cite refs={[“turn0search0″,”turn0search2”]}/>

Se anche la postrera dovesse fallire, la disponibilità di mais potrebbe diminuire ulteriormente nei prossimi mesi.

Crescono i prezzi e aumenta la vulnerabilità

Le conseguenze sono già visibili nei mercati.

In Honduras il prezzo del mais bianco ha continuato a salire negli ultimi mesi a causa della riduzione delle scorte, mentre in Guatemala e in El Salvador i prezzi restano superiori a quelli dello scorso anno. La FAO aveva già segnalato un progressivo irrigidimento del mercato regionale dei cereali. <Cite refs={[“turn0search6″,”turn0search2”]}/>

Per le famiglie che vivono di agricoltura di sussistenza questo significa un doppio colpo: meno raccolto e cibo più caro da acquistare.

Anche l’Italia è presente nel settore agricolo centroamericano

La crisi interessa un’area nella quale operano anche diverse imprese italiane specializzate in agricoltura.

L’azienda siciliana Irritec è presente in America Centrale con sistemi di irrigazione a goccia, utilizzati per ridurre il consumo d’acqua e aumentare l’efficienza delle coltivazioni.

Il gruppo Maschio Gaspardo fornisce macchine agricole e seminatrici in numerosi Paesi latinoamericani, mentre Cifo opera nella nutrizione delle colture attraverso fertilizzanti e biostimolanti.

Sono tecnologie che stanno assumendo un’importanza crescente proprio nelle aree colpite dalla siccità, dove l’obiettivo non è soltanto produrre di più, ma produrre utilizzando meno acqua.

Una crisi climatica che può diventare sociale

Oxfam avverte che questa non è soltanto una crisi agricola.

La perdita dei raccolti riduce il reddito delle famiglie, aumenta il rischio di migrazione, mette sotto pressione le riserve alimentari e rende più difficile affrontare i prossimi mesi.

Nel Corredor Seco vivono circa 10,5 milioni di persone, molte delle quali dipendono quasi esclusivamente da mais e fagioli coltivati per il consumo familiare. <Cite refs={[“turn0search0″,”turn0search11”]}/>

Se le piogge non torneranno con regolarità, il 2026 potrebbe diventare uno degli anni più difficili dell’ultimo decennio per l’agricoltura dell’America Centrale.




Il design italiano guarda a Panama: dal 18 settembre l’Expo Italian Furniture & Design

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Il Made in Italy dell’arredamento e del design punta a rafforzare la propria presenza in America Centrale. Dal 18 al 20 settembre, a Città di Panama, si terrà la prima edizione di Expo Italian Furniture & Design, iniziativa dedicata al mondo del mobile, dell’arredamento e dell’edilizia.

L’appuntamento nasce in un momento considerato particolarmente interessante per il mercato panamense, dove dal 2026 è prevista una ripresa dei comparti immobiliare, delle costruzioni e del contract. L’obiettivo è quindi mettere in contatto l’offerta italiana con un mercato che può offrire nuove opportunità commerciali.

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Un ponte tra imprese italiane e mercato centroamericano

L’evento è promosso dalla Camera di Commercio, Industria e Agricoltura Italiano-Panamense, insieme all’Ambasciata d’Italia a Panama e all’Agenzia ICE – Italian Trade Agency.

La manifestazione è pensata per coinvolgere non soltanto le aziende italiane e locali, ma anche istituzioni, associazioni di categoria, architetti, sviluppatori immobiliari e buyer.

Il programma prevede un’area espositiva, conferenze dedicate ai diversi aspetti del settore e soprattutto incontri B2B, con l’intento di creare occasioni concrete di collaborazione commerciale.

Il design come strumento di internazionalizzazione

Per le imprese italiane, la manifestazione rappresenta anche un’occasione per consolidare la presenza dei marchi già attivi sul mercato e facilitare l’ingresso di nuove realtà.

Il progetto punta infatti a presentare il design italiano non semplicemente come prodotto da esportare, ma come possibile partner per i nuovi progetti immobiliari e di costruzione che stanno interessando Panama e, più in generale, l’area centroamericana.

Innovazione, formazione tecnica e relazioni tra operatori saranno quindi elementi centrali dell’iniziativa.

Un mercato da conoscere

L’interesse per Panama va oltre la singola manifestazione. Per le aziende italiane dell’arredamento e dell’edilizia, entrare in relazione con architetti, developer e operatori locali significa conoscere più da vicino esigenze e caratteristiche di un mercato diverso da quello europeo.

Ed è proprio questo il ruolo che l’Expo vuole svolgere: creare un punto d’incontro stabile tra imprese, professionisti e istituzioni, trasformando la tradizione del design italiano in nuove opportunità di collaborazione internazionale.

L’organizzazione dell’evento, dalla logistica alla comunicazione fino al successivo follow-up commerciale, sarà curata dalla Camera Italo-Panamense.

Per il Made in Italy, dunque, l’appuntamento di settembre rappresenta una nuova occasione per guardare oltre i mercati tradizionali e misurarsi con le opportunità offerte dall’America Centrale.




