Export: da Simest due nuovi strumenti agevolati per le PMI italiane

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exporttimbroPer rafforzare il sostegno all’export italiano di beni di investimento e servizi Simest ha attivato oggi il “Contributo su Leasing all’Esportazione” e il “Contributo su Lettere di Credito Export”, due nuovi strumenti agevolati su risorse gestite per conto del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
Le due misure nel dettaglio.
Il “Contributo su Leasing all’Esportazione” è un’agevolazione a fondo perduto in conto interessi dedicata a imprese italiane che concedono in leasing a medio lungo termine beni strumentali e relativi servizi. Possono beneficiarne anche le società di leasing italiane che acquistano beni e servizi da produttori italiani per concederli in leasing a controparti estere.
Il “Contributo su Lettere di Credito Export” si rivolge alle imprese italiane che richiedono il pagamento delle proprie commesse estere tramite una lettera di credito emessa da una banca estera e finanziata a medio lungo termine da una banca italiana confermante. L’agevolazione ha l’effetto di rendere più competitivo il tasso d’interesse dell’operazione.
I due nuovi strumenti – ricorda Simest – si affiancano ai già operativi Contributo Export su Credito Fornitore e Contributo Export su Credito Acquirente, che Simest eroga a sostegno delle aziende italiane esportatrici di beni di investimento e servizi: in un contesto internazionale reso complesso dalla pandemia, l’accesso a un ventaglio più ampio di agevolazioni potrà contribuire a consolidare e migliorare il posizionamento delle imprese nazionali – in particolare PMI e MidCap – nei confronti dei competitor internazionali.




