USA. Più guadagni e meno lavori

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downloadNegli ultimi tre anni i lavoratori americani hanno ridotto il numero di ore che trascorrono al lavoro, ma nessuno lo ha fatto come i giovani nuovi ricchi, quelli che solitamente erano costretti a rimanere focalizzati sulle proprie mansioni per molte ore a settimana.

Lo sostiene uno studio condotto dalla Washington University di Saint Louis, nel Missouri. Il 10% degli uomini che guadagnano di più nel mercato statunitense ha lavorato 77 in meno nel 2022, in media, rispetto a coloro che appartenevano allo stesso gruppo di reddito nel 2019. Tutto questo si traduce in circa un’ora e mezzo in meno in ufficio (o in smartworking), ovvero una riduzione del 3% del totale.

Anche in ambito femminile si registra un calo, anche se più contenuto: la riduzione per il 10% delle donne che guadagnano di più è pari a 29 ore, il che si traduce in circa mezz’ora di lavoro in meno a settimana. La gran parte degli uomini (fascia di età compresa tra i 25 e i 39 anni) “stacanovisti” ha preso questa decisione consapevolmente afferma Yongseok Shin, professore di economia e coautore dell’articolo. E non è un elemento sottovalutare soprattutto perché “queste sono le persone che hanno potere di contrattazione” ovvero “hanno il privilegio di decidere quante ore lavorare senza preoccuparsi troppo del loro sostentamento economico”.

Il documento pubblicato dal National Bureau of Economic Research, non ancora sottoposto a peer review, suggerisce che le persone con un reddito elevato avevano maggiori probabilità di beneficiare di accordi di lavoro flessibili. Anche questo fattore viene annoverato come ipotetica causa della riduzione delle ore di lavoro.

Prima della pandemia, Eli Albrecht, facoltoso avvocato attivo nella zona di Washington, lavorava dalle 80 alle 90 ore alla settimana. Ora dice di lavorare dalle 60 alle 70 ore alla settimana. È un dato comunque più alto rispetto alla maggior parte degli uomini in America, che nel 2021, secondo i dati federali, lavoravano in media 40,5 ore alla settimana. Tutto è cambiato quando ha condiviso con la moglie l’impegno di seguire i compiti scolastici assegnati tramite Zoom ai suoi due figli. Ha mantenuto l’orario ridotto anche dopo le riaperture per “avere più tempo per la famiglia”.”Una volta pensavo – e molti padri lo pensano – che il solo fatto di provvedere alla famiglia dal punto di vista economico fosse sufficiente. Ma non è così”.

La flessione, secondo quanto documentato dallo studio, si è verificata nel momento in cui molti professionisti hanno rivalutato le proprie ambizioni e le loro priorità. Una nuova mentalità che è diventata tendenza: incoraggiati da un mercato del lavoro forte, milioni di americani hanno lasciato il lavoro in cerca di orari migliori e maggiore flessibilità.

Altri dati del Census Bureau suggeriscono che gli uomini con famiglia, in particolare, lavorano sempre meno. Tra il 2019 e il 2021, gli uomini sposati hanno dedicato in media 13 minuti in meno al lavoro ogni giorno, secondo l’American Time Use Survey, che non ha ancora pubblicato i dati relativi al 2022. Il tempo risparmiato è stato dedicato alla socializzazione e al relax, oltre che alle attività domestiche.

La quantità di tempo che gli uomini single, o senza figli, hanno dedicato al lavoro è cambiata di poco nello stesso periodo.  Coloro che hanno un salario basso hanno invece visto aumentare le loro ore di lavoro. Un aumento di circa 41 ore nel 2022 rispetto al 2019.