Messico, stretta sugli investimenti stranieri: nuovi controlli per i settori strategici

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Sheinbaum propone una riforma della legge: per acquisire oltre il 49% di un’azienda messicana in settori sensibili potrebbe diventare necessaria un’autorizzazione per motivi di sicurezza nazionale.

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Il Messico si prepara a introdurre nuove regole per gli investimenti stranieri.

La presidente Claudia Sheinbaum ha inviato al Senato una proposta di riforma della Legge sugli investimenti esteri che introduce un nuovo sistema di controllo sulle acquisizioni di aziende messicane da parte di capitali stranieri.

L’obiettivo dichiarato è quello di impedire che un investimento straniero possa creare rischi per la sicurezza nazionale o mettere sotto controllo estero attività considerate strategiche per il Paese.

Ma attenzione: la riforma non è ancora legge. È una proposta che dovrà essere esaminata e votata dal Congresso.

La soglia del 49%

Il punto centrale della proposta riguarda le acquisizioni di partecipazioni superiori al 49% del capitale di una società messicana.

Quando l’azienda opera in un settore considerato strategico o sensibile e supera determinati parametri dimensionali, l’investitore straniero dovrebbe ottenere preventivamente il via libera della Commissione Nazionale per gli Investimenti Esteri (CNIE).

In altre parole, non sarebbe sufficiente acquistare una quota di controllo e successivamente informare le autorità.

L’autorizzazione dovrebbe arrivare prima dell’operazione.

Quali settori sarebbero interessati?

La lista proposta dal governo è ampia.

Tra le attività considerate sensibili figurano:

  • energia;
  • infrastrutture e trasporti;
  • estrazione mineraria;
  • sanità;
  • gestione e trattamento dei dati;
  • intelligenza artificiale;
  • robotica;
  • semiconduttori;
  • cybersicurezza;
  • tecnologie aerospaziali e della difesa;
  • alcune tecnologie nucleari e quantistiche;
  • biotecnologie e nanotecnologie;
  • approvvigionamento di materie prime e altri input fondamentali;
  • sicurezza alimentare.

La logica è evidente: il Messico vuole evitare che il controllo di imprese straniere possa trasformarsi in un rischio per infrastrutture, informazioni o risorse considerate strategiche.

Non solo petrolio ed energia

La novità più significativa è proprio l’ampiezza della definizione.

Non si parla soltanto di petrolio, elettricità o miniere.

Il governo vuole includere anche settori tecnologici nei quali il controllo di un’impresa può significare avere accesso a dati sensibili, tecnologie avanzate o infrastrutture digitali.

L’intelligenza artificiale, i semiconduttori e la cybersicurezza entrano così direttamente nel campo della sicurezza nazionale.

La Commissione avrà nuovi poteri

La riforma prevede un rafforzamento della Commissione Nazionale per gli Investimenti Esteri.

Non si tratterebbe più soltanto di valutare l’investimento dal punto di vista economico.

La Commissione dovrebbe stabilire se l’operazione può rappresentare un rischio per la sicurezza nazionale e potrebbe:

approvarla,
approvarla imponendo determinate condizioni,
oppure respingerla.

Entrano Difesa, Marina e Sicurezza

Anche la composizione dell’organismo dovrebbe cambiare.

La proposta prevede infatti l’ingresso nella Commissione dei vertici dei ministeri della:

  • Difesa nazionale;
  • Marina;
  • Sicurezza e Protezione del cittadino.

Inoltre, quando saranno esaminate questioni riguardanti la sicurezza nazionale, potrebbero partecipare alle riunioni, con diritto di parola ma senza voto, rappresentanti della Procura generale, del Centro nazionale di intelligence, del fisco e dell’Unità di intelligence finanziaria.

Si tratta quindi di un passaggio da una valutazione prevalentemente economica a una valutazione che coinvolge direttamente sicurezza, intelligence e interessi strategici dello Stato.

E se qualcuno aggira le nuove regole?

La proposta prevede sanzioni pesanti.

Le società messicane che trasferissero azioni a un investitore straniero senza la necessaria autorizzazione, oppure nonostante un diniego, potrebbero essere soggette a multe molto elevate.

La proposta indica una sanzione compresa tra 5.000 e 200.000 UMA, una misura che può arrivare a circa 1,15 milioni di dollari ai valori indicati nelle attuali stime.

L’obiettivo è evidente: rendere molto rischioso tentare di aggirare il nuovo filtro.

Una stretta contro gli investimenti stranieri?

Non necessariamente.

Il governo messicano sostiene che il progetto non mira a chiudere il Paese ai capitali esteri.

La proposta indica infatti principi come non discriminazione, trasparenza, prevedibilità, proporzionalità e responsabilità nella valutazione delle operazioni.

Il problema sarà capire come questi principi verranno applicati concretamente.

Per un investitore straniero la differenza è importante.

Una cosa è sapere in anticipo quali sono le regole.

Un’altra è trovarsi davanti a una procedura nella quale un’autorità può bloccare un’acquisizione sulla base di un concetto ampio come quello di “sicurezza nazionale”.

La proposta arriva in un momento particolare

Il Messico continua ad attirare importanti investimenti internazionali grazie alla sua posizione geografica, alla vicinanza agli Stati Uniti e alla crescente integrazione delle catene produttive nordamericane.

