Fisco italiano, perché l’IRPEF pesa soprattutto su una minoranza di contribuenti

In Italia il problema non è soltanto quanto si paga di tasse, ma soprattutto chi sostiene la maggior parte del gettito fiscale. È questa la fotografia che emerge dall’ultima analisi dell’Osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate di Itinerari Previdenziali, presentata al CNEL il 24 settembre.

I dati, riferiti ai redditi prodotti nel 2024 e dichiarati nel 2025, mostrano una forte concentrazione dell’IRPEF. Su 42,84 milioni di persone che hanno presentato una dichiarazione dei redditi, 34,1 milioni hanno effettivamente versato almeno un euro di IRPEF.
Questo significa che 8,7 milioni di contribuenti non hanno versato IRPEF perché l’imposta netta è risultata pari a zero, mentre altri contribuenti hanno redditi talmente bassi da contribuire in misura molto limitata. Complessivamente, considerando l’intera popolazione italiana, sono circa 24,8 milioni le persone che nel 2024 non hanno corrisposto IRPEF.
Il peso cade soprattutto sui redditi medi
Il dato più significativo riguarda la fascia superiore ai 35 mila euro di reddito annuo.
Sono poco meno di 8 milioni di contribuenti, il 18,78% del totale, e da soli versano circa il 65% dell’intera IRPEF. Se si aggiungono anche coloro che dichiarano tra 29 e 35 mila euro, si arriva al 30,22% dei contribuenti, che sostiene il 78,67% dell’imposta.
Non significa però che siano esclusivamente i redditi più elevati a finanziare il sistema. Anzi, il dato mostra soprattutto quanto sia ristretto il numero di contribuenti che sostiene una quota molto ampia dell’imposta progressiva sul reddito.
Tra chi dichiara più di 100 mila euro ci sono 745.615 persone, pari all’1,75% dei contribuenti, che versano il 22,25% dell’IRPEF. I contribuenti con oltre 300 mila euro sono invece appena lo 0,14% e contribuiscono per il 6,37%.
Quasi metà dei contribuenti dichiara meno di 20 mila euro
All’altra estremità della distribuzione si trova una parte molto consistente della popolazione fiscale.
Circa 20,2 milioni di contribuenti, il 47% del totale, dichiarano redditi fino a 20 mila euro e nel complesso versano soltanto il 5% dell’IRPEF. Ancora più significativa è la fascia fino a 29 mila euro: rappresenta il 69,78% dei contribuenti, ma corrisponde il 21,33% dell’imposta.
Sono numeri che vanno però letti con cautela. Un reddito basso non significa necessariamente che una persona non contribuisca al finanziamento dello Stato: l’IRPEF è soltanto una delle imposte, mentre esistono anche IVA, accise, imposte locali e altri prelievi.
Dire quindi che quasi 25 milioni di italiani “non pagano le tasse” è una semplificazione. Più precisamente, il dato indica che non hanno versato IRPEF nel periodo considerato.
Il problema del welfare
La questione diventa particolarmente importante quando si passa dalle entrate alla spesa pubblica.
Secondo l’Osservatorio, nel 2024 sono stati destinati 138,33 miliardi di euro alla sanità, 180,5 miliardi all’assistenza sociale e altri 13,5 miliardi al welfare degli enti locali. Complessivamente, si tratta di oltre 325 miliardi di euro.
Il rapporto mette quindi in discussione la sostenibilità di un sistema nel quale una parte relativamente ridotta dei contribuenti finanzia una quota molto elevata dell’imposta sul reddito, mentre la spesa per sanità e assistenza continua a crescere.
Itinerari Previdenziali interpreta questi dati anche come il risultato di un’eccessiva concentrazione del carico fiscale e di una crescita della spesa assistenziale. Questa è però la lettura dell’Osservatorio, non un dato oggettivo che dimostri da solo che il welfare sia “troppo generoso” o che chi paga poco IRPEF riceva necessariamente più di quanto contribuisca al sistema.
Anche l’evasione entra nel problema
C’è poi un’altra questione: il reddito dichiarato non coincide necessariamente con quello realmente prodotto.
L’analisi richiama infatti il problema dell’economia sommersa e dell’evasione fiscale, che contribuiscono a rendere ancora più difficile valutare quanto effettivamente ogni cittadino contribuisca al finanziamento dello Stato.
È una distinzione fondamentale. Una distribuzione molto concentrata dell’IRPEF può dipendere contemporaneamente dalla progressività dell’imposta, dalla presenza di molti redditi bassi, dall’assenza di reddito per una parte della popolazione e dalla quota di redditi che non viene dichiarata.
Il tema riguarda anche chi vive all’estero
Per gli italiani residenti fuori dal Paese la questione fiscale ha un interesse particolare.
Chi vive stabilmente all’estero, infatti, generalmente non è fiscalmente residente in Italia e non viene automaticamente coinvolto nello stesso meccanismo di imposizione sul reddito dei residenti. Rimangono però possibili obblighi fiscali italiani per determinati redditi prodotti in Italia, secondo le norme nazionali e le convenzioni contro le doppie imposizioni.
Per una comunità italiana ormai distribuita in tutto il mondo, quindi, il rapporto tra residenza, reddito prodotto in Italia e tassazione rimane un tema tutt’altro che secondario.
La domanda è come finanziare lo Stato sociale
I numeri del rapporto riaprono dunque una discussione che va oltre il semplice slogan “chi paga le tasse”.
La domanda più importante è un’altra: quanto può essere sostenibile nel tempo un sistema nel quale meno di un quinto dei contribuenti versa circa due terzi dell’IRPEF?
La risposta non è contenuta nei numeri dell’Osservatorio. Richiede di mettere insieme fiscalità, evasione, occupazione, livelli salariali, pensioni, assistenza e qualità dei servizi pubblici.
Una cosa, però, emerge con chiarezza dai dati: il finanziamento del welfare italiano dipende in misura molto rilevante da una minoranza di contribuenti con redditi medio-alti. E questo rende il tema della distribuzione del carico fiscale uno dei nodi centrali del futuro dei conti pubblici italiani.