Per le donne il dato peggiora: sono ben 52 le ore passate in più “in ufficio”. Maryann B. Zaki, madre di tre figli, che ha lavorato in diversi studi legali, anche di grandi dimensioni, ha recentemente avviato un proprio studio a Houston, che le consente di avere un maggiore controllo sui propri orari. Dice di aver notato che sempre più uomini nel suo settore optano per orari ridotti, a volte lavorando l’80% delle ore normalmente previste (che possono variare da 40 a più di 80 a settimana) in cambio di una riduzione del 20% dello stipendio. Per un avvocato medio, ciò equivale a una riduzione dello stipendio di decine di migliaia di dollari all’anno. Tutto nel nome di un maggiore equilibrio, per concentrarsi su altri aspetti della vita esterni alla carriera.




Macfrut 2023 arriva in Venezuela

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26veneuelamacfruitCon la missione di questi giorni in Venezuela si conclude la serie di presentazioni di Macfrut 2023 nei Paesi del Sud America in un percorso che ha toccato Repubblica Dominicana, Panama, Colombia, Cile e Perù. Il fil rouge a unire queste missioni è la 40esima edizione della fiera internazionale dell’ortofrutta al Rimini Expo Centre (3-5 maggio) che porrà il suo focus estero sul Continente Latinoamericano protagonista con i Latin American Days, dedicando un intero padiglione a quell’area.
Tra i Paesi partecipanti c’è anche il Venezuela presente all’edizione 2023 con una decina di imprese. La scelta di Macfrut fa seguito alla positiva esperienza dello scorso anno in una partecipazione che fece parlare per essere la prima a questa fiera e soprattutto per l’apertura al mondo dopo il difficile periodo dell’embargo americano (2015) che aveva limitato i rapporti commerciali.
“Dopo anni non semplici il Venezuela sta vivendo un periodo di tranquillità sociale e ripresa economica – spiega Renzo Piraccini, Presidente di Macfrut – L’ortofrutta può svolgere un ruolo importante per la sua crescita. Il Venezuela è un grande produttore di frutta tropicale (banane, ananas e avocado in primis) con fiorenti colture di patate e insalata nella fascia andina. Dal nostro Paese sono alla ricerca di tecnologia per aumentare i volumi soprattutto per sviluppare la produzione per il mercato interno”.
La missione ha visto la partecipazione del Presidente di Macfrut Renzo Piraccini, del Presidente del Cermac Enrico Turoni e dell’Ambasciatrice del Venezuela in Italia Maria Elena Uzzo. Macfrut è stato presentato al Ministro dell’Agricoltura del Venezuela Wilmar Castro Soteldo, il Presidente del CIIP (Centro Internacional de Inversiones Productivas) e i vertici di Bancoex (Banco del Commercio Estero).
La missione prosegue con la visita ad aziende agricole, centri di confezionamento e supermercati. (aise) 




A Parigi, Londra e San Francisco le startup innovative italiane

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25smauTre tappe per presentare all’estero le startup innovative italiane. Ad organizzarle sono Smau e Agenzia Ice che hanno aperto le selezioni per la partecipazione a tre distinte missioni in programma a Parigi (23-24-25 marzo), Londra (2-3-4 maggio) e San Francisco (22-23-24-25 maggio).
La partecipazione all’iniziativa ha l’obiettivo di sviluppare relazioni commerciali, partnership industriali e finanziarie, progetti di open innovation e attività di co-innovazione e favorire processi di cross-fertilization interregionale e internazionale.
Ogni tappa sarà scandita secondo un format che si è consolidato negli ultimi sette anni.
Il primo giorno prevede un ricevimento serale presso l’Ambasciata italiana, alla presenza dei rappresentanti istituzionali, delle startup selezionate, degli investitori, delle corporates e degli abilitatori complessivamente coinvolti nell’iniziativa, tra italiani e internazionali (nell’ultima edizione realizzata hanno preso parte a questo momento 300 partecipanti delle categorie indicate).
Il secondo giorno, invece, si terrà un evento della durata di tutta la giornata (presso StationF a Parigi, presso The Old Truman Brewery a Londra e presso Innovit a San Francisco), con incontri di matching e speed pitching di presentazione delle startup italiane al pubblico di investitori e corporates internazionali interessati a conoscerle.
Il terzo giorno (e il quarto per la sola tappa di San Francisco) è previsto un tour dei luoghi dell’innovazione mediante visita ad alcuni incubatori e acceleratori della città, per stimolare la nascita di partnership tra gli stessi e l’ecosistema italiano che partecipa all’iniziativa.
Per partecipare alle tappe estere del circuito SMAU 2023 le startup devono avere sede legale e/o operativa in Italia ed essere iscritte come “startup innovative” nell’apposita sezione speciale del Registro delle Imprese.
Gli altri requisiti sono: un contenuto innovativo del prodotto o servizio presentato; prodotto o servizio b2b o, se b2c, con interesse a partnership industriali e/o finanziarie; prodotto o servizio già industrializzato e pronto per il mercato, con interesse a sviluppo internazionale; linee tecnologiche di sviluppo coerenti con uno o più dei seguenti ambiti: Agrifood, Smart Manufacturing & Industry 4.0, Smart Communities, Mobility, eHealth, Retail, Travel, Fintech & Insurtech; disponibilità di referenze (clienti o PoC già realizzati) o, in alternativa, avere nella compagine sociale un’impresa già consolidata o essere stati oggetto di un investimento.
Per partecipare occorre inviare la candidatura della propria start up entro il 31 gennaio, compilando il modulo online. (aise) 