La riforma arriva quindi in un momento nel quale il Paese cerca contemporaneamente di attrarre capitali stranieri e proteggere i propri settori strategici.

È un equilibrio delicato.

Da una parte servono investimenti per creare occupazione, sviluppare infrastrutture e aumentare la competitività.

Dall’altra il governo vuole evitare che capitali stranieri possano acquisire il controllo di attività considerate essenziali per l’interesse nazionale.

Cosa significa per un investitore italiano?

Per le aziende italiane interessate al mercato messicano, la proposta merita attenzione, soprattutto per chi opera nei settori dell’energia, infrastrutture, tecnologia, sanità, automazione, semiconduttori, dati e materie prime.

Ma non bisogna interpretare la proposta come un divieto generale agli investimenti stranieri.

La soglia del 49% e l’appartenenza dell’impresa a un settore considerato strategico saranno elementi fondamentali per determinare se sarà necessaria l’autorizzazione preventiva.

Inoltre, la legge non è ancora entrata in vigore.

Ora la parola passa al Senato

La proposta dovrà essere discussa dal Congresso messicano.

Il testo potrebbe essere modificato durante l’iter parlamentare e, soprattutto, dovranno essere definiti alcuni elementi operativi.

Tra questi c’è anche la soglia patrimoniale delle società alle quali si applicherà il nuovo sistema di autorizzazione.

Secondo l’analisi dello studio legale Pérez Correa González, se la riforma sarà approvata nella forma attuale, la CNIE avrebbe poi fino a 180 giorni per stabilire con una propria risoluzione generale la soglia degli attivi che farà scattare il controllo.

Il Messico alza la guardia

La proposta di Sheinbaum rappresenta quindi un cambiamento significativo nella filosofia con cui il Messico guarda agli investimenti stranieri.

Fino a oggi il criterio era prevalentemente economico.

Con la nuova impostazione entrerebbe in gioco anche una domanda diversa:

questo investimento può rappresentare un rischio per la sicurezza nazionale?

Se la risposta fosse sì, lo Stato potrebbe intervenire.

Il Messico non chiude la porta agli investitori stranieri, ma vuole decidere chi può entrare nei settori più sensibili e a quali condizioni.

Per le imprese straniere, comprese quelle italiane, sarà quindi importante seguire attentamente l’iter della riforma.

Perché se il Congresso approverà il progetto, acquisire il controllo di un’azienda messicana in un settore strategico potrebbe diventare un’operazione molto più complessa di quanto non sia oggi.




Stati Uniti e Venezuela, accordo sul petrolio: Washington punta al controllo di 65 miliardi di barili

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Trump lo definisce “il più grande accordo petrolifero della storia”. Previsti 17 giacimenti strategici e oltre 100 miliardi di dollari di investimenti. Ma sui dettagli dell’intesa restano ancora molte incognite.

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Un accordo destinato a cambiare profondamente i rapporti tra Stati Uniti e Venezuela.

Il presidente americano Donald Trump ha annunciato un’intesa con il governo venezuelano che attribuirebbe agli Stati Uniti il controllo maggioritario su oltre 65 miliardi di barili di riserve petrolifere provate del Venezuela.

Trump lo ha definito senza mezzi termini “il più grande accordo petrolifero della storia mondiale”.

L’annuncio è arrivato venerdì 28 agosto e rappresenta un nuovo, clamoroso capitolo nei rapporti tra Washington e Caracas.

Un quinto circa delle riserve venezuelane

Il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere provate del mondo, stimate dal ministero venezuelano in circa 303,8 miliardi di barili.

I 65 miliardi di barili indicati nell’accordo rappresentano quindi circa un quinto delle riserve complessive del Paese.

Per gli Stati Uniti si tratta di una quantità enorme.

Trump sostiene che l’operazione permetterà di più che raddoppiare le riserve petrolifere americane, aumentando contemporaneamente la disponibilità di greggio e contribuendo, nel lungo periodo, a ridurre il prezzo della benzina negli Stati Uniti.

Diciassette giacimenti strategici

Secondo quanto comunicato dalla parte venezuelana, l’intesa prevede lo sviluppo di 17 campi petroliferi strategici.

Il progetto dovrebbe concentrarsi soprattutto sulla riattivazione e modernizzazione di infrastrutture petrolifere che negli ultimi anni hanno sofferto di una forte riduzione degli investimenti e della produzione.

La presidente ad interim venezuelana Delcy Rodríguez ha parlato di un programma destinato a favorire la ripresa dell’intero settore degli idrocarburi.

Investimenti per oltre 100 miliardi di dollari

Caracas sostiene che l’accordo potrebbe attirare oltre 100 miliardi di dollari di investimenti privati.

Il governo venezuelano prevede inoltre un significativo ritorno fiscale, stimato in circa 209 miliardi di dollari nel corso dello sviluppo del progetto.

Per un Paese che ha attraversato una lunga crisi economica e una drammatica caduta della produzione petrolifera, si tratterebbe di una svolta enorme.

Il petrolio rappresenta infatti il cuore dell’economia venezuelana.

Ma chi controllerebbe realmente il petrolio?

È proprio questo uno dei punti più delicati dell’accordo.

