L’euro ha raggiunto la parità col dollaro. È la prima volta dal 2002
scritto da Fatti Nostri | 12 Luglio 2022
L’euro ha toccato la parità con il dollaro per la prima volta dal 2002, ovvero dalla sua introduzione due decenni fa, appesantito dal rischio di un taglio delle forniture di gas russo all’Unione europea. Gli investitori hanno puntato sul biglietto verde, asset rifugio, che ha guadagnato quasi il 14% dall’inizio dell’anno e ha scambiato brevemente un dollaro per un euro (ora è salito leggermente ed è a quota 1,0007), ai massimi dal dicembre 2002, quando le domande sulla nuovissima valuta europea hanno pesato sul suo corso.
Il mercato è preoccupato per la grave crisi energetica nel Vecchio Continente, dubita del ripristino dei flussi di gas da parte della Russia dopo l’interruzione per manutenzione del gasdotto Nord Stream 1. Questa situazione accentua i timori di recessione in Europa.
Lavori di manutenzione per il gasdotto. Il Canada ripara e restituisce a Berlino una turbina che consentira’ di accelerare i tempi di riparazione. Il ministro francese Le Maire invita a contenere i consumi: “Prepariamoci per un taglio delle forniture”. Per il ministro tedesco Habeck “bisogna prepararsi al peggio”
L’energia dalla Russia “è al centro delle turbolenze in Europa” e l’annuncio di sabato del Canada che avrebbe restituito le turbine destinate al gasdotto Nord Stream alla Germania per alleviare la crisi energetica con Mosca “non ha sortito un impatto positivo”, ha affermato Jeffrey Halley, analista di Oanda.
Ieri il colosso energetico russo Gazprom ha iniziato dieci giorni di manutenzione del gasdotto Nord Stream 1. E adesso la Germania e altri paesi europei sono in attesa di vedere se verrà ripristinata la fornitura di gas. “La domanda chiave è se il gas tornerà dopo il 21 luglio. I mercati sembrano aver già preso una decisione”, ha detto Halley. Per Mark Haefele, analista di Ubs, l’interruzione delle consegne di gas russo in Europa “causa una recessione in tutta la zona euro con tre trimestri consecutivi di contrazione economica”.
La Bce avrà quindi difficoltà a rafforzare la propria politica monetaria per combattere l’inflazione galoppante senza peggiorare la situazione economica. Mentre, la Fed ha più margine di manovra per continuare i suoi aumenti dei tassi, poichè i dati sull’occupazione diffusi venerdì hanno mostrato che l’economia statunitense finora sta resistendo meglio.
La scivolata dell’euro potrebbe continuare. Domani i dati sull’inflazione di Francia, Germania e Stati Uniti potrebbero alimentare le preoccupazioni degli investitori su una divergenza delle economie su entrambe le sponde dell’Atlantico. “Se l’inflazione Usa è più forte di quanto il mercato si aspetti, potrebbe avvantaggiare il dollaro”, ha affermato Fawad Razaqzada, analista di Forex.com, mentre gli investitori scommettono che la Fed dovrà agire ancora più velocemente per aumentare i tassi.
“Gli investitori stanno lottando per superare la soglia simbolica della parità” e per portare l’euro al di sotto di questo livello, ha affermato Walid Koudmani, analista di Xtb. “Questo ritmo lento dimostra che si tratta di un movimento a lungo termine di vendita dell’euro e acquisto del dollaro, e non una manipolazione del mercato”, aggiunge Razaqzada.
La moneta unica sta lottando anche contro il franco svizzero, anch’esso un bene rifugio: l’euro è sceso a 0,9836 franchi svizzeri, il minimo dal 2015. E il dollaro brilla anche nei confronti di altre valute ritenute vulnerabili al rischio: la sterlina inglese è precipitata a 1,1807 dollari, livello più toccato da marzo 2020, quando l’inizio della pandemia di Covid in Europa, in piena trattativa Brexit, aveva spinto la valuta britannica al livello più basso dal 1985.
agi.it
Wine to Asia: tappa a Shenzhen per Vinitaly International
scritto da Fatti Nostri | 12 Luglio 2022
Si chiama “Wine to Asia” la nuova manifestazione fieristica dedicata ai professionisti del settore vinicolo dell’area Asia/Pacifico che, organizzata da Veronafiere-Vinitaly grazie alla partnership con Pacco Communication, si terrà a Shenzhen World, a Shenzhen, dal 26 al 28 agosto.
L’evento proporrà tre giorni di incontri, degustazioni e opportunità di networking, durante i quali produttori provenienti da tutto il mondo potranno incontrare i più importanti buyer asiatici.
Da anni il consumo globale di vino e alcolici è influenzato dal mercato asiatico. In particolare l’import di vino in Cina rappresenta ben l’8% di quello mondiale con un valore di 2.414.900.000 euro.
Shenzen, terza città della Cina per importanza economica, dopo Pechino e Shanghai, è considerata la città dell’innovazione e della comunicazione digitale, con il tasso più alto di crescita economica registrato in Cina negli ultimi vent’anni.
A Shenzhen ci sono oltre 3.000 aziende importatrici di wine & spirits e nella provincia del Guangdong operano il 30% dei distributori cinesi. (aise)
Visco avverte: “Senza gas russo in Italia è recessione”
scritto da Fatti Nostri | 12 Luglio 2022
Ormai è una certezza. Se venisse a mancare il gas russo, l’Italia vivrebbe due anni di recessione. Il Governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, parlando all’assemblea dell’Abi, ipotizza le conseguenze di una chiusura totale dei rubinetti da parte di Mosca: “In uno scenario avverso caratterizzato da un arresto delle forniture” di gas dalla Russia “dal terzo trimestre di quest’anno, solo parzialmente sostituite da altre fonti, il prodotto registrerebbe una contrazione nella media del biennio 2022-23, per tornare a crescere nel 2024”.