Fiat Uno. 40 anni e non li dimostra

fiat uno

fiat uno
Fiat Uno

La Fiat Uno compie 40 anni e festeggia un anniversario importante, in un momento in cui il marchio è a una nuova svolta, come allora.
Infatti, una volta avviato il processo di elettrificazione, con le auto ibride, Fiat è passata anche alle auto elettriche pure con la 500e, e si sta avviando verso la transizione energetica.
Nel 1983, con un investimento di 1 miliardo di lire, la Fiat Uno è l’auto della ripresa.
Un veicolo che, a fine carriera, ha venduto più di 9 milioni di unità.
Ha portato innovazione, basata sullo stile firmato Giugiaro, e ha potuto contare su una campagna di comunicazione innovativa, con un linguaggio moderno.
Lo spot, realizzato con la prestigiosa partecipazione del giornalista e illustratore italiano Giorgio Forattini, recitava frasi come: “è comodo”, “è chic”, “è economico” e, per la versione diesel, “è da viaggio”.
L’atmosferico 1.3 diesel, infatti, prometteva, sempre sulla base del lancio pubblicitario, di far dimenticare la “supertassa automobilistica” (tassa di circolazione obbligatoria per i proprietari di autoveicoli destinati al trasporto promiscuo di persone e cose, la cui portata superi una certa soglia, nd).
Auto dell’anno nel 1984, la Fiat Uno aveva interni lungimiranti, così come la linea esterna del parabrezza inclinato, che favoriva un Cx di 0,33.
La strumentazione era infatti affiancata da due satelliti, e non mancavano soluzioni originali, come il posacenere, che poteva scorrere lungo la plancia, o il clacson integrato nel comando a freccia.
Inizialmente, nel 1983, le motorizzazioni erano 900, 1.100 e 1.300 cc, con potenze comprese tra 45 e 70 CV e, pochi mesi dopo il lancio, si aggiunse il diesel atmosferico da 45 CV.
Due anni dopo arrivò il Turbo i.e. con 105 CV poteva raggiungere una velocità massima di 200 km/h, e sulla 45 entrò in gamma il motore Fire 1.0, che sostituì il precedente propulsore di derivazione Fiat 127.
Nel 1986 il turbo arrivò anche alla versione diesel, e debuttò così la Uno Turbo D 1.4 da 70 CV.
Esisteva anche una versione con cambio automatico a variazione continua, denominata Selecta, per arricchire la gamma che, anno dopo anno, andava acquisendo diversi aggiornamenti tecnici.
Con il restyling del 1989, la Uno riprende diversi spunti stilistici dall’allora sorella maggiore, la Tipo, e prima di passare alla Punto, abbassa il Cx a 0,30.
Inoltre, ha ridefinito il design degli interni in modo più tradizionale e aumentato le prestazioni dei motori, con il Turbo i.e. che raggiunse il traguardo dei 118 CV, grazie all’aumento della cilindrata a 1.372 cc, e all’adozione della turbina Garrett T2 al posto dell’IHI montato nella prima serie. (ANSA).




