Immigrati e pensioni: davvero sono loro a pagare quelle degli italiani?

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Per anni è stata ripetuta una frase semplice: senza i contributi degli immigrati, il sistema pensionistico italiano sarebbe ancora più in difficoltà. Ma quanto c’è di vero?

Una recente analisi pubblicata da Libero mette in discussione questa interpretazione e sostiene che gli immigrati, avendo mediamente redditi più bassi, versano meno contributi e utilizzano comunque una parte del welfare italiano. La questione, però, è più complessa e i dati dell’INPS permettono di separare alcune affermazioni dai luoghi comuni.

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Quasi quattro milioni di lavoratori stranieri

Il primo dato è difficilmente contestabile.

Secondo l’ultimo Osservatorio sugli stranieri dell’INPS, relativo al 2024, nelle banche dati dell’Istituto risultavano 4,61 milioni di cittadini stranieri. Di questi, 3,98 milioni erano lavoratori attivi, mentre i pensionati erano 378.645. Altri 252.013 risultavano percettori di prestazioni legate alla disoccupazione o alla mobilità.

La struttura della popolazione straniera assicurata è quindi molto diversa da quella complessiva italiana: per ogni pensionato straniero risultano numerosi lavoratori attivi.

Questo significa che gli stranieri versano contributi previdenziali, come tutti gli altri lavoratori iscritti al sistema.

Ma da qui a dire che “pagano le pensioni degli italiani” il passo è troppo lungo.

Il sistema italiano funziona a ripartizione

Il sistema pensionistico italiano non funziona come un conto individuale nel quale i contributi di un lavoratore vengono accantonati per pagare la sua futura pensione.

È un sistema prevalentemente a ripartizione: i contributi versati oggi dai lavoratori concorrono a finanziare le prestazioni pensionistiche correnti.

Di conseguenza, la presenza di quasi quattro milioni di lavoratori stranieri rappresenta effettivamente una componente contributiva del sistema.

Ma quei lavoratori stanno contemporaneamente maturando propri diritti previdenziali. Non sono semplicemente persone che versano contributi destinati alle pensioni degli italiani senza avere a loro volta diritto a una pensione.

L’INPS prevede infatti anche per i lavoratori stranieri la possibilità di ottenere prestazioni pensionistiche sulla base dei contributi versati e delle regole applicabili, anche quando successivamente rientrano nel Paese d’origine.

Il punto sollevato da Libero: i redditi

È però qui che l’argomentazione di Libero acquista interesse.

Il problema non è soltanto quanti lavoratori stranieri ci sono, ma quanto guadagnano e quindi quanto versano.

I dati INPS mostrano che nel 2023 i lavoratori stranieri dipendenti del settore privato avevano una retribuzione media annua di circa 16 mila euro. Per i lavoratori agricoli la media scendeva a circa 9.500 euro e per i lavoratori domestici a circa 9.300 euro.

Un lavoratore con uno stipendio basso versa naturalmente meno contributi di un lavoratore con uno stipendio elevato.

Per questo il semplice numero degli occupati stranieri non basta a misurare il loro contributo finanziario al sistema previdenziale.

Ma il loro peso fiscale esiste

D’altra parte, sarebbe altrettanto sbagliato concludere che gli immigrati non contribuiscano al finanziamento dello Stato.

Secondo i dati riportati dal portale governativo Integrazione Migranti, nel 2023 erano 4,6 milioni i contribuenti immigrati, con 72,5 miliardi di euro di redditi dichiarati e 10,1 miliardi di IRPEF versata. Lo stesso studio stimava per la componente immigrata un saldo positivo di circa 1,2 miliardi tra entrate fiscali e contributive e spesa pubblica per il welfare.

È dunque possibile sostenere contemporaneamente due fatti:

gli immigrati contribuiscono al sistema fiscale e previdenziale, ma mediamente con importi inferiori rispetto ai lavoratori italiani a causa di redditi più bassi.

Non sono affermazioni contraddittorie.

E le pensioni che ricevono?

Qui il discorso diventa ancora più delicato.

Nel 2024 i pensionati stranieri presenti negli archivi INPS erano circa 379 mila, su quasi quattro milioni di lavoratori stranieri.

È quindi vero che oggi la componente straniera produce un saldo demografico e previdenziale favorevole rispetto a una popolazione anziana: ci sono molti più lavoratori che pensionati.

Ma questa situazione non è necessariamente permanente.

I lavoratori stranieri che rimarranno in Italia per molti anni continueranno a maturare diritti pensionistici. Una parte potrà inoltre trasferirsi all’estero e percepire successivamente la pensione maturata attraverso i contributi italiani, secondo le norme applicabili.

Il rapporto tra immigrazione e pensioni deve quindi essere valutato nel lungo periodo, non soltanto fotografando un singolo anno.

Il vero problema è demografico

Ed è probabilmente questo il punto più importante.

L’Italia ha una popolazione che invecchia e un numero relativamente ridotto di giovani che entrano nel mercato del lavoro. Il sistema pensionistico deve quindi trovare un equilibrio tra numero di lavoratori, salari, contributi versati, pensionati e durata della vita.

L’immigrazione può contribuire ad aumentare il numero degli occupati e quindi la base contributiva.

Ma se una parte significativa degli immigrati è impiegata in lavori poco pagati, il contributo individuale rimane contenuto.

Allo stesso modo, un lavoratore straniero giovane può rappresentare oggi un contributore netto, ma nel corso della sua vita lavorativa maturerà anche un diritto alla pensione.

Quindi chi paga le pensioni degli italiani?

La risposta non può essere “gli italiani” oppure “gli immigrati”.

Le pensioni vengono finanziate all’interno di un sistema nel quale contribuiscono tutti i lavoratori soggetti alla previdenza italiana, italiani e stranieri, attraverso i contributi previsti dalla legge, mentre lo Stato interviene anche attraverso la fiscalità generale per diverse prestazioni.

I dati mostrano però una cosa molto precisa: nel 2024 gli stranieri presenti negli archivi INPS erano molto più numerosi tra i lavoratori che tra i pensionati.

Questo rappresenta oggi un elemento favorevole per gli equilibri previdenziali.

Ma non significa che ogni euro versato da un lavoratore straniero “paghi la pensione di un italiano”. E non significa neppure che gli stranieri siano un costo netto per il sistema.

Una discussione che richiede numeri, non slogan

Il dibattito sull’immigrazione tende spesso a trasformarsi in uno scontro tra due slogan opposti: “gli immigrati ci pagano le pensioni” da una parte e “gli immigrati costano più di quanto versano” dall’altra.

I dati disponibili suggeriscono una realtà più articolata.

Gli stranieri lavorano, pagano contributi e tasse, ma hanno mediamente redditi più bassi. Oggi sono soprattutto lavoratori e solo in misura molto minore pensionati. Nel futuro, però, una parte di questi lavoratori diventerà pensionata e il loro contributo previdenziale dovrà essere valutato insieme ai diritti che avranno maturato.

La vera domanda, quindi, non è se “gli immigrati pagano le pensioni degli italiani”.

È se l’Italia riuscirà ad avere, nei prossimi decenni, abbastanza lavoratori, con redditi sufficientemente elevati e occupazione regolare, per sostenere un sistema pensionistico destinato a confrontarsi con una popolazione sempre più anziana.