Secondo le informazioni finora disponibili, non sarebbe lo Stato americano a diventare proprietario diretto dei 65 miliardi di barili.

Il progetto dovrebbe essere realizzato attraverso una nuova struttura societaria nella quale le imprese statunitensi avrebbero una posizione dominante.

Secondo Associated Press, la struttura prevista attribuirebbe agli interessi americani circa il 55% della quota operativa, mentre il resto sarebbe affidato a un operatore ancora da definire.

Ed è proprio su questo aspetto che restano ancora numerosi dettagli da chiarire.

Trump: “Aumenterà la sicurezza energetica”

Il presidente americano presenta l’accordo soprattutto come una grande operazione strategica.

Più petrolio venezuelano significherebbe per gli Stati Uniti una maggiore disponibilità di greggio, soprattutto di quello pesante, particolarmente adatto a determinate raffinerie americane.

Washington punta inoltre a ricostituire le proprie riserve strategiche di petrolio, riducendo la vulnerabilità alle oscillazioni dei mercati internazionali.

Trump sostiene che l’accordo contribuirà anche a ridurre i prezzi della benzina per gli automobilisti americani nel lungo periodo.

Caracas parla di rinascita

Il governo venezuelano vede invece nell’intesa l’occasione per ricostruire l’industria petrolifera nazionale.

Delcy Rodríguez ha sottolineato che gli investimenti americani potrebbero permettere di recuperare infrastrutture, aumentare la produzione e modernizzare un settore strategico rimasto per anni in condizioni difficili.

Secondo Caracas, il progetto potrebbe quindi produrre effetti non soltanto sul petrolio, ma sull’intera economia venezuelana.

Dalla rottura al nuovo accordo

L’aspetto forse più sorprendente è proprio questo.

Per anni Washington e Caracas sono state su posizioni diametralmente opposte.

Le sanzioni americane avevano colpito duramente il settore petrolifero venezuelano.

Ora, invece, le due amministrazioni parlano di investimenti, produzione e collaborazione energetica.

I rapporti diplomatici tra i due Paesi sono stati formalmente riavviati nel marzo scorso, dopo sette anni di interruzione.

Il petrolio sembra essere diventato il principale strumento della nuova relazione.

Un accordo ancora tutto da decifrare

L’annuncio è enorme, ma molti dettagli devono ancora essere definiti pubblicamente.

Restano da chiarire, tra le altre cose, la struttura societaria definitiva, le modalità operative, i tempi degli investimenti, il regime fiscale e il quadro giuridico venezuelano nel quale dovranno essere realizzati i progetti.

E c’è un’altra questione importante.

Il petrolio venezuelano è in gran parte greggio pesante, la cui estrazione e raffinazione richiedono infrastrutture e investimenti molto consistenti.

Per questo non bisogna aspettarsi un’improvvisa esplosione della produzione.

Il petrolio non arriverà domani

Gli esperti sottolineano infatti che il recupero dell’industria venezuelana potrebbe richiedere anni.

Le infrastrutture hanno bisogno di importanti interventi e molti impianti necessitano di essere rimessi in funzione.

Perciò l’effetto immediato sui prezzi della benzina negli Stati Uniti potrebbe essere molto più limitato di quanto lasci intendere l’annuncio presidenziale.

Il vero significato dell’accordo potrebbe essere quindi soprattutto strategico e geopolitico.

Washington entra nel cuore dell’economia venezuelana

Se l’intesa verrà realizzata come annunciato, gli Stati Uniti acquisiranno una posizione dominante in una parte enorme dell’industria petrolifera venezuelana.

Non si tratta soltanto di acquistare petrolio.

Si tratta di investire, produrre, gestire infrastrutture e controllare una quota rilevante di una delle più grandi riserve energetiche del pianeta.

Ed è questo che rende l’accordo particolarmente significativo.

Dal confronto politico alla collaborazione petrolifera

In pochi mesi il rapporto tra Washington e Caracas ha compiuto una trasformazione radicale.

Gli Stati Uniti, che per anni hanno esercitato fortissime pressioni sul governo venezuelano, ora diventano il principale partner della ricostruzione petrolifera del Paese.

Il Venezuela, dal canto suo, ottiene la possibilità di attirare capitali enormi e rilanciare il settore sul quale si basa gran parte della propria economia.

Ma la domanda fondamentale resta:

chi guadagnerà di più da questo accordo?

Trump guarda alla sicurezza energetica americana.

Caracas guarda alla ricostruzione del Venezuela.

Le compagnie petrolifere guardano a un mercato gigantesco.

E il mondo guarda a un’intesa che potrebbe ridisegnare gli equilibri energetici dell’intero continente americano.




Le megatiendas cinesi cambiano il commercio dominicano

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Dai piccoli negozi alle grandi superfici: prezzi bassi, migliaia di prodotti e una rete commerciale che si estende ormai in tutta la Repubblica Dominicana.

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Non sono più soltanto i piccoli negozi che si incontrano lungo le strade di Santo Domingo.

In pochi anni, il commercio cinese nella Repubblica Dominicana è cambiato profondamente. Oggi il fenomeno è rappresentato sempre più spesso da grandi superfici commerciali, con migliaia di metri quadrati e un’offerta capace di riunire sotto lo stesso tetto prodotti che normalmente si trovano in negozi completamente diversi.

