La prima legge d’Italia

Era il 17 marzo e l’Italia era “quasi” del tutto unita. Per completare il puzzle dello stato unitario occorreva ancora abbattere la raccoforte dello Stato Pontificio, con la terza guerra d’indipendenza del 1866, conquistare Roma (con la presa di Porta Pia nel 1870) mentre per il Veneto, e Friuli Venezia Giulia e Trentino sarebbero occorse le migliaia di morti della quarta guerra d’indipendenza che negli annali della storia sarebbe stata inserita nel grande scenario della prima guerra mondiale.
Quel giorno di metà marzo del 1861, a Torino venne proclamata ufficialmente la nascita del Regno d’Italia e con l’approvazione della legge numero 4761 Vittorio Emanuele II assunse per sé e per i suoi successori il titolo di Re d’Italia.
Quella data, a partire dal 1911 la giornata è diventata festa nazionale ed è ricordata annualmente come Anniversario dell’Unità d’Italia.
Pochi giorni dopo la seduta inaugurale del parlamento italiano, durante la quale senatori e deputati acclamar ano Vittorio Emanuele di Savoia nuovo Re d’Italia, Camillo Benso conte di Cavour presentò in Senato un progetto di legge, con un unico articolo, nel quale si stabilì che Vittorio Emanuele avrebbe assunto per sé e per i suoi successori il titolo di Re d’Italia. E fu di fatto la prima battaglia parlamentare del neonato stato indipendente italiano. La discussione che precedette la votazione di questo testo di legge fu infatti abbastanza animata e vide in contrapposizione i due schieramenti principali di quegli anni: moderati da una parte, e democratici dall’altra. I democratici chiesero al sovrano di assumere il nome di Vittorio Emanuele I, per rimarcare l’inizio di una nuova era e l’originalità dello Stato appena nato rispetto al vecchio Regno Sabaudo. La richiesta si scontrò però con il punto di vista di Cavour e dello stesso Vittorio Emanuele, che rimasero inflessibili nelle loro posizioni. Per i due, il processo di indipendenza era stato un movimento guidato dal Piemonte, a partire dalla partecipazione alla guerra di Crimea e al Congresso di Parigi, concluso con successo grazie soprattutto all’iniziativa e alla determinazione del re sabaudo e della sua classe dirigente. Alla fine di un animatissimo dibattito Cavour riusciì a spuntarla e il 17 marzo 1861, il testo di legge che sanciva la nascita del Regno d’Italia venne approvato con il “secondo” che avrebbe accompagnato il titolo di Vittorio Emanuele . Un segno di continuità del sistema costituzionale e della dinastia di casa Savoia, che fu la principale artefice dell’unificazione italiana.
Quella che nasceva nel marzo del 1861 era una monarchia costituzionale basata sullo Statuto Albertino, concesso nel 1848 da Carlo Alberto di Savoia ai suoi sudditi del Regno di Sardegna, prima di abdicare l’anno successivo. Al vertice dello Stato vi era il re, il quale riassumeva in sé i tre poteri legislativo, esecutivo e giudiziario seppur esercitati non in maniera assoluta.Tale forma di governo fu avversata dalle frange repubblicane (oltreché internazionaliste e anarchiche) e si concretizzò soprattutto in due note vicende: la fucilazione di Pietro Barsanti (considerato il primo martire della Repubblica Italiana) e l’attentato di Giovanni Passannante, di fede anarchica.
Lo statuto reale terminò ufficialmente nel 1946, quando l’Italia divenne una repubblica che si dotava di un’Assemblea Costituente al fine di redigere una costituzione avente valore di legge suprema dello Stato repubblicano. Tale legge sostituiva lo Statuto Albertino sino ad allora vigente e preparò la a trasformazione nell’attuale assetto istituzionale che avvenne in seguito a un referendum tenutosi il 2 e 3 giugno, con il quale si sancì la nascita della Repubblica Italiana, che il 1º gennaio 1948 si dotò di nuova Costituzione.