La grande amarezza

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downloadWalt Disney diceva: “se puoi sognarlo, puoi farlo”.

Su questo adagio, partorito dalla fertile immaginazione dell’uomo capace di farci innamorare di topolini antropomorfi e paperi miliardari, migliaia di neo-idealisti hanno scolpito la propria vita e tornito le proprie carriere.

Ma che succede a coloro che lungo il cammino smarriscono il piacere di sognare?

Roma, la città eterna che ha fatto sognare intere generazioni di amanti, artisti e intellettuali, da tempo non sogna più.

La surreale ambizione di poter superare Riad (e lo strapotere politico ed economico dell’Arabia Saudita) nella corsa verso l’Expo del 2030 è stata sommersa dai 119 voti con i quali il Bureau International des Expositions ha premiato la candidatura della città del Najd.

Roma, ferita dalla sconfitta e umiliata dalla miseria delle sole 17 preferenze ottenute (anche la città sudcoreana di Busan ha preso più voti della capitale italiana), ora non dovrà farsi trovare impreparata all’appuntamento con il Giubileo del 2025 ma anche in questo caso, a causa delle molte cose da fare a fronte del poco tempo a disposizione, nessuno (neanche il sindaco Roberto Gualtieri) può sapere con certezza in quali condizioni l’ormai ex “Caput Mundi” si presenterà all’anno santo.

Come abbia potuto la città dei 7 Re passare dalla “Grande Bellezza” (dal titolo del film Premio Oscar di Paolo Sorrentino che già nel 2013 osò mostrare i primi, vistosi segni della decadenza romana) alla “Grande Amarezza” è una domanda che trova la propria risposta nelle tante, troppe mancanze che hanno scandito gli ultimi cinque decenni (mezzo secolo!) del nostro paese.

Roma (come il paese del quale è la capitale) ha iniziato a smarrire il proprio fascino millenario e le visionarie suggestioni figlie della “Dolce Vita” all’inizio degli anni di piombo e, con le pagine di cronaca nera scritte dalla Banda della Magliana, con tangentopoli e affittopoli, con Mafia Capitale e tanto altro, ha continuato a perdere colpi fino a ritrovarsi impelagata nello squallido degrado del giorno d’oggi.

I tanti Autobus nuovi “fiammanti” (nel senso più autentico del termine), le strade con più buche del Country Club Marco Simone, le personalità borderline alla guida di Suv lanciati in sfide assurde, i troppi ratti, pellicani e cinghiali a spasso per le vie capitoline come Audrey Hepburn e Gregory Peck nel romantico “Vacanze Romane” di William Wyler, i Taxi più rari del Rinoceronte Nero e la monnezza autentica dove un tempo bivaccava l’er “Monnezza” interpreto dal mitico Tomas Milian sono solo alcune delle nuove peculiarità di una “Roma Cafona” sbeffeggiata da tanti e compatita da molti.

Anche i romani non sembrano più quelli d’una volta.

Il vezzo di scimmiottare i nipoti dello Zio Sam non è mai passato di moda ma i nuovi americani a Roma sono orde di Trapper incarogniti privi sia della risata contagiosa di Alberto Sordi che dell’italica spavalderia di Nando Mericoni.

Sì, cambiano i tempi e con i tempi cambiano i figli di quel tempo ma perché rassegnarsi all’idea che si debba cambiare solo e per forza in peggio?

Per me, da sempre convinto che il consiglio da seguire quando ci si trova in un momento di manifesta difficoltà non deve essere “guarda avanti e passa” (storpiatura del Dantesco “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”) ma “guarda indietro e pensa” (nel futuro, ancora tutto da scrivere, che risposte si possono trovare? Le risposte sono nel passato, tra gli errori commessi e le soluzioni adottate per porre rimedio ai nostri sbagli!), Roma non dovrebbe affannarsi nel tentativo di capire cosa vuol fare “da grande” ma, anzichenò, dovrebbe ricordarsi di com’era quando era la più grande.

A dar manforte a questi miei pensieri c’è un aforisma dell’architetto ’Premio Pritzker’ Wang Shu che dice: “perdere il passato significa perdere il futuro”.

Non ho altro da aggiungere, Vostro Onore.