Il reportage pubblicato da Diario Libre fotografa un’espansione ormai nazionale: Cibao, est, sud, Línea Noroeste e zona di frontiera sono entrati nella nuova geografia delle megatiendas.

E il fenomeno sta modificando profondamente le abitudini dei consumatori dominicani.

Da San Francisco de Macorís a La Vega

Le dimensioni di alcuni di questi nuovi esercizi commerciali sono impressionanti.

A San Francisco de Macorís, il Macorisano Gran Mall occupa circa 23.000 metri quadrati.

A La Vega, El Exitazo arriva a quasi 16.000 metri quadrati.

Sono dimensioni che fanno capire come non si possa più parlare semplicemente della classica “tienda china” di quartiere.

Il modello è quello della grande superficie.

In un unico spazio il cliente può trovare ferramenta, articoli per la casa, abbigliamento, prodotti di bellezza, tecnologia, elettrodomestici e moltissime altre merci.

Una formula che permette di competere contemporaneamente con numerose categorie di commercianti dominicani.

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Il prezzo resta l’arma principale

Uno degli elementi che spiegano il successo di queste attività è naturalmente il prezzo.

Diario Libre racconta, per esempio, il caso di una cliente che ha trovato in un negozio cinese una chiave a 30 pesos, dopo averne pagata 150 per un prodotto che considerava equivalente in un commercio tradizionale.

Una differenza enorme.

Per il consumatore è un vantaggio immediato.

Per il piccolo commerciante dominicano, invece, rappresenta un problema difficile da affrontare.

Un negozio di dimensioni ridotte acquista quantità inferiori, sostiene costi unitari maggiori e spesso non dispone del capitale necessario per mantenere un assortimento altrettanto vasto.

Non è soltanto una questione di prezzo

La vera novità, però, è probabilmente un’altra.

Queste imprese stanno sviluppando un modello commerciale integrato, nel quale importazione, distribuzione, approvvigionamento e vendita sono strettamente collegati.

Secondo l’analisi di Diario Libre, le reti imprenditoriali cinesi condividono spesso fornitori, informazioni, logistica e, in alcuni casi, anche forme di finanziamento.

Questo permette di acquistare grandi quantità di prodotti e ridurre il costo unitario.

È una scala commerciale alla quale molti piccoli e medi commercianti dominicani fanno fatica a rispondere.

La nuova geografia del commercio

La crescita non riguarda più soltanto Santo Domingo e Santiago.

A Puerto Plata vengono segnalati più di dodici esercizi commerciali cinesi, con altri in fase di apertura.

A Higüey sono presenti numerose grandi superfici.

A Barahona, alcuni negozi hanno trasformato la città in un punto di riferimento commerciale anche per consumatori provenienti da altre province del sud.

E la presenza arriva fino alla Línea Noroeste e alla frontiera, dove sono stati individuati numerosi esercizi collegati a proprietari o capitali cinesi.

Anche Santo Domingo sta cambiando

Il fenomeno è particolarmente evidente nella capitale.

Un’analisi pubblicata nei giorni scorsi da Diario Libre sulle arterie commerciali Duarte, Mella e José Martí ha individuato 247 attività: 151 dominicane e 82 cinesi.

Sono numeri che mostrano quanto rapidamente sia cambiato il volto commerciale di alcune delle zone storicamente più importanti di Santo Domingo.

La presenza cinese non è più marginale.

È ormai una componente significativa del paesaggio economico urbano.

Il problema della concorrenza

Naturalmente, la crescita di questi esercizi genera anche discussioni.

Le associazioni commerciali dominicane chiedono da tempo che tutti gli operatori siano sottoposti alle stesse regole fiscali, doganali, lavorative e amministrative.

Il problema, quindi, non dovrebbe essere la nazionalità del proprietario.

La questione è un’altra:

tutti devono poter competere alle stesse condizioni.

È questo il punto sottolineato anche da rappresentanti del commercio di Santiago: la preoccupazione, spiegano, non riguarda l’origine degli imprenditori, ma l’eventuale mancato rispetto delle norme, che potrebbe creare una situazione di concorrenza sleale.

Un fenomeno che lo Stato deve seguire

Un precedente reportage di Diario Libre aveva evidenziato anche le difficoltà dello Stato nel costruire una fotografia completa del fenomeno.

Tra il 2020 e l’aprile 2025, la Dirección General de Aduanas (DGA) ha sottoposto a controllo 181 esercizi commerciali di origine cinese. Le verifiche avevano prodotto rilevanti contestazioni fiscali e doganali, comprese irregolarità relative alla dichiarazione del valore delle merci.

Questo non significa naturalmente che tutti i commercianti cinesi operino irregolarmente.

Significa però che la crescita del settore richiede controlli efficaci e uguali per tutti.

Il commercio dominicano deve reagire

La questione non può essere risolta semplicemente chiedendo di fermare l’espansione delle grandi superfici.

Il commercio internazionale e gli investimenti stranieri fanno parte dell’economia moderna.

Ma il commercio dominicano deve avere la possibilità di competere.

