Il dilemma dello scarafaggio e della tigre

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dilemma scarafaggioDa quando noi, scimmie antropomorfe, abbiamo avuto il dono della raffigurazione grafica con le prime incisioni rupestri, abbiamo saccheggiato a piene mani il mondo animale per simboleggiare le nostre divinità, le nostre virtù, o le nostre migliori qualità.

E dopo tanti anni di evoluzione dobbiamo ammetterlo: come scimmie antropomorfe siamo anche abbastanza vanitose, visto che difficilmente avremmo raffigurato un grande guerriero dell’età del bronzo come uomo – puzzola o uomo – verme (entrambi animali estremamente vincenti nella loro nicchia ecologica), ma molto più probabilmente (e con molta meno fantasia) sarebbe stato raffigurato come uomo-leopardo, uomo-giaguaro e così via.

Di fatto, da sempre tendiamo istintivamente a considerare dominanti o vincenti tutti i super predatori apicali nel loro ambiente, ammirandone le qualità intrinseche, e considerando il resto della catena alimentare come un necessario corollario per arrivare a quell’ultimo fotogramma, dove la zampata fulminea o il morso potente stroncano la vita dell’incauto penultimo anello a favore della soddisfazione del bisogno del vertice, che ha priorità su tutto il resto e su tutto il resto domina.

Ma è poi veramente così che stanno le cose? O la nostra vanità ci gioca brutti scherzi? E se alla distanza, nella lunga lotta per la sopravvivenza scoprissimo che non vince il super figo, il palestrato dalle elevate prestazioni, ma un outsider e per di più anche bruttino? E se scoprissimo che questo paradigma competitivo lo riscontriamo anche nella nostra società umana e moderna?

Proviamo allora a dare un’occhiata più da vicino ad un dilemma che ogni specie animale si deve porre ad un certo punto del suo percorso; più precisamente quando arriva al bivio che le impone di scegliere la strada tra una estrema specializzazione o una maggiore versatilità, senza eccellere in particolari campi. Ecco, per rendere le cose più semplici lo chiameremo il dilemma dello scarafaggio e della tigre.

E dunque eccoli qui i nostri contendenti: da un lato uno degli insetti più brutti, detestati, e, diciamocelo francamente, disprezzati del pianeta; dall’altro un favoloso esemplare di tigre dai denti a sciabola (o Smilodonte) dominatore indiscusso del Pleistocene. Un confronto a prima vista impari e dall’esito scontato, se non fosse che, ad oggi, il primo è arrivato ai giorni nostri con pochissimi cambiamenti e gode di ottima salute con 350 mila specie conosciute (quasi un terzo delle forme di vita viventi), il secondo, semplicemente, si è estinto.

Sembrerebbe dunque che l’incontro sia finito inaspettatamente per knock out a favore dello scarafaggio; non è esattamente così, e andiamo a vedere il perché.

L’esempio un po’ forzato che abbiamo fatto ci serve per capire che in qualsiasi contesto evolutivo, sia esso quello ecologico, che quello sociale o economico, il punto chiave per il successo è sempre legato alla STRATEGIA utilizzata per sopravvivere in relazione al CONTESTO o ambiente nel quale si vive. Ciò porta con sé due inevitabili corollari: il primo ci dice che non esiste un’unica strategia vincente per avere successo e il secondo che, al cambiare repentino del contesto, ci sono strategie che si rivelano migliori di altre per sopravvivere.

La tigre dai denti a sciabola aveva raggiunto uno status di super predatore ad elevatissima specializzazione che l’aveva resa la regina incontrastata della catena alimentare del suo ecosistema. Il peso di quasi 300 kg, i canini lunghissimi e la muscolatura del quarto posteriore estremamente sviluppata la vincolavano però ad un certo tipo di predazione: poteva cacciare solo prede grandi, poco veloci e dalla scarsa agilità. Una volta immobilizzata a terra con le zampe anteriori la preda, la poteva pugnalare con le zanne e provocarne la morte, per poi cibarsene.

Questa strategia evolutiva si è dimostrata tremendamente efficace finché c’è stata abbondanza di grossi mammiferi e le condizioni climatiche non sono cambiate. Dopo, con il riscaldamento globale e con la comparsa di mammiferi più piccoli e agili, grazie anche alla competizione con l’homo sapiens, lo Smilodonte si è trovato a vivere in un ambiente nel quale le sue caratteristiche erano totalmente inadatte alla sopravvivenza, e si è estinto.

Se guardiamo dall’altro lato alla strategia evolutiva dello scarafaggio, ci troviamo di fronte ad una serie di scelte del tutto opposte: dall’apparato masticatorio, adatto a processare praticamente qualsiasi fonte di cibo organico, all’apparato digerente, capace di assimilare di tutto, anche la cellulosa, ad una struttura delle zampe che lo rendono in grado di arrampicarsi quasi ovunque.

