In Ghana gli spaghetti diventano “talia”: passione per la pasta e svolta nella produzione locale

l'altro made in italy: in ghana vanno matti per gli spaghetti. e li chiamano 'talia'

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In Ghana gli #spaghetti non sono più soltanto un prodotto importato: sono entrati a pieno titolo nelle abitudini alimentari del Paese, tanto da essere ribattezzati con un nome locale, “Talia”, chiaro richiamo all’Italia e alla sua tradizione culinaria.

Negli ultimi anni il consumo di pasta è cresciuto in modo significativo, diventando parte integrante anche della cucina quotidiana. Gli spaghetti vengono spesso preparati con salse speziate, verdure, carne o pesce, ma anche affiancati a piatti tipici come il waakye, a base di riso e fagioli, in alcune varianti persino sostituito proprio dalla pasta.

Questo successo ha spinto il governo guidato dal presidente John Dramani Mahama a intervenire con una misura concreta: limitare l’importazione di spaghetti via terra per favorire la produzione nazionale e rafforzare l’industria locale.

La decisione si inserisce in un progetto più ampio che vede la nascita di un grande stabilimento nella zona di Kpone, vicino ad Accra. L’impianto, realizzato grazie a investimenti internazionali, utilizza tecnologie e macchinari italiani, a conferma del ruolo centrale del know-how del nostro Paese nel settore.

Per l’Italia si tratta di un segnale interessante: da un lato, la diffusione globale della pasta continua a rafforzare il valore della tradizione gastronomica italiana; dall’altro, le nuove politiche del Ghana potrebbero ridurre la presenza dei prodotti importati, incidendo anche sui marchi italiani esportati attraverso i Paesi vicini.

Quella degli spaghetti in Ghana è quindi una storia di contaminazione culturale ed evoluzione economica: un simbolo della cucina italiana che, adattandosi ai gusti locali, diventa parte di una nuova identità alimentare.




Il riso italiano conquista il Messico: identità, qualità e tradizione al centro della strategia

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L’iniziativa fa parte di una strategia più ampia del governo italiano per valorizzare il settore, anche attraverso eventi internazionali come la fiera “Risò” di Vercelli. Modiano ha ricordato inoltre i risultati raggiunti dall’export agroalimentare, che nel 2025 ha superato i 70 miliardi di euro, e il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio culturale da parte dell’Unesco.

f4vutri o3ukdgiyaoufzuqx6dnjmppo 3gtintcizd2vnqwbkk tjc48mdxo2b2vlo69xk453kzwhhtyiz8d0oboj0ukni0396dtnjdcsr2illojyjxsev nafnuehw8m3hkofapze7 e8lomlt cjpqqcxvgga2bo92mc7qsimgysn7qdzzasdi 7coj6Nel dibattito è emerso come il riso italiano abbia un valore che va oltre l’aspetto economico: è legato al territorio, alla tradizione e al lavoro umano. Proprio questo equilibrio lo rende unico e rappresentativo dello stile italiano.

Gli esperti intervenuti hanno evidenziato anche le caratteristiche distintive della produzione nazionale. L’Italia dispone di oltre 200 varietà di riso, molte delle quali strettamente connesse alle specificità ambientali e alla gestione storica delle acque.

Dal punto di vista commerciale, la strategia non punta sulla quantità, ma sulla qualità: invece di competere con il riso generico a basso costo, l’obiettivo è posizionarsi nella fascia alta del mercato, valorizzando autenticità e tracciabilità e contrastando le imitazioni.

Infine, è stato sottolineato anche l’aspetto sostenibile della produzione, con tecniche agricole attente all’ambiente e alla biodiversità, oltre a processi rigorosi che garantiscono la qualità del prodotto destinato anche alla ristorazione di alto livello.




Petrolio in rialzo, effetti anche nella Repubblica Dominicana

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d3i1xuloldqdwclfdpuvy459ck9pv6aunhbrg863xtoperixhr9qv9h0t7e7ygs rgopkkrvla5vscrwxbtwicy6ujjzb dfba5ijzqtjgbt36tntmsx6hafl qlf7ufvtsx9loypqhstgfgjmukpbh3lpxknkbgixrxyusfsmmmabng27ehswe1tud1javbLe recenti tensioni internazionali, in particolare il conflitto in Medio Oriente, stanno influenzando in modo significativo il mercato globale del petrolio, con ripercussioni dirette anche sulla Repubblica Dominicana.

