La fede alla prova del voto: Talarico e Hamilton sfidano l’alleanza fra Trump e gli evangelici

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«Pensavo di apparire come un medico, perché faccio sentire meglio le persone». Con queste parole Donald Trump ha cercato di spiegare l’immagine creata con l’intelligenza artificiale che lo ritraeva come Gesù mentre guarisce un malato in un letto d’ospedale. L’immagine includeva anche simboli patriottici e militari statunitensi. Trump, però, l’aveva fatta grossa e, dopo poche ore, il post è stato rimosso in seguito alle accuse di blasfemia mosse da esponenti cattolici ed evangelici.

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Nelle sue campagne elettorali, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha ricevuto un forte sostegno dai cattolici americani, ma ancora maggiore dagli evangelici. Adesso, però, sembra che questo supporto stia diminuendo, anche se rimane relativamente solido. Alle elezioni presidenziali del 2016, Trump ricevette il 65 per cento dei voti degli elettori evangelici. Una cifra aumentata nel 2024, quando raggiunse il 72 per cento. Adesso, però, si registra un leggero calo. Un recente sondaggio di PBS News, NPR e Marist ci informa che il 66 per cento degli evangelici approva l’operato di Trump.

Il sodalizio fra Trump e gli evangelici sembra molto improbabile, considerando la vita privata del presidente. Quando entrò in politica nel 2015, era già noto per la sua vita da playboy, che non si concluse con i suoi tre matrimoni. I suoi rapporti poco ortodossi con le donne emersero in tutta la loro evidenza nel famoso video di Access Hollywood, diffuso poco prima delle elezioni del 2016. Nel filmato si vede e si sente Trump vantarsi delle sue avventure amorose, dicendo che, essendo una star, le donne gli permettono tutto e che può persino prenderle per le «parti intime». C’è stato poi il caso della pornostar Stormy Daniels, venuto alla luce durante un processo nel 2024, quando Trump fu condannato in un procedimento penale a New York per falsificazione di documenti aziendali legati a pagamenti effettuati durante la campagna elettorale. Da non dimenticare anche la vicenda della giornalista E. Jean Carroll, che vinse una causa civile contro Trump per violenza sessuale e diffamazione e ottenne un risarcimento di cinque milioni di dollari. Questa biografia non ha avuto effetti negativi sui rapporti di Trump con gli evangelici, che gli hanno perdonato il passato e continuano a sostenerlo. Da parte sua, l’attuale presidente li ha ripagati legittimando l’idea che l’America sia un Paese cristiano dominato dai bianchi. Un altro elemento fondamentale è stata la nomina di tre giudici conservatori alla Corte Suprema, che hanno contribuito alla decisione di eliminare la tutela federale del diritto all’aborto, tanto desiderata dagli evangelici.

I democratici non hanno fatto della religione un elemento centrale della loro politica, concentrandosi sull’idea che la fede personale non dovrebbe influenzare la politica. In queste elezioni di midterm, però, due candidati al Senato hanno scelto di puntare su una visione religiosa in contrasto con quella degli evangelici vicini a Trump. James Talarico, candidato a un seggio al Senato per il Texas, e Adam Hamilton, candidato a un seggio al Senato per il Kansas, hanno entrambi utilizzato le proprie esperienze religiose nelle rispettive campagne elettorali.

Talarico, seminarista presbiteriano, usa il Vangelo per sostenere una visione politica progressista. Afferma che la sua fede lo spinge ad assumersi una responsabilità morale a favore dei poveri, in contrapposizione all’avidità delle grandi aziende. Talarico non si allontana dalla prassi tradizionale dei democratici, ma la fonda sugli insegnamenti di Gesù, che disdegna il materialismo e si oppone all’idea che la povertà sia dovuta alla mancanza di impegno personale. I comizi di Talarico sono ricchi di riferimenti alla fede religiosa e alla dignità del lavoro, che egli contrappone alla sfrenata corsa al denaro delle corporation. Non sorprende, dunque, che il miliardario Elon Musk abbia speso 200 milioni di dollari per aiutare Ken Paxton, avversario di Talarico nelle primarie repubblicane.

Hamilton, pastore della più grande congregazione metodista del Kansas, è notissimo per la sua lunghissima carriera e per i suoi programmi televisivi religiosi. Si è temporaneamente allontanato dal pulpito per dedicarsi alla campagna politica, usando un linguaggio progressista fondato su una fede religiosa vicina ai poveri. Hamilton non indietreggia sul terreno religioso e ha persino detto che, se Gesù fosse qui, il suo avversario Roger Marshall lo accuserebbe di essere «woke», termine che la destra ha deformato e trasformato in un’espressione negativa, associandolo agli eccessi del politicamente corretto. In un dibattito, Hamilton ha sostenuto che Marshall, da ginecologo, ha assistito alla nascita di tanti bambini, e gli ha domandato se, una volta nati, abbia poi telefonato all’ICE per farli deportare. Marshall ha mostrato poca carità cristiana perché, secondo quanto riportato, da medico avrebbe denunciato 700 dei suoi pazienti poveri per mancato pagamento.

Alle elezioni presidenziali del 2024, Trump ha sconfitto Kamala Harris in Texas e in Kansas con ampi margini, poiché entrambi gli Stati sono storicamente conservatori. Adesso, però, sia Hamilton sia Talarico stanno dando filo da torcere ai loro avversari repubblicani. L’attuale presidente americano è stato costretto a intervenire nella campagna elettorale per sostenerli. Con il suo tipico stile, Trump ha attaccato Hamilton, definendolo una «cattiva persona» e «una vergogna» che pretende di essere «moderato». Ancora più feroci sono stati gli attacchi a Talarico, a cui Trump ha persino affibbiato il suffisso dispregiativo «freak» (strano), ribattezzandolo «Talafreako». Talarico e Hamilton stanno facendo leva su una fede religiosa i cui principi rispecchiano quelli di Papa Leone XIII, specialmente per quanto riguarda i poveri e i migranti. Si tratta di una visione in netto contrasto con quella degli ultra ricchi che circondano il presidente americano.




“Dan Sullivan contro Dan Sullivan: la causa preventiva di Trump per salvare il seggio in Alaska”

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“Il 3 novembre eleggeremo uno dei migliori e più rispettati senatori di Washington….. il vero ”. Così ha detto il presidente Donald Trump in un recente comizio, mentre cercava di incoraggiare i suoi ascoltatori a non votare per un altro Dan Sullivan, il cui nome appare nella scheda elettorale per un seggio al Senato nello Stato dell’Alaska. La differenza fra i due si basa sull’iniziale del secondo nome: “S” per il senatore uscente, e “J” per un altro individuo che si era candidato alle primarie e che adesso appare nella scheda per l’elezione generale. Trump crede che la possibile confusione dei nomi potrebbe sfilare voti al suo preferito e facilitare la vittoria della candidata democratica Mary Peltola.

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Trump non si è limitato a chiarire ciò che lui chiama un trucchetto dei democratici, ma ha anche incaricato il ministro della Giustizia Todd Blanche di denunciare lo Stato dell’Alaska. La causa negherebbe il seggio alla Peltola se la sua vittoria dovesse avvenire con lievi margini. Trump e Blanche presuppongono che, in caso di sconfitta del loro preferito, ciò avverrà perché gli elettori repubblicani sbaglieranno il candidato Sullivan che intendono votare a causa della somiglianza dei nomi.