Tunisia. Agricoltura e impresa sociale e solidale, anche così si batte il Covid

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17tunisia“La pandemia ha colpito alcuni pilastri tradizionali dell’economia tunisina, ma l’agricoltura ha mostrato resilienza. E ora Aics mette in campo risorse che possono aiutare a modernizzare il comparto e a costruire alleanze con l’Italia”. Oltremare, la rivista dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, ne ha parlato con il titolare uscente dell’ufficio di Tunisi, Flavio Lovisolo. Ad intervistarlo Gianfranco Belgrano.
“Mancano statistiche e dati attendibili sull’impatto che la pandemia può avere avuto sulla popolazione in Tunisia. Ciò di cui si è più sicuri è l’impatto sulla situazione economica: la pandemia ha limitato tutto il settore del turismo e ha colpito gli scambi commerciali e la produzione industriale a causa dei rallentamenti a livello internazionale, con conseguenze ancora da quantificare sulle piccole e medie imprese. Minori sono stati gli effetti sull’agricoltura. Tale il quadro che emerge da una Tunisia che proprio in queste settimane celebra i dieci anni della Rivoluzione dei gelsomini, con la quale si pose fine all’esperienza politica dell’allora presidente Zine El Abidine Ben Ali. E questo quadro, secondo la Banca Mondiale, si tradurrà per il 2020 in un calo del pil del 9 per cento, con un aumento della disoccupazione intorno al 18 per cento, gli stessi livelli del 2011. È indubbio che la Tunisia abbia avviato un percorso di democrazia dal 2011, anche solo guardando a quello che è successo altrove (Siria, Libia) o alle difficoltà che sta vivendo l’Algeria. È altrettanto indubbio che la Tunisia sia uscita meglio di altri da quel periodo turbolento (si veda anche il riconoscimento all’azione del Quartetto per il dialogo nazionale tunisino a cui nel 2015 è stato assegnato il Nobel per la pace). “Purtroppo quel processo non è poi continuato in un percorso virtuoso e si è abbastanza impantanato nelle difficoltà e nella mancanza di esperienza democratica, considerando che forse la democrazia è pura libertà ma non è solo quello” racconta a Oltremare Flavio Lovisolo, titolare uscente dell’ufficio di Tunisi dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo.
D. Fa riferimento alle irrisolte questioni economiche?
R. Certo. Anzi, soprattutto. Perché fondamentalmente chi controlla uno status quo che deriva ancora dagli anni di Bourghiba e Ben Ali, non ha nessuna voglia di cambiare, vuole mantenere i suoi privilegi, vuole mantenere una situazione che ha portato grandi benefici a pochi. Ci sono difficoltà su infrastrutture essenziali: il porto di Rades non funziona, ci sono aziende pubbliche in deficit perenne, non si riesce a scardinare un sistema di sussidi iniquo. Ci sono sussidi indiscriminati dove i vantaggi vanno ai ceti più abbienti e non alle famiglie più povere. Servono riforme chieste tra l’altro dalle grandi istituzioni internazionali.
D. Per un Paese senza grandi risorse naturali come la Tunisia, quale può essere il ruolo della comunità internazionale e di partner storici come Italia e Francia?
R. Sicuramente c’è un’attenzione politica verso la Tunisia molto particolare, che ha fatto e sta facendo in modo che il Paese sia sostenuto. Lei ha citato Francia e Italia ma aggiungerei anche Germania, Stati Uniti e l’Unione Europea nel suo insieme. E poi tutte le istituzioni finanziarie internazionali. Sono tutti molto interessati a sostenere la Tunisia. Tuttavia la Tunisia ha purtroppo grossi problemi ad assorbire e a gestire la disponibilità finanziaria che deriva da questa attenzione politica. E quindi gli investimenti e i progetti si arenano o procedono con difficoltà.
D. Eppure non sono mancati i piani anche ambiziosi messi a punto dal governo.
R. Quando sono arrivato a fine 2016, c’è stata una grande conferenza, Tunisia 2020, per presentare ai Paesi donatori e alle istituzioni un piano di sviluppo che era imperniato più sull’economia che sulla cooperazione allo sviluppo. Questa scelta, guardando a quel momento storico, era comprensibile. Tuttavia bisogna ricordare che la Tunisia è un paese dove accanto a regioni e realtà territoriali assimilabili anche a realtà europee, coesistono aree e sacche di sottosviluppo. Questo fa fatica a essere interpretato da parte delle stesse élite economiche e politiche del Paese, che guardano più alla parte sviluppata che a quella meno sviluppata. Guardando indietro, forse nel 2016 sarebbe stato più auspicabile avere una conferenza che oltre ad avere incentivato gli investimenti e la crescita dal punto di vista economico, avesse prestato attenzione anche agli aspetti sociali e a coloro che stavano rimanendo indietro.
D. Ci spostiamo sull’azione della Cooperazione italiana?
R. Nel febbraio del 2017 abbiamo firmato il nuovo protocollo di cooperazione triennale (2017-2020) che si sta chiudendo in questo momento. Era un protocollo per 165 milioni di euro, a cui in seguito si sono aggiunti 20 milioni di euro di Cassa depositi e prestiti e 25 milioni derivanti dalla cancellazione del debito, portando a più di 200 milioni il nostro impegno. I settori di intervento sono stati lo sviluppo economico e la creazione di impiego, l’educazione, lo sviluppo locale e la decentralizzazione. Queste sono un po’ le grandi linee su cui ci siamo mossi e devo dire che in questo triennio, malgrado le difficoltà che si sono avute in Tunisia, siamo riusciti a formulare e a portare al comitato congiunto la quasi totalità di quanto si era programmato. Manca all’appello un fondo di sviluppo regionale che non siamo riusciti a mettere a punto per le diverse visioni con le controparti tunisine per 45 milioni di euro e che stiamo dirottando per rifinanziare la linea di credito per le Pmi attiva già da molti anni.
D. Quello delle Pmi sembra un tema ricorrente?
R. La linea di credito alle Pmi ha funzionato molto bene, negli anni ha portato a investimenti per più di 200 milioni di euro, creando più di 10.000 posti di lavoro nuovi e facendo più di 600 operazioni. Abbiamo aperto adesso una nuova linea di credito per il settore agricolo e l’impresa sociale e solidale perché nel frattempo Tunisi ha varato una legge per riconoscere il ruolo e le funzioni delle imprese sociali e solidali. A questi nostri fondi l’Unione Europea ne ha aggiunto di suoi, quindi adesso abbiamo un pacchetto di 100 milioni di euro che potrà essere utilizzato già a partire dal 2021 accompagnando l’economia tunisina in due grossi settori che penso siano fondamentali: la trasformazione e la modernizzazione del settore agricolo, che limita anche l’esodo rurale e quindi lo spostamento di popolazioni verso le zone costiere più ricche. E poi il crescere di un’economia sociale e solidale che potrebbe dare dei servizi che oggi sono fondamentalmente statali e che registrano molte difficoltà.
D. L’agricoltura può essere un campo di collaborazione aperto anche alle imprese italiane.
R. Ci sono molte aziende italiane che guardano con attenzione il Paese, anche perché l’agricoltura tunisina è un’agricoltura che fa fatica ad acquisire delle tecnologie e a orientarsi verso prodotti che potrebbero essere complementari sul mercato europeo sfruttando per esempio il sistema di commercializzazione italiano. È concretizzabile una profonda trasformazione e modernizzazione dell’agricoltura lungo percorsi non concorrenziali con quella italiana ma complementari ad essa. Ed è questo un ambito in cui la Cooperazione italiana può sicuramente contribuire, con l’apertura appunto di linee di credito all’agricoltura e al comparto dell’agro-industria”.