Dopo gli attacchi tra Stati Uniti, Israele e Iran e le conseguenti restrizioni nello stretto di Hormuz — snodo fondamentale per il transito di circa il 20% del petrolio mondiale — i prezzi del greggio hanno registrato forti oscillazioni e aumenti. Il Brent ha superato i 118 dollari al barile, mentre il WTI ha oltrepassato i 106 dollari, livelli che non si vedevano da tempo.

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In un contesto globale ancora incerto, il mercato petrolifero continua a oscillare tra tensioni geopolitiche e tentativi di tregua, rendendo difficile prevedere l’andamento dei prezzi e le conseguenze future per economie come quella dominicana.




Trentino guarda a Houston: missione strategica tra innovazione, ricerca ed energia

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23trentinihoustonUna delegazione del Trentino ha preso parte, dal 17 al 20 aprile, a una missione istituzionale a Houston con l’obiettivo di rafforzare i rapporti economici e aprire nuove prospettive di collaborazione nei settori più avanzati, come innovazione, life sciences ed energia.

L’iniziativa, promossa da Trentino Sviluppo e dalla Provincia autonoma di Trento, si è svolta con il supporto della Italy-America Chamber of Commerce in Texas, che svolge un ruolo chiave nel favorire i rapporti tra imprese italiane e mercato statunitense.

La delegazione, composta da rappresentanti istituzionali e tecnici del territorio, ha partecipato a una serie di incontri con attori di primo piano dell’economia e della ricerca texana, in un programma pensato per creare contatti diretti e sviluppare opportunità concrete.

Tra i momenti più significativi, la presenza all’Ital-Texas Business Alliance Breakfast, ospitato presso il Consolato generale d’Italia a Houston, che ha riunito imprenditori e manager per un confronto diretto sulle prospettive di collaborazione e sugli strumenti di crescita internazionale.

La missione ha incluso anche visite a realtà di eccellenza del sistema dell’innovazione americano, come il Texas Medical Center e il polo di Helix Park, punti di riferimento nel campo delle scienze della vita e del biotech. Non sono mancati incontri con acceleratori tecnologici e organizzazioni economiche locali, tra cui il Rice AI Venture Accelerator, la Greater Houston Partnership e il Plug and Play Tech Center.

Particolare rilievo ha avuto inoltre il confronto con la comunità scientifica italiana presente a Houston, rappresentata da ricercatori e professionisti impegnati in progetti di ricerca e iniziative imprenditoriali nel settore farmaceutico e biomedicale.

Il programma ha previsto anche visite aziendali e momenti istituzionali, a conferma di una strategia che punta a integrare pubblico e privato per sostenere la presenza del sistema trentino sui mercati internazionali.

Nel complesso, la missione ha rappresentato un passo importante nel percorso di internazionalizzazione del territorio, con l’obiettivo di rafforzare il posizionamento del Trentino negli ecosistemi globali più dinamici e attrattivi.




La Sicilia fa squadra e punta agli Stati Uniti

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L’iniziativa nasce dalla consapevolezza che, in un mercato globale sempre più competitivo, la frammentazione rappresenta un limite. Mettere insieme competenze, prodotti e filiere diverse significa invece costruire un’offerta più forte e riconoscibile.

Il progetto punta a promuovere negli Stati Uniti non solo singoli prodotti, ma un’intera identità territoriale. Dalla pesca al trasformato, dall’olio agli agrumi, fino al vino, la Sicilia si propone come un sistema integrato capace di raccontare qualità, tradizione e sostenibilità.

L’idea è quella di superare la logica delle iniziative isolate per presentarsi all’estero con una strategia coordinata, capace di rafforzare il marchio Sicilia nel suo complesso.

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Gli Stati Uniti restano uno dei mercati più importanti per il Made in Italy agroalimentare, anche se non privo di difficoltà. Negli ultimi anni, infatti, tensioni commerciali e dazi hanno condizionato le esportazioni italiane, rallentando la crescita del settore.