Al deterioramento del quadro macroeconomico, dice il numero uno di Via Nazionale, “contribuirebbero le ricadute dirette di tale interruzione sui settori a più elevata intensità energetica, ulteriori rialzi nei prezzi delle materie prime, un più deciso rallentamento del commercio estero, un peggioramento della fiducia e un aumento dell’incertezza”.
Visco parla delle previsioni sbagliate e delle correzioni necessarie. “Lo scorso gennaio ci attendevamo una espansione del prodotto superiore al 3 per cento nella media del biennio 2022-23”, ha ricordato il governatore, spiegando come le previsioni “siano state sbagliate, è vero, ma le analisi mostrano che l’errore dipende dal 90% dalle ipotesi fatte relative ai costi dell’energia”. Adesso, continua, “nello scenario di base elaborato in giugno, nel quale si ipotizza che le tensioni associate alla guerra si protraggano per tutto il 2022, ma si esclude una sospensione delle forniture di gas dalla Russia, la crescita è stata rivista al ribasso, di 2 punti percentuali nel complesso del biennio, su valori prossimi a quelli dell’area dell’euro”. Facendo una sintesi, “l’economia italiana dovrebbe crescere in linea con l’area dell’euro nel biennio 2022-23. I rischi a livello globale sono però significativi“.
Il principale rischio riguarda proprio le intenzioni di Putin nella guerra del gas. Anche perché l’inflazione gioca ovviamente contro la crescita. “L’inflazione, che in giugno ha superato anche in Italia l’8 per cento, per quattro quinti a causa degli effetti diretti e indiretti dei prezzi dell’energia e dei beni alimentari, contribuisce a frenare l’espansione comprimendo in misura significativa i redditi in termini reali, solo in parte compensati dalle misure di bilancio”.
Visco, che sta parlando a una platea di banchieri, non si ferma all’analisi ma indica la strada da percorrere per fronteggiare lo scenario avverso. “In questa delicata fase, il contributo che il sistema finanziario è chiamato a fornire sul fronte dell’allocazione dei flussi di credito e del sostegno all’economia è particolarmente importante. Per assolvere a questi compiti – spiega – occorre affrontare con determinazione le sfide poste dalla difficile e incerta situazione congiunturale, e quelle che derivano, sul piano strutturale, dalla transizione digitale e dagli effetti finanziari del cambiamento climatico”.
adnkronos.it
Confsal Unsa Esteri: stipendi in valuta locale per i contrattisti in Svizzera
scritto da Fatti Nostri | 12 Luglio 2022
“In ogni Paese moderno e civile un impiegato al servizio di un Ente pubblico ha certezza sull’entità del proprio stipendio. È impensabile che la forza d’acquisto del proprio salario sia dipendente dai movimenti della borsa, dai tassi di cambio sul mercato di valute estere eppure per gli impiegati locali dei Consolati italiani in Svizzera è così: in una mano lo statino paga, nell’altra l’ultima edizione del Financial Times per sapere come possono fare la spesa”. Questa la denuncia di Luigi Fiore, del Coordinamento Svizzera della Confsal Unsa Esteri, secondo cui “viene meno la tutela verso i lavoratori dipendenti da parte del Maeci, datore di lavoro, che si ostina a devolvere gli stipendi in Svizzera in Euro, lasciando i propri dipendenti in balia dei cambi di valuta che oscillano come il sismografo sull’Etna”.
“Tutti i lavoratori dipendenti in Europa hanno già lo sguardo fisso sull’inflazione che corrode la forza d’acquisto dei salari”, scrive Fiore. “In Svizzera un’incertezza in più: cosa fa il cambio questo mese? Quanto ho perso in più, in aggiunta a un caro vita mai compensato da aumenti salariali?”.
Il sindacalista, quindi, facendosi portavoce di tutti gli impiegati locali in servizio sulla rete consolare italiana in Svizzera, chiede “che sia data certezza sullo stipendio con il pagamento in valuta locale; che sia stabilita parità di trattamento con gli altri lavoratori dipendenti, pagati ovviamente in franchi svizzeri; che gli stipendi vengano adeguati al costo della vita e al mercato del lavoro locale svizzero nel rispetto della Legge Ciprini (legge 29 aprile 2021, n. 62); che il Maeci, tanto attento alla “moralità” dei propri dipendenti, dia il buon esempio, applicando innanzitutto verso i propri dipendenti quel comportamento “morale”, di tutela e difesa, già dettato dall’etica dello stato. Anche dello stato italiano”.
“In caso di mancato riscontro da parte del Maeci, – conclude Fiore – gli impiegati a contratto della rete diplomatico-consolare italiana in svizzera chiederanno immediatamente al proprio sindacato lo stato di agitazione e sciopero”. (aise)
Di Cesare (Engineering): “In Brasile tanto potenziale digitale”
scritto da Fatti Nostri | 12 Luglio 2022
L’innovazione tecnologica e la digitalizzazione sono due tendenze che stanno crescendo in tutto il mondo. Qualsiasi impresa che oggi voglia essere competitiva nel mercato globale deve essere aggiornata sui nuovi modelli di business che emergono di continuo, anzitutto nel comparto della “digital trasformation“. Esistono aziende specializzate nell’aiutare altre società a stare al passo di questi cambiamenti, e una di queste è Engineering. Si tratta di una delle principali imprese italiane con un focus specifico nella trasformazione digitale, che opera in Brasile e in America Latina dall’inizio del decennio scorso. L’amministratore delegato per le attività in Sudamerica, Filippo Di Cesare, in un’intervista con l’agenzia Dire ripercorre la sua traiettoria nel mondo del business, ricostruisce la storia dell’azienda in Brasile e presenta le sue prospettive nel Paese.