La migrazione da El Salvador all’Italia. Ricerca AIDS

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17ismu“Viaggi, esperienze, ritorni. La migrazione da El Salvador all’Italia” è il titolo del volume edito da Franco Angeli – collana ISMU Iniziative e Studi sulla Multietnicità – che restituisce i risultati principali dell’attività di ricerca condotta nell’ambito del progetto “Cooperazione tra Italia ed El Salvador in tema di migrazione e inclusione socio-economica”, coordinato da Fondazione Soleterre e finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo.
Obiettivo dello studio è stato quello di acquisire una conoscenza approfondita della migrazione salvadoregna verso e di ritorno dall’Italia, con particolare attenzione alle cause di tale migrazione e all’impatto che essa ha su chi si muove, sulle famiglie dei migranti e sui contesti territoriali di origine e di arrivo della migrazione stessa
Oltre a quello di Marco Caselli, autore e curatore, il volume raccoglie i contributi di Alessandra Barzaghi, Emanuela Bonini, Marta Lovison, Alessio Menonna e Giorgia Papavero.
Marco Caselli è professore ordinario di Sociologia e direttore del Centro di Ateneo per la Solidarietà Internazionale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Collabora dal 2005 con Fondazione




La Farnesina conferma il suo impegno per l’export italiano

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farnesina8gLa Farnesina conferma il suo impegno per l’internazionalizzazione del Sistema Italia, ottenendo dalla Commissione Europea l’autorizzazione ad impiegare 1,12 miliardi di euro a fondo perduto a sostegno delle imprese e dell’export italiano.
Si tratta di ingenti risorse che il Governo ha deciso di mettere a disposizione delle aziende italiane, in particolare delle piccole e medie imprese, duramente colpite dalla pandemia. Queste risorse consentono di rispondere alle richieste di finanziamenti agevolati a valere sul Fondo rotativo 394/81, che abbiamo messo al centro del Patto per l’Export, avendolo enormemente rinforzato e reso più efficace.
La Farnesina rinnova il massimo impegno a fare in modo che il Fondo stesso sia ulteriormente rifinanziato nel corso del 2021, in modo da contribuire a riattivare le procedure di accoglimento di nuove domande e portare sempre più il Made in Italy nel mondo.




Santo Domingo. Il Presidente Abinader alla Camera di Commercio Dominico-Italiana

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12dominicaIl presidente della Repubblica Dominicana Luis Abinader ha incontrato  il presidente della Camera di Commercio Dominico italiana, Celso Marranzini, e l’ambasciatore italiano a Santo Domingo Andrea Canepari.
All’incontro nel Palazzo Nazionale hanno partecipato anche i membri del Consiglio di Amministrazione della CCDI: Frank Rainieri, Salvador Figueroa, Carlos Ross, Angelo Viro, Massimiliano Wax, Roberto Herrera, Diego Fernandez, Jeanne Marion Landais, Giuseppe Bonarelli, Manuel Pellerano e il segretario generale Francesco Alfieri.
Sono stati discussi temi di grande interesse per entrambi i Paesi, tra cui turismo, commercio e produzione cinematografica.




