La qualitá per rilanciare la moda italo-canadese

“Un documentario di un’ora che racconta la parabola dell’industria tessile a Montréal, una tradizione tutta Italo-Canadese in declino dopo l’avvento della globalizzazione e della delocalizzazione dei processi di produzione: è “Tendenza – La modernizzazione dell’industria tessile Italo-Canadese”, una produzione originale di TLN Media Group e della Rebellion Films di Anthony Sarracco, in uscita in Québec venerdì 24 luglio in tutti i cinema Guzzo”. Ne scrive Vittorio Giordano che ha intervistato il direttore di produzione TLN Antonio Giorgi e il regista Anthony Sarracco per il “Cittadino canadese”, settimanale di Montreal di cui è caporedattore.
“Dopo la cancellazione del Festival di Cannes 2020, dove era prevista la sua proiezione, il documentario sarà trasmesso in autunno anche su TLN e Mediaset Italia (ecco il trailer ufficiale: https:// vimeo.com/393754900).
C’è stato un tempo in cui l’etichetta con su scritto “Made in Italy” era garanzia di qualità, mani esperte e materiali pregiati. Oggi, con la modernizzazione del mercato globale e le imitazioni cinesi, questo ‘timbro’ ha perso un po’ del suo valore. Nella storia, qualcosa di simile era già successo, quando nel XVII secolo la ‘haute couture’ francese surclassò completamente l’industria italiana della moda, che non si riprese fino alla metà del Novecento. Il pericolo, oggi, è che la storia possa ripetersi e che molti designer incontrino difficoltà ad adattarsi. “Tendenza” esplora questo cambiamento, partendo dal punto di vista di alcuni tra i più noti designer Italo-Canadesi: il gigante dei jeans Salvatore Parasuco, il re dell’abbigliamento napoletano Carmine Lauro e il realizzatore di abiti su misura Denis Limonsani di ‘Bosco Uomo’.
Oggi ogni designer deve reinventare il proprio mestiere per preservare la propria specificità. “Tendenza” ci rivela come questi creativi si stanno adattando a nuove condizioni di produzione e ad un mercato sempre più globalizzato e, per questo, in continua evoluzione.
Ne abbiamo parlato per telefono con il direttore di produzione TLN Antonio Giorgi e con il regista Anthony Sarracco.
“Innanzitutto – ci ha detto Giorgi – per noi è stato un motivo di grande orgoglio produrre questo documentario: soltanto un gruppo come il nostro, che opera in Canada dal 1984 come tv multiculturale, poteva scovare una storia così speciale legata alle Comunità. E questa è una storia che merita di essere raccontata, perché Italo-Canadese e legata alla città di Montréal. Basti pensare che Montréal, fino agli anni ‘70, contava almeno 150 mila addetti nel settore, tanto da essere considerata la capitale della moda in Canada. Oggi, invece, non arriviamo nemmeno a 15 mila impiegati. Una involuzione legata all’avvento della Cina sui mercati internazionali. Mentre fino agli anni ’90, per esempio, Parasuco ha esercitato una leadership a livello mondiale: i Backstreet Boys indossavano i suoi jeans e agli eventi “Pitti Uomo”, a Firenze, sfilava insieme a stilisti come Cavalli. Poi sono cambiate le cose: è arrivata la Cina e si è cominciato a produrre lontano dal Canada, ma anche dall’Italia. Siamo andati a Napoli e a Firenze per capire come è cambiato il Made in Italy. Il documentario vuole capire se lo stile italiano, o ispirato alla cultura italiana, è ancora vivo, o se la quantità è destinata a prevalere sulla qualità. È questa la domanda decisiva. E proprio puntare sulla qualità potrebbe essere la ricetta per sopravvivere in un mercato sempre più dominato da una produzione di massa a basso costo. La sfida, quindi, è rilanciare il settore puntando sulla qualità e sulla creatività. Come ha fatto Parasuco, che da diversi anni opera soltanto sul web: dopo aver inventato il jeans elasticizzato nel 1975 e il jeans con l’effetto lavato nel 1976, ora ha inventato il marketing virtuale, anticipando ancora una volta i tempi. Possiamo tornare ai fasti di un tempo, quindi, con un diverso marketing ed un approccio personalizzato alla clientela, con la qualità dei materiali e la creatività come valori aggiunti. Come ancora avviene nei laboratori artigianali di Napoli e Firenze – ha concluso Giorgi – la piccola realtà di qualità può fare ancora la differenza. E sono sicuro che anche a Montréal esistono piccole realtà di questo tipo”.
Il regista ciociaro-quebecchese Anthony Sarracco (padre di Benevento, mamma di Cassino), da 11 anni guida ‘Rebellions Films’ e da 7 collabora con TLN.
“Ho condiviso fin da subito l’ennesima iniziativa di TLN di preservare il patrimonio Italo-Canadese. Insieme abbiamo già realizzato documentari sull’immigrazione del dopoguerra: “Montecassino: The Indestructible Abbey”, “Ortona: The Canadian Stalingrad” e “San Pietro Infine”. Oltre a “Malocchio Moderno”, attualmente in produzione. Conosco tante persone che lavoravano nel settore tessile, la mia stessa famiglia lavorava sulla rue Chabanel, a Montréal. Ed oggi è quasi tutto scomparso a causa della globalizzazione e della digitalizzazione. Abbiamo intervistato alcuni protagonisti come Salvatore Parasuco e Carmine Lauro: il primo ha deciso di trasferirsi completamente sul web, puntando sugli influencers su Instagram; il secondo offre prodotti esclusivi Made in Italy nella Piccola Italia. Siamo partiti dalle loro storie per raccontare quella di tutto il comparto tessile a Montréal. Insieme al mio partner Michael Franceschini, nel maggio dell’anno scorso siamo andati a Napoli con Lauro, che ci ha portati al centro e nei laboratori tessili da cui lui riceve i capi che poi rivende a Montréal.
Con Parasuco, invece, siamo stati a Firenze e ad Empoli, per incontrare i designers che lo riforniscono. Se nei decenni scorsi erano gli italiani a produrre qui in Canada, adesso bisogna andare letteralmente in Italia per trovare il Made in Italy autentico e originale. Ma anche qui abbiamo perso quelle ‘mani magiche’ che sapevano usare le macchine da cucire e maneggiare sapientemente i tessuti. A Napoli, come a Montréal, i nostri figli e nipoti hanno scelto altre professioni. Il mestiere di sarto è rimasto quasi un lavoro di una generazione povera. A prendere il nostro posto sono stati i cinesi e gli indiani. E lo vediamo a Napoli, dove intere aziende hanno dipendenti cinesi. L’unico modo per competere con la Cina è produrre in Albania, Bangladesh e nella stessa Cina, dove il costo della manodopera è irrisorio. A meno che non intervenga la Comunità internazionale, imponendo delle regole per ridare impulso alla produzione locale, preservando così la specificità della nostra cultura e della nostra tradizione. In Italia, in Canada, come nel resto del mondo””.