I nomi dei due Sullivan nella scheda elettorale sono abbastanza diversi da non dover causare confusione. Il nome del favorito di Trump appare come Sullivan, Dan S. (senatore uscente, repubblicano). Il “falso” appare come Sullivan, Daniel J. Jr., senza nessun’altra indicazione. I repubblicani avevano obiettato senza successo alla presenza di Daniel J. Sullivan alle primarie, poiché la Corte Suprema dell’Alaska aveva deciso che il senatore in carica non possiede il copyright del nome Sullivan e che esistevano sufficienti differenze per garantire un’elezione corretta. Alle primarie, Daniel J. aveva ricevuto il 2,5 per cento dei voti, ossia 4.107 consensi, mentre il senatore uscente Daniel S. ne aveva ricevuti 68.726.

Non si sa quanti voti Daniel J. potrà ricevere il 3 novembre, ma si crede che il margine di vittoria potrebbe essere risicato e la candidata democratica Peltola è avanti nei sondaggi. Questa situazione ha sorpreso tutti perché l’Alaska è considerato un “red state ”, ossia sotto il controllo dei repubblicani. Infatti, nelle elezioni presidenziali del 2024, Trump ha sconfitto Kamala Harris con un margine di 13 punti.

Come abbiamo scritto in queste pagine, molto è cambiato nei primi due anni del secondo mandato di Trump, soprattutto il costo della vita, causato in grande misura dalla politica dei dazi e dai costi del carburante dovuti alla scellerata guerra iniziata da Trump e Benjamin Netanyahu in Iran. Quindi i repubblicani si trovano in difficoltà in Stati che tipicamente non dovrebbero preoccuparli. L’Alaska è diventato uno degli Stati chiave per la determinazione della maggioranza al Senato, attualmente sotto il controllo repubblicano (53-47). Si ritiene però che le condizioni siano favorevoli ai democratici per conquistare la maggioranza alla Camera e potenzialmente anche al Senato. Nate Silver, il guru dei sondaggi, dà il 70 per cento di probabilità ai democratici di conquistare la maggioranza al Senato.

La causa intentata da Trump e Blanche è completamente anomala, poiché l’elezione non si è ancora svolta, anche se in molti Stati si sta già votando anticipatamente. Anche in Alaska è possibile votare quindici giorni prima della data fissata per il 3 novembre. Tutti gli analisti hanno definito la denuncia frivola e priva di possibilità di successo. Ciononostante, ciò ci suggerisce già quale potrà essere la strategia di Trump nel probabile caso di sconfitta alle urne, ricordandoci quanto accaduto nel 2020 quando Biden vinse l’elezione presidenziale. Si ricorda che, verso la fine del suo primo mandato, Trump chiese all’allora ministro della Giustizia Bill Barr di indagare su probabili brogli. Dopo aver eseguito l’ordine di Trump, Barr concluse che l’elezione era completamente regolare. Ciò non piacque a Trump, il quale accettò tempestivamente le dimissioni di Barr.

Nel caso attuale, si crede che il presidente contesterà alcuni risultati escogitando qualche escamotage per creare confusione. Ma se Barr nel 2020 fece il suo dovere, nel caso di Blanche si prevede un’altra realtà. Da ricordare che Blanche, prima di diventare vice e poi ministro della Giustizia, è stato l’avvocato personale di Trump. Quindi tutti gli indizi ci fanno credere che lui obbedirà completamente ai desideri del suo capo. Di conseguenza, la possibilità di ricorsi contro i risultati elettorali di midterm rimane alta. Come in passato, si spera che i magistrati bloccheranno interventi tutt’altro che ortodossi da parte di un presidente che finora non ha nemmeno ammesso di aver perso l’elezione presidenziale del 2020.




Haiti, il rischio che le bande arrivino in Repubblica Dominicana: allarme reale o scenario da prevenire?

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L’instabilità haitiana solleva una domanda inevitabile per Santo Domingo: le organizzazioni criminali potrebbero attraversare la frontiera e trasferire le proprie attività nel Paese vicino? Abinader rassicura sulla sicurezza del confine, ma la crisi impone vigilanza, intelligence e una strategia regionale.

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La crisi di Haiti non è più soltanto una tragedia nazionale. È una questione di sicurezza per l’intera regione caraibica e, in modo particolare, per la Repubblica Dominicana, che condivide con Haiti la stessa isola e una frontiera terrestre lunga circa 390 chilometri.

Mentre le bande armate continuano a controllare ampie zone di Port-au-Prince, la ricerca dei quattro tecnici salvadoregni scomparsi dopo un’imboscata ha riportato sotto i riflettori la fragilità della missione internazionale e la capacità dei gruppi criminali di colpire anche personale impegnato in attività di supporto alla sicurezza.

La domanda è inevitabile: se le bande non potranno più mantenere le loro posizioni ad Haiti, potrebbero spostarsi verso la Repubblica Dominicana? E Santo Domingo è preparata a impedire che la crisi oltrepassi la frontiera?

Non ci sono prove che sia in corso un trasferimento organizzato delle bande haitiane sul territorio dominicano. Ma escludere a priori qualsiasi rischio sarebbe altrettanto imprudente.

Abinader rassicura: la frontiera è sotto controllo

Il 26 ottobre, il presidente Luis Abinader ha affrontato pubblicamente la questione. Ha dichiarato che la frontiera si trova al massimo livello di protezione e che il governo non permetterà alle bande criminali haitiane di avvicinarsi a meno di 20 chilometri dal territorio dominicano.

Secondo il presidente, non si è registrato un aumento recente degli attacchi delle bande contro la Repubblica Dominicana e i gruppi criminali non hanno avanzato verso la frontiera. Il ministro della Difesa ha inoltre riferito che gli spostamenti della popolazione in fuga dalla violenza avvengono soprattutto verso altre aree di Haiti, anziché verso i principali valichi dominicani.

Sono dichiarazioni importanti, perché indicano che, almeno secondo le informazioni ufficiali disponibili, non è in corso un’emergenza di sconfinamento delle bande.

Ma la sicurezza non si misura soltanto sulla base degli attacchi già avvenuti. Si misura anche sulla capacità di individuare tempestivamente i segnali di un cambiamento, prevenire le infiltrazioni e impedire che un problema locale diventi una minaccia più ampia.

Il governo dominicano afferma di aver rafforzato il personale militare, i veicoli blindati, la sorveglianza con droni, le capacità aeree e navali e l’intelligence. Sono strumenti importanti, ma dovranno essere accompagnati da coordinamento operativo e informazioni affidabili.

Le bande potrebbero davvero trasferirsi a est?

Per rispondere bisogna distinguere tre scenari differenti.

Il primo è quello dell’infiltrazione di singoli criminali. Persone coinvolte nelle attività delle bande potrebbero tentare di attraversare la frontiera per sfuggire alle operazioni di polizia o cercare nuovi territori in cui nascondersi. È un rischio di sicurezza plausibile, ma non equivale alla prova che un’organizzazione abbia già trasferito le proprie attività.

