Haiti rimanda le elezioni a tempo indeterminato: perché la crisi può costare cara alla Repubblica Dominicana

crisi al confine tra haiti e repubblica dominicana

Il voto previsto per dicembre salta e non c’è ancora una nuova data. Haiti resta senza elezioni dal 2016, mentre le bande controllano vaste zone del Paese. Per Santo Domingo aumentano i rischi sulla frontiera, la pressione migratoria, la sicurezza e l’economia

crisi al confine tra haiti e repubblica dominicana

Haiti avrebbe dovuto finalmente tornare alle urne. Dopo anni di crisi politica, violenza delle bande armate e istituzioni sempre più fragili, il calendario elettorale prevedeva per il 13 dicembre 2026 il primo turno delle elezioni presidenziali e legislative, seguito dal secondo turno il 21 febbraio 2027.

Ma anche questa volta il voto è saltato.

Il Consiglio elettorale provvisorio haitiano (CEP) ha annunciato il rinvio delle prime fasi del processo elettorale senza indicare una nuova data. Il calendario sarà modificato, ha fatto sapere il CEP, tenendo conto delle condizioni necessarie per poter organizzare regolarmente le diverse fasi del processo.

È una decisione che racconta meglio di molti discorsi la situazione in cui si trova Haiti: lo Stato non riesce ancora a garantire le condizioni minime per organizzare elezioni nazionali.

E questa situazione non riguarda soltanto Haiti.

Per la Repubblica Dominicana, che condivide con Haiti l’isola di Hispaniola, una crisi haitiana sempre più lunga significa anche nuovi problemi e nuovi costi.

Haiti senza elezioni dal 2016

Per comprendere la gravità della situazione bisogna ricordare un dato: Haiti non celebra elezioni nazionali dal 2016.

L’ultimo presidente, Jovenel Moïse, è stato assassinato nel 2021 e da allora il Paese non è riuscito a ricostruire un sistema politico stabile attraverso il voto. Nel frattempo le bande armate hanno esteso il loro controllo su vaste aree, soprattutto nell’area di Port-au-Prince.

Secondo dati citati recentemente dall’Organizzazione degli Stati Americani, le bande arriverebbero a controllare tra l’80 e il 90% di Port-au-Prince, mentre circa 1,47 milioni di haitiani sono stati costretti ad abbandonare le proprie case a causa della violenza.

In queste condizioni organizzare elezioni diventa estremamente complicato: ci sono zone nelle quali lo Stato non esercita un controllo effettivo, mancano strutture per registrare gli elettori e milioni di persone vivono in condizioni di insicurezza o sono state costrette a spostarsi.

Il rinvio, quindi, non arriva come una sorpresa.

Ma è comunque un altro duro colpo per la possibilità di riportare Haiti verso una normalità istituzionale.

E cosa c’entra la Repubblica Dominicana?

C’entra moltissimo.

La Repubblica Dominicana non può decidere ciò che accade dall’altra parte della frontiera, ma subisce inevitabilmente le conseguenze dell’instabilità haitiana.

Il primo problema è quello della migrazione.

Quando aumenta la violenza e lo Stato haitiano perde capacità di controllo, cresce naturalmente la pressione delle persone che cercano sicurezza e condizioni di vita migliori fuori dal Paese.

Per Santo Domingo questo significa maggiori controlli, maggiori operazioni di frontiera, maggiori costi per le forze di sicurezza e un problema migratorio ancora più difficile da gestire.

La Direzione Generale della Migrazione dominicana ha comunicato, per esempio, che soltanto domenica 4 ottobre sono stati deportati attraverso il posto di frontiera di Dajabón 302 cittadini haitiani, mentre le operazioni effettuate in tutto il territorio nazionale avevano portato al fermo di 1.171 stranieri in situazione migratoria irregolare e alla deportazione di 1.139 persone.

Questi numeri non dimostrano che il rinvio delle elezioni provocherà automaticamente un nuovo esodo. Ma mostrano quanto il tema migratorio sia già importante per la Repubblica Dominicana.

Il problema della sicurezza

C’è poi una questione ancora più delicata: la sicurezza della frontiera.

Più il territorio haitiano rimane fuori dal controllo delle istituzioni, maggiore diventa il rischio che criminalità organizzata, traffici illegali e gruppi armati operino in prossimità della frontiera.

