FOCUS – La tragica ipocrisia del Diritto

Quando al mattino accendiamo lo smartphone, i nostri social sono invasi da post e da aggiornamenti con immagini di macerie, bombardamenti, città distrutte. Per la nostra generazione, la guerra rischia di diventare uno sfondo costante ed usuale. Un rumore bianco a cui ci stiamo abituando, quasi fosse il livello sonoro di un videogioco o di una scena di una serie televisiva. Ma dietro ogni fermo immagine ci sono storie identiche alle nostre: i telegiornali parlano principalmente di numeri, numeri di vittime, di sfollati, di milioni di euro spesi in armi. Che, però, hanno un difetto, sedano, addormentano il dolore: mille morti sono una statistica, ma una sola persona che perde la propria casa, la propria famiglia o il proprio futuro è, invece, una tragedia assoluta.
Nelle zone di guerra ci sono uomini, donne e bambini di ogni età, persone che fino al giorno prima avevano una vita, dei progetti, una famiglia. Ragazzi che ascoltavano la stessa musica, che facevano programmi per il fine settimana, che avevano sogni da inseguire. La guerra cancella tutto questo in un secondo, sostituendo il futuro con il vuoto assoluto.
Vivere in un paese in pace è un grande privilegio, che spesso noi tutti diamo per scontato: il diritto alla normalità. Scegliere cosa studiare, esprimere le proprie idee, camminare per strada senza guardare il cielo con il terrore di un missile o di una bomba. Ma questo privilegio non deve trasformarsi in indifferenza, che è il primo alleato di ogni conflitto.
Definire Stati Uniti ed Israele due facce della stessa medaglia descrive perfettamente l’alleanza strategica e simbiotica che li lega, con un’escalation culminata in attacchi congiunti alle infrastrutture e alla popolazione palestinese, rendendoli corresponsabili delle violazioni del diritto internazionale, delle distruzioni e dei crimini contro l’umanità: decine e decine di migliaia di morti e feriti, di cui la metà donne e bambini, una vera e propria pulizia etnica portata avanti nel silenzio complice di tutti.
Un numero enorme di innocenti trucidati che non smuove minimamente le coscienze di diversi governi occidentali: l’Europa dei venti pacchetti alla Russia, in difesa del Diritto internazionale, di quello stesso Diritto se ne sbatte mentre osserva la mattanza di Gaza e le torture sistematiche in rigoroso silenzio. Le immagini filtrate in questi giorni non lasciano spazio alla minima interpretazione: prigionieri palestinesi ammanettati, bendati, piegati a terra e picchiati dai soldati israeliani, con delle umiliazioni e con delle violenze che riportano le lancette degli orologi agli anni trenta, all’epoca nazista.
Eppure, c’è chi preferisce guardare altrove e liquida quelle immagini con una sola parola: propaganda. Come se attuare metodi nazisti fosse propaganda. L’Europa, di fronte a questa tragica pulizia etnica conclamata, si rende complice ogni giorno per la mancanza di una qualsiasi risposta, soprattutto per la sua assenza. E non riesce a distinguere i veri nemici per la vita, per la pace e per l’economia. Più semplicemente, al cospetto dell’opinione pubblica, l’Europa ha perso il ruolo di faro del Diritto e della diplomazia, perché ha perso per strada il requisito più importante, la credibilità.