Il futuro? Non lo coniughiamo più. E il congiuntivo… pace all’anima sua

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170160ba 040a 4d51 a46f 5d5a340ffb1aTra i tanti tempi verbali della lingua italiana — quelli che ci hanno fatto studiare, sudare, declinare e magari anche odiare a scuola — ce ne sono due che sembrano scomparsi dai radar delle nuove generazioni (e non solo): il futuro semplice e il congiuntivo.

Oggi si legge e si ascolta con una certa disinvoltura che “stanotte torna l’ora legale”, come se fosse un evento ricorrente tipo il latte che bolle. Ma l’ora legale, piaccia o no, tornerà, perché si sta parlando di un avvenimento che deve ancora accadere. È il futuro, bellezza. Quello che si usa per indicare ciò che non è ancora successo. Semplice, no? Eppure, sembra troppo complicato per chi vive solo nel presente — o peggio — in un eterno “status” da social.

Poi c’è lui, l’illustre decaduto: il congiuntivo. Quel tempo verbale che regala sfumature, incertezze, desideri, dubbi, possibilità. Oggi invece è trattato come un vecchio zio strano, che si invita a cena solo a Natale e solo se non può proprio mancare. Si sente dire “Spero che viene”, “Credo che è”, “Penso che ha ragione”. Ma no, non è così: si dovrebbe dire “venga”, “sia”, “abbia”. Eppure sembra che l’italiano corretto sia diventato un’opzione accessoria, come i vetri elettrici sulle auto d’epoca.

A tutto questo si aggiunge la sagra della virgola, usata senza criterio. In mezzo alla frase, tra soggetto e verbo, oppure in gruppi, a grappolo, come chicchi lanciati a caso sul foglio: tanto, una virgola in più non ha mai ucciso nessuno, giusto?

Sbagliato.
Le virgole non sono coriandoli, ma pause: servono a respirare, a capire, a non perdere il senso del discorso. Metterne troppe è come frenare ogni tre metri. Non metterne affatto è come guidare a fari spenti nella nebbia.
E poi ci sono i casi in cui una virgola messa nel posto errato cambia completamente il significato della frase. Ecco un esempio classico:

  • Andiamo a mangiare, nonna! → stai invitando la nonna a pranzo.
  • Andiamo a mangiare nonna! → stai proponendo… di mangiarla. Horror linguistico (e non solo).

Le parole hanno un peso, le virgole un ritmo, i tempi verbali un significato. Dimenticarli o usarli a caso vuol dire impoverire il pensiero, la comunicazione, la cultura.

La domanda, allora, è una sola: stiamo andando verso un futuro… di sgrammaticati?
È possibile. Oppure siamo solo vittime della fretta, dei correttori automatici, della cultura usa e getta della parola.

Forse basterebbe riscoprire la bellezza della lingua — sì, quella che tornerà se la si vorrà — e renderle un po’ di quel rispetto che si deve alle cose belle, che ci rendono, in fondo, un po’ migliori.