Il dirigente comincia ricordando quando, dopo cinque anni di lavoro in una società italiana, dovette scegliere un incarico all’estero, in Brasile o in Belgio, e optò per la prima delle due possibilità. “C’è stato un adattamento molto semplice e naturale”, dice Di Cesare di quella decisione, presa sette anni fa. “Il Brasile è un Paese veramente ospitale e la vicinanza culturale ha aiutato molto, soprattutto sul versante culinario. San Paolo poi è una città molto italiana”.
Nel Paese sudamericano Engineering conta su grandi clienti, fra i quali ci sono Sabesp, Eletrobras e Tim, e opera nella trasformazione digitale in diversi settori. “Lavoriamo nella digital transformation per grandi imprese, dal settore alimentare a quello della sanità, per fare degli esempi”, sottolinea il dirigente. “Per una grande azienda di telecomunicazioni abbiamo realizzato il più importante progetto del Sudamerica per l’accesso all’ecosistema digitale. Stiamo collocando l’intelligenza artificiale al centro delle operazioni di una delle più rilevanti società alimentari al mondo e la più grande del Brasile”, continua Di Cesare. “Per la maggiore impresa idrica del Sud del mondo, invece, ci stiamo occupando della parte dedicata alla perdite d’acqua”. La premessa, che torna piu’ volte nell’intervista, è che “le applicazioni delle nostre tecnologie sono molteplici“.
Secondo Di Cesare, il Brasile ha un potenziale immenso e una delle maggiori sfide per le aziende è crescere in un modo sostenibile. Secondo il dirigente, il mercato brasiliano non conosce crisi e quindi saper dire di “no” è importante. “Credo che la più grande delle sfide sia crescere in modo sostenibile e non ‘fare il passo più lungo della gamba’”, ribadisce Di Cesare. “A volte dobbiamo dire ‘no’ a opportunità interessanti per dare priorità alla sostenibilità, senza pregiudicare l’eccellenza del nostro lavoro”.
Oltre alla crescita sostenibile, ci sono altri ostacoli a una crescita a ritmi rapidi. “Nel mercato si osserva una grande carenza di talenti“, sottolinea il dirigente di Engineering. “C’è un gap fra la domanda e l’offerta di talenti che la possono soddisfare”. Di Cesare evidenzia d’altra parte il potenziale che il Brasile ha da offrire, soprattutto per le aziende tecnologiche, perché, nonostante ci siano disuguaglianze economiche, un’ampia fascia della popolazione del Paese ha accesso a Internet e questo apre le porte a un gigantesco mercato di consumo. Ne sarebbe prova il numero crescente di start-up che aprono ogni anno in Brasile. “Penso”, sottolinea Di Cesare, “che l’anno scorso il Brasile abbia raccolto in capitale di rischio superiore al doppio dell’importo dell’anno precedente, circa 9 miliardi di dollari”.
Nonostante le tante potenzialità, il Brasile è un Paese che richiede molta conoscenza e molta dedizione, secondo il dirigente: “È come nel famoso detto ‘il Brasile non è un Paese per principianti’; quella brasiliana è un realtà complessa, piena di contraddizioni. E comunque le aziende hanno un potenziale enorme”. Di Cesare spiega: “Il Paese è la porta d’entrata al Sudamerica per tutto, fa parte del Mercosur e ha dimensioni degne di un continente, con una popolazione di 240 milioni di persone. Inoltre ha un’economia diversificata e per questo rappresenta un mercato molto attrattivo per investire”.
Di Cesare torna poi sulle complessità del Paese, evidenziando che “è difficile trattare con il Brasile come filiale commerciale, stando lontani, perché credo sia necessario conoscere da vicino un Paese così grande e complesso”. Per il futuro, sottolinea Di Cesare, Engineering vuole proseguire lungo il cammino intrapreso finora. “L’obiettivo è crescere molto“, sottolinea, “replicando un po’ qui il percorso fatto in Italia, dove l’azienda era sconosciuta ed è diventata la più grande realtà italiana e una delle principali dell’Unione europea nel settore”.
ag DIRE – www.dire.it
Dal 30 giugno scattano le sanzioni per gli esercenti che non fanno pagare con il Pos
scritto da Fatti Nostri | 12 Luglio 2022
Scattano dal prossimo 30 giugno le sanzioni per commercianti e professionisti che non consentiranno ai propri clienti di pagare con Pos. Lo ricorda il Codacons, che fin dal 2014 aveva avviato una battaglia per rendere realmente efficaci le norme sull’obbligo di Pos per gli esercenti.
LE SANZIONI PER CHI NON ACCETTA IL POS
Il 30 giugno, così come da Decreto legge 36 del 30 aprile 2022 del Consiglio dei ministri, entreranno in vigore con sei mesi di anticipo le disposizioni che, in caso di mancata accettazione da parte di esercizi commerciali, imprese e professionisti dei pagamenti con bancomat e carte di credito, prevedono una sanzione amministrativa di 30 euro, aumentata del 4% del valore della transazione per la quale sia stata rifiutata l’accettazione del pagamento – spiega il Codacons – Ad esempio, in caso di rifiuto di un pagamento di 100 euro tramite il Pos, il commerciante andrebbe incontro ad una sanzione da 34 euro (30 euro di ammenda fissa e 4 euro per quella variabile).
