FOCUS – La catastrofe annunciata e la vergogna mondiale

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1edbcee0 f0a5 4e77 b880 c78c46e6fca7Incredulità, tristezza, sconforto, dispiacere, dolore, rabbia. E’ questa la lista, certamente incompleta, dei sentimenti dei milioni di italiani che martedì 31 marzo hanno seguito, incollati alla TV, l’ultima partita della nazionale di calcio, giocata contro la Bosnia Erzegovina a Zenica.

La lista è incompleta perché tantissimi e svariati sono gli stati d’animo che uno sport popolare come il calcio riesce a generare, nel bene e nel male, nell’immaginario collettivo come nei cuori dei singoli. Di essa fa parte senz’altro la delusione. Una delusione amara che ci accompagnerà per quattro anni e più. Bar vuoti e nessuna festa, la delusione tra i tifosi italiani è cocente per la terza esclusione consecutiva degli azzurri dai mondiali di calcio.

Il 24 giugno 2014 a Natal, in Brasile, abbiamo assistito all’ultima partita giocata dall’Italia ad un Mondiale di calcio, la sconfitta per 1 a zero contro l’Uruguay. Un torneo più che mediocre da parte nostra che ci ha visti eliminati al primo turno, come successe anche in quello precedente, quattro anni prima in Sudafrica, da campioni in carica. Ma nessuno poteva immaginare che ci sarebbe toccata una disfatta di queste proporzioni, con un’intera generazione di bambini e adolescenti italiani che non sanno ancora cosa vuol dire tifare l’Italia ai Mondiali.

Terzo Mondiale consecutivo senza gli azzurri, quarto di sempre: il tristissimo primato di aver vinto quattro titoli addizionato da cinque mancate partecipazioni. Un record negativo senza eguali tra le grandi squadre di questo mondo.

Il prossimo appuntamento per una nuova possibilità slitta dunque al 2030, ovvero sedici anni dall’ultima partecipazione. Un disastro inaspettato ed inimmaginabile per un movimento calcistico come quello italiano, anche se oggi l’Italia non è più un paese di primo piano da questo punto di vista, nessuna sorpresa. Non è un insuccesso contingente ma una profonda crisi strutturale.

L’esito negativo non è dovuto a qualche elemento che non ha funzionato ma all’intero meccanismo che lo ha sostenuto. Le responsabilità del fallimento, e allo stesso modo le cause, sono oltremodo chiare e sono riconducibili alle decisioni errate, per non dire alle negligenze organizzative e ideologiche, di chi ha avuto posizioni di vertice e di potere nell’ambito della politica sportiva italiana. Venti squadre nel campionato di Serie A sono troppe per un sistema che già fatica a reggere qualità, sostenibilità e sviluppo.

Anche sulla composizione delle rose ci sarebbe molto da dire: il tema non è nazionalistico e non riguarda il passaporto in sé. Riguarda la capacità del sistema di produrre giocatori italiani pronti per la Serie A e per la Nazionale con squadre che scendono in campo con pochissimi italiani o senza italiani. E con dirigenti che preferiscono andare all’estero a spendere cifre folli, a volte anche astronomiche, per ragazzi stranieri che spesso valgono quanto, e in certi casi meno dei giovani italiani già presenti nei vivai. E quando si smette perfino di riconoscere il valore tecnico ed economico dei propri giovani, allora il problema non è la scelta del singolo club ma il fallimento dell’intero sistema calcio. Chi ha voluto e sostenuto questo progetto deve necessariamente dimettersi e andare a casa. Chiunque prenda il loro posto scelga allenatori per merito, non per conoscenze personali, istruttori competenti, capaci di insegnare e con un’esperienza importante da professionisti. Figure capaci di fare formazione con strutture federali adeguate diffuse su tutto il territorio nazionale, con una rete di centri sportivi per osservare i giovani da vicino e seguirne la crescita con continuità. Non valutazioni occasionali ma veri e propri database aggiornati per seguire i vivai, capire i progressi, individuare i limiti e non perdere i talenti per strada: tecnica, testa e valori prima del fisico, non solo corsa e struttura atletica, ma qualità individuali, intelligenza calcistica, educazione e principi morali, con l’obiettivo di formare le persone prima ancora dei calciatori.

In estrema sintesi, noi stiamo perdendo di vista la cosa più importante, che è il talento, dimenticando ogni giorno di avere avuto esempi di uomini come Roberto Baggio e come Paolo Maldini, a cui andrebbero affidati da subito il Settore Tecnico e la Presidenza Federale. Professionisti veri ma soprattutto persone vere, che hanno dato tutto per il calcio e amati senza dubbio trasversalmente, eccellenze umane e sportive più uniche che rare, uno spreco vergognoso e imperdonabile.

I prossimi mondiali li guarderemo ogni giorno con il peso enorme dell’assenza degli azzurri, ma che non si dica che l’eliminazione è stata un colpo di sfortuna o una scelta tattica sbagliata da parte del commissario tecnico. Bisogna toccare il fondo per potersi risollevare. La speranza è che i prossimi quattro  anni non passino invano e che i rimedi individuati per ridare slancio al calcio italiano non siano peggiori di quelli a cui abbiamo avuto il dispiacere di assistere sino ad oggi.