Vinitaly va in USA

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24vinitalyEntra nel vivo il Roadshow di Vinitaly, il viaggio in tre continenti per promuovere l’unicità dell’offerta delle produzioni made in Italy e consolidare i rapporti in mercati strategici per l’export.
Dopo le prime tappe in Austria e a Princeton negli Usa, atterra oggi a New York (fino a domani) e in contemporanea nel Vecchio Continente, a Copenaghen, con l’appuntamento che prevede la presenza di decine di operatori e top buyer danesi.
Esordio del Roadshow di promozione del vino italiano e di incoming di buyer targato Vinitaly, la tappa austriaca di Rust (19 gennaio), secondo Veronafiere, ha dimostrato tutta la centralità del brand Italia per la domanda austriaca.
Sono infatti circa 80 i professionisti del settore intervenuti ai tasting di altrettante etichette tricolore per l’avvio del tour che, nel giro di un mese, porterà Vinitaly in 3 continenti. Secondo l’analisi dell’Osservatorio Uiv-Vinitaly, il Belpaese è storicamente il principale fornitore di vino in Austria: su un totale di 224 milioni di euro e 700 mila ettolitri importati nel 2021, il prodotto italiano rappresenta infatti una quota a volume del 60%, con una crescita poderosa del comparto spumanti, prima voce dell’export tricolore con 76mila ettolitri. L’obiettivo di Vinitaly è consolidare una leadership minacciata in particolare dalla crescita del competitor tedesco, che nell’ultimo decennio ha eroso di 5 punti la quota di mercato italiana.
È stata invece Princetona dare il via ieri alla 3 giorni del vino made in Italy negli Usa, principale mercato enologico al mondo con un valore di oltre 7 miliardi di dollari di vino importato nel 2021.
Qui il primo fornitore a valore è la Francia (36% del totale e +9% di crescita media annua – Cagr – 2021/10, determinato dal rimbalzo clamoroso dello Champagne nel post-Covid), seguita dall’Italia (32% di quota e Cagr a +6%, generato dalla crescita del Prosecco), leader a volume.
Oltre al Prosecco, che dal 2017 al 2021 ha registrato una crescita media annua del 22% (+1% la performance dei fermi), tra le tipologie italiane più rappresentative prevalgono a valore i vini rossi toscani Dop – soprattutto Chianti, Chianti Classico e Brunello – che movimentano un export di oltre 214 milioni di euro (2021), assieme ai bianchi del Nordest, ovvero Pinot grigio e Soave: 224 milioni complessivi, suddivisi equamente tra Veneto e Trentino-Alto Adige.
Per Vinitaly, l’obiettivo è consolidare le piazze storicamente presidiate dall’Italia e aprire strade importanti in aree a forte sviluppo potenziale. Ai banchi di degustazione di Princeton e New York circa un centinaio di operatori tra buyer e stakeholder del comparto vino.
Con la tappa danese di oggi, 24 gennaio, a Copenaghen– alla quale sono attesi più di 50 partecipanti –, Vinitaly sbarca su una delle destinazioni più vivaci del Nord Europa sul fronte della domanda, con un valore import nel 2021 di 774 milioni di euro e un volume di circa 2,1 milioni di ettolitri. Primo Paese fornitore di vino è l’Italia, con una quota di mercato per volume pari al 22%, in sensibile aumento rispetto al 2010 (Cagr +2%). Seguono Francia (stabile), Spagna (+3% e quota del 13%) e Australia. In forte crescita, anche qui, gli spumanti tricolore, che segnano un progressivo dal 2010 del 3%, equivalenti a 33mila ettolitri di prodotto nel 2021.
Il Roadshow, realizzato assieme a Ice-Agenzia, è lo strumento operativo di un progetto di presidio stabile sui mercati chiave al servizio del made in Italy. Tredici tappe in 9 Paesi – che valgono complessivamente i 2/3 delle esportazioni italiane – al centro della promozione e del b2b di Vinitaly per un programma scelto in base all’analisi delle piazze – consolidate ed emergenti – considerate a maggior sviluppo potenziale per il vino italiano. (aise) 