Nonostante questo, il comparto continua a dimostrarsi strategico: l’export agroalimentare italiano ha raggiunto livelli record, sfiorando i 73 miliardi di euro, confermandosi uno dei pilastri dell’economia nazionale.

Per la Sicilia, inserirsi in questo contesto significa giocare una partita importante, puntando su qualità e identità per distinguersi dalla concorrenza e dal fenomeno dell’“Italian sounding”.

Alla base del progetto c’è una visione chiara: solo attraverso la collaborazione tra imprese, istituzioni e filiere sarà possibile rafforzare la presenza sui mercati internazionali.

Non si tratta solo di esportare prodotti, ma di costruire relazioni commerciali durature, promuovere il territorio e raccontare una storia fatta di cultura, tradizione e innovazione.

La scommessa della Sicilia è ambiziosa: trasformare la propria ricchezza agroalimentare e ittica in un motore di sviluppo internazionale.

Gli Stati Uniti rappresentano il banco di prova. Se la strategia funzionerà, potrà diventare un modello replicabile anche in altri mercati.

Perché oggi, più che mai, il successo del Made in Italy passa da una parola chiave: sistema.




I kiwi italiani guardano al Messico: nuove opportunità per l’export

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kiwipuntovertL’Italia si conferma tra i protagonisti mondiali nella produzione di kiwi, occupando il terzo posto a livello globale dopo Cina e Nuova Zelanda. Con circa 300mila tonnellate prodotte ogni anno, questo frutto rappresenta una voce importante dell’export agroalimentare nazionale.

Gran parte della produzione, concentrata soprattutto in regioni come Lazio, Piemonte ed Emilia-Romagna, è destinata ai mercati esteri. Tra le destinazioni più promettenti emerge oggi il Messico, che si sta affermando come nuovo sbocco commerciale per il prodotto italiano.

L’accesso a questo mercato è stato reso possibile grazie a un accordo raggiunto nel 2019, al termine di un lungo iter tecnico e negoziale. Il protocollo, siglato tra le autorità fitosanitarie italiane e quelle messicane, ha aperto ufficialmente la strada all’esportazione dei kiwi italiani nel Paese latinoamericano.

Dopo il via libera, i produttori e i consorzi italiani hanno avviato le prime spedizioni, principalmente via mare. Sebbene i volumi destinati al Messico siano ancora limitati rispetto al totale delle esportazioni globali, il mercato mostra ampi margini di crescita.

La distribuzione avviene soprattutto attraverso la grande distribuzione organizzata, con l’obiettivo di consolidare progressivamente la presenza del kiwi italiano sugli scaffali messicani.

In prospettiva, il Messico rappresenta quindi non solo una nuova destinazione commerciale, ma anche un’opportunità strategica per rafforzare ulteriormente la competitività internazionale del settore ortofrutticolo italiano.




Dalla fiducia dei mercati alla fiducia nel futuro: l’Eurobond della RDC come segnale di rinascita per tutta l’Africa

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l'eurobond rdc un avenir prometteurL’emissione del primo Eurobond da parte della Repubblica Democratica del Congo (RDC), che ha mobilitato 1,25 miliardi di dollari sui mercati finanziari internazionali, rappresenta molto più di un’operazione tecnica di finanza pubblica. È un segnale politico, economico e simbolico di grande portata. Non si tratta soltanto di raccogliere capitali: si tratta di dimostrare al mondo che una nazione africana, spesso associata a instabilità e fragilità, può conquistare fiducia internazionale e ambire a diventare un modello per l’intera regione dei Grandi Laghi.

Un Eurobond è, in sostanza, un prestito internazionale suddiviso in piccole quote acquistate da investitori globali. Lo Stato che lo emette promette di pagare interessi periodici e di restituire il capitale alla scadenza. Dietro questa apparente semplicità, però, si nasconde una realtà complessa: quando un Paese accede ai mercati internazionali dei capitali, entra in un sistema competitivo e altamente selettivo, dove la fiducia è il vero capitale più prezioso.

