La voce degli italiani all’estero conta sempre meno. E adesso che cosa faremo?

La Camera dei Deputati ha approvato l’emendamento che riduce drasticamente il numero dei parlamentari eletti nella Circoscrizione Estero e modifica la ripartizione delle circoscrizioni. Se il testo diventerà legge, milioni di italiani residenti fuori dai confini nazionali avranno una rappresentanza ancora più debole.
È una decisione che lascia amarezza.

Da anni gli italiani all’estero hanno la sensazione di essere considerati cittadini di serie B. Prima è arrivato il contestato contributo richiesto per accedere alle prestazioni del Servizio sanitario nazionale durante i soggiorni in Italia. Oggi si interviene sulla loro rappresentanza parlamentare, riducendo ulteriormente il peso politico di una comunità che supera i sei milioni di iscritti all’AIRE.
Eppure gli italiani nel mondo non sono un costo.
Sono una straordinaria risorsa per il Paese.
Sono imprenditori che investono in Italia, importatori che acquistano prodotti italiani, ristoratori che promuovono la nostra gastronomia, professionisti che diffondono il Made in Italy, associazioni che mantengono viva la lingua e la cultura italiane, famiglie che continuano a scegliere l’Italia come punto di riferimento. Ogni anno contribuiscono all’economia nazionale, al turismo di ritorno e all’immagine del nostro Paese nel mondo.
È difficile comprendere perché, invece di rafforzare questo patrimonio, si continui a ridurne il peso nelle istituzioni.
Naturalmente il Parlamento è sovrano e ogni maggioranza ha il diritto di proporre riforme. Ma una domanda resta inevitabile: quale messaggio si vuole inviare agli italiani che vivono all’estero?
Che la loro voce conta meno?
Che il loro voto vale meno?
Che il loro contributo alla crescita economica, culturale e internazionale dell’Italia è secondario?
Sono interrogativi ai quali la politica dovrebbe dare risposte convincenti.
La reazione degli italiani all’estero, però, non può limitarsi all’indignazione sui social network o alle proteste di qualche giorno.
Occorre una risposta democratica, seria e unitaria.
I Comites, il CGIE, le associazioni italiane nel mondo e gli stessi parlamentari eletti all’estero dovrebbero costruire un fronte comune per chiedere che la rappresentanza delle comunità italiane non venga progressivamente svuotata.
Ma soprattutto dovranno essere gli italiani all’estero a dimostrare di non voler rinunciare ai propri diritti. Partecipare alla vita delle associazioni, sostenere gli organismi di rappresentanza, dialogare con le istituzioni e, quando sarà il momento, votare con consapevolezza.
Perché un diritto che non viene difeso è un diritto che, poco alla volta, rischia di essere perduto.
La forza degli italiani nel mondo non è mai stata il numero dei parlamentari eletti. È sempre stata la capacità di fare rete, di restare uniti e di ricordare all’Italia che milioni di suoi figli, pur vivendo lontano, continuano a sentirsi parte della stessa comunità nazionale.
La speranza è che il Parlamento, nel prosieguo dell’iter legislativo, sappia ancora ascoltare questa voce. Sarebbe un segnale di rispetto verso una parte dell’Italia che non vive entro i confini della Repubblica, ma che ogni giorno continua a rappresentarla nel mondo.