Insomma, se dovessimo fare un confronto automobilistico tra i due animali, lo Smilodonte sarebbe una super sportiva fuoriserie, mentre lo scarafaggio un mini fuoristrada all-terrain. Finché c’è strada, ed è bella asfaltata, lo Smilodonte non lo prende nessuno, ma appena comincia il fango e le buche, lo scarafaggio mette la freccia e non lo vedi più.

Proviamo dunque a trasportare queste differenti strategie nel nostro momento storico, in campo sociale ed economico, in un momento di profonda crisi mondiale: chi conviene essere? Scarafaggio o Tigre? E soprattutto: chi sono gli scarafaggi? E chi le tigri?

Volendo semplificare, è evidente che aziende con maggiore versatilità e capacità di conversione della propria produzione, sono in grado di variare il mercato di riferimento a seconda del momento storico e cambiare la propria “alimentazione” in caso di sconvolgimenti del mercato. Probabilmente queste aziende non saranno i padroni incontrastati del business, ma sono molto meno esposte all’estinzione repentina in caso sconvolgimenti ambientali, tecnologici o sociali.

Esempi? Prendiamo l’italiana Stone Island, azienda produttrice di abbigliamento per lo più casual: nasce negli anni 80 ed è tra le prime a capire le tendenze che si sviluppano sul mercato dell’abbigliamento giovanile (ricordate i paninari?), intercetta quel gusto e si afferma subito tra i marchi casual di successo in Italia. Successivamente, nella grande recessione del 2008, comprende che è finita l’epoca dell’”uomo solo al comando” e favorisce l’entrata di capitali esteri fino al 30% del capitale sociale. Risultato? Durante la crisi Stone Island fatturava 47,8 milioni di euro, nel 2018 ne fattura 190.

Storia inversa e speculare hanno invece aziende importanti come Italsider, Olivetti, Lanerossi, veri e propri giganti nel loro mercato di riferimento che non hanno saputo o potuto (spesso anche per fattori esterni all’azienda stessa) rispondere in maniera corretta alle trasformazioni sociali ed economiche che avvenivano attorno a loro.

Sembra quindi che la strategia dello scarafaggio risulti vincente in momenti di crisi. Ma è veramente solo una questione di scelte e di risposte date in determinati momenti storici?
In realtà no: una componente che gioca un ruolo fondamentale in questo processo è il DNA stesso dell’azienda. La Stone Island ad esempio ha fatto dell’innovazione e della ricerca un punto cardine del suo business con ben quattro dipartimenti coinvolti e ingenti investimenti ogni anno. Esattamente come lo scarafaggio, ha un DNA e una propria struttura che la rende adatta ad affrontare cambiamenti epocali, laddove probabilmente altre aziende, meglio attrezzate finanziariamente, e con fatturati ben più alti non possono contare su una struttura altrettanto flessibile.
E nel mondo del lavoro? Senza scomodare i grandi artigiani che producevano le scocche delle migliori diligenze poco prima della fine dell’800 e della comparsa dell’automobile, troviamo tante analogie di questa duplice strategia anche nel campo della moderna competizione del mercato del lavoro e professionale.

In periodi di mercato normali, l’elevata competitività e il moltiplicarsi delle competenze, spinge i professionisti a crearsi una nicchia nella quale possano essere vincenti: l’imperativo è “diversificati”, in modo da rivolgersi ad un segmento di clientela nel quale ci si è creati una competitività superiore. Gli esempi possono essere molteplici: le agenzie interinali che si specializzano nella ricerca di determinati profili professionali o gli avvocati che si specializzano nel patrocinare solo determinati ambiti legali dove sono richieste specifiche conoscenze, etc. Ecco, questi sono le nostre tigri dai denti a sciabola, e ognuna di loro sarà probabilmente vincente nel proprio mercato di riferimento.

In tempi di crisi sistemiche e globali come quelle che stiamo vivendo però, molti dei segmenti di mercato nei quali queste “tigri” si sono specializzate possono collassare, ed in tal caso chi sopravvive sono in genere quei profili professionali che si sono costruiti un solido background di competenze ed esperienze cross-functional, che li mette in grado di virare velocemente verso aziende, clienti e segmenti di mercato più adatti al nuovo contesto. In pratica, sopravvivono solo le tigri che saranno in grado di fare gli scarafaggi.

Quindi, alla fine, se dovessimo decidere se conviene essere più simili allo Smilodonte o allo Scarafaggio, non potremmo dare una risposta univoca, e ci dovremmo accontentare del classico, democristiano, “dipende”. Io, dal canto mio, se dovessi fotografare la disputa tra i due animali nel modo migliore, lo farei ripetendo la risposta che un mio caro amico, possessore di un fuoristrada e appassionato di off road, diede ad un patito delle macchine sportive, che lo punzecchiava sulla scomodità e sulla lentezza del suo mezzo: “Tu arrivi sicuramente prima, ma io arrivo dappertutto!”

A presto