La sottile linea rossa di Mario Roggero

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capturaI diciassette anni di condanna inflitti per omicidio volontario a Mario Roggero, il gioielliere della provincia di Cuneo che il 28 aprile del 2021 inseguì ed uccise a colpi di pistola due dei tre rapinatori entrati nel suo negozio (il terzo se la cavò con diverse ferite), lasciano molti, troppi dubbi!

Le perplessità, figlie perlopiù dell’aspra sensazione d’ingiustizia con la quale il paese (da tempo) si trova costretto a convivere ogniqualvolta un giudice come Alberto Giannone trasmette la tutt’altro che stimabile impressione di voler comprendere maggiormente le problematiche sociali dei carnefici piuttosto che le condivisibili ragioni delle vittime, emergono prepotenti nei dibattiti in TV e negli editoriali di molti quotidiani.

Qualche esempio?

Secondo Giuseppe Cruciani (il giornalista più dissacrante del “Belpaese”) i “signori ladri” dovrebbero imparare a prendere in considerazione la possibilità di non tornare vivi da una delle loro “gite”; per Andrea Fabozzi de “Il Manifesto” il caso di Mario Roggero (al quale è “andata bene” perché gli sono state riconosciute le attenuanti) è una tragedia prodotta dalla retorica cialtrona dei demagoghi in perenne campagna elettorale.

Il caso divide (o unisce, a seconda dei punti di vista) anche la politica: ai fragorosi silenzi di Giorgia Meloni ed alla riflessione della senatrice di Italia Viva Silvia Fregolent che dice: “non si può sdoganare il far west e trasformare la legittima difesa nel diritto a sparare” rispondono Matteo Salvini, sicuro del fatto che in carcere dovrebbe andarci qualcun altro, ed il deputato di Azione Enrico Costa secondo il quale “si è ribaltata la realtà”.

Per quanto mi riguarda il messaggio è chiaro come Vally: in Italia, se non vuoi finire in galera come un comune delinquente, devi accettare l’idea di dover subire passivamente qualsiasi tipo di violenza.

Mario Roggero, che già una volta nel 2015 aveva subito passivamente la violenza di una coppia di balordi introdottasi nella sua gioielleria per picchiarlo e rapinarlo, questa volta ha optato per la soluzione più complicata, più coraggiosa, meno scontata e meno “politicamente corretta”. Ha sbagliato? Sì, ma il suo sbaglio non può costare 17 anni di soggiorno nelle patrie galere!

Perché, mi chiedo, se è vero che la la legge si applica e non si interpreta, a Mario Roggero, al quale tre periti su cinque (i due della difesa ma anche lo psichiatra nominato dalla procura) hanno riconosciuto la parziale incapacità di intendere, è stata comminata una pena più severa rispetto a quelle inflitte ai 4 banditi che l’8 luglio del 2014 rapinarono e uccisero l’imprenditore cinquantatreenne Pietro Raccagni?

Quei 4 malviventi, criminali di professione, hanno forse compiuto un crimine meno infame di quello commesso da Mario Roggero che ha sì ucciso ma sospinto dallo scopo di difendere sé stesso, la propria moglie (presa a cazzotti!), la propria giovane figlia (immobilizzata e minacciata!) e la propria attività dalla furia e dall’intento criminale di tre delinquenti?

Le pene inflitte agli assassini di Pietro Raccagni (pene non superiori ai 16 anni) ci dicono che, in fin dei conti, per i magistrati le cose stanno così!

Davanti a simili esempi di malagiustizia (da non sottovalutare è anche la differenza tra i 480.000 euro con i quali Roggero dovrà risarcire le famiglie delle vittime e i 7.200 euro versati a titolo di rimborso ai familiari del Raccagni) nessuno, al momento, può permettersi di pretendere una maggiore fiducia nei confronti di quei magistrati che, per dirla alla Carlo Nordio, credono possa esistere la possibilità di un “Diritto Creativo”.