Roma desidera organizzare Expo 2030

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171159066 98d9d3f7 84f6 4768 b13a 58561ab61f05Da domani a mercoledì Dimitri Kerkentzes, segretario generale del Bureau International des Expositions, sarà a Roma per una tre giorni di incontri con istituzioni e imprese e di sopralluoghi nelle location pensate per ospitare la candidatura della Capitale ad Expo 2030.

È una visita molto importante, non sarà l’unica quest’anno. A novembre l’assemblea generale del Bie sarà chiamata a scegliere la sede della rassegna in programma nel 2030. La competizione è serrata, negli ultimi mesi il funzionario del Bie ha già visitato Riad in Arabia Saudita e Busan in Corea, le candidate concorrenti assieme ad Odessa in Ucraina.

Il funzionario del Bie è atteso dauna serie di incontri strettamente riservati, dal sindaco Roberto Gualtieri al presidente del Comitato promotore Roma Expo 2030 Giampiero Massolo passando per ministri ed imprenditori. In programma ci sarebbe anche la vista a Tor Vergata, la location proposta per sviluppare i padiglioni della rassegna romana, pensata con il titolo “Persone e territori: rigenerazione, inclusione e innovazione”.

La partita è aperta. Le variabili nella geopolitica dei grandi eventi sono numerose. Negli ultimi anni i Paesi del Golfo persico hanno ottenuto molto, anche per la capacità di mobilitare risorse ingenti: tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022 si e’ svolta a Dubai Expo 2020 – in ritardo a causa della pandemia di Covid – mentre il mese scorso sono stati disputati i mondiali di calcio in Qatar.

Non stupirebbe, dunque, il tris con una nova Expo. Da settimane, però, l’inchiesta giudiziaria Qatargate aperta a Bruxelles, che al momento coinvolge diversi europarlamentari in carica o passati, ha fatto balenare l’ipotesi di una presunta filiera di corruzione per accreditare l’emirato di Doha in Europa in vista di grandi eventi.

L’oriente invece ospiterà la prossima edizione di Expo, nel 2025 a Osaka in Giappone. Forse un appuntamento troppo ravvicinato per poter bissare subito dopo con una rassegna in Corea. Discorso a parte per Odessa, con l’Ucraina da quasi un anno alle prese con l’invasione delle truppe russe.

La futura ricostruzione tramite fondi internazionali potrebbe passare anche dai grandi eventi ma l’incertezza sulla durata del conflitto pone un grande punto interrogativo sulla reale fattibilità dell’evento. Poi c’è Roma, con la sua storia e il fascino delle bellezze archeologiche e architettoniche millenarie. Ma anche con le tante contraddizioni di una Capitale che fatica a vincere la sfida della modernizzazione, dove gli ultimi grandi eventi hanno lasciato più ferite urbanistiche che progetti compiuti.

Il lavoro diplomatico a sostegno della candidatura è fitto. Il tempo stringe. Il sindaco Gualtieri, così come la Farnesina, è al lavoro per tessere la rete di alleanze internazionali necessarie in vista del voto di novembre. Da mesi l’ambasciatore Massolo ripete che si tratta di “una sfida nazionale” dove “è l’Italia che si candida, non una citta’”.

La scorsa settimana intato la Conferenza dei rettori delle università italiane ha sottoscritto un documento a sostegno della candidatura. Il masterplan romano, curato dall’archistar Carlo Ratti assieme all’architetto Italo Rota e all’urbanista Richard Burdett Burdett, è ambizioso. L’idea è quella di rigenerare l’area di Tor Vergata, dove si dovevano svolgere i mondiali di nuoto del 2009, a partire dello scheletro della Vela di Calatrava, rimasta incompiuta dal 2011, con un boulevard urbano che passando attraverso una serie di parchi giunga fino in centro storico.