E qui emergono alcune delle sue debolezze storiche: scarso accesso al credito, piccoli volumi di acquisto, costi elevati, difficoltà logistiche e poca capacità di investimento.

Secondo gli esperti citati da Diario Libre, la risposta potrebbe passare dalla specializzazione, dal miglioramento del servizio, dalle garanzie post-vendita, dalla digitalizzazione e soprattutto dalla collaborazione tra piccoli commercianti per ottenere maggiore potere d’acquisto.

Il cliente, alla fine, decide

C’è però un elemento che non può essere ignorato.

Il consumatore dominicano sta votando con il portafoglio.

Se trova in un unico posto migliaia di prodotti, prezzi competitivi, ampi spazi e orari comodi, è naturale che sia attratto da questo nuovo modello.

E quando una megatienda riesce a diventare una destinazione commerciale, il suo bacino di clienti può estendersi ben oltre il quartiere nel quale si trova.

È quello che sta accadendo in diverse province.

Da negozio a destinazione

La differenza è importante.

Il vecchio negozio cinese poteva essere un’attività di prossimità.

La megatienda è invece un luogo verso il quale il consumatore decide di spostarsi appositamente.

Può arrivare da un’altra zona della città o addirittura da un’altra provincia.

Questo modifica anche il traffico, l’uso del territorio e la struttura commerciale delle città.

Non è più soltanto una questione economica.

È anche un fenomeno urbanistico e sociale.

Una trasformazione che è appena cominciata

Il fenomeno delle megatiendas cinesi mostra quindi una Repubblica Dominicana che sta cambiando rapidamente.

Il commercio tradizionale non scompare necessariamente.

Ma deve confrontarsi con un concorrente che dispone di grandi superfici, grande capacità di acquisto, vasto assortimento e prezzi difficili da eguagliare.

E la competizione non riguarda più soltanto Santo Domingo.

È arrivata nelle province.

È arrivata nel Cibao.

È arrivata nel sud.

È arrivata nella zona orientale.

Ed è arrivata persino alla frontiera.

Le “tiendas chinas” non sono più soltanto negozi cinesi.

Sono diventate una nuova forma di distribuzione commerciale che sta modificando cosa comprano i dominicani, dove lo comprano e quanto sono disposti a pagarlo.

La vera domanda, adesso, non è se questo modello continuerà a crescere.

È come il commercio dominicano riuscirà a competere con esso.




Il Chianti conquista il Canada: due appuntamenti a Toronto e Montréal

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Il vino simbolo della Toscana torna protagonista sul mercato canadese con due masterclass dedicate al territorio e al Sangiovese.

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Il Chianti torna a raccontarsi in Canada.

Il 31 agosto a Toronto e il 1° settembre a Montréal, il Consorzio Vino Chianti organizzerà due appuntamenti dedicati agli operatori del settore, agli importatori, ai giornalisti e ai professionisti del vino. Sarà l’occasione per presentare non soltanto le caratteristiche del Chianti DOCG, ma soprattutto la ricchezza dei territori e delle diverse sottozone nelle quali nasce.

È la terza iniziativa di questo tipo organizzata dal Consorzio in Canada, dopo quelle avviate nel 2024, a conferma dell’importanza che il mercato canadese sta assumendo per il vino italiano.

Il vino come racconto del territorio

L’obiettivo delle due giornate non sarà semplicemente quello di far degustare alcuni vini.

Il Chianti verrà presentato come espressione di un territorio, di una storia e di una cultura agricola che affonda le proprie radici in Toscana.

Il protagonista sarà naturalmente il Sangiovese, il vitigno che caratterizza la denominazione, ma l’attenzione sarà rivolta anche alle differenze che esistono tra le varie zone di produzione.

Perché un Chianti non è soltanto una bottiglia.

È anche il territorio che quella bottiglia racconta.

Prima tappa: Toronto

Il primo appuntamento è fissato per lunedì 31 agosto, dalle 10 alle 12, presso l’Aria Ristorante di Toronto.

La masterclass si intitola “Chianti: The Geometry of Terroir. Mapping the Diversity, Sub-zones, and Soul of Tuscany’s Most Iconic Appellation”.

A guidare la degustazione sarà Megha Jandhyala, che presenterà cinque Chianti DOCG rappresentativi della denominazione e delle sue diverse espressioni territoriali.

L’idea è quella di permettere agli operatori canadesi di comprendere meglio quanto possa essere vario un vino che, spesso, viene identificato semplicemente con il nome della denominazione.

Il giorno dopo si vola a Montréal

Dopo Toronto sarà la volta di Montréal.

Martedì 1° settembre, dalle 10 alle 12, l’appuntamento sarà all’Institut de tourisme et d’hôtellerie du Québec (ITHQ).

Qui la masterclass sarà condotta dalla Master of Wine Jacky Blisson e avrà come tema “La Renaissance du Chianti: l’évolution d’un classique contemporain”.

Il percorso sarà dedicato all’evoluzione del Chianti contemporaneo, con particolare attenzione all’altitudine, alla freschezza e alle nuove interpretazioni del Sangiovese e dei vitigni ad esso collegati.

Anche a Montréal è prevista una degustazione rappresentativa della denominazione e dei suoi diversi territori.