CHI RIGUARDERÀ LA NUOVA NORMA SUI POS
Saranno interessati dalla novità numerose figure professionali: artigiani come falegnami, fabbri e idraulici, ecc.; ristoratori e baristi; negozianti e ambulanti; notai, avvocati, ingegneri, geometri, commercialisti, medici, consulenti del lavoro, dentisti e professionisti in genere.
“Si tratta di una battaglia storica del Codacons che da ben otto anni chiedeva a Governo e Parlamento di prevedere sanzioni per quei negozianti che impediscono ai propri clienti di pagare con carte e bancomat – afferma il presidente Carlo Rienzi – Già a partire dal 2014, grazie al decreto legge numero 179/2012 del governo Monti, era stato introdotto in Italia l’obbligo per negozianti e professionisti di accettare i pagamenti con Pos, misura poi confermata ed estesa a partire dall’1 luglio 2020 dal decreto Fiscale collegato alla Legge di Bilancio (n. 124/2019). Nessuna delle due norme, tuttavia, aveva introdotto sanzioni per gli esercenti che rifiutavano pagamenti con carte e bancomat. Questo ha portato ad una situazione paradossale in cui ancora oggi numerosi negozianti in tutta Italia, pur possedendo il Pos, impediscono ai clienti di pagare con moneta elettronica, consapevoli che non andranno incontro ad alcuna multa”.
IL RISCHIO ‘ESCAMOTAGE’
Tuttavia – lancia oggi l’allarme il Codacons – la norma che prevede la sanzione a partire dal prossimo 30 giugno potrebbe essere aggirata ricorrendo ad alcuni “escamotage”. Le disposizioni, infatti, escludono l’obbligo di pagamento con il Pos in caso di oggettiva impossibilità tecnica: il commerciante che dichiara di avere il Pos fuori uso (per un guasto tecnico o quando il terminale non ha linea) non è passibile di sanzione. Non solo. Per essere in regola con la nuova norma, esercenti e professionisti potrebbero limitarsi ad accettare anche un unico circuito e una sola tipologia di carta di debito (per esempio il bancomat) e una sola di credito, restringendo così il diritto degli utenti a pagare con Pos, sottolinea l’associazione dei consumatori.
La norma, poi, rischia di essere difficilmente praticabile, dal momento che un numero elevato di segnalazioni contro i commercianti disubbidienti potrebbe mettere in crisi le autorità preposte ad eseguire controlli ed elevare sanzioni. “Senza contare che una multa da 30 euro per chi non si adegua alle disposizioni sul Pos rischia di determinare una situazione paradossale per cui il procedimento sanzionatorio nei confronti dell’esercente scorretto avrebbe un costo superiore al valore della sanzione, con un evidente danno le casse erariali”, conclude il presidente del Codacons Rienzi.
ag DIRE – www.dire.it
Vino: dal Veneto 12 milioni di euro per la promozione all’estero
scritto da Fatti Nostri | 12 Luglio 2022
La Regione Veneto, su proposta dell’Assessore all’Agricoltura, Federico Caner, ha approvato in questi giorni i requisiti e i criteri per la selezione dei progetti di promozione dei vini da realizzarsi nei Paesi extraeuropei con fondi del PNS, il Piano nazionale di sostegno al settore vitivinicolo.
Il MiPAAF, complessivamente, ha assegnato al Veneto 38.475.725 euro, di cui circa un terzo sarà destinato esclusivamente alla promozione di produttori, consorzi e associazioni professionali sui mercati dei Paesi terzi.
Il bando, disponibile nel BUR regionale, si pone come obbiettivo quello di individuare i progetti multiregionali e progetti regionali ai quali assegnare i fondi a diposizione per la campagna 2022/2023. La quota a disposizione per attività di relazioni pubbliche, promozione e pubblicità, partecipazione a manifestazioni, fiere ed esposizioni di importanza internazionale; campagne di informazione, in particolare sui sistemi delle denominazioni di origine, delle indicazioni geografiche e della produzione biologica vigenti nell’Unione, ammonta a 12.214.995 euro e sarà così suddivisa: 1.214.995 euro per il finanziamento di progetti multiregionali; 11.000.000 euro per il finanziamento di progetti regionali. Eventuali economie rilevate in una delle due linee di intervento andrà a sostegno dell’altra.
Le domande potranno essere presentate entro le ore 12 del 1° agosto 2022 utilizzando i moduli pubblicati online e disponibili al link: https://bur.regione.veneto.it/BurvServices/pubblica/DettaglioDgr.aspx?id=479280.
“Con i suoi 11,7 milioni di ettolitri di vino, il Veneto rimane la prima regione in Italia con il 36% delle esportazioni nazionali. Da sola, infatti, continua ad esportare più di Piemonte (884 milioni di euro) e Toscana (815 milioni) messe assieme: le due regioni che seguono il Veneto nella graduatoria regionale, e, in una classifica virtuale con i Paesi del mondo, si inserirebbe al 4° posto, alle spalle di Francia, Italia e Spagna e prima di Australia e Cile – spiega l’Assessore veneto all’Agricoltura -. Questi numeri ci dicono quanto sia importante continuare investire nel prodotto, ma anche nella sua promozione per far conoscere una delle eccellenze della nostra terra che in questi anni ha saputo conquistare la fiducia anche dei clienti e dei mercati mondiali”. (aise)
Von der Leyen sull’emergenza gas: “Prepararsi al peggio”
scritto da Fatti Nostri | 12 Luglio 2022
“La cosa migliore da fare è prepararsi al peggio”. Non nasconde i rischi del taglio di forniture del gas russo la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che al termine del vertice Ue ha annunciato un “piano comune europeo per la riduzione d’emergenza della domanda” di energia, che sarà presentato a luglio, mentre sulle ipotesi di price cap e di riforma del mercato dell’elettricità “abbiamo deciso che ne discuteremo alla prossima riunione ordinaria del Consiglio europeo, che è prevista ad ottobre”, quindi le proposte dell’esecutivo Ue sono attese “entro l’estate”.