Per la RDC, riuscire a emettere con successo un #Eurobond significa aver superato un primo e fondamentale test: quello della credibilità. Gli investitori non prestano denaro sulla base della simpatia o delle buone intenzioni, ma sulla base di valutazioni rigorose che riguardano stabilità macroeconomica, prospettive di crescita, qualità della governance e capacità futura di rimborso. Il fatto che capitali internazionali abbiano risposto positivamente all’emissione congolese indica che, almeno in parte, il Paese è percepito come un attore in evoluzione, con un potenziale economico significativo.

Ma il vero successo non è l’emissione in sé: è ciò che accadrà dopo. Qui inizia la fase più difficile e decisiva. I fondi raccolti devono essere trasformati in crescita reale, tangibile e sostenibile. Investire in infrastrutture moderne — strade, porti, energia, telecomunicazioni — significa creare le basi per un’economia più competitiva, capace di attrarre ulteriori investimenti e generare occupazione. Ogni dollaro speso bene può diventare un moltiplicatore di sviluppo; ogni dollaro sprecato può trasformarsi in un peso sul futuro.

È proprio questa fase che determinerà se l’Eurobond congolese sarà ricordato come un trionfo strategico o come un’occasione mancata. La storia economica internazionale offre esempi in entrambe le direzioni. Ci sono Paesi che hanno utilizzato strumenti simili per accelerare il proprio sviluppo, e altri che, al contrario, sono caduti nella trappola del debito a causa di cattiva gestione e mancanza di visione a lungo termine.

Ciò che rende questo momento particolarmente significativo è il suo valore simbolico per l’intera Africa. Il successo della RDC non è soltanto un successo nazionale: è un messaggio continentale. Per anni, molti Paesi africani sono stati considerati ad alto rischio dagli investitori internazionali. Ogni operazione riuscita contribuisce a cambiare questa percezione, dimostrando che il continente non è soltanto una terra di sfide, ma anche un territorio di opportunità.

In questo senso, l’emissione dell’Eurobond da parte della RDC può essere vista come un passo avanti per l’immagine finanziaria dell’Africa. Dimostra che le economie africane stanno maturando e che esiste una crescente capacità di dialogo con i mercati globali. Quando un Paese africano ottiene fiducia, indirettamente ne beneficia l’intero continente, perché contribuisce a ridurre il cosiddetto “premio di rischio africano”, spesso applicato in modo generalizzato e penalizzante.

Per la regione dei Grandi Laghi, il significato è ancora più profondo. Quest’area, storicamente segnata da conflitti, tensioni politiche e instabilità economica, ha bisogno di esempi positivi e concreti. Una RDC che riesce a finanziare progetti strategici, migliorare infrastrutture e rafforzare la propria economia può diventare un punto di riferimento per i Paesi vicini. Non come potenza dominante, ma come modello di trasformazione possibile.

Credere in una nazione significa anche credere nella sua capacità di apprendere dai propri errori e di migliorare le proprie istituzioni. La disciplina finanziaria richiesta da un Eurobond impone trasparenza, pianificazione e responsabilità. Gli investitori internazionali monitorano costantemente l’utilizzo dei fondi e l’andamento dell’economia. Questo crea una pressione positiva verso una governance più rigorosa e una gestione pubblica più efficiente.

Naturalmente, i rischi non devono essere sottovalutati. L’indebitamento internazionale comporta obblighi precisi e scadenze inderogabili. Se l’economia non cresce abbastanza o se i progetti finanziati non producono valore reale, il peso del debito può diventare un ostacolo allo sviluppo futuro. In casi estremi, un Paese può perdere credibilità sui mercati e trovarsi escluso da nuove opportunità di finanziamento.

Per questo motivo, la parola chiave non è soltanto “finanziamento”, ma “trasformazione”. I fondi raccolti devono essere indirizzati verso settori capaci di generare ritorni economici e sociali. Investimenti nell’energia, ad esempio, possono migliorare l’accesso all’elettricità e favorire la nascita di industrie locali. Infrastrutture di trasporto efficienti possono ridurre i costi logistici e facilitare il commercio regionale. Ogni scelta strategica deve essere guidata da una visione chiara di sviluppo.