Il Canada guarda con interesse al vino italiano

La scelta di tornare in Canada per la terza volta non è casuale.

Il mercato canadese continua a mostrare interesse per i vini italiani e rappresenta uno sbocco importante per l’export enologico del nostro Paese. Secondo dati Istat riportati da fonti di settore, nei primi quattro mesi del 2026 le esportazioni di vino italiano verso il Canada hanno raggiunto circa 125,5 milioni di euro.

Il vino italiano, quindi, non viene visto soltanto come prodotto da acquistare.

Sempre più spesso viene presentato attraverso storie, territori e percorsi di degustazione.

Ed è proprio questa la strategia scelta dal Consorzio.

La cultura del vino prima della vendita

Il presidente del Consorzio Vino Chianti, Giovanni Busi, ha sottolineato come il Canada sia un mercato particolarmente ricettivo e come la promozione debba passare dalla cultura e dalla formazione degli operatori.

È un approccio interessante.

Un importatore o un sommelier che conosce le differenze tra le varie zone del Chianti può raccontarle meglio al proprio cliente.

E un consumatore che conosce la storia di un vino può apprezzarlo anche al di là del semplice prezzo della bottiglia.

Un pezzo d’Italia sulle tavole canadesi

Il successo internazionale del Chianti racconta anche una delle caratteristiche più forti del Made in Italy.

L’Italia riesce a esportare non soltanto prodotti, ma stili di vita e cultura.

Una bottiglia di Chianti porta con sé immagini della Toscana, delle colline, dei vigneti, dei borghi e della tradizione contadina.

Quando arriva sulle tavole di Toronto o Montréal, porta quindi con sé un piccolo pezzo d’Italia.

Una promozione che continua

Le due masterclass fanno parte di un programma di promozione internazionale sostenuto anche dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste.

Le iniziative sono organizzate da IEM – International Event & Exhibition Management.

Il progetto dimostra come la promozione del vino italiano all’estero sia diventata sempre più articolata: non soltanto fiere e degustazioni, ma incontri professionali destinati a costruire conoscenza e relazioni commerciali.

Dal bicchiere alla conoscenza

Ed è forse questo il significato più interessante dell’iniziativa.

Il Chianti non arriva in Canada semplicemente per essere bevuto.

Arriva per essere spiegato.

Si raccontano le sue colline, le sue sottozone, il Sangiovese, le tecniche di produzione e l’evoluzione della denominazione.

Perché conoscere un vino significa anche conoscere il luogo che lo produce.

Toronto e Montréal diventano così, per due giorni, piccole ambasciate del Chianti.

E dietro ogni bicchiere degustato ci sarà una storia che parte dalla Toscana e attraversa l’oceano.

Una storia fatta di territorio, tradizione e capacità di rinnovarsi.

Il Made in Italy, ancora una volta, passa anche da un calice.





Il cacao per lo sviluppo del Centro America: l’Italia punta su qualità, turismo e piccoli produttori

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IILA e AICS sostengono progetti in El Salvador, Guatemala e Honduras per trasformare il cacao in una risorsa economica e culturale.

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Il cacao può essere molto più di una materia prima.

Può diventare lavoro, turismo, identità territoriale e una possibilità concreta di sviluppo per le comunità rurali dell’America Centrale.

È questa l’idea alla base di alcuni progetti sostenuti dalla Cooperazione italiana attraverso l’IILA – Organizzazione Internazionale Italo-Latino Americana e l’AICS – Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo.

L’obiettivo è valorizzare il cacao prodotto in El Salvador, Guatemala e Honduras, migliorandone la qualità e creando intorno a questo prodotto una vera filiera economica e turistica.

Il progetto più particolare è la creazione di una vera e propria “Rotta del Cacao” centroamericana.

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L’iniziativa punta a trasformare il cacao in un elemento di attrazione turistica, collegando produzione agricola, cultura, territorio e gastronomia.

Il progetto interessa in particolare El Salvador, Guatemala e Honduras e mira a creare itinerari nei quali il visitatore possa conoscere non soltanto il prodotto finito, ma anche il territorio nel quale il cacao viene coltivato e trasformato.

È una formula che ricorda da vicino altre esperienze di turismo rurale e gastronomico sviluppate in diverse regioni del mondo.

Il principio è semplice: non vendere soltanto il prodotto, ma raccontare la storia che c’è dietro.

Il 18 agosto, a San Salvador, esperti italiani dell’IILA hanno incontrato rappresentanti dell’Agenzia di Promozione del Turismo dell’America Centrale, CATA, e della Salvadoran Tourism Corporation, CORSATUR.

Al centro dell’incontro c’erano proprio lo sviluppo della Rotta del Cacao e la costruzione di un marchio identitario per il cacao salvadoregno.

Non si tratta quindi soltanto di aumentare la produzione.

L’obiettivo è fare in modo che il cacao venga riconosciuto per le sue caratteristiche e per il territorio dal quale proviene.

Il progetto è entrato nella fase tecnica e formativa.

Sono previste inoltre consulenze personalizzate per i 10 imprenditori meglio valutati in ciascun Paese, che dovrebbero diventare i pionieri della nuova Rotta del Cacao.

È un passaggio importante.