“Stiamo lavorando su diversi modelli – ha aggiunto la presidente – non solo su come limitare i prezzi dell’elettricità, ma anche su come riformare il modello di mercato” nel quale oggi “è il gas a determinare il prezzo dell’elettricita’” in quanto fonte più costosa quanto necessaria all’approvvigionamento energetico dell’Ue.
Considerato il contesto, ogni intervento andrà calibrato sul bilanciamento tra rischi e benefici. “Non solo nelle ultime settimane e mesi, ma anche nell’ultimo anno abbiamo visto quanto Gazprom abbia ‘non riempito’ le riserve di gas” dei Paesi Ue, ha attaccato la presidente. “Finora – ha ricordato von der Leyen – dodici Stati membri sono stati totalmente o parzialmente tagliati fuori dalla fornitura di gas dalla Russia”.
Nonostante le difficoltà “non ci sarà alcun ritorno alle fonti fossili a buon mercato”, ha aggiunto la presidente nel tentativo di spegnere sul nascere la tentazione di riattivare le centrali a carbone. Questo perché “alla base dei nostri problemi c’è la nostra dipendenza dalle fonti fossili dalla quale dobbiamo sbarazzarci”.
Una linea che ammette deroghe solo per liberarsi dalla dipendenza dalla Russia: “Le forniture di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti all’Unione europea sono aumentate del 75% rispetto allo scorso anno”, ha sottolineato con soddisfazione la presidente della Commissione, che ha ricordato anche i recenti memorandum sulle forniture da Egitto e Israele e “l’aumento del 15% delle forniture di gas in arrivo dalla Norvegia e di oltre il 90% dall’Azerbaigian”.
Questi Paesi “hanno tutti compreso che questa è una perfetta opportunità di business per guadagnarsi un nuovo importante cliente per gli anni a venire colmando il vuoto lasciato dalla Russia”, ha ammesso von der Leyen. Di qui l’impegno per evitare che il ritiro del fornitore ‘storico’ di energia all’Europa faccia mancare la sua merce prima ancora che la domanda energetica Ue sia soddisfatta da altri Paesi produttori.
agi.it
La ‘settimana corta’ è la nuova frontiera del lavoro? L’opinione degli esperti
scritto da Fatti Nostri | 12 Luglio 2022
Lavorare di meno per lavorare meglio? Il dibattito sulla quantità e la qualità del lavoro si è recentemente arricchito della sperimentazione avviata nel Regno Unito, dove circa 70 aziende hanno introdotto la ‘settimana corta’ di quattro giorni anziché cinque.
Una strada già battuta in altri Paesi del mondo, e che continua a provocare un fervente confronto all’interno del mondo dell’occupazione. E l’Italia a che punto è? Per saperlo, l’agenzia Dire ha intervistato l’imprenditoreOscar Farinetti, fondatore di Eataly, il sindacalista Fausto Durante della Cgil, l’avvocato giuslavorista Ciro Cafiero e la docente di Psicologia sociale Elisabetta Camussi.
L’IMPRENDITORE FARINETTI: “È DESTINO, MA CONSENTIRE PIÙ ORE A CHI DESIDERA”
“Io proporrei una cosa aperta: ridurre la quantità di lavoro, aumentando la qualità, ma consentire di fare più ore a chi lo desidera e soprattutto questa flessibilità deve riguardare anche i festivi. Comunque è destino lavorare meno, ma sempre meglio”. Commenta così alla Dire Oscar Farinetti, imprenditore e fondatore di Eataly, la sperimentazione avviata nel Regno Unito di ridurre la settimana lavorativa a 4 giorni in circa 70 aziende del Paese e che ha suscitato un vivace dibattito.
“Nel corso degli anni siamo riusciti fortunatamente a lavorare sempre meno, oggi siamo a 40 ore a settimana su 5 giorni – prosegue Farinetti -, che significa che abbiamo il 42% di tempo libero, il 33% lo passiamo dormendo e il 25% lavorando. È un tema chiaramente più semplice per aziende di produzione che hanno un costo del lavoro molto basso attraverso la meccanizzazione, ma è più complicato per aziende di retail, come per esempio la ristorazione, dove il costo del lavoro pesa moltissimo. Per questo – conclude – non sarà facile mantenere gli stessi stipendi riducendo un giorno di lavoro alla settimana“.
“Oggi è un grandissimo problema trovare persone da assumere – sottolinea il fondatore di Eataly -. Non se ne trovano più. Soprattutto per chi, come noi, offre un tipo di lavoro anche nel week end. Sicuramente lo stipendio minimo garantito aiuterebbe di più rispetto al reddito di cittadinanza, che non è una soluzione al problema del lavoro – puntualizza Farinetti -. Però è assolutamente importante che una quota di denaro venga prelevata da chi ne ha di più per darla a chi ne ha di meno, lasciando un reddito di sussistenza”, conclude l’imprenditore.
IL SINDACALISTA DURANTE: “RIDUZIONE ORARIO FA BENE A PERSONE, IMPRESE ED ECONOMIA”
“Ridurre l’orario di lavoro fa bene non solo ai lavoratori, ma anche alle imprese e all’economia”. Ne è convinto Fausto Durante, coordinatore della Consulta industriale della Cgil nazionale e autore del volume ‘Lavorare meno, vivere meglio’. Interpellato dalla Dire per commentare il dibattito nato anche nel nostro Paese sulla riduzione della settimana lavorativa da cinque a quattro giorni, il sindacalista ribadisce che “ridurre il tempo lavorativo, auspicabilmente a 32 ore e 4 giorni a settimana, sarebbe una delle chiavi per migliorare la situazione del lavoro in generale, per conciliare vita privata e lavoro, per rendere i lavoratori più felici e soddisfatti della loro attività dato che, al momento, non mi pare lo siano“.