Un altro aspetto fondamentale riguarda la fiducia interna. Non basta convincere gli investitori internazionali: è essenziale che anche i cittadini credano nel progetto. Quando la popolazione percepisce benefici concreti — nuove strade, servizi migliori, opportunità di lavoro — il senso di appartenenza e di fiducia nello Stato si rafforza. Questo crea un circolo virtuoso in cui sviluppo economico e stabilità sociale si alimentano reciprocamente.

Guardando al futuro, la sfida più grande sarà trasformare questo primo successo in una strategia duratura. Un singolo Eurobond può rappresentare una svolta, ma non può sostituire riforme strutturali profonde. Migliorare la gestione delle finanze pubbliche, rafforzare lo stato di diritto e combattere la corruzione restano condizioni indispensabili per consolidare la fiducia conquistata.

In definitiva, l’emissione dell’Eurobond della RDC rappresenta un momento storico che va oltre i numeri e i mercati finanziari. È un segnale che una nuova narrativa africana è possibile: una narrativa fatta di ambizione, responsabilità e visione. È la dimostrazione che credere in una nazione non è un atto ingenuo, ma un investimento strategico.

Se questo percorso sarà gestito con saggezza, la RDC potrà diventare non solo un esempio di successo finanziario, ma anche un modello di rinascita economica per l’intera regione dei Grandi Laghi e, più in generale, per tutta l’Africa. Il vero valore di questo Eurobond, dunque, non si misura soltanto in miliardi di dollari, ma nella fiducia che può generare — una fiducia capace di trasformarsi in sviluppo, stabilità e speranza per un intero continente.




La crisi in Iran mette a rischio anche la mozzarella di bufala campana DOP

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foto singola sito 2026 04 10t104243.911 1024x576La tensione internazionale legata alla guerra in Iran non colpisce solo la geopolitica, ma rischia di avere conseguenze concrete anche su uno dei simboli del Made in Italy: la mozzarella di bufala campana DOP.

A lanciare l’allarme è il Consorzio di tutela, che ha riunito il proprio consiglio di amministrazione per affrontare una situazione definita sempre più critica. Il problema principale riguarda l’aumento dei costi lungo tutta la filiera produttiva, aggravato dalla crisi energetica e dalle difficoltà logistiche legate al contesto internazionale.

Tra le voci più pesanti figurano energia, trasporti e materiali per il confezionamento. In particolare, il prezzo del gas ha registrato impennate molto elevate, arrivando a crescere fino a circa il 70%. Un incremento che mette sotto pressione le aziende del settore, già alle prese con un mercato interno indebolito dall’aumento dei prezzi per i consumatori.

Non meno preoccupante è la questione dell’export: circa il 35% della produzione di mozzarella di bufala campana è destinato ai mercati esteri. Le difficoltà nei trasporti, legate anche al costo del carburante e alle tensioni negli aeroporti, rischiano quindi di compromettere una fetta importante del business.

Il comparto arrivava da un 2025 positivo, con una crescita superiore al 3% e oltre 57 mila tonnellate prodotte. Tuttavia, questo nuovo scenario internazionale rischia di vanificare i risultati raggiunti.

Dal Consorzio sottolineano la necessità di interventi urgenti per sostenere la filiera e difendere una delle eccellenze italiane più conosciute nel mondo. Intanto, non si esclude che nelle prossime settimane possano arrivare aumenti dei prezzi, inevitabili per garantire qualità e continuità produttiva.




Made in Italy oltre i confini: opportunità e sfide nei mercati lontani

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d9fc7cb7c8aec9ae4cf1b6beb48e4e5a u68413582603gwl 735x735@ilsole24ore webL’internazionalizzazione del Made in Italy verso i Paesi extra-UE — dal Sud-est asiatico alle Americhe, dall’Asia orientale al Golfo Persico — si conferma oggi uno dei pilastri geoeconomici più rilevanti per la crescita delle imprese italiane. In particolare, per le Piccole e Medie Imprese (PMI), guardare oltre i mercati tradizionali europei non è più un’opzione, ma una necessità strategica.

Espandersi in aree geograficamente e culturalmente distanti offre infatti margini di crescita straordinari, ma richiede una preparazione solida e strategie strutturate per affrontare contesti complessi e spesso molto diversi da quelli nazionali.