“Albania Economia” intervista l’Ambasciatore Bucci

fabrizio bucci

fabrizio bucciIl “ritorno” della Rai, il rafforzamento della presenza anche di grandi aziende come Fincantieri e Leonardo e la profonda amicizia che lega Italia e Albania: questi i temi trattati in questa intervista esclusiva rilasciata ad “Albania Economia Magazine” – la rivista online degli imprenditori italiani in Albania, dall’Ambasciatore d’Italia a Tirana, Fabrizio Bucci. Ne riportiamo di seguito la versione integrale.
“D. È passato un anno dal suo insediamento come Ambasciatore in Albania, qual è la sua analisi sul “business climate” e quali sono gli obiettivi che si è posto per il futuro?
R. Nonostante il periodo contrassegnato dai mutamenti determinati dall’evoluzione dell’emergenza Covid-19 tuttora in corso in Italia, in Albania e nel mondo, in questo mio primo anno di permanenza a Tirana ho avuto modo di toccare con mano la stretta integrazione dell’economia albanese con quella italiana. La vicinanza geografica, la diffusa conoscenza della lingua italiana, le affinità culturali sono condizioni che rendono Italia e Albania partner economici naturali. Eppure, credo che l’Albania non abbia ancora pienamente dispiegato il suo potenziale economico. Per il momento si è puntato molto sui vantaggi derivanti dalla disponibilità di manodopera ad un costo competitivo e da una tassazione più favorevole rispetto alla media europea, ma si è ancora lontani da una piena valorizzazione delle risorse disponibili sul territorio, del capitale umano a disposizione e di una posizione geografica strategica che pone potenzialmente l’Albania al centro del più vasto mercato dei Balcani occidentali.
Anche con riferimento alle dichiarate priorità del governo e delle amministrazioni albanesi verso la rapida convergenza agli standard europei, ritengo indispensabile che si lavori per un miglioramento dell’attuale “business climate”: penso all’implementazione delle riforme strutturali in settori chiave; ad un sistema fiscale più trasparente; ad una pubblica amministrazione efficiente e sana che possa gestire con professionalità e trasparenza le procedure di gare pubbliche, la concessione delle licenze, i controlli fiscali e sanitari alle imprese, i controlli doganali; penso a controparti economiche capaci e rispettose delle regole.
È per questo che l’introduzione di meccanismi di consultazione bilaterale in materia economica e commerciale è importante. Qualche settimana fa il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il Primo Ministro Edi Rama hanno lanciato “un Comitato Congiunto permanente” che possa fungere quale gruppo di lavoro e forum di dialogo per promuovere opportunità di cooperazione economica bilaterale di interesse reciproco e iniziative congiunte in settori strategici e prioritari, nonché per affrontare potenziali ostacoli in campo economico e commerciale e discutere la cooperazione nel campo delle politiche sociali e del lavoro.
D. La presenza delle imprese italiane è imponente così come quella delle organizzazioni industriali, ad esempio Confindustria Albania. Come pensa di rafforzarla e salvaguardarla?
R. Vi è in Albania una diffusa domanda di Italia, di prodotti, di capacità di impresa. L’Italia si conferma di gran lunga il primo partner commerciale dell’Albania. In base ai dati albanesi nei primi dieci mesi del 2020 l’interscambio fra i due Paesi è stato pari al 31,4% del totale, nonostante il forte calo dovuto all’impatto della pandemia nel periodo considerato (esportazioni italiane verso l’Albania -11,7%, importazioni italiane dall’Albania -16,6%). Nel 2019 l’Albania ha scambiato merci con l’Italia per un ammontare complessivo pari a circa 2,5 miliardi di euro, corrispondente al 34,4% dell’interscambio totale, con un saldo attivo per l’Italia pari a 171 milioni di euro.
Anche con riferimento alla presenza di investimenti ed imprese italiane il quadro è sostanzialmente positivo. In base ai dati della Banca di Albania nella prima metà del 2020 il flusso degli investimenti diretti esteri (IDE) italiani nel Paese conferma il forte aumento registrato già nel 2019. Il nostro Paese si colloca al quarto posto tra i principali investitori, con un ammontare di IDE (stock) nella prima metà dell’anno in corso pari a 795 milioni di euro.
Le imprese italiane hanno tradizionalmente rappresentato oltre la metà di tutte le imprese straniere attive in Albania, costituendo una fetta importante del sistema produttivo e occupazionale albanese. Gruppi industriali medio-grandi si sono affermati principalmente nei settori dell’energia, del cemento, dell’agroalimentare e bancario (Intesa San Paolo è la terza banca del paese). Il settore energetico ha rappresentato il campo di maggior successo per la penetrazione italiana di alto livello, con l’ingresso nel paese, tra il 2017 e il 2019, di SNAM prima e di ENI poi, con prospettive di ulteriore crescita anche nel prossimo futuro.
Non dimentichiamo poi il settore delle infrastrutture. La INC S.p.a. ha vinto l’importante gara per il rifacimento della tratta ferroviaria Tirana-Durazzo.
In termini numerici, in base ai dati pre-Covid disponibili, la presenza di aziende italiane in Albania si quantificava intorno al migliaio (comprese le numerose società unipersonali di consulenza), con attività ricomprese principalmente nei settori manifatturiero, energetico, costruzioni, lavorazione e produzione alimentare, servizi, consulenza e innovazione.
Sono numeri importanti ma non dobbiamo accontentarci, anche per la concorrenza da parte di altri competitors è molto forte. E’ per questo che mi sto impegnando molto per rafforzare la presenza in Albania anche delle grandi aziende italiane, come FINCANTIERI e LEONARDO, che possono giocare un ruolo importante anche grazie al sostegno delle istituzioni finanziarie italiane come Cassa Depositi e Prestiti e SIMEST. Ma penso ad esempio anche alla RAI, che è stata l’unica finestra sul mondo per gli albanesi durante l’epoca comunista. Ora, la RAI è la principale industria culturale italiana che produce non soltanto programmi di intrattenimento, ma anche pacchetti educativi per le scuole e programmi culturali di eccellenza oltre a tante altre cose.
Grazie anche all’impegno del suo Presidente, Marcello Foa, stiamo studiando i tempi e le modalità migliori per il “ritorno” della RAI in Albania Quanto al “Sistema Italia”, il sostegno alle attività imprenditoriali e il miglioramento del business climate in Albania, la crescita dell’interscambio commerciale e dei flussi di investimento nel paese costituiscono gli obiettivi prioritari su cui sto lavorando nonostante le difficoltà. In Albania noi possiamo contare su una bella squadra: l’Ufficio ICE-Italian Trade Agency, la Camera di Commercio Italiana in Albania, Confindustria Albania e, naturalmente, tutte le imprese italiane.
D. Ha ricoperto incarichi a Bruxelles ed è stato Direttore per l’Integrazione Europea. L’Albania, secondo lei, entrerà a far parte dell’UE? Quali sono i tempi?
R. Dopo la decisione del Consiglio UE di marzo scorso che ha dato il via libera all’avvio dei negoziati, la domanda da porsi non è più se l’Albania entrerà nella UE, ma quando.
Il cammino compiuto in questi anni è stato enorme. Tirana è una città in pieno sviluppo, l’ammodernamento infrastrutturale del Paese sta andando avanti spedito, aziende internazionali piccole e grandi investono capitali, il tasso di crescita dell’economia pre-COVID è stato robusto per anni, la società civile gioca un ruolo sempre più importante. Vanno considerati positivamente anche i progressi nel campo della giustizia e l’introduzione di nuovi strumenti per il contrasto alla criminalità, come il varo della nuova Procura Speciale Anticorruzione e l’attivazione dell’Ufficio Nazionale per l’Investigazione che la sosterrà. Insomma, molto è stato fatto. Ma moltissimo resta da fare. L’Italia ha sempre sostenuto il cammino europeo dell’Albania e abbiamo sempre difeso le sue ragioni. Ma anche l’Albania deve “aiutarci ad aiutarla”, dimostrando con i fatti che sta andando avanti sui fronti più delicati: completamento della riforma della giustizia, lotta alla criminalità organizzata e al narcotraffico, rafforzamento della pubblica amministrazione, contrasto alla corruzione.
Ecco, io mi aspetto che nel corso del 2021, una volta soddisfatte tutte le priorità stabilite dal Consiglio di marzo, la prima Conferenza Intergovernativa possa essere convocata e possano finalmente partire i negoziati con la Commissione Europea per l’adesione. Sui tempi per l’ingresso vero e proprio nell’Unione Europea, se ci vorranno cinque o dieci o quindici anni, tutto dipenderà dall’Albania e dalla sua reale volontà di diventare un giorno parte dell’Europa. In tutto questo percorso continueremo ad essere al fianco dell’Albania, da amici speciali e vicini come siamo sempre stati. Non mancherà mai il nostro incoraggiamento, ma non risparmieremo le critiche se e quando saranno necessarie. Perché così funziona tra amici veri”.