“Stiamo infatti assistendo – ricorda Durante – al fenomeno delle grandi dimissioni e, al contempo, molte persone non accettano l’impiego che gli viene offerto perché le condizioni non sono sufficienti. Evidentemente, sempre più lavoratori pensano che le modalità per realizzarsi non passino attraverso le condizioni che il lavoro di oggi propone”.
“Questa riduzione farebbe bene anche all’economia italiana – spiega ancora il sindacalista -. Si tratta, però, di un argomento in netta controtendenza rispetto al mainstreaming in corso sulle condizioni economiche e sociali del Paese, sulla competitività, sulla necessità di lavorare di più e meglio. Questo modello neoliberista del turbocapitalismo che ci è stato inculcato – ammonisce Durante – ci ha portato esattamente dove siamo adesso: lavoro precario, salari bassi, orari lunghi e condizioni di lavoro insoddisfacenti. A tutto questo si è aggiunto il Covid. La riduzione delle ore e dei giorni settimanali di lavoro cerca di ribaltare proprio questo paradigma, dando priorità al benessere. Ma è un modello difficile da proporre e affermare”.
Quanto al rischio che la riduzione dell’orario e dei giorni lavorativi possa provocare danni alla produttività e quindi all’economia, il sindacalista chiarische che “in tutti i Paesi in cui, negli ultimi cinque anni, sono state realizzate esperienze del genere, tranne un caso in Asia, le conseguenze sono state un aumento della produttività e della competitività delle imprese; un immediato miglioramento del tasso di occupazione, perché se riduco l’orario libero porzioni di lavoro da poter assegnare a nuovi lavoratori; un beneficio per il tasso di occupazione di giovani e donne. Per le donne infatti, la riduzione dell’orario ha comportato la possibilità di non dover ricorrere al part time obbligatorio e quindi di intraprendere percorsi di carriera più soddisfacenti. In Francia, dove l’orario è stato ridotto a 35 ore, in cinque anni si sono creati 400mila nuovi posti di lavoro, il 65% dei quali è stato occupato da giovani e donne”, conclude Durante.
L’ESPERTO DI DIRITTO CAFIERO: “ITALIANI PRONTI A GESTIONE AUTONOMA TEMPI E SPAZI”
“Diciamo che la nostra produttività oraria del lavoro non è alta come quella dei Paesi anglosassoni o del nord Europa, che possono consentirsi anche una settimana lavorativa più corta ed eventualmente di ridurre il carico di lavoro di ciascun lavoratore. Questo è un dato da tener presente ed è un ‘contro’. Da un punto di vista dei ‘pro’, invece, sicuramente i tempi iniziano ad essere maturi per valutare, più che una settimana corta, una maggiore autonomia a favore dei lavoratori nella distribuzione del proprio orario“. Queste le parole dell’avvocato giuslavorista Ciro Cafiero, docente di Diritto del lavoro alla ‘Luiss School of Law’ di Roma.
“Ad insegnarcelo molto chiaramente è stato lo smart working – prosegue Cafiero – abbiamo visto infatti che i lavoratori sono pronti a gestire con più autonomia i propri oneri, quindi con un passaggio dall’obbligazione di mezzi all’obbligazione di risultati. Per cui dovremmo valutare la proposta di ridurre l’orario alla luce di questo quadro: da un lato una bassa produttività oraria per le nostre imprese, che deriva essenzialmente da un gap tecnologico in molti contesti, dall’altro una maggiore autonomia che grazie allo smart working i lavoratori hanno raggiunto”.
Secondo l’avvocato Cafiero, dobbiamo quindi aprirci ai nuovi scenari che lo smart working ha dimostrato essere “assolutamente possibili”, visto anche, durante la pandemia, “l’aumento della produttività di ogni singolo lavoratore nel benessere di ogni singolo lavoratore e l’aumento dei profitti delle imprese. Lo smart working suggella l’alleanza e determina il tramonto dell’idea del conflitto, che è un po’ quella che ha permeato la Seconda rivoluzione industriale del Fordismo, e prende il sopravvento questa idea forte di sinergia e alleanza tra impresa e lavoro a tutti i livelli. È una questione valoriale prima che di organizzazione”.
Si possono quindi iniziare a fare delle sperimentazioni anche in Italia, ma “non è detto che vadano bene per il nostro Paese. Alcune imprese hanno già iniziato a farle, soprattutto le multinazionali – ricorda l’avvocato -, perché hanno un’esperienza che arriva dall’estero e che stanno cercando di replicare anche in Italia, ma sono molto guardinghe. Personalmente sono molto ‘laico’ nella valutazione, non sono né nettamente ‘contro’ né nettamente ‘pro’. Però se posso dire la mia, dico che oggi non è più tempo di parlare di settimana lavorativa e di orario di lavoro distribuito su alcuni giorni, ma è tempo di discutere di autonomia dei lavoratori nella scelta dei tempi, degli spazi e dell’organizzazione del lavoro”.
