La crisi haitiana pesa sempre di più sulla Repubblica Dominicana

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La crisi di Haiti non è più soltanto una questione interna al Paese vicino. Per la Repubblica Dominicana è diventata un problema che coinvolge contemporaneamente sicurezza, migrazione, frontiera, economia, servizi pubblici e politica estera.

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Il tema è tornato con forza nell’agenda internazionale durante la settimana dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Il senatore Omar Fernández, intervenendo al Concordia Annual Summit 2026, ha definito la situazione una pressione costante per la Repubblica Dominicana, sottolineando che gli effetti della crisi migratoria haitiana ormai interessano anche altri Paesi dell’America.

Ma è soprattutto sul territorio dominicano che le conseguenze sono più immediate.

Una frontiera diventata una priorità nazionale

Dal 2021 il Governo di Luis Abinader ha progressivamente trasformato la questione haitiana in uno dei principali dossier della propria politica estera e della sicurezza nazionale.

La strategia si è sviluppata su due fronti paralleli: da una parte la richiesta alla comunità internazionale di intervenire per stabilizzare Haiti; dall’altra il rafforzamento della frontiera dominicana.

Negli ultimi anni sono aumentate la presenza militare, la sorveglianza tecnologica e le infrastrutture di controllo. La recinzione perimetrale è stata integrata con telecamere, sensori, radar, droni, sistemi di comunicazione e centri di comando.

A settembre il Governo ha inoltre avviato la costruzione di un nuovo tratto di 14,5 chilometri di recinzione nella zona di Jimaní, nella provincia di Independencia, uno dei punti strategici della frontiera meridionale.

La frontiera, quindi, non viene più considerata soltanto come una linea di separazione tra due Stati, ma come una vera infrastruttura di sicurezza.

Il peso della migrazione irregolare

L’altro effetto evidente è quello migratorio.

La Direzione Generale della Migrazione ha intensificato i controlli e le operazioni di rimpatrio, estendendoli dalla zona frontaliera alle aree urbane, turistiche e produttive. Secondo dati ufficiali riportati recentemente, tra gennaio e luglio 2026 sono stati rimpatriati 250.429 haitiani in situazione irregolare.

Il fenomeno, tuttavia, non può essere letto esclusivamente come una questione di frontiera.

La presenza haitiana è ormai inserita in numerosi settori dell’economia dominicana. Un documento del Consejo Económico y Social rileva che comparti come costruzione e agricoltura dipendono in parte da questa manodopera, mentre nello stesso tempo cresce il dibattito sull’impatto della presenza migratoria sui servizi pubblici e sulla sicurezza.

È una delle contraddizioni più difficili da affrontare: la Repubblica Dominicana cerca di ridurre l’immigrazione irregolare, ma alcuni settori dell’economia utilizzano da anni lavoratori haitiani.

Sicurezza e rischio di contagio della violenza

La preoccupazione dominicana non riguarda soltanto il numero delle persone che attraversano la frontiera.

Il progressivo rafforzamento delle bande armate haitiane ha introdotto un’altra variabile: il rischio che violenza, traffico di armi, contrabbando e criminalità organizzata possano avvicinarsi alla frontiera.

Per questo il Governo ha aumentato la presenza militare e le capacità tecnologiche di sorveglianza. Nel 2025 erano stati portati a circa 11.000 gli effettivi militari dispiegati lungo la frontiera, secondo i dati riportati dalla Presidenza.

La strategia denominata “Frontera Fuerte” punta proprio a combinare uomini, infrastrutture e tecnologia per individuare più rapidamente eventuali minacce.

Un costo anche politico e diplomatico

La crisi haitiana ha modificato anche il ruolo della Repubblica Dominicana sulla scena internazionale.

Da anni Abinader insiste sul fatto che la soluzione alla crisi deve essere trovata in Haiti e non può essere trasferita sulla Repubblica Dominicana. Nel suo intervento del 23 settembre all’Assemblea generale dell’ONU ha chiesto nuovamente che la forza internazionale destinata a contrastare le bande riceva uomini, finanziamenti e mezzi sufficienti per operare.

Santo Domingo, contemporaneamente, fornisce sostegno logistico e umanitario alla missione internazionale in Haiti, senza partecipare direttamente alle operazioni contro le bande. Lo ha ribadito lo stesso Abinader a luglio.

È una posizione che cerca di mantenere un equilibrio: aiutare la stabilizzazione del Paese vicino, ma evitare un coinvolgimento militare diretto.

Anche l’economia della frontiera è coinvolta

La frontiera non è soltanto un problema di sicurezza. È anche un’importante area commerciale.

Jimaní e Dajabón ospitano alcuni dei principali punti di scambio tra i due Paesi e il rafforzamento dei controlli viene presentato dal Governo anche come uno strumento per combattere il contrabbando e rendere più ordinato il commercio transfrontaliero.

Questo crea però una situazione complessa: la Repubblica Dominicana ha interesse a controllare i flussi irregolari e il contrabbando, ma allo stesso tempo l’economia di alcune zone di frontiera dipende fortemente dagli scambi con Haiti.

Un problema che la Repubblica Dominicana non può risolvere da sola

È probabilmente questo il punto centrale della questione.

La Repubblica Dominicana può controllare la propria frontiera, applicare le proprie leggi sull’immigrazione e rafforzare le proprie strutture di sicurezza. Non può però risolvere la crisi politica, istituzionale e di sicurezza che attraversa Haiti.

Per questo, negli ultimi anni, la diplomazia dominicana ha intensificato la pressione sugli Stati Uniti, sull’ONU, sull’OEA e sugli altri Paesi della regione affinché assumano una parte maggiore della responsabilità.

Omar Fernández ha riproposto lo stesso concetto a New York: la stabilizzazione di Haiti non sarebbe soltanto nell’interesse degli haitiani, ma anche dei Paesi che stanno assorbendo le conseguenze della crisi.

Il futuro della Repubblica Dominicana passa anche da quello di Haiti

La vicinanza geografica rende impossibile per Santo Domingo ignorare ciò che accade dall’altra parte della frontiera.

La crisi haitiana sta già influenzando le politiche migratorie, la spesa e la presenza militare, le infrastrutture di frontiera, i rapporti commerciali e la diplomazia dominicana.

Ma esiste anche un’altra dimensione, meno visibile: quella economica e sociale. La Repubblica Dominicana ha bisogno di controllare l’immigrazione irregolare, ma alcuni settori produttivi utilizzano lavoratori haitiani; vuole rafforzare la frontiera, ma deve mantenere gli scambi commerciali; chiede una soluzione internazionale per Haiti, ma deve contemporaneamente gestire le conseguenze quotidiane della crisi.

Per questo Haiti è diventato, per la Repubblica Dominicana, molto più di un problema di politica estera. È una questione che tocca direttamente il presente e il futuro del Paese.