Italia – Uruguay: via le doppie imposizioni fiscali

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uruitaDal 1° gennaio 2021 trova piena applicazione la Convenzione tra Italia e Uruguay per eliminare le doppie imposizioni in materia di imposte sul reddito e per prevenire le evasioni e le elusioni fiscali.
A ricordarlo oggi è l’Ambasciata italiana a Montevideo, spiegando che la Convenzione contiene norme che pongono fine ai fenomeni di doppia imposizione sui redditi e che realizzano un’equilibrata ripartizione della materia imponibile fra i due Stati contraenti.
L’Accordo si conforma agli standard più recenti del modello elaborato dall’OCSE e disciplina le modalità di imposizione per una serie di redditi: immobili; da utili d’impresa; da navigazione marittima ed aerea internazionale; da capitale; da professione indipendente; da lavoro subordinato; da attività artistiche e sportive; da pensioni; dallo svolgimento di funzioni pubbliche e relative ai compensi di amministratori di società.
Altre norme, continua l’Ambasciata, riguardano l’esenzione, a certe condizioni, per le somme ricevute da studenti e apprendisti per spese relative al proprio mantenimento, istruzione e formazione professionale, nonché i metodi per eliminare le doppie imposizioni e le clausole di non discriminazione. Con riferimento al tema dello scambio di informazioni, infine, la Convezione prevede il superamento del criterio dell’interesse delle informazioni per l’amministrazione finanziaria dello Stato richiesto e del segreto bancario.
La Convenzione, insieme al Trattato di Protezione degli Investimenti in vigore dal 1998, costituisce “un importante strumento per favorire agli investimenti e lo scambio di beni e servizi tra Italia e Uruguay, le cui relazioni economiche e commerciali dispongono così di un quadro giuridico-fiscale chiaro e aggiornato ai più recenti standard internazionali”.