Il secondo scenario riguarda l’espansione delle reti criminali. Un gruppo armato non ha necessariamente bisogno di trasferire tutti i suoi uomini per estendere la propria influenza: potrebbe cercare contatti con trafficanti, intermediari o altri gruppi criminali, sfruttando le rotte del contrabbando e il commercio illegale di armi. La possibilità di queste connessioni merita attenzione investigativa, senza presumere che esistano già legami operativi specifici.

Il terzo scenario, il più grave, sarebbe lo spostamento organizzato di una banda con uomini armati, armi e strutture logistiche in territorio dominicano. Un simile passaggio rappresenterebbe un salto qualitativo nella minaccia, ma non ci sono elementi verificati che permettano di affermare che stia avvenendo.

È dunque necessario evitare sia il panico sia la sottovalutazione. La possibilità di un’infiltrazione criminale non deve diventare una previsione certa di invasione delle bande.

Il confine non è soltanto una linea sulla carta

La frontiera tra i due Paesi attraversa aree con caratteristiche geografiche ed economiche diverse. Esistono valichi ufficiali, percorsi secondari, zone rurali e comunità che mantengono relazioni commerciali e familiari da entrambe le parti.

Il muro di frontiera, i controlli e la sorveglianza possono rendere più difficile il passaggio illegale, ma nessuna barriera fisica può garantire da sola il controllo assoluto di un territorio così esteso.

La sfida consiste nell’unire presidio militare, controlli doganali, intelligence, collaborazione con le autorità locali e contrasto ai traffici. È altrettanto importante individuare eventuali flussi di armi e denaro che alimentano le organizzazioni criminali.

La storia recente della crisi haitiana dimostra che le bande non si limitano a controllare quartieri: possono condizionare strade, collegamenti commerciali e accesso ai servizi essenziali. Se la pressione militare aumentasse, le loro decisioni potrebbero cambiare. Non è possibile sapere in anticipo quale direzione sceglierebbero, ma proprio questa incertezza rende necessaria una preparazione costante.

Il paradosso della missione internazionale

L’arrivo di rinforzi salvadoregni per cercare i quattro tecnici scomparsi mostra quanto sia difficile ristabilire la sicurezza ad Haiti.

La forza internazionale conta attualmente circa 2.181 effettivi, mentre l’obiettivo è arrivare a circa 5.500. Il governo dominicano ha dichiarato di collaborare sul piano logistico con la missione, facilitando il transito di contingenti, le evacuazioni mediche e il trasferimento di materiali. La Repubblica Dominicana, tuttavia, non partecipa direttamente alle operazioni militari contro le bande sul territorio haitiano.

La scelta di non intervenire direttamente ha una sua logica: un Paese confinante che combatte sul territorio del vicino rischia di essere percepito come parte del conflitto, con possibili conseguenze diplomatiche e militari.

Ma esiste anche il problema opposto. Se la missione internazionale non riuscisse a contenere le bande e a sostenere istituzioni haitiane capaci di controllare il territorio, la pressione sulla Repubblica Dominicana potrebbe aumentare.

Santo Domingo non può risolvere da sola la crisi haitiana. Può però contribuire a una strategia regionale che impedisca alle organizzazioni criminali di sfruttare il vuoto di potere.

Il rischio non è soltanto militare

Per i dominicani, la crisi non si traduce esclusivamente nella possibilità di un attacco armato. Un deterioramento ulteriore potrebbe aumentare gli spostamenti forzati di persone, la pressione sui servizi pubblici, il contrabbando e i problemi di sicurezza lungo la frontiera.

È fondamentale, però, distinguere le persone in fuga dalla violenza dai membri delle organizzazioni criminali. La popolazione haitiana non può essere identificata con le bande: milioni di persone subiscono le conseguenze dell’insicurezza, delle estorsioni, dei sequestri e della mancanza di servizi.

Una politica di sicurezza efficace deve identificare i responsabili attraverso controlli e indagini, senza trasformare la nazionalità in un criterio automatico di sospetto. La protezione del territorio e il rispetto dei diritti non sono obiettivi incompatibili.

Anche l’economia dominicana ha interesse a evitare un’escalation. Turismo, commercio, investimenti e trasporti dipendono dalla percezione di stabilità del Paese. Un allarme ingiustificato potrebbe provocare danni, ma ignorare segnali concreti sarebbe ancora più pericoloso.

Che cosa dovrebbe fare Santo Domingo?

La prima priorità è mantenere un controllo effettivo della frontiera e condividere informazioni con le autorità haitiane e con i partner internazionali. La seconda è seguire non soltanto gli spostamenti delle persone, ma anche le rotte delle armi, il finanziamento delle bande e le eventuali connessioni con reti criminali già presenti nella regione.

La terza è sostenere una soluzione internazionale capace di rendere possibile un controllo stabile del territorio haitiano da parte di istituzioni legittime. Una frontiera può essere sorvegliata, ma la sicurezza a lungo termine dipende anche da ciò che accade dall’altra parte.

Infine, occorre comunicare con trasparenza. I cittadini devono essere informati dei rischi reali e delle misure adottate, senza allarmismi e senza rassicurazioni che non siano sostenute dai fatti.

La conclusione: vigilare senza cedere alla paura

La domanda iniziale rimane aperta: le bande haitiane potrebbero trasferirsi nella Repubblica Dominicana?

Sì, l’infiltrazione di singoli criminali o l’estensione di reti illegali sono scenari da prevenire. Ma oggi non ci sono prove che le grandi bande stiano trasferendo in modo organizzato le proprie strutture sul territorio dominicano. Le dichiarazioni ufficiali del 26 ottobre indicano, al contrario, che non è stato rilevato un avanzamento dei gruppi armati verso la frontiera.

La Repubblica Dominicana deve quindi mantenere alta la guardia, rafforzare l’intelligence e prepararsi a eventuali cambiamenti, senza confondere la prudenza con l’allarmismo.

Il vero obiettivo non è soltanto impedire che le bande attraversino il confine. È evitare che il collasso della sicurezza haitiana diventi una crisi regionale permanente.

Perché se Haiti non riuscirà a ritrovare istituzioni capaci di controllare il territorio e proteggere la popolazione, nessuna barriera potrà garantire da sola una sicurezza duratura alla vicina Repubblica Dominicana.

Ecco perché la crisi haitiana non dovrebbe essere considerata soltanto un problema di un Paese vicino. È una questione che riguarda il futuro dell’intera isola e la stabilità dei Caraibi.




Ucraina, la pace di Trump favorisce Putin? L’aggressore rischia di diventare il vincitore

montaje geopolítico entre guerra y diplomacia

Washington spinge per riaprire i negoziati, ma le aperture economiche verso Mosca e le pressioni su Zelensky alimentano i timori di Kyiv e delle capitali europee. La domanda è sempre la stessa: si può fermare una guerra senza premiare chi l’ha iniziata?

