Jet Set, un anno e quattro mesi dopo: 236 vite spezzate e ferite che non si sono ancora rimarginate

È passato un anno e quattro mesi dalla tragedia del Jet Set, ma per le famiglie delle vittime quella notte del 8 aprile 2025 non è mai veramente finita.

Il crollo del tetto della celebre discoteca di Santo Domingo provocò 236 morti e più di 180 feriti, trasformando una serata di musica e merengue in una delle più gravi tragedie della storia recente della Repubblica Dominicana. Quella sera sul palco c’era Rubby Pérez, anche lui tra le vittime.
Oggi, a distanza di oltre un anno, restano il dolore delle famiglie, le conseguenze fisiche e psicologiche per i sopravvissuti e soprattutto una domanda ancora aperta: che cosa è stato fatto perché una tragedia simile non possa ripetersi?
Anche due vittime legate all’Italia
La tragedia del Jet Set toccò direttamente anche la comunità italiana.
Tra le vittime furono infatti identificati due cittadini italiani: Luca Massimo Iemolo, chef catanese trasferitosi nella Repubblica Dominicana, e una donna dominicana in possesso della doppia cittadinanza italiana e dominicana. La notizia fu confermata dalle fonti italiane nei giorni immediatamente successivi al crollo.

Iemolo, 48 anni, lavorava come chef a Santo Domingo. Era arrivato nella Repubblica Dominicana per costruire una nuova esperienza professionale e aveva una famiglia. La sua morte ricordò ancora una volta quanto siano intrecciate le storie degli italiani con quelle dei Paesi nei quali hanno scelto di vivere.
Per la comunità italiana nella Repubblica Dominicana, dunque, il Jet Set non è soltanto una tragedia nazionale dominicana. È anche una tragedia che ha colpito direttamente nostri connazionali.
Il dolore non finisce con i funerali
Come raccontano oggi le testimonianze dei familiari e dei sopravvissuti, le conseguenze della tragedia vanno molto oltre il bilancio delle vittime.
Ci sono persone che continuano a convivere con ricordi traumatici, paura, problemi di sonno e difficoltà a tornare alla normalità. Per chi ha perso un familiare, invece, il dolore si è trasformato in un’assenza permanente.
A distanza di mesi, una fotografia, un compleanno, una stanza rimasta vuota o una ricorrenza possono riportare improvvisamente alla notte del crollo.
Particolarmente drammatico è il dato relativo ai 174 minori rimasti colpiti dalla perdita di uno o entrambi i genitori. Sono loro, insieme ai familiari delle vittime e ai sopravvissuti, a rappresentare la parte della tragedia che le statistiche non riescono a raccontare.
E ora resta la domanda sulla responsabilità
La tragedia non è stata soltanto un evento drammatico. È diventata anche un caso giudiziario.
L’inchiesta ha portato all’arresto del proprietario del locale, Antonio Espaillat, e della sorella Maribel Espaillat. Nel frattempo sono state presentate numerose azioni giudiziarie da parte delle famiglie delle vittime.
L’indagine ha inoltre fatto emergere elementi relativi alle condizioni dell’edificio e alle presunte segnalazioni ricevute prima della tragedia. Sarà naturalmente la magistratura a stabilire eventuali responsabilità penali e civili.
Ma proprio per questo, dopo un anno e quattro mesi, la domanda delle famiglie rimane comprensibile: quando arriveranno risposte definitive?
La memoria deve servire a cambiare le cose
Il Jet Set era un luogo conosciuto da generazioni di dominicani. I suoi celebri “Lunes de Jet Set” facevano parte della vita musicale e sociale di Santo Domingo.
Oggi quel nome è diventato sinonimo di tragedia.
Ma il modo migliore per ricordare le 236 persone morte quella notte non è soltanto commemorare i loro nomi. È fare in modo che la loro morte serva a rafforzare i controlli, la sicurezza degli edifici aperti al pubblico e la responsabilità di chi gestisce luoghi nei quali ogni giorno si riuniscono centinaia di persone.
Perché una discoteca può essere un luogo di musica, di divertimento e di festa. Non può mai diventare una trappola mortale.
E per noi italiani della Repubblica Dominicana c’è anche un motivo in più per non dimenticare.
Tra quelle 236 persone c’erano anche due persone che appartenevano, in modo diverso, alla nostra comunità.
Due vite italiane spezzate insieme a quelle di centinaia di dominicani e cittadini di altri Paesi.
Il tempo passa. Il dolore delle famiglie, però, non segue il calendario.