D’altronde, ne è convinto Cafiero, la miglior forma di creazione di posti di lavoro è “l’investimento sulla creatività delle persone, quindi lasciare alla persona la possibilità di organizzarsi significa farle sviluppare il suo senso di autoimprenditorialità in un’ottica personalistica. È un’idea antropologica del lavoro, metterei al centro questo”. Certo, la riduzione dei giorni lavorativi potrebbe essere più difficilmente applicabile in alcuni settori. Commenta ancora l’avvocato giuslavorista: “Per chi lavora in fabbrica, per esempio, la settimana corta diventerebbe un problema, perché la produzione, soprattutto quella di alcuni settori, come per i generi alimentari, richiede dei flussi continui e non contempla interruzioni. Rispetto a loro è possibile individuare dei margini di autonomia più ampi; già da molto tempo in Francia si parla di ‘teal’, cioè di un’ organizzazione molto più orizzontale e meno verticale, in cui la gerarchia è molto meno pressante e dove gli stessi lavoratori in fabbrica organizzano, con una sorta di comitato autonomo interno, le proprie giornate di lavoro“.
Infine, la questione salari, che nella sperimentazione anglosassone rimangono invariati nonostante la riduzione delle ore di lavoro: “È questo il punto da capire – dice Cafiero – in Gran Bretagna non c’è la contrattazione collettiva che determina i livelli retributivi, così come in Germania ci sono leggi che regolano il salario, per cui da questo punto di vista si tratta di sperimentazioni ‘neutre’. In Italia non lo sappiamo, perché i contratti collettivi sono incaricati di individuare i livelli, però mi chiedo: cosa accade se solo alcuni optano per quattro giorni lavorativi e tutti gli altri restano a cinque? Percepiranno la stessa retribuzione? Non è giuridicamente possibile, perché l’articolo 36 della Costituzione parla di retribuzione proporzionata alla qualità e alla quantità del lavoro, quindi chi lavora di più percepisce una maggiore retribuzione. Sono domande aperte e non abbiamo una soluzione – conclude il giuslavorista -, però quantomeno possiamo interrogarci”.
LA PSICOLOGA SOCIALE: “SETTIMANA DI 5 GIORNI È NOVECENTESCA, MOLTO ARRETRATA”
“L’impostazione del lavoro cinque giorni a settimana è molto arretrata e, inoltre, ha dimostrato di non essere neanche garanzia di percorsi di carriera verso l’alto (sia come mansioni che in termini di stipendio). Tuttavia, al tema della riduzione dell’orario e della settimana lavorativi il nostro Paese non è minimamente abituato“. Lo sostiene Elisabetta Camussi, professoressa associata di Psicologia sociale presso l’Università di Milano Bicocca e presidente della Fondazione della professione psicologica Adriano Ossicini del Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi, commentando con la Dire il dibattito che si è aperto anche nel nostro Paese sulla riduzione a quattro giorni della settimana lavorativa.
“Ci sono invece Paesi, come quelli scandinavi – ricorda Camussi -, in cui non è più neanche una sperimentazione, ma una realtà acclarata che ha comportato indubbiamente benefici. Diminuire di un giorno la settimana lavorativa, riducendo anche le ore settimanali complessive, spinge infatti molto l’idea di un equilibrio tra la vita privata e le sue esigenze e l’esperienza professionale. In questo senso però – precisa – le uniche sperimentazioni di successo sono quelle che hanno ridotto le ore lavorative e non compresso le stesse ore in meno giorni. Una riduzione che, è bene ricordarlo, non ha prodotto un peggioramento della produttività e delle performance lavorativa ma, al contrario, le ha migliorate perché le persone, potendo godere di una esperienza di vita più piena, hanno risposto con una maggior capacità di finalizzarsi nei propri obiettivi (che è poi la vera natura dello smart-working) e nella propria produttività”.
Secondo la psicologa sociale, il dibattito in corso non può non tenere conto di due importanti fenomeni che si stanno verificando. Il primo è quello del forte aumento “di richieste di aiuto psicologico arrivate proprio all’interno dei luoghi di lavoro, non contro i contesti lavorativi, ma a partire da questi ultimi. In alcuni casi, i più illuminati, sono state organizzati sportelli di sostegno psicologico interni alle aziende; in altri casi sono stati offerti sistemi di re-invio a servizi pubblici o privati. Questo – chiarisce Camussi – ci dà un’indicazione molto chiara del fatto che dentro i contesti lavorativi emergono una fatica, una complessità, una difficoltà e una sofferenza di cui le persone sono portatrici e che non può essere ricondotta semplicemente a quello che succede nella loro vita privata, ma ha a che fare con una serie di cambiamenti. Uno di questi è proprio un cambiamento di visione della propria esperienza professionale. La pandemia non ha infatti costituito solo un trauma, nella vita di tutti noi, ma anche una cesura con ciò che era prima. Ora ciò che risulta complesso è riorientarsi e ritrovare senso, anche all’interno del contesto lavorativo”.
Il secondo fenomeno che sottolinea l’importanza e la necessità di rivedere il paradigma del lavoro attualmente utilizzato è quello delle ‘grandi dimissioni‘, “un movimento proveniente dagli Stati Uniti e che sta prendendo piede anche da noi. Solo in Lombardia, nel 2021 su 4,5 milioni di occupati si è dimesso volontariamente il 10% – ricorda la docente-. Un dato impressionante, se consideriamo che si sta verificando in un periodo ad alto rischio di recessione economica. Protagonisti di questo fenomeno sono, principalmente, i giovani under 35 e le donne, lavoratori con media-alta qualificazione. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone che, alla concezione del lavoro di stampo novecentesco, rispondono con una richiesta che non è banalmente di carriera e di denaro, ma di qualità della vita, benefit complessivi e riconoscimento delle competenze. La settimana corta – constata la psicologa sociale – sarebbe una valida risposta a questa richiesta di nuovi equilibri, emersa fortemente durante la pandemia, che ha riportato al centro le relazioni”.