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C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nella partita diplomatica che si sta giocando intorno alla guerra in Ucraina. La Russia ha invaso un Paese sovrano, ha occupato una parte del suo territorio e continua a rivendicare regioni che non controlla interamente. Eppure, mentre si torna a parlare di pace, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si trova a dover fronteggiare anche le pressioni del suo principale alleato, gli Stati Uniti, affinché accetti una soluzione negoziale.

È questo il nodo politico della strategia di Donald Trump: il presidente americano vuole arrivare a un accordo con Vladimir Putin, ma il percorso scelto rischia di lasciare all’Ucraina il peso maggiore delle concessioni. Una pace che mettesse Kyiv davanti al fatto compiuto, senza garanzie sufficienti per il futuro, potrebbe trasformare i risultati territoriali ottenuti dalla Russia con la forza in una vittoria politica.

Non significa che ogni tentativo di trattare con Mosca equivalga a sostenere il Cremlino. Significa, però, che per capire chi sta davvero guadagnando da questa diplomazia bisogna guardare alle condizioni richieste alle parti, non soltanto agli annunci di nuovi incontri.

La guerra è iniziata con l’invasione russa

Occorre partire dai fatti. Il 24 febbraio 2022 la Russia ha lanciato l’invasione su vasta scala dell’Ucraina. L’operazione era stata preceduta, nel 2014, dall’occupazione e dall’annessione russa della Crimea e dal conflitto nel Donbass, nel quale Mosca ha sostenuto i separatisti filorussi.

La responsabilità dell’inizio dell’invasione su vasta scala non è quindi una questione di interpretazione politica. L’Ucraina è stata attaccata e ha il diritto di difendersi. Nel marzo 2022 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha condannato l’aggressione russa e chiesto il ritiro delle truppe.

Dopo oltre quattro anni e mezzo di guerra, il costo umano, economico e materiale del conflitto è enorme. Le città ucraine continuano a subire attacchi, mentre la popolazione vive tra allarmi, distruzioni e incertezze. Anche la Russia ha sostenuto costi militari ed economici considerevoli, ma non ha rinunciato ai propri obiettivi territoriali.

È proprio questo il problema che ogni negoziato deve affrontare: come fermare i combattimenti senza consegnare a Mosca la possibilità di ripetere l’aggressione in futuro?

Trump vuole l’accordo, ma a quali condizioni?

Nelle ultime settimane i rapporti tra Trump e Zelensky si sono nuovamente deteriorati. Il presidente americano ha criticato il leader ucraino, ha chiesto a Kyiv di interrompere gli attacchi contro le infrastrutture energetiche russe e ha manifestato disponibilità a riaprire canali di collaborazione economica con Mosca.

Tra gli sviluppi che hanno provocato preoccupazione c’è l’intesa relativa alle forniture russe di gasolio, insieme alla sospensione o all’allentamento di alcune misure restrittive statunitensi. L’amministrazione americana sostiene che iniziative di questo genere possano contribuire a riportare Putin al tavolo delle trattative e produrre vantaggi economici per gli Stati Uniti.

Il ragionamento è comprensibile nella sua logica negoziale: offrire qualcosa all’avversario per convincerlo a trattare. Ma resta un interrogativo decisivo: che cosa ottiene in cambio Washington?

Se le aperture economiche arrivano prima di un cessate il fuoco verificabile o di una rinuncia russa a ulteriori conquiste territoriali, Mosca può ricavarne risorse e legittimazione diplomatica senza aver modificato sostanzialmente la propria posizione. È il rischio evidenziato anche da diversi osservatori e da esponenti europei.

Secondo le ricostruzioni pubblicate da Reuters, gli inviati americani avrebbero presentato agli interlocutori ucraini l’intesa sul gasolio come uno strumento per ammorbidire la posizione russa e favorire la ripresa dei colloqui. Kyiv, tuttavia, ha espresso dubbi sull’efficacia di una strategia basata su incentivi economici che non siano accompagnati da concessioni concrete di Mosca.

La distinzione è importante: non è dimostrato che ogni iniziativa di Trump sia concepita per favorire Putin. È però legittimo domandarsi se la politica degli incentivi stia producendo risultati equilibrati oppure stia aumentando il potere negoziale del Cremlino.

Il prezzo della pace potrebbe ricadere sull’Ucraina

Il nodo più difficile riguarda i territori. Mosca pretende il controllo completo di quattro regioni ucraine che ha dichiarato annesse: Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson. A queste si aggiunge la Crimea, occupata nel 2014. La Russia non controlla integralmente tutte le regioni che rivendica, ma continua a chiedere che le sue pretese siano riconosciute nell’ambito di un accordo.

Kyiv rifiuta di considerare legittime le annessioni e teme che una cessione territoriale imposta dalle circostanze militari venga interpretata da Putin come la conferma che la guerra può produrre risultati permanenti.

Zelensky ha inoltre insistito sulla necessità di garanzie di sicurezza solide, sostenute dagli alleati occidentali. Senza queste garanzie, un cessate il fuoco potrebbe limitarsi a congelare il conflitto, lasciando alla Russia il tempo di riorganizzare le proprie forze e riprendere le operazioni in un secondo momento.

Qui emerge la contraddizione più delicata. L’Ucraina può essere invitata a scegliere tra la prosecuzione di una guerra devastante e un accordo che comporti rinunce. Ma se il risultato fosse l’accettazione delle conquiste russe senza protezioni credibili per il futuro, il prezzo della pace sarebbe pagato soprattutto dal Paese aggredito.

La fine dei combattimenti sarebbe certamente una buona notizia per milioni di persone. Non ogni cessazione delle ostilità, tuttavia, garantisce una pace stabile.

L’Europa teme di essere esclusa

Anche in Europa cresce la preoccupazione per una trattativa condotta principalmente da Washington e Mosca, con il rischio che Kyiv e i suoi alleati europei abbiano un peso insufficiente nella definizione dell’accordo.

Il Consiglio europeo, nelle conclusioni del 16 ottobre, ha ribadito due principi: i confini non devono essere modificati con la forza e l’aggressore non deve essere premiato. Ha inoltre sottolineato che il futuro dell’Ucraina non può essere deciso senza l’Ucraina e che la sua sicurezza nel lungo periodo deve essere garantita.

Bruxelles cerca quindi di ottenere una partecipazione europea più diretta ai prossimi negoziati. L’obiettivo è evitare che le decisioni sulla sicurezza del continente vengano prese esclusivamente sulla base di un’intesa bilaterale tra la Casa Bianca e il Cremlino.

Non si tratta soltanto di solidarietà nei confronti di Kyiv. Se un accordo consentisse alla Russia di ottenere vantaggi territoriali attraverso l’invasione, senza garanzie che impediscano nuove aggressioni, le conseguenze riguarderebbero l’intero sistema di sicurezza europeo.

La questione tocca anche l’affidabilità delle alleanze occidentali. Se un Paese aggredito viene spinto ad accettare condizioni che non garantiscono la sua sicurezza, gli altri Stati potrebbero domandarsi quanto valgano, nei momenti decisivi, gli impegni politici e militari dei loro partner.