Una rassegna dunque all’insegna della riconversione urbana che guarda alla smart city per rinnovare un quadrante difficile della periferia cittadina. Tra i punti di forza del progetto il più grande parco solare urbano del mondo. “Da italiana e da romana credo che Expo 2030 a Roma sarebbe una grande opportunità. Ce la mettiamo tutta”, ha sostenuto nelle scorse settimane la premier Giorgia Meloni. Gualtieri chiosa: “Il nostro progetto è molto ambizioso e di straordinaria qualità. Questa è una sfida di tutto il Paese, può essere vinta con un incessante impegno comune”. Domani parte la visita del Bie, ad aprile è attesa una seconda ispezione.

agi.it




A rischio il mercato dei cambi valutari

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downloadIl mercato dei cambi valutari, il cosiddetto foreign exchange FX, una parte importante della bolla finanziaria e dei derivati, vive una crescente fibrillazione. Il rischio di una grave crisi è grande. A dirlo è la Banca dei Regolamenti Internazionale di Basilea nel suo recente “Triennual Survey”. Il succitato mercato è caratterizzato da un’eccezionale volatilità, dovuta all’andamento dei tassi d’interesse, all’aumento dei prezzi delle materie prime, all’inflazione e alle tensioni geopolitiche.
Il turnover nei mercati FX è, infatti, in forte rialzo a livello globale. Nell’aprile 2022 il fatturato è stato, in media, pari a 7.500 miliardi di dollari al giorno, un volume 30 volte superiore al pil globale giornaliero. Il 14% in più rispetto al 2019. Circa il 90% delle operazioni sono fatte con la valuta americana. L’euro – la seconda valuta più scambiata, anche in dollari – ha una quota del 31%, in forte calo rispetto al 39% del 2010. La valuta cinese è passata da meno dell’1% di venti anni fa a oltre il 7% di oggi.
Si osservi che il predominio del dollaro nei mercati valutari globali è dovuto al fatto che solitamente due valute diverse non sono scambiate direttamente ma tramite il dollaro.
Secondo la Bri, a rendere più difficile la gestione è la maggiore frammentazione del trading sui cambi perché si è passati a forme bilaterali di negoziazione elettronica. La Bri parla di uno spostamento da forme “visibili” ad altre più opache. È la stessa differenza tra i derivati finanziari gestiti su piattaforme riconosciute e gli otc, over the counter, anch’essi contratti bilaterali e tenuti fuori bilancio.
Una delle principali fonti di vulnerabilità è l’indebitamento in dollari insito nei mercati valutari.A differenza della maggior parte dei derivati, quelli sulle valute comportano lo scambio di capitale e quindi danno luogo a obblighi di pagamento (debiti) pari all’intero importo del contratto.
A metà del 2022 questo indebitamento in dollari ammontava globalmente a 85.000 miliardi. Essendo tenuto fuori bilancio, esso è perciò “mancante” nella contabilità dei bilanci. Se si aggiungono tutte le monete, i debiti arrivano a 97.000 miliardi di dollari, cioè pari al pil globale del 2021 e tre volte il commercio mondiale. Cifre enormi e preoccupanti.
Per i soggetti non bancari fuori degli Usa, per esempio i fondi d’investimento, si stimano 26.000 miliardi di obblighi di pagamento tenuti fuori bilancio, il doppio del loro debito in dollari registrato in bilancio. Nel 2016 erano 17.000 miliardi. Le banche non statunitensi, quindi con un accesso limitato al credito della Federal Reserve, hanno circa 39.000 miliardi di tali obblighi fuori bilancio, rispetto a quelli registrati nei bilanci pari a 15.000. Sono più di 10 volte il loro capitale.
Le operazioni sulle valute, quindi, creano obblighi di pagamento (debiti) in dollari a termine che non compaiono nei bilanci e mancano nelle statistiche sul debito. Gran parte di questo debito è a brevissimo termine. Di conseguenza le esigenze di rollover, cioè il processo di mantenere una posizione aperta oltre la sua scadenza, comportano una grande tensione rispetto alla reale disponibilità di finanziamenti in dollari.
Lontano dagli occhi, afferma la Bri, non dovrebbe tuttavia significare lontano dalla mente. Il fatto che non si vedano non vuol dire che non esistano e che non possano provocare degli sconquassi. Durante la Grande Crisi Finanziaria del 2008 e durante le turbolenze del mercato di marzo 2020, sono stati necessari interventi straordinari della Fed per evitare il peggio. In tempi di crisi, le politiche volte a ripristinare il regolare flusso di dollari a breve termine nel sistema finanziario sono incerte, avvolte nella nebbia.
La Bri afferma che ogni giorno dello scorso aprile, un terzo del fatturato FX, circa 2.200 miliardi di dollari, era a rischio. Un aumento del 16% in tre anni.
Perciò, il rischio che una delle parti coinvolte in una negoziazione di valute non riesca a consegnare la valuta dovuta, può comportare perdite rilevanti per i partecipanti al mercato, a volte con conseguenze sistemiche.
In passato ci sono stati persino casi di fallimento di alcuni attori coinvolti. In definitiva la Bri invita le banche centrali e i governi ad approntare con urgenza regole stringenti. Evidentemente ritiene che le parole e le danze degli sciamani della finanza non bastino. Ci sembra di stare seduti su un vulcano pronto a esplodere! (aise.it)

