L’età inquieta, tra fiction e realtà

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s,910 57c371A Sori, comune di 4.000 anime in provincia di Genova, un ragazzino di 13 anni ha accoltellato un quattordicenne. La causa litigandi? Un ‘Like’ alla foto della ragazza “sbagliata”.

L’episodio di Sori rappresenta un esempio emblematico di un disagio giovanile già esplorato nel 1997 da Bruno Dumont nel suo film “La vie de Jésus”. Questo film, distribuito in Italia con il titolo “L’età inquieta”, racconta la travagliata vita di un adolescente capace di compiere azioni estreme, come l’uccisione di un rivale in amore. Tuttavia, l’età inquieta non è semplicemente un capolavoro del cinema neorealista contemporaneo né una generica etichetta generazionale. Essa rappresenta l’alba della maturità, una fase di crescita che, se non adeguatamente supportata, rischia di generare adulti possessivi, tossici e violenti.

I fatti di cronaca come quelli di Sori, Caivano, lo stupro di gruppo sul lungomare del Foro Italico e l’omicidio di Giulia Cecchettin sono esempi eloquenti di questa realtà. Non è il patriarcato a creare mostri moderni, bensì il disagio che pervade i giovani contemporanei. Questi sono gli eredi di quella che Douglas Coupland ha definito “Generazione X”, caratterizzata da una mancanza di identità sociale chiara, quasi come se fossero invisibili.

Il patriarcato e le sue conseguenze appartengono al passato; oggi ci troviamo di fronte a un nuovo tipo di disagio, quello derivante dalla pressione di dover essere, a tutti i costi, dei “maschi alpha”. Ai nostri figli dobbiamo insegnare che l’età inquieta non è un film con un finale già scritto. Essa può essere l’inizio di un percorso di crescita, se accompagnata con attenzione, comprensione, supporto adeguato e i giusti esempi da seguire.