I negoziati ripartono, ma la distanza rimane

Gli ultimi sviluppi mostrano che il canale diplomatico non è chiuso. Il 21 ottobre Putin ha accettato in linea di principio la ripresa dei colloqui trilaterali con Stati Uniti e Ucraina. Secondo le informazioni diffuse dal Cremlino e riportate dalla stampa internazionale, una nuova tornata potrebbe tenersi ad Abu Dhabi nella prima metà di nove




Il ‘tradimento’ di Zelensky e le ombre dell’Iran: il calcolo politico di Trump tra elezioni e grandi potenze”

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“Io manterrei la pressione sulla Russia… Non ho fiducia in Putin”. Questa è la reazione di Darline Graham, sorella del senatore Lindsey Graham (nella foto), deceduto nel luglio scorso, e attualmente candidata al seggio del fratello in South Carolina.

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Graham ha preso le distanze dall’annuncio di Trump di sospendere le sanzioni previste da una legge approvata in larga misura grazie agli sforzi del fratello e dirette contro la Russia. Trump, però, ha deciso di agire in un modo che molti hanno interpretato come un tradimento nei confronti dell’Ucraina, Paese aggredito da Vladimir Putin in una guerra iniziata cinque anni fa.

Graham deve molto a Trump perché l’endorsement del presidente alle primarie le ha spianato la strada verso la candidatura del Partito Repubblicano. Allo stesso tempo, riconosce che l’inquilino della Casa Bianca ha fatto una scelta impopolare, poiché una netta maggioranza degli americani approva il sostegno all’Ucraina. Anche il senatore Ted Cruz, repubblicano del Texas e grande sostenitore del presidente Usa, ha giudicato l’azione di Trump “uno sbaglio”. Molto più duri i democratici. Il senatore Richard Blumenthal del Connecticut ha dichiarato che Trump ha tradito Volodymyr Zelensky e si è schierato con Putin, “un teppista sanguinario”, accusato di crimini di guerra dalla Corte penale internazionale.

Trump, però, ha addossato la colpa della guerra a Zelensky, asserendo che avrebbe dovuto accettare un accordo. Senza l’assistenza Usa e quella europea, i russi sarebbero già in controllo dell’intera Ucraina. Trump ha inoltre dichiarato che l’America ha fatto moltissimo per gli ucraini e non ha ricevuto nulla in cambio. In una delle sue dichiarazioni più recenti, Trump ha persino attribuito la durata della guerra a un generale russo, che avrebbe dovuto conquistare Kiev in un batter d’occhio. Trump, a differenza degli alleati europei, non riconosce che l’Ucraina è stata aggredita e che l’aggressore è proprio Putin. Nel mondo di Trump, i forti hanno il potere di fare quello che vogliono e i deboli devono solamente accettarne le conseguenze.

L’eliminazione delle sanzioni e le vendite di gasolio russo non avranno grandi effetti positivi per i consumatori americani, che già attribuiscono gli aumenti dei prezzi alla guerra in Iran. In effetti, l’azione di Trump serve a distogliere l’attenzione dal problema che contribuisce in misura significativa al caro vita, un fattore che influenzerà le elezioni di midterm. Trump, però, è molto abile a spostare l’attenzione mediatica e, infatti, proprio in questi giorni si parla poco dell’Iran. Gli Usa e Israele avrebbero in programma altri attacchi all’Iran, ma le elezioni alle porte in entrambi i Paesi hanno frenato queste azioni militari, nonostante le incursioni degli Houthi, specialmente in Arabia Saudita. Il Dipartimento di Stato americano ha infatti ordinato ad alcuni diplomatici e alle loro famiglie di lasciare l’Arabia Saudita a causa degli attacchi quasi giornalieri contro aeroporti e pozzi di petrolio.

Gli americani, però, sembrano aver già maturato un’opinione, come confermano gli ultimissimi sondaggi: l’inquilino della Casa Bianca è impopolare e molti elettori associano i costi del caro vita e dei carburanti alla guerra in Iran. Ecco perché i candidati repubblicani fanno quasi di tutto per cercare di non identificarsi con il presidente, mentre i candidati democratici ne approfittano per richiamare l’attenzione degli elettori sulle sue responsabilità.

L’abbraccio di Trump a Putin e il “tradimento” di Zelensky non dovrebbero sorprendere. La politica del presidente Usa è spesso basata sui rapporti personali, che talvolta si intrecciano con i suoi affari. Sul piano personale, c’è da ricordare che Zelensky è stato al centro della vicenda che portò al primo impeachment di Trump. Nel 2019, durante il suo primo mandato, Trump promise in una telefonata al neoeletto presidente Zelensky di consegnargli le armi che gli erano state promesse. Trump chiese però a Zelensky un “favore”: iniziare un’indagine su potenziali legami con la corruzione di Joe Biden, il suo eventuale avversario nelle elezioni del 2020. Trump voleva creare un polverone sul candidato democratico, collegandolo al presunto tentativo di bloccare un’inchiesta in Ucraina per proteggere il figlio Hunter, che aveva legami con l’azienda Burisma. Una volta venuta alla luce la telefonata, il Congresso iniziò le indagini che condussero all’impeachment nel 2019, seguito nel 2020 dall’assoluzione di Trump al Senato.

Trump non dimentica, ma l’abbandono di Zelensky è dovuto anche alla sua visione politica, secondo cui i “piccoli” si devono piegare ai “forti”. I forti sono, per Trump, la Russia e la Cina. Putin avrebbe quindi già proposto un vertice tra i tre Paesi per discutere di relazioni internazionali, compresa la questione dell’Ucraina, senza la partecipazione di Zelensky. Un incontro fra questi tre “big” sarebbe una vittoria per Putin, anche perché la Russia verrebbe trattata come una potenza di pari livello rispetto a Stati Uniti e Cina. Il netto cambio di posizione di Trump nei confronti di Zelensky rappresenta un’ulteriore conferma dei dubbi sull’affidabilità americana agli occhi degli alleati tradizionali, costretti a prendere altre misure per la propria sicurezza.




Tra dazi, energia e diplomazia: le oscillazioni di Trump scuotono l’alleanza con l’Ucraina

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“Questo accordo è un regalo a un nostro avversario e un tradimento dei nostri alleati; deve essere revocato”. Così un gruppo bipartisan di dodici senatori americani si è espresso in una lettera rilasciata dopo l’annuncio di Donald Trump sulla tregua fra Russia e Ucraina, che richiedeva la sospensione degli attacchi ucraini alle raffinerie russe in cambio della vendita di gasolio russo. I senatori, fra i quali spicca Susan Collins, repubblicana del Maine attualmente impegnata in una dura lotta per mantenere il suo seggio, hanno continuato asserendo che l’accordo non recherebbe benefici ai consumatori americani.

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La tregua non è durata, ma ci ha riconfermato l’inaffidabilità del presidente statunitense verso gli alleati, che lui non esita a scaricare secondo le sue convenienze. La vendita del gasolio russo sarebbe stata una boccata di ossigeno per Vladimir Putin, come hanno fatto notare i 12 senatori. Avrebbe permesso alla Russia di vendere 300 mila tonnellate di gasolio al mercato americano e globale, a cui sarebbero seguite altre 500 mila a novembre, per poi aumentare a un milione di tonnellate. La tregua annunciata da Trump avrebbe favorito la Russia, violando però le leggi americane. Nel 2022, infatti, il governo Usa approvò una legge che vieta l’importazione di prodotti energetici russi, visti in grande misura come un sostegno finanziario alle attività militari per la guerra in Ucraina. La legge fu approvata alla Camera con un voto schiacciante di 414-17 e al Senato nessun senatore si oppose. Inoltre, un’altra legge approvata proprio questa estate impone dazi ai Paesi che importano greggio russo.