Mario Lettieri, già Sottosegretario all’Economia, e Paolo Raimondi, economista




La Confederazione Imprese Italia incontra l’Onorevole Alberto Gusmeroli: “Made in Italy da tutelare e valorizzare”

foto incontro

foto incontroIl 19 gennaio 2023, la Confederazione Imprese Italia ha incontrato, presso la Camera dei Deputati, l’Onorevole Alberto Gusmeroli, Presidente della X Commissione Attività produttive, Commercio e Turismo, per analizzare e dibattere sui lavori di un’indagine parlamentare conoscitiva dedicata al “Made in Italy” e per la presentazione di nuove idee per l’export innovativo delle PMI italiane. La Confederazione Imprese Italia è un’Associazione di categoria Nazionale datoriale fondata da un gruppo di imprenditori italiani con il compito di tutelare gli imprenditori in ambito sindacale, economico-finanziario, tecnologico e ambientale, assicurando la rappresentanza nei confronti delle organizzazioni dei lavoratori, delle Autorità politico-amministrative, Enti ed Associazioni. Per la Confederazione Imprese Italia le PMI costituiscono il motore principale dello sviluppo economico italiano, fornendo gli strumenti necessari per essere competitivi sul mercato nazionale e internazionale. Hanno partecipato all’incontro Biagio Cefalo, Presidente della Confederazione Imprese Italia, Carlos Sorrentino, Segretario Generale della Confederazione Imprese Italia, Domenico Letizia, giornalista e Resp. dell’Ufficio Stampa e Pierluigi Testa, esperto di relazioni internazionali. Durante i lavori a Montecitorio, la Confederazione Imprese Italia ha consegnato al Presidente Gusmeroli il primo Quaderno 2023 della Confederazione dedicato alla promozione delle imprese all’estero.

quaderni confederazioneLe tematiche affrontate hanno vagliato le esigenze concrete delle piccole e medie imprese in rapporto all’export e alle nuove modalità dell’internazionalizzazione. Particolare attenzione è stata posta al ruolo della Diplomazia economica, con la presentazione di alcune idee della Confederazione per la promozione delle eccellenze italiane attraverso i Consolati e le Ambasciate all’estero. Per i rappresentanti della Confederazione Imprese Italia anche i Paesi esteri attenzionati per le attività commerciali devono essere analizzati con attenzione, per consentire alle imprese di svolgere delle attività all’interno di contesti democratici, rispettosi dei diritti umani, dei lavoratori e della sostenibilità ambientale.