SACE – Confcooperative: protocollo a sostegno dell’export delle cooperative

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accordi2Supportare l’internazionalizzazione e lo sviluppo delle cooperative associate a Confcooperative: questo l’obiettivo del Protocollo d’Intesa siglato da SACE e Confcooperative.
Tra gli strumenti oggetto dell’intesa, i principali servizi offerti da SACE a misura delle imprese associate a Confcooperative, quali la valutazione dei clienti esteri, l’assicurazione del credito a breve termine, lo sconto di fatture e cambiali, i servizi di recupero e ristrutturazione crediti. Ciascun prodotto verrà messo a disposizione delle cooperative a condizioni riservate, tenendo conto della dimensione, della propensione all’export e della tipologia di clienti di ciascuna.
“La contrazione dei consumi e della domanda interna spinge sempre più le imprese a individuare nell’export uno strumento di competitività imprenditoriale, oltre che di promozione dell’eccellenza Made in Italy”, annota Maurizio Gardini, Presidente Confcooperative che aggiunge: “l’auspicio è che il protocollo possa rappresentare un prezioso strumento di accompagnamento per le nostre associate nelle politiche di export e internazionalizzazione”.
Come ricorda il Presidente di SACE Rodolfo Errore, “l’export fa parte del DNA di SACE da oltre quarant’anni: è un acceleratore di crescita per il nostro tessuto imprenditoriale, ha rappresentato un fattore di tenuta negli anni più avversi e sarà un elemento chiave su cui puntare anche nella ripartenza post-Covid, oggi quanto mai auspicata. Grazie a questo accordo abbiamo modo di aiutare le aziende cooperative ad approcciare con sicurezza i mercati esteri in un momento complesso come l’attuale, non solo con prodotti assicurativi ma anche con servizi di advisory istituzionale. Un’intesa che rafforza, quindi, la nostra vocazione: promuovere il Made in Italy nel mondo”.
Per garantire un continuo e proficuo confronto con le cooperative associate, SACE e Confcooperative organizzeranno periodiche occasioni di incontro con l’obiettivo sia di recepire feedback sulle necessità delle aziende, sia di offrire iniziative formative mirate.
Una tra le attività previste è la partecipazione delle cooperative interessate al progetto Education to Export di SACE, l’innovativo modello formativo che combina strumenti online e tradizionali di formazione e successivo affiancamento nel percorso di internazionalizzazione, nell’ambito del quale potranno essere concordati e condivisi contenuti e focus geografici e avviate iniziative di promozione ad hoc sul territorio.
Per facilitare l’accesso ai prodotti assicurativi di SACE, inoltre, gli associati potranno contare sul supporto di CIBA Brokers, la società di intermediazione identificata da Confcooperative a tale scopo.




Lavoro: domanda in forte calo nel 2020 (-30%)