All’interno del fenomeno delle grandi dimissioni si cela un lato oscuro che riguarda le donne, tiene a ricordare Camussi: “Nella fetta di genitori che hanno rassegnato o stanno rassegnando le proprie dimissioni ce ne sono molti con figli tra 0 e 3 anni e tra questi la maggior parte (80%) sono donne. Questo deve farci riflettere su quanto e se, per questo gruppo specifico di lavoratori, lavoratrici soprattutto, le dimissioni siano volontarie. Guardando a questo aspetto, la riduzione della settimana lavorativa e il liberare sistematicamente un giorno a settimana non renderebbe solo per le donne più semplice la conciliazione del lavoro con la vita privata e con i carichi di cura, ma permetterebbe di estendere e condividere maggiormente questi carichi con il partner. Soprattutto se si evitasse di cadere nell’ottusità di far coincidere lo stesso giorno libero per tutti. Come effetto indiretto – inoltre – questo favorirebbe una maggior partecipazione delle donne al mondo del lavoro”.
La riduzione della settimana lavorativa e una migliore conciliazione dei tempi di lavoro e di vita rientrano in un più ampio concetto di ‘sostenibilità sociale‘ al quale bisogna dare il giusto peso. “Si è partiti dalla sostenibilità ambientale, ma ormai questo concetto viene applicato a tutti gli ambiti e inevitabilmente permea il pensiero delle persone”. Per questo si sta organizzando questa forte spinta dal basso, a partire dalla società, per un cambiamento del modello di lavoro. “Di questo bisogna tenere conto. La pandemia ci ha permesso di capire che abbiamo dei diritti, dei bisogni e dei desideri – conclude Camussi – che non si riconoscono in un’impostazione del lavoro novecentesca”.
ag. DIRE – www.dire.it
Asiago DOP ambasciatore dell’eccellenza italiana in Cina
scritto da Fatti Nostri | 12 Luglio 2022
A poco più di un anno dall’entrata in vigore degli accordi di riconoscimento e protezione in Cina, il Consorzio Tutela Formaggio Asiago coglie il nuovo trend di ripartenza e punta a mostrare la qualità di Asiago DOP avviando una nuova fase promozionale. Il piano prende il via con la partecipazione a “Food & Wine Journey: Introducing Italian Culinary Excellence”, il primo grande evento dedicato al food and wine italiano post lockdown di Shanghai, ideato e promosso dall’agenzia ICE. L’attività proseguirà con “Asia Enjoys European Quality Food”, progetto triennale di promozione co-finanziato dalla UE del valore di 4,7 milioni di euro, dedicato a valorizzare la specialità in Cina, oltre a Giappone, Corea del Sud e Vietnam.
Nel 2021 i consumatori cinesi hanno acquistato formaggi per 237mila tonnellate, il 24,8% in più rispetto al 2020. Proprio per cogliere questa nuova ripartenza – segnata dalla ripresa dei consumi nel canale foodservice, passato da 123 a 156mila tonnellate (+26,8% rispetto 2020) e nel canale retail, in crescita del +21,2% rispetto al 2020 (elaborazione Confcooperative e FondoSviluppo su dati Euromonitor International) – il Consorzio Tutela Formaggio Asiago, a partire dal 24 giugno prossimo partecipa a “Food & Wine Journey: Introducing Italian Culinary Excellence”, il primo grande evento ideato e promosso da ICE, in collaborazione con Wine to Asia e Camera di Commercio Cina-Italia e dedicato a far conoscere 26 prestigiose DOP, dal food al wine italiano, riconosciute in Cina.
La nuova stagione del Consorzio Tutela Formaggio Asiago in Cina punta ad aumentare la consapevolezza di consumatori e professionisti cinesi sull’importanza e il prestigio dell’Asiago DOP, riconosciuto e tutelato nello Stato dal marzo 2021. L’evento vedrà il formaggio Asiago protagonista di tre esclusive serate con la partecipazione di selezionati buyer, media, importatori e distributori cinesi a Xiamen, Dongguan e Shenzhen. La manifestazione inizia venerdì 24 giugno al Ristorante Casa Mia di Xiamen – una delle città più sofisticate della Cina meridionale – per proseguire il 27 giugno a Dongguan, al Ristorante Bonacasa e concludersi a Shenzhen, il 29 giugno, al The Langham hotel.
“Tornare a guardare lontano e far ripartire progetti ad ampio spettro, in un’ottica di sistema, è di vitale importanza”, afferma il direttore del Consorzio Tutela Formaggio Asiago, Flavio Innocenzi. “La crescita sui mercati esteri richiede anni e, ora, è il momento di ripartire. In questo modo potremo garantire alle nostre produzioni gli sbocchi di mercato necessari a supportare la redditività e la crescita futura”.
Per cogliere gli ampi margini di crescita presenti, nel 2022, il Consorzio Tutela Formaggio Asiago avvierà una grande azione di promozione, inizialmente pianificata per il 2021 e sospesa a causa della pandemia, denominata “Asia Enjoys European Quality Food”.
Il piano triennale co-finanziato dalla UE, del valore di oltre 4,7 milioni di euro, è realizzato in una logica di sistema di valorizzazione del Made in Italy di qualità insieme al Consorzio per la Tutela dell’Asti, il Consorzio Provolone Valpadana DOP, l’Istituto per la valorizzazione dei salumi italiani (IVSI) e l’Associazione Interregionale Produttori Olivicoli Verona ed è dedicato a promuovere la specialità in Cina, oltre a Giappone, Corea del Sud e Vietnam, puntando sulla comune storia di attenzione al cibo e sull’importanza della convivialità. (aise)