Trump aveva ovviamente messo tutto questo da parte, preoccupato dall’aumento del prezzo del gasolio che negli Usa, nel 2026, è aumentato da 3,60 a 6,20 dollari al gallone. Gli aumenti sono dovuti ovviamente alla guerra in Iran e al quasi blocco totale dello Stretto di Hormuz. Il presidente statunitense è ovviamente preoccupato poiché le elezioni di medio termine si prevedono poco allettanti per il suo partito, in buona parte per il carovita dovuto principalmente ai suoi dazi e agli aumenti dell’energia. Trump aveva però attribuito erroneamente che l’alto costo del gasolio fosse dovuto agli ucraini e ai loro attacchi alle raffinerie russe. In realtà, va rilevato che gli ucraini sono stati efficaci con i loro droni nel danneggiare severamente le strutture energetiche russe. Le riparazioni in Russia sono difficili da realizzare, in grande misura per la scarsità di componenti dovuta alle sanzioni europee e americane. Secondo un’agenzia russa non governativa, il costo della benzina in Russia è aumentato più del 20 percento e quello del gasolio del 18 percento. In buona parte ciò si deve ai danni provocati dai droni ucraini e alla loro efficacia.

La tregua, dunque, sarebbe stata un duro colpo per Zelensky, aggravata anche dalla sospensione del sistema satellitario Starshield, usato nei territori ucraini occupati dai russi. Starshield è di proprietà di Elon Musk, il quale ha chiarito che l’interruzione non è stata causata da lui, bensì dal governo Usa, che infatti ne copre i costi. Quindi l’interruzione sarà stata probabilmente imposta dall’amministrazione Trump come messaggio a Zelensky, che deve fare attenzione poiché dipende dagli Usa e specialmente dalle azioni imprevedibili dell’inquilino della Casa Bianca.

I rapporti fra Trump e Zelensky riflettono fasi alternate fra stima e minacce, poco rassicuranti per gli ucraini. Va ricordato il duro scontro alla Casa Bianca nel mese di febbraio del 2025, quando Trump rimproverò Zelensky accusandolo di non avere “carte” e sostenendo quindi che dovesse essere flessibile con Putin. D’altra parte, il presidente statunitense nel mese di luglio dell’anno in corso ha espresso ammirazione per gli ucraini per la loro efficace condotta della guerra. Quest’ultimo episodio della tregua conferma però i dubbi sull’affidabilità di Trump, il quale ha persino invitato Putin al vertice del G-20 che si terrà a Miami nel mese di dicembre. Ovviamente altri alleati, come i sauditi, non possono che rimanere alquanto perplessi. Il principe ereditario Mohammed bin Salman avrebbe telefonato a Trump ben due volte poche settimane fa esortandolo a bombardare gli Houthi, senza ottenere successo. Gli altri alleati (europei, sudcoreani, taiwanesi e giapponesi) saranno senza dubbio guardinghi nell’osservare gli atteggiamenti poco rassicuranti di Trump. Questi dubbi creati dal presidente americano fanno sicuramente sorridere Putin, il quale non ha nessuna fretta di sedersi attorno a un tavolo per negoziare una vera tregua e una possibile fine al conflitto con l’Ucraina che dura da quasi cinque anni. Putin spera che gli alleati europei e gli Usa alla fine si stanchino di supportare Zelensky, il quale da solo non potrebbe resistere a lungo.




Campagne elettorali USA: dai Super PAC a Elon Musk, chi finanzia la corsa alle urne

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“La maggior parte degli studiosi ha trovato pochissime prove del fatto che i contributi alle campagne politiche comprino i voti dei legislatori”. Così si è espressa la professoressa dell’Università della California a Irvine, Danielle Thomsen (foto), in un’intervista alla Public Broadcasting Service (PBS), mentre discuteva il ruolo dei donatori nelle campagne politiche. Thomsen ha pubblicato proprio quest’anno un libro sull’importanza dei finanziamenti alle campagne politiche. La docente ha aggiunto che i voti dei legislatori riflettono la loro affiliazione politica, le preferenze dei cittadini che rappresentano e i loro principi personali.

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I soldi, però, costituiscono un ingrediente fondamentale delle campagne politiche e, anche se non sono necessariamente decisivi, contribuiscono notevolmente al loro successo. Ecco perché la raccolta di fondi assume una notevole importanza, come dimostrano anche le spese per queste elezioni di medio termine, che superano persino quelle delle elezioni presidenziali.

Secondo un’analisi della CNBC, al 25 settembre dell’anno in corso erano stati raccolti 9,8 miliardi di dollari dalle campagne elettorali e dai Super PAC, comitati politici che possono spendere somme di denaro illimitate. I repubblicani hanno avuto più successo dei democratici nell’attrarre i grandi donatori, come avviene tipicamente. Spiccano fra di loro Elon Musk, fra i donatori repubblicani, e, fra quelli democratici, il magnate George Soros. Musk ha contribuito con quasi 100 milioni di dollari, destinati al Republican National Committee per sostenere candidati alla Camera e al Senato. Proprio in questi giorni, il New York Times ha reso noto che, dal mese di luglio, Musk ha contribuito silenziosamente con più di 276 milioni di dollari a favore di gruppi repubblicani, per un totale di 366 milioni. Nel ciclo elettorale 2025-2026, Musk ha dunque contribuito con una somma superiore ai 290 milioni di dollari donati per le elezioni del 2024, quando aiutò Trump a riconquistare la Casa Bianca.

La grande maggioranza di questi contributi non va direttamente ai candidati, ma ai partiti e ai gruppi politici. Il candidato repubblicano al seggio del Texas al Senato, Ken Paxton, ha speso solo 3,9 milioni di dollari, a fronte dei 54 milioni spesi dal suo avversario democratico, James Talarico. Ciononostante, gruppi repubblicani hanno speso 200 milioni di dollari per attaccare Talarico. I gruppi a sostegno dei candidati repubblicani hanno speso ingenti somme anche in Ohio e nel Maine, Stati in bilico. Da notare che, nel caso della North Carolina, i repubblicani hanno smesso di spendere soldi per sostenere Michael Whatley, poiché il suo avversario democratico, Roy Cooper, è avanti nei sondaggi con un margine compreso tra 5 e 10 punti. In effetti, i repubblicani hanno alzato bandiera bianca e hanno trasferito in Kansas i fondi inizialmente destinati alla North Carolina, dove il pastore democratico Adam Hamilton sta dando filo da torcere al candidato repubblicano Roger Marshall. Donald Trump nel 2024 aveva vinto il Kansas con un margine di 16 punti su Kamala Harris. Il fatto che Hamilton abbia la possibilità di vincere in uno Stato che tipicamente vota contro i democratici preoccupa i repubblicani.

