Gli italiani nell’inferno di La Guaira: “Qui è un’apocalisse”

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La prima cosa che colpisce è il silenzio. Poi l’odore della polvere, del cemento frantumato e della morte. Davanti ai soccorritori italiani, arrivati a La Guaira, la città venezuelana più devastata dal terremoto, si è presentato uno scenario che molti hanno definito con una sola parola: apocalisse.

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I Vigili del Fuoco, gli operatori della Protezione Civile e il personale sanitario italiano sono entrati subito in azione. Dopo aver allestito il campo base, hanno iniziato a scavare tra le macerie dei grandi edifici crollati, utilizzando telecamere, geofoni, demolitori e attrezzature specializzate nella speranza di individuare altri superstiti.

Accanto ai soccorritori lavorano anche medici e infermieri italiani, chiamati a dare supporto a ospedali già messi a dura prova dall’emergenza. Intanto funzionari dell’Unità di crisi della Farnesina assistono i connazionali coinvolti nella tragedia e mantengono i contatti con le famiglie in Italia.

Tra le storie che tengono con il fiato sospeso c’è quella della famiglia di Enzo Cuomo, il cinquantottenne originario della provincia di Salerno trovato senza vita sotto le macerie. Le ricerche continuano invece per la moglie Trini Adrian, 53 anni, e per la figlia Isabella, di 22 anni, ancora disperse.

Nel frattempo, da sotto le macerie arrivano anche piccoli segnali di speranza. Un ragazzo di undici anni è stato estratto vivo tre giorni dopo il terremoto, mentre altri sopravvissuti sono stati salvati grazie all’instancabile lavoro delle squadre internazionali. Ogni vita recuperata alimenta la speranza di chi continua ad aspettare notizie dei propri cari.

L’Italia ha già stanziato i primi aiuti economici e ha inviato due voli con uomini, mezzi, tende e materiali di emergenza. Un contributo concreto che si aggiunge a quello di molte altre nazioni accorse in soccorso del Venezuela.

A La Guaira il tempo sembra essersi fermato. Ma finché ci sarà anche una sola possibilità di trovare qualcuno ancora vivo, i soccorritori continueranno a scavare. Perché, tra quelle montagne di cemento, ogni rumore può ancora trasformarsi in una speranza.

 

foto ANSA