Se le tradizionali “4 A” — Alimentare, Abbigliamento, Arredamento e Automazione — continuano a rappresentare il cuore dell’export italiano, nei mercati lontani emergono nuove dinamiche e opportunità.

Il comparto automazione e meccanica si distingue per l’eccellenza tecnologica italiana, con macchinari industriali e robotica sempre più richiesti nei processi produttivi avanzati.

L’arredamento e design vive una fase di forte espansione, trainata dallo sviluppo immobiliare in Asia e nei Paesi del Golfo, dove lo stile italiano è sinonimo di qualità e prestigio.

Il settore agroalimentare continua a crescere grazie all’espansione della classe media globale, anche se resta centrale la lotta contro il fenomeno dell’“Italian sounding”, che penalizza l’autenticità dei prodotti.

Grande richiesta anche per moda e lusso, simboli riconosciuti del Made in Italy nei mercati emergenti ad alto potere d’acquisto.

Infine, si affaccia con forza il settore healthcare e farmaceutico, sostenuto dall’invecchiamento della popolazione in molte aree del mondo, soprattutto in Asia.

Operare in mercati lontani non è privo di ostacoli. Le imprese italiane si trovano ad affrontare sfide significative.

Le barriere tariffarie e il protezionismo rappresentano spesso il primo ostacolo, con dazi elevati e normative locali stringenti pensate per tutelare le produzioni interne.

Non meno complessa è la distanza culturale e linguistica, che richiede una profonda comprensione delle abitudini di consumo e delle dinamiche di business locali.

La logistica costituisce un ulteriore elemento critico: tempi di spedizione lunghi, costi elevati e gestione della deperibilità dei prodotti, soprattutto nel settore alimentare.

Infine, la tutela della proprietà intellettuale resta una priorità, in particolare in quei mercati dove la contraffazione è diffusa e i sistemi giuridici sono meno solidi rispetto a quelli europei.

Per avere successo, non è più sufficiente esportare. Le aziende italiane stanno adottando modelli operativi più evoluti.

Le partnership e joint venture locali si rivelano fondamentali per superare le barriere d’ingresso e acquisire una conoscenza immediata del mercato.

Sempre più diffuso anche il presidio diretto, con l’apertura di filiali o hub regionali: città come Singapore, ad esempio, rappresentano piattaforme strategiche per il Sud-est asiatico.

Parallelamente, cresce il ruolo della digitalizzazione e dell’e-commerce, strumenti che permettono di testare nuovi mercati riducendo i rischi e gli investimenti iniziali.

Le imprese non sono sole in questo percorso. Il cosiddetto “Sistema Italia” offre un supporto articolato e strategico.

L’ICE – Agenzia per la promozione all’estero affianca le aziende con studi di mercato, partecipazione a fiere internazionali e creazione di reti di contatto.

SIMEST e SACE, parte del Gruppo CDP, mettono a disposizione finanziamenti agevolati, contributi a fondo perduto e strumenti assicurativi contro i rischi commerciali e politici.

Fondamentale anche la rete diplomatico-consolare italiana, che svolge un ruolo sempre più attivo come facilitatore economico nei Paesi esteri.

L’internazionalizzazione verso i mercati lontani rappresenta dunque una sfida complessa ma imprescindibile. Per le PMI italiane, significa uscire dalla propria zona di comfort per confrontarsi con scenari globali sempre più competitivi.

Ma significa anche portare nel mondo il valore unico del Made in Italy: qualità, innovazione e identità culturale. Un patrimonio che, se ben accompagnato da strategie adeguate e dal supporto istituzionale, può continuare a conquistare nuovi mercati e nuove opportunità di crescita.




Firmati i nuovi protocolli per rafforzare il Made in Italy nel mondo

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diplomazia e imprese firmati i nuovi protocolli per rafforzare il made in italy nel mondo immagine17In occasione della terza Conferenza Nazionale dell’Export e dell’Internazionalizzazione delle Imprese, il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani, ha firmato due Protocolli d’intesa con Emanuele Orsini, Presidente di Confindustria, e con Giorgio Mercuri, Vicepresidente di Confcooperative, per avviare una collaborazione strutturata sulla formazione economico-commerciale del personale diplomatico impegnato nel sostegno all’internazionalizzazione delle imprese italiane. Le intese prevedono percorsi di approfondimento economico-commerciale su specifici Paesi, mercati e filiere strategiche del Made in Italy, definiti in base alle sedi di destinazione dei diplomatici. Attraverso il Protocollo con Confindustria, il MAECI punta a rafforzare il coordinamento con la rete associativa del sistema industriale italiano e con le imprese maggiormente impegnate sui mercati internazionali. La collaborazione punta a realizzare percorsi di formazione rivolti al personale diplomatico, alle elevate professionalità e ai funzionari. Le attività formative prevederanno incontri, oltre che con rappresentanti della stessa Confindustria, anche con le principali associazioni settoriali interessate ai diversi mercati esteri; inoltre, il percorso formativo sarà articolato in visite conoscitive a territori dai quali originano flussi di esportazioni significativi verso i Paesi o le aree geografiche di assegnazione dei funzionari. Tali visite saranno organizzate in raccordo con le associazioni confindustriali regionali o provinciali, e prevedono visite a imprese leader nei settori maggiormente rappresentativi del nostro export sui mercati selezionati. L’accordo con Confcooperative, che rappresenta 16.000 imprese, 3,3 milioni di soci e oltre 550.000 occupati, con un ruolo centrale nelle filiere agroalimentari del Made in Italy, mira in particolare a sostenere l’accesso ai mercati esteri, affrontare le barriere non tariffarie e accompagnare i processi di crescita internazionale delle cooperative. La collaborazione consentirà di promuovere la conoscenza diretta di realtà aziendali e filiere produttive rappresentative del Made in Italy e approfondire le loro esigenze di sviluppo sui mercati esteri; rafforzare la collaborazione tra Ministero degli Esteri e Confcooperative, creando un tessuto di relazioni dirette e contatti operativi tra personale della Farnesina, aziende e associazioni del mondo produttivo che fanno capo alla confederazione per sostenere l’internazionalizzazione delle imprese. I percorsi di formazione consisteranno in visite organizzate congiuntamente con Confcooperative a realtà di eccellenza dei territori, che andrebbero a concentrarsi ogni volta su regioni diverse. Le due intese rafforzano la collaborazione istituzionale tra Farnesina e Sistema Paese e contribuiscono a valorizzare le opportunità offerte dai mercati emergenti, con particolare attenzione all’Africa e alle iniziative del Piano Mattei, nell’ottica di una Diplomazia Economica sempre più integrata ed efficace.

A Firenze un Centro di eccellenza per la formazione e la cooperazione internazionale

Sarà istituito a Firenze, nel complesso storico dell’ex Istituto Agronomico per l’Oltremare (IAO), un Centro di eccellenza per la formazione e la cooperazione internazionale, con l’obiettivo di sostenere l’internazionalizzazione delle imprese e rafforzare la cooperazione allo sviluppo.

Il Centro sarà concepito come uno strumento strategico per accompagnare le imprese italiane, in particolare le PMI, sui mercati esteri, anche attraverso il rafforzamento di canali di migrazione regolare funzionali alle esigenze del tessuto produttivo nazionale. Al tempo stesso, esso contribuirà alla stabilità dei Paesi partner e alla formazione di manodopera qualificata, in collegamento con i progetti del Piano Mattei per l’Africa.

L’iniziativa sarà realizzata attraverso partenariati pubblico-privati e in collaborazione con le organizzazioni internazionali con sede in Italia, come il Centro Internazionale di Formazione dell’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) di Torino.

Le attività del Centro si concentreranno su alcuni ambiti strategici. In primo luogo, la formazione di esperti nei processi di internazionalizzazione, figure chiave – come gli export manager – per rafforzare la presenza delle imprese italiane sui mercati esteri, grazie a competenze nella gestione dei processi di export, nelle relazioni commerciali e nell’accesso agli strumenti finanziari. Un’ulteriore direttrice riguarderà la gestione sostenibile delle risorse idriche, tema prioritario dell’azione internazionale italiana e centrale nel quadro del Piano Mattei per l’Africa. (Inform)

(foto dsl,e gioni , deu che poarlano)