I soldi sono una componente fondamentale delle elezioni, non perché permettono di “comprare” i legislatori, ma perché possono garantire accesso al potere in caso di vittoria. Questo accesso offre grandi opportunità per promuovere una certa ideologia, come fa il gruppo AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), che promuove candidati favorevoli a Israele. I fondi versati da AIPAC a candidati amici di Israele possono far pendere l’ago della bilancia, ma non sempre sono decisivi, come dimostrano i casi di Zohran Mamdani, sindaco di New York, e Abdul El-Sayed, candidato al Senato nello Stato del Michigan. Ancora più promettente per i donatori è la possibilità di accedere direttamente al governo, specialmente a quello attuale, che intreccia la politica con gli affari. Non sorprende, dunque, che quando il presidente cinese Xi Jinping ha visitato Washington il mese scorso, alcuni degli uomini più ricchi del pianeta, come Musk, Jeff Bezos, Jensen Huang, Mark Zuckerberg e altri, fossero presenti in qualità di invitati speciali di Trump. I contatti con i più potenti contribuiscono a stabilire rapporti che, alla fine, possono favorire l’assegnazione di contratti miliardari che il presidente Trump non esita a promuovere. Alla fine, però, la qualità del candidato può rivelarsi decisiva. Un caso emblematico è quello di Paxton, un candidato coinvolto in scandali e accuse di corruzione che, nonostante il solido appoggio di Trump, potrebbe avere poche possibilità di essere eletto, malgrado i milioni spesi dal Partito Repubblicano per sostenerlo.




USA. Attacchi alla Corte Suprema: la falsa equivalenza di Alito sulle critiche di Biden e Trump

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“Le critiche del Presidente Biden e della sua amministrazione alla Corte e ai giudici sono state molto dure. E il presidente Trump è stato molto duro”. Così il giudice della Corte Suprema Samuel Alito (nella foto) in un’intervista nel programma “Face the Nation” della CBS. Alito rispondeva alla domanda della giornalista Jan Crawford nel corso di una discussione sul suo recente libro “So Ordered”. Il giudice ha caratterizzato le critiche politiche alla Corte come “molto dannose”.

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Alito ha ragione nel ritenere che gli attacchi alla Corte non contribuiscono al buon funzionamento dei tre rami del governo. Sbaglia un po’, però, quando cerca di equiparare le reazioni di Biden e Trump alle decisioni dei magistrati. Entrambi i presidenti hanno espresso il loro dissenso dalle decisioni dei togati quando questi ultimi gli sono andati contro, ma il loro modo di reagire è stato molto diverso.

Biden ha attaccato la Corte Suprema come istituzione, specialmente quando i magistrati hanno ribaltato decisioni in vigore da decenni. Biden ha aspramente criticato la sentenza del 2022 con cui la Corte Suprema ha abrogato il diritto costituzionale all’aborto revocando la sentenza Roe v. Wade, in vigore dal 1973. Le critiche di Biden sono state dirette alla maggioranza conservatrice della Corte, che, come si sa, include 6 giudici che pendono a destra e 3 a sinistra. Sulla questione dell’eliminazione dell’affirmative action e dei diritti LGBTQ+, Biden ha persino detto che non si tratta di “una Corte normale”. Nel caso dell’immunità presidenziale del 2024, Biden ha addirittura fatto un discorso in prima serata nel quale ha asserito che la decisione rappresentava un “precedente pericoloso” che alterava fondamentalmente il bilanciamento dei poteri. Biden, però, non ha mai rivolto le sue critiche a giudici specifici con attacchi personali, eccetto nel 2024. In un’intervista al New York Times, Biden ha criticato i regali ricevuti dal giudice Clarence Thomas da ricchi donatori.

Trump, invece, attacca personalmente i giudici della Corte Suprema. L’attuale presidente, già nel luglio del 2016 da candidato, aveva attaccato la giudice Ruth Bader Ginsburg etichettandola come “un’incompetente”. L’accusa era una reazione di Trump ad alcune osservazioni poco lodevoli della Ginsburg su di lui in un’intervista al New York Times, nella quale aveva aggiunto che non “poteva immaginare” come sarebbe stato il Paese con Trump presidente. Gli attacchi di Trump ai magistrati sono continuati nel primo mandato presidenziale, nei quattro anni fuori dalla Casa Bianca e poi nel secondo mandato. L’attuale presidente ha spesso attaccato l’integrità dei giudici, usando uno stile fuori dalle righe e a volte provocando le reazioni degli stessi giudici. Trump ha accusato il giudice federale Jon Tigar di essere “un giudice di Obama” quando il togato nel 2018 aveva emesso una sentenza contraria alla sua politica sui migranti. Il fatto che Barack Obama avesse nominato il giudice Tigar spiegava, per Trump, la sua decisione. Il presidente della Corte Suprema John Roberts ha successivamente risposto asserendo che i giudici sono giudici e che chi li ha nominati non controlla né giustifica le loro decisioni, che sono imparziali. Per Trump, però, quando le decisioni gli vanno contro, si cade spesso nell’attacco personale ai giudici che vede responsabili. Trump ha persino asserito che le giudici Ginsburg e Sonia Sotomayor dovrebbero ricusarsi dai casi che lo coinvolgono perché non sono imparziali. Trump ha addirittura attaccato Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett, nominati proprio da lui, quando questi tre hanno votato per bocciare la sua politica sui dazi. In un’intervista ha detto che lui li “ha messi lì e hanno votato” spesso contro di lui e che sono diventati “solo gusci di se stessi”. Per Trump è tutto semplice: i giudici nominati da presidenti repubblicani dovrebbero sempre decidere i casi favorendo chi li ha nominati.

A differenza di Trump, che si concentra sui giudici singolarmente, Biden ha notato alcuni aspetti della Corte Suprema che non funzionano e ha proposto riforme senza però riuscire a metterle in pratica. L’ex presidente aveva proposto un limite massimo di 15 anni per i giudici invece di incarichi a vita. Aveva anche proposto regole etiche vincolanti per i giudici invece di un sistema in cui i giudici hanno grande libertà di decidere la loro condotta personale.

Gli attacchi ai magistrati continuano ad avere effetti negativi anche sulla percezione degli americani, secondo il Pew Research Center. Il 53 percento ha un’opinione sfavorevole, 20 punti in meno rispetto al 2021. Considerando il fatto che 6 dei 9 giudici sono stati nominati da presidenti repubblicani, non sorprende dunque che gli elettori democratici abbiano un’opinione relativamente bassa, soprattutto dopo l’abrogazione del diritto all’aborto. Dall’altro lato, il 69 percento dei repubblicani ha un’opinione positiva della Corte Suprema. Questa soddisfazione degli elettori repubblicani con la Corte Suprema è confermata anche dal fatto che Trump ha ottenuto decisioni favorevoli nel 90 percento dei casi. Tuttavia, ciò non è sufficiente per l’inquilino della Casa Bianca. Ecco come si spiegano gli attacchi personali ai giudici nei rari casi in cui gli votano contro. Questi attacchi hanno aumentato notevolmente i pericoli per la sicurezza dei giudici e delle loro famiglie. Quando un giudice viene preso di mira da Trump sulla sua piattaforma Truth Social, il numero di minacce ai magistrati aumenta. Non pochi di loro sono costretti ad aumentare il livello di protezione per se stessi e per le loro famiglie.