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competenzedigitaliLo shock da Covid-19 frena i programmi di assunzione delle imprese nel 2020, con un calo del 30% rispetto al 2019 (corrispondente a circa 1,4 milioni di contratti di lavoro in meno, inclusi quelli stagionali e di collaborazione). La flessione dei piani di assunzione ha toccato tutti i settori ma è stata più marcata nella filiera dell’accoglienza e della ristorazione (-40,7% per gli ingressi previsti) e in alcuni comparti di punta del made in Italy, come la moda (-37,9%). Mentre flessioni più contenute si registrano nelle costruzioni (-15,9%), nella sanità e servizi sociali privati (-17,1%) e nella filiera agro-alimentare (-19,7%). Ma, nonostante la contrazione dell’occupazione, sale al 30% la difficoltà di reperimento dei profili ricercati (contro il 26% del 2019) a causa della mancanza di candidati o della preparazione inadeguata. Sono queste alcune delle tendenze che emergono dal Bollettino 2020 del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere e Anpal, nel monitoraggio annuale dei flussi di entrata nelle imprese e delle competenze richieste dal mercato del lavoro.
Ne emerge che la domanda di lavoro pianificata nel 2020 dalle imprese con dipendenti (pari a 3,2 milioni di unità) riflette gli effetti della grave crisi pandemica, a cui le imprese hanno risposto introducendo cambiamenti difficilmente reversibili e innescando un’accelerazione anche in diversi aspetti della trasformazione digitale.
Oltre 4 imprese su 10 che hanno investito in trasformazione digitale hanno puntato sulle modifiche dei modelli di business, con l’adozione di strumenti di digital marketing (+16 punti percentuali rispetto al periodo pre-Covid), sulle innovazioni organizzative, con l’ampia diffusione nell’utilizzo dello smartworking (+17 punti percentuali), o, sotto l’aspetto prettamente tecnologico, sull’acquisizione di reti ad alta velocità, sistemi cloud e big data analytics (+10 punti percentuali).
Saranno quindi proprio le competenze digitali, richieste al 60,4% dei profili ricercati nel 2020, uno dei principali driver su cui faranno leva le imprese per gestire la fase di recupero che si aprirà nei prossimi mesi. Mentre per 8 posizioni di lavoro su 10 sono state richieste competenze green che costituiscono un altro fattore strategico di competitività a livello trasversale.
Per affrontare la complessità delle sfide in atto le imprese puntano su figure più specializzate, per le quali nel 67,7% dei casi viene richiesta esperienza.
I DATI RACCOLTI NEL BOLLETTINO.
Le tendenze della domanda di lavoro: più profili specializzati meno figure intermedie
La pandemia non ha pertanto interrotto alcuni dei cambiamenti strutturali che già da alcuni anni stanno attraversando il mercato del lavoro, come il fenomeno della “polarizzazione” nella domanda di lavoro delle imprese. Meno penalizzata, anche in un anno difficile come il 2020, è stata infatti la domanda di figure più specializzate, dotate di esperienza e di mix di competenze appropriati per gestire le transizioni aziendali, rispetto a quella espressa per le figure intermedie e per quelle non qualificate.
Così si ricompone la struttura professionale con un aumento del peso delle professioni intellettuali e scientifiche e a elevata specializzazione e tecniche, che insieme ai dirigenti, arrivano a coprire una assunzione programmata su cinque nel 2020.
La richiesta di competenze è molto elevata per queste figure: quelle trasversali devono essere possedute dalla quasi totalità di questi profili, per quelle “green” la domanda si attesta all’82% e quella di competenze digitali è al 93%. E sono anche le figure più coinvolte nei processi di trasformazione aziendali resi ancora più necessari dalla crisi Covid-19, con una quota di “nuovi innesti” rispetto agli organici che arriva a coprire il 24,2% delle entrate (rispetto a una media del 18,9%).
Nella ricomposizione della struttura professionale cresce in particolare la quota degli operai specializzati (che insieme ai conduttori di impianti e macchine arrivano a coprire 3 ingressi programmati su 10), impiegati nell’edilizia e in alcuni comparti manifatturieri meno penalizzati dalla crisi. Anche per questi profili è in rapido cambiamento il contenuto di mansioni da svolgere, sia per la crescente domanda di competenze green (richieste nell’80% dei casi) che per la diffusione dell’automazione nei processi produttivi.
I profili intermedi sono stati i più penalizzati dallo shock pandemico, sia per il proseguimento di una tendenza alla discesa della quota di figure impiegatizie negli organici aziendali sia per gli effetti dei lockdown sulla domanda di lavoro delle imprese commerciali e per il sostanziale blocco dei flussi di persone e turisti che ha ridotto la domanda di professioni legate alla filiera dell’accoglienza. In questo raggruppamento, per diversi profili professionali del commercio e dei servizi turistici è prevista una quota di assunzioni destinata agli under 30 superiore al 40%, opportunità che i giovani potranno cogliere acquisendo le competenze per ripensare alcuni di questi servizi anche in chiave digitale, sfruttando le potenzialità dell’e-commerce, del delivery e accrescendone il contenuto immateriale.
Difficoltà di reperimento: 2 tecnici digitali su 3 difficili da trovare