Perché dietro una grande strategia di sviluppo devono esserci persone capaci di trasformarla in attività concrete.

Piccoli produttori, imprenditori, trasformatori e operatori turistici possono diventare i protagonisti di una filiera nella quale il valore del cacao rimane maggiormente sul territorio.

Un altro progetto, REVICACAO, punta invece alla rivitalizzazione della filiera del cacao di qualità in America Centrale e nei Caraibi.

In El Salvador, nel giugno scorso, l’IILA ha avviato anche lo sviluppo di un’applicazione digitale destinata alla gestione dei servizi Bean to Bar, cioè il processo che accompagna il cacao dalla fava fino alla trasformazione in cioccolato.

L’applicazione è stata sperimentata direttamente nelle piantagioni di cacao di Usulután, Jayaque, Comasagua e Santa María Ostuma.

Un aspetto particolarmente interessante è che le prove sono state effettuate anche in zone con connettività limitata, per verificare che lo strumento potesse essere realmente utilizzato dai produttori.

La cooperazione italiana non punta però esclusivamente alla digitalizzazione.

Uno degli obiettivi fondamentali è migliorare la qualità della produzione e rendere più sostenibile l’intera filiera.

I programmi AICS dedicati al cacao hanno previsto, tra le altre cose, il rafforzamento delle cooperative di piccoli produttori, la produzione di cacao certificato e il miglioramento delle tecniche agricole e agroforestali.

Questo significa lavorare sulla coltivazione, sulla qualità delle piante, sulla gestione del terreno e sulla trasformazione.

È forse questo l’aspetto più interessante dell’intero progetto.

Il cacao non viene considerato soltanto come una merce da vendere.

Può diventare un simbolo del territorio.

Il gusto di un cacao può essere legato al clima, al terreno, alle varietà coltivate e alle tecniche utilizzate dai produttori.

Ma può essere legato anche alla storia delle comunità che lo coltivano.

È proprio questa combinazione tra prodotto e territorio che può permettere al cacao centroamericano di acquisire un valore maggiore.

Immaginiamo un turista che arriva in El Salvador.

Non soltanto una visita alla capitale o alle spiagge.

Può entrare in una piantagione, vedere come cresce il cacao, conoscere i produttori, assistere alla trasformazione delle fave e infine assaggiare il cioccolato prodotto localmente.

Una semplice visita può quindi trasformarsi in una esperienza culturale e gastronomica.

Ed è questo il concetto della Rotta del Cacao.

Il turismo diventa un ulteriore mercato per le comunità agricole.

Il progetto ha inoltre una dimensione regionale.

L’esperienza sviluppata in Centro America può diventare interessante anche per altri Paesi dell’area caraibica dove il cacao rappresenta una risorsa agricola importante.

L’AICS, attraverso la propria sede di San Salvador, ha infatti competenza regionale sull’America Centrale e su diversi piccoli Stati insulari dei Caraibi, lavorando con un approccio territoriale e multisettoriale.

Per questo l’esperienza centroamericana potrebbe avere sviluppi anche oltre i tre Paesi direttamente coinvolti nella Rotta del Cacao.

Questa storia racconta bene come sia cambiata la cooperazione internazionale.

Non si tratta semplicemente di portare aiuti.

Si tratta di trasferire competenze, tecnologia e formazione, aiutando le comunità locali a costruire attività economicamente sostenibili.

L’Italia mette a disposizione esperti, conoscenze e strumenti.

I produttori locali mettono la terra, il lavoro e una tradizione agricola.

Il risultato che si cerca è una collaborazione nella quale il protagonista finale rimane il territorio.

La sfida sarà naturalmente trasformare questi progetti in risultati duraturi.

Una Rotta del Cacao funziona soltanto se esistono produttori organizzati, infrastrutture, servizi turistici, qualità del prodotto e soprattutto visitatori interessati.

Ma la direzione è interessante.

Perché significa provare a creare valore direttamente nelle comunità rurali, invece di limitarsi all’esportazione della materia prima.

E questo può fare una grande differenza.

C’è infine un aspetto che riguarda direttamente l’immagine dell’Italia in America Latina.

Quando si parla di rapporti tra Italia e Centro America si pensa spesso agli investimenti, alle imprese, alla gastronomia o alla cultura.

Ma esiste anche una presenza italiana fatta di cooperazione allo sviluppo e trasferimento di conoscenze.

Il cacao è soltanto uno degli esempi.

E forse è proprio questa la parte più interessante della storia:

aiutare un territorio a valorizzare ciò che già possiede.

Non portare una ricchezza dall’esterno.

Ma contribuire a far scoprire il valore di una ricchezza che era già lì.

Dal seme al cioccolato, passando per il territorio

La nuova Rotta del Cacao non sarà soltanto un itinerario turistico.

Se il progetto riuscirà nei suoi obiettivi, potrà diventare un modello di sviluppo nel quale agricoltura, turismo, cultura, tecnologia e formazione lavorano insieme.

E dietro una tavoletta di cioccolato centroamericano ci sarà finalmente qualcosa in più del suo sapore: ci sarà il volto di chi lo ha coltivato, il territorio dal quale proviene e una comunità che prova a costruire il proprio futuro.