Quando Alito ci dice, dunque, che sia Biden sia Trump sono stati duri con la Corte Suprema, si sbaglia. La falsa equivalenza tra i due presidenti si può capire tenendo in mente ciò che Trump ha detto su Alito. Dopo alcune voci, poi smentite, che Alito pensasse di andare in pensione, Trump ha dimostrato la sua gioia asserendo che “si tratta di una grande notizia” perché Alito è “uno dei più grandi di tutti i tempi”. Alito è infatti uno dei giudici più affidabili dell’ala conservatrice, che rarissimamente vota contro Trump.




ENI, mossa geniale

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Qualche anno fa in Texas Exxon Mobile aumentò il prezzo della benzina di propria iniziativa senza un motivo, almeno così sembrò. L’impatto sui consumatori fu imprevedibile, le pompe Exxon vennero disertate per un mese, Exxon ritornò sui suoi passi.
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In Italia è avvenuta una cosa opposta a quella ricordata: la compagnia ENI, partecipata in quota dallo Stato, decide di mettere un tetto al costo del carburante non occupandosi di accise, IVA e quant’altro. Quindi nei distributori ENI gasolio e benzina non supereranno le soglie indicate, un vero sollievo per l’erario, il consumatore , gli autotrasportatori etc, un concreto contributo a disinnescare meccanismi inflattivi.
Non è il caso di speculare sulle ragioni di tale mossa, intanto si scongiura la tassazione sugli extraprofitti, si conquista nuovi clienti, spariranno le piccole compagnie (a vantaggio di ENI) non saranno “inventati” provvedimenti antiliberali con scarsa possibilità ad essere legittimati etc.
C’è in questa decisione lo zampino della Meloni? Non lo so, non azzardo fantasiose ipotesi, vedo solo freddezza di Schlein, Conte, Mastoianni, Bonelli (bonelli chi?), qualcosa questo mi suggerisce……



Midterm 2026, l’ombra del referendum su Trump: il Partito Repubblicano rischia il crollo?

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“Non sono un candidato politico”. Queste sono state le parole di Donald Trump pronunciate in un incontro con i giornalisti qualche giorno fa, mentre cercava di giustificare gli annunci diffusi dalla Casa Bianca, che molti analisti hanno giudicato caratterizzati da un forte odore di campagna elettorale. Gli annunci sono stati pagati dal governo americano usando fondi del Dipartimento per la Sicurezza interna (Department of Homeland Security). Uno di questi spot, infatti, è quasi identico a uno utilizzato nella sua campagna elettorale del 2024. Trump ha spiegato che non sta promuovendo se stesso, insistendo sul fatto che si tratta di “annunci per il Paese” e non per un “candidato politico”.

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Trump ha ragione nel dire che non sarà sulla scheda elettorale delle elezioni di medio termine, che sono quasi alle porte. Ciononostante, durante la singolare Convention repubblicana dedicata alle elezioni di medio termine, tenutasi a Dallas il mese scorso, il presidente Usa, in uno dei due discorsi pronunciati, ha esortato gli elettori repubblicani a recarsi alle urne come se lui “fosse” sulla scheda elettorale, ribadendo di fatto che le elezioni saranno un referendum sul suo mandato.

Questa prospettiva preoccupa quasi tutti i repubblicani, considerando l’indice di gradimento dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Un recentissimo sondaggio Reuters/Ipsos indica che la percentuale di chi disapprova l’operato di Trump è più del doppio di quella di chi lo approva (66% contro il 32%). Meno del 30% degli intervistati approva la gestione di Trump della guerra in Iran. Non sorprende, dunque, che parecchi repubblicani, preoccupati dalla scarsa popolarità del presidente, abbiano iniziato a prendere le distanze da lui. In parte, ciò si deve al fatto che le primarie sono finite e che il potere straordinario di Trump di determinare i candidati repubblicani non è più un fattore determinante. Adesso i riflettori sono tutti puntati sull’elezione generale del 3 novembre, anche se in alcuni Stati si è già iniziato a votare con il sistema del voto anticipato.

Gli annunci pubblicati dalla Casa Bianca sono stati giustamente criticati dai leader democratici, ma anche alcuni repubblicani si sono resi conto che Trump ha abusato del proprio potere. Persino John Thune, senatore repubblicano del South Dakota e leader della maggioranza al Senato, ha dichiarato che quegli annunci non dovrebbero essere pagati dai “contribuenti”. Le prese di distanza di Thune dal presidente sono state seguite da quelle di parecchi candidati repubblicani. Fra i 9 senatori in corsa in Stati in bilico, due hanno dichiarato che preferiscono non fare campagna elettorale con Trump, altri 3 sono stati vaghi, mentre 4 hanno detto pubblicamente che sarebbero entusiasti di apparire con il presidente. La senatrice Susan Collins, in corsa per mantenere il suo seggio al Senato nello Stato del Maine, è stata molto chiara quando ha detto di essere “contenta di condurre la propria campagna elettorale”. Anche John Sununu, candidato al Senato nello Stato del New Hampshire, ha escluso la presenza di Trump, dichiarando che “non ha intenzione di fare campagna elettorale con individui provenienti da fuori del New Hampshire”.

Altri candidati repubblicani hanno capito che inserire il nome di Trump nei loro annunci politici non è necessariamente conveniente. La parlamentare repubblicana della California Young Kim ha modificato il suo slogan, da “A fianco del presidente Trump per produrre una solida agenda di America First” a “Contro i politici di carriera per restaurare il sogno americano”. Byron Donalds, candidato repubblicano alla carica di governatore nello Stato della Florida, ha minimizzato la presenza di Trump sul suo sito, mentre il candidato alla Camera dei Rappresentanti Carlos De La Cruz, in Texas, ha modificato la descrizione del proprio slogan, passando da “Conservatore come Trump” a semplicemente “Forte conservatore”.

Non è difficile capire perché questi candidati prendano le distanze da Trump, considerando la sua scarsa popolarità, confermata anche da Ken Paxton, candidato al Senato per lo Stato del Texas. Come abbiamo scritto in queste pagine, Paxton è riuscito a sconfiggere il suo avversario John Cornyn alle primarie repubblicane grazie al sostegno di Trump. Ciononostante, anche Paxton comincia a rendersi conto della scarsa popolarità del presidente. Come ha riportato il New York Times, Paxton ha dichiarato durante un evento di raccolta fondi che la Convention tenuta a Dallas ha danneggiato la sua candidatura, facendogli perdere consensi in alcuni sondaggi. Nell’audio ottenuto dal Times si sente Paxton confermare che la presenza di Trump a Dallas non solo ha ridotto i suoi consensi, ma anche quelli di “tutti gli altri”.

Paxton e gli altri repubblicani che vedono Trump come un albatro al collo sono al corrente dei sondaggi. Sanno che gli americani ora preferiscono i candidati democratici rispetto a quelli repubblicani in un ipotetico voto generico, con un margine di quasi 15 punti. Anche sul tema dell’immigrazione, punto forte di