Quasi 3 ricerche di personale su 10 appaiono di difficile reperimento. Le figure tecniche legate ai servizi digitali, come gli analisti e progettisti di software e i tecnici programmatori sono tra le più difficili da reperire (circa 2 assunzioni programmate su 3) e anche tra quelle con una quota di assunzioni per gli under 30 che supera il 40%. Ma tra le professioni specialistiche e tecniche con il maggior incremento della difficoltà di reperimento nel 2020 si annoverano i farmacisti, gli esperti nella progettazione formativa e gli ingegneri civili.
Tra le figure operaie più difficili da reperire, invece, si trovano gli attrezzisti e gli addetti a macchine utensili industriali e i meccanici e riparatori di automobili (con criticità per oltre una assunzione su due), ma è tra i muratori, i carpentieri e gli elettricisti che si osserva il maggior incremento nel 2020, figure coinvolte nella transizione in chiave di ecosostenibilità del comparto edilizio.
Se tra le figure intermedie la difficoltà di reperimento è in generale più contenuta, non mancano però casi che mostrano una crescita nel 2020 come le professioni sanitarie. Una tendenza che riguarda anche altre figure tecniche e specialistiche che operano nell’ambito della sanità, innescata oltre che dall’emergenza Covid-19, anche dal processo di invecchiamento della popolazione e che richiede un diverso assetto organizzativo “di prossimità” delle strutture sanitarie e di assistenza. Anche in questo caso, driver principale sono le competenze scientifiche, sempre più coniugate con il digitale e la telemedicina.
Anche nel comparto artigiano, nonostante sia stato duramente colpito dallo shock della pandemia, quasi 4 profili su 10 sono difficili da reperire.
Formazione: ai diplomati oltre un terzo delle ricerche di lavoro, ma cresce la richiesta di laureati
La crescente domanda di specializzazione da parte delle imprese trova conferma anche nel fatto che raggiunge 51,5% la richiesta di figure che abbiamo almeno un diploma secondario, con una quota di laureati pari al 14,1% (circa un punto in più del 2019) e una richiesta di specializzazione post-diploma conseguita in un percorso di Istruzione tecnica superiore (ITS) quasi al 3% delle entrate programmate (pari a circa 83mila unità), mentre il diploma è il livello di istruzione preferito in circa il 35% dei casi. Molto rilevante e in generale superiore all’effettiva offerta formativa appare anche la quota di assunzioni per la quale è richiesta una qualifica o diploma professionale (25%).
Le lauree più richieste sono quelle a indirizzo economico, di ingegneria e a indirizzo insegnamento e formazione, ma le difficoltà di reperimento si concentrano in particolare sui laureati nelle discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics), riguardando il 46% dei candidati in questi indirizzi contro il 30% delle altre lauree. I tecnici specializzati in percorsi ITS cui le imprese sono più interessate afferiscono agli ambiti tecnologici mobilità sostenibile, tecnologie innovative per i beni e attività culturali e meccanica; proprio l’ambito meccanico, insieme a sistema casa e a nuove tecnologie della vita sono quelli più difficili da reperire (con quote che riguardano oltre 2 entrate su 3). Tra i diplomi le richieste sono rivolte soprattutto all’indirizzo amministrativo, al meccatronico e al socio-sanitario, con difficoltà di reperimento che si concentrano in particolare negli indirizzi agroalimentare, informatica e telecomunicazioni e meccatronica (da 3 a oltre 4 entrate su 10). Nell’ambito dei qualificati o diplomati professionali prevale l’indirizzo ristorazione e quello meccanico: anche per questi titoli come per quelli precedenti le maggiori difficoltà di reperimento emergono proprio negli indirizzi meccanico, elettrico e riparazione veicoli a motore, ossia in alcuni di quegli ambiti che pur con diversi livelli di qualificazione e competenze richiesti ai candidati all’assunzione sono centrali per gestire i processi di trasformazione tecnologica e digitale che coinvolgono gran parte del sistema produttivo.
Non a caso, anche dai dati sulle aree aziendali si osserva che le difficoltà di reperimento sono massime nell’area della progettazione/ricerca e sviluppo (49%, in linea con il 2019) e nei sistemi informativi (57%, in crescita di 3 punti percentuali), oltre che nell’area installazione/manutenzione (42%, +4 punti percentuali).




“Pugliesi nel mondo” rilancia il territorio

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pugliesi mondoIn attesa di un ritorno alla normalità, causa Covid-19, l’Associazione Internazionale “Pugliesi nel Mondo” offre la sua disponibilità nel collaborare con tutte le forze sociali per una ripresa economica e culturale del territorio, coinvolgendo anche altre Regioni e Paesi, con iniziative e progetti da programmarsi per i prossimi mesi.
Gli interessati sono invitati a comunicare la propria disponibilità inviando una email insieme ad un contatto telefonico a segreteria@puglianelmondo.com.
Successivamente verrà organizzato un incontro con tutti coloro che hanno aderito all’iniziativa per decidere insieme quali le migliori strategie utili e i supporti necessari ad una maggiore promozione della Puglia in tutti i settori, sia in Italia sia all’estero, coinvolgendo anche gli associati e i corregionali che vivono lontani dal territorio pugliese.