Il segretario generale Carlos Sorrentino e il Presidente Biagio Cefalo hanno sottolineato la necessità di rivedere le politiche di finanziamento e promozione all’estero per le piccole imprese, con una particolare attenzione da dedicare alle imprese e alle realtà innovative del Meridione. Il giornalista Domenico Letizia e l’esperto di relazioni internazionali Pierluigi Testa hanno presentato al presidente Gusmeroli le enormi difficoltà in tema di digitalizzazione, premendo sull’importanza di nuovi investimenti nella connettività a banda ultra larga da sviluppare nelle regioni del Mezzogiorno, per rilanciare quegli strumenti essenziali per digitalizzare tutte le aree interne del Paese e le isole minori e rilanciare le opportunità digitali dell’export. Infine, la Confederazione Imprese Italia organizzerà un evento/incontro con gli imprenditori della Campania che potranno discutere con il Presidente Alberto Gusmeroli che, con piacere, ha accettato l’invito a conoscere la realtà imprenditoriale di tale regione.




Sono pochi gli italiani che danno il 2 x 1000 ai partiti

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downloadSono 20.402.808 di euro i soldi devoluti ai partiti dagli italiani con le dichiarazioni dei redditi del 2022. Solo 1.431.384 su 41.180.529 contribuenti ha scelto di devolvere il proprio 2 x 1000 ai partiti che hanno trasmesso il proprio statuto alla Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici. Dalla lista, dunque, è escluso il Movimento 5 Stelle.
In base ai dati pubblicati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, al primo posto rimane il Partito Democratico scelto da 475.808 contribuenti (il 33,24% del totale) per un totale di 7.346.785 euro; al secondo posto Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale, scelto da 233.874 (16,34%) per 3.132.360 di euro; al terzo la Lega per Salvini Premier, scelta da 99.667 italiani (6,96%) per un totale di 1.210.231 euro. In pratica lo stesso “podio” dell’anno scorso.
A seguire Europa Verde-Verdi, Sinistra Italiana, Articolo 1, Italia Viva, Azione, ItalExit, Più Europa e Forza Italia.
Nell’elenco dei 29 partiti ammessi al 2 x 1000 anche Maie e Usei.
Il partito fondato da Ricardo Merlo è stato scelto da 5.501 persone (0,38%) per un totale di 56.722 euro; mentre l’Usei di Eugenio Sangregorio è stata scelta da 11.970 contribuenti (0,84%) per 113.209 euro. (aise)




Odoguardi (MAIE): “Le comunità italiane all’estero: una grande opportunità per l’Italia e la sua economia”

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foto articolo 001 enzo odoguardi ministero italiani allestero 1“L’export agroalimentare Made in Italy si prepara a centrare un nuovo record annuale, toccando i 60 miliardi di euro. Vola, infatti, l’enogastronomia italiana oltre confine: sempre più richiesti sono prodotti come vino, pasta, ortofrutta, salumi e formaggi tricolori, che registrano una crescita tendenziale del 17,3% nei primi undici mesi del 2022. Sono dati che ci rincuorano, dopo il brutto periodo passato a causa della pandemia, e che ci fanno ben sperare per il futuro. E’ comunque necessario fare di più, rispetto al passato, per la promozione del made in Italy all’estero e il governo, in questo senso, sembra si stia muovendo nel modo giusto. L’esecutivo, a nostro modo di vedere, potrebbe – dovrebbe? – puntare anche sui tanti italiani nel mondo e coinvolgerli nella promozione delle eccellenze enogastronomiche italiane nei propri Paesi di residenza. Del resto, ogni italiano nel mondo è ambasciatore dell’Italia all’estero: se l’export di prodotti enogastronomici made in Italy continua a crescere, senza alcun dubbio è anche grazie ai tanti connazionali che nel mondo comprano, consumano, propongono italiano, a casa propria e nelle proprie famiglie così come attraverso i loro ristoranti, le loro pizzerie, i supermercati italiani. Le comunità italiane all’estero rappresentano anche in questo caso un’enorme opportunità per l’Italia e per la sua economia”. Lo dichiara in una nota Vincenzo Odoguardi, vicepresidente MAIE.

da italiachiamaitalia.it