La Repubblica Dominicana ha quindi interesse diretto a che dall’altra parte dell’isola esista uno Stato capace di controllare il proprio territorio.

Non significa che la crisi haitiana debba essere considerata automaticamente una minaccia militare per la Repubblica Dominicana. Significa piuttosto che una frontiera internazionale è molto più difficile da gestire quando uno dei due Paesi attraversa una crisi istituzionale e di sicurezza prolungata.

È un problema che Santo Domingo conosce bene e che richiede risorse.

Anche l’economia può risentirne

C’è poi un aspetto che interessa direttamente il mondo imprenditoriale dominicano.

Haiti è un importante mercato per la Repubblica Dominicana. Commercio, trasporti, attività delle zone di frontiera e rapporti economici dipendono anche dalla possibilità di mantenere aperti canali relativamente normali tra i due Paesi.

Se la crisi politica e la violenza continuano, gli operatori economici devono affrontare maggiori rischi, costi di sicurezza, difficoltà logistiche e incertezza.

Non significa che l’economia dominicana sia destinata a fermarsi. Sarebbe un’esagerazione.

Ma una Haiti sempre più instabile significa necessariamente un vicino con il quale diventa più difficile commerciare, investire e programmare attività economiche.

Non a caso, nelle discussioni bilaterali tra i due Paesi del 3 settembre sono comparsi proprio temi come sicurezza della frontiera, migrazione, commercio e investimenti, cooperazione economica e collegamenti aerei.

La questione umanitaria

Esiste poi un problema che non può essere ignorato.

La crisi haitiana è prima di tutto una tragedia per gli haitiani.

Secondo i dati riportati da Acento sulla base delle informazioni delle Nazioni Unite, dall’inizio dell’anno circa 5.700 persone sono state uccise o ferite in Haiti e quasi 1,5 milioni sono state sfollate.

Quando un Paese precipita in una crisi di queste dimensioni, i Paesi vicini non possono rimanere completamente estranei.

Per la Repubblica Dominicana questo significa affrontare contemporaneamente la difesa dei propri interessi nazionali e la necessità di gestire una situazione umanitaria che si sviluppa a poche decine di chilometri dalla propria frontiera.

È un equilibrio estremamente difficile.

La soluzione non può essere soltanto dominicana

Ed è forse questo il punto più importante.

La Repubblica Dominicana può rafforzare la propria frontiera, controllare l’immigrazione irregolare e difendere la propria sicurezza. Può inoltre mantenere il dialogo diplomatico con Haiti, come sta facendo.

Ma non può risolvere da sola la crisi haitiana.

La stabilizzazione di Haiti richiede istituzioni haitiane funzionanti, sicurezza, elezioni credibili e un sostegno internazionale capace di accompagnare il Paese verso una nuova fase politica.

La comunità internazionale sta già sostenendo una forza internazionale contro le bande, il cui mandato è stato prorogato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Ma la forza non ha ancora raggiunto l’obiettivo numerico previsto di 5.500 effettivi.

E senza un miglioramento concreto della sicurezza sarà molto difficile organizzare elezioni realmente nazionali.

Hispaniola non può vivere con una frontiera permanentemente in crisi

Per la Repubblica Dominicana la questione, alla fine, è molto semplice.

Due Stati condividono la stessa isola.

Possono avere storie, lingue, culture e sistemi politici completamente differenti, ma non possono ignorarsi.

Una Haiti senza elezioni, con una parte consistente del territorio controllata da gruppi armati e con milioni di persone sfollate, rappresenta una situazione che inevitabilmente produce conseguenze anche sul lato dominicano.

La Repubblica Dominicana ha tutto il diritto di difendere la propria frontiera e di stabilire autonomamente la propria politica migratoria.

Ma ha anche un interesse evidente a vedere nascere, dall’altra parte della frontiera, un Haiti stabile, istituzionalmente legittimo e capace di controllare il proprio territorio.

Il rinvio delle elezioni non significa che Haiti sia destinata necessariamente a un ulteriore deterioramento.

Ma significa che la strada verso una soluzione politica si allunga ancora.

E ogni mese di instabilità in più non pesa soltanto su Port-au-Prince.

Può pesare anche su Santo Domingo.