La Spagna riconsegna all’Italia Paviglianiti: dopo la latitanza dovrà scontare oltre 19 anni

Dopo anni di latitanza, Domenico Paviglianiti, ritenuto un elemento di vertice dell’omonima cosca della ’ndrangheta, è tornato in Italia.
L’autorità giudiziaria spagnola ha disposto la sua consegna alle autorità italiane in esecuzione di un Mandato di Arresto Europeo. Paviglianiti era stato catturato lo scorso 26 giugno a Soria, nell’entroterra spagnolo, circa 200 chilometri da Madrid, dopo essere stato ricercato dal 2022.
Ora dovrà scontare un cumulo di pene superiore ai 19 anni di carcere, per condanne definitive relative, tra gli altri, a associazione mafiosa, omicidio e reati connessi alle armi.

Una cattura arrivata dopo due anni
La latitanza di Paviglianiti si è conclusa in maniera quasi cinematografica.
Gli investigatori della Policía Nacional spagnola, lavorando insieme agli investigatori italiani, erano riusciti a ricostruire i suoi movimenti e quelli delle persone della sua cerchia.
Il 26 giugno è stato individuato all’uscita di un ristorante a Soria, dove è stato arrestato.
Da quel momento è iniziata la procedura per la sua consegna all’Italia.
A Madrid è stato preso in consegna dall’Unità I-CAN, la struttura internazionale dedicata al contrasto della ’ndrangheta, insieme alla Guardia di Finanza di Reggio Calabria. Successivamente è stato trasferito a Roma Fiumicino e quindi condotto in carcere.
Una storia criminale che viene da lontano
Paviglianiti, conosciuto anche come “Don Mico”, è considerato uno dei protagonisti della storia della ’ndrangheta reggina.
La sua vicenda criminale affonda le radici nella cosiddetta seconda guerra di ’ndrangheta, combattuta tra il 1985 e il 1991, quando le cosche si affrontarono in una sanguinosa guerra per il controllo del territorio e per la ridefinizione degli equilibri criminali.
Secondo le ricostruzioni giudiziarie e investigative, Paviglianiti era vicino alla cosca De Stefano e la sua organizzazione aveva sviluppato collegamenti anche fuori dalla Calabria, nel Nord Italia e all’estero.
Ed è proprio questo elemento a rendere significativa la sua cattura in Spagna.
La ’ndrangheta non conosce confini
La vicenda di Paviglianiti ricorda una realtà ormai conosciuta dagli investigatori: le organizzazioni mafiose italiane hanno da tempo una dimensione internazionale.
I confini nazionali non rappresentano necessariamente un ostacolo.
Un latitante può spostarsi, costruirsi una nuova identità, vivere all’estero e mantenere rapporti con il proprio ambiente criminale.
Per questo anche la risposta dello Stato deve essere internazionale.
La collaborazione tra Polizia spagnola, investigatori italiani, Guardia di Finanza e strutture specializzate come I-CAN dimostra proprio quanto sia importante lo scambio di informazioni tra Paesi.
La Spagna e i latitanti italiani
Non è la prima volta che la Spagna diventa teatro della cattura di importanti latitanti italiani.
La posizione geografica del Paese, i collegamenti con il resto dell’Europa e il suo ruolo nel traffico internazionale hanno reso nel tempo la penisola iberica un territorio seguito con particolare attenzione dagli investigatori italiani.
Ma la collaborazione funziona anche in senso inverso: quando un latitante viene individuato, il mandato di arresto europeo permette di accelerare la procedura per riportarlo davanti alla giustizia italiana.
È quello che è accaduto in questo caso.
Ora comincia la pena
La cattura e l’estradizione chiudono soltanto una fase della vicenda.
Per Paviglianiti comincia ora la detenzione in Italia, dove dovrà scontare il cumulo delle pene definitive.
Il suo rientro rappresenta quindi un altro tassello nella lunga attività dello Stato contro la ’ndrangheta.
Una battaglia che non riguarda soltanto Reggio Calabria.
Perché la ’ndrangheta, nel corso degli anni, ha esteso la propria presenza molto oltre la Calabria, raggiungendo altre regioni italiane e diversi Paesi stranieri.
E proprio per questo non può essere combattuta soltanto a livello locale.
Una lezione che arriva dalla Spagna
La storia di Domenico Paviglianiti è, in fondo, anche la dimostrazione di quanto sia cambiato il modo di combattere la criminalità organizzata.
Un tempo un latitante che riusciva a superare la frontiera poteva sperare di rendersi molto più difficile da raggiungere.
Oggi le banche dati, la cooperazione giudiziaria, lo scambio di informazioni e il lavoro congiunto delle forze di polizia rendono molto più difficile scomparire definitivamente.
La fuga può durare anni.
Ma non necessariamente finisce con la libertà.
Paviglianiti è stato catturato in Spagna, riconsegnato all’Italia e ora dovrà affrontare oltre 19 anni di carcere.
Una vicenda che dimostra, ancora una volta, che nella lotta alla criminalità organizzata anche le frontiere europee possono diventare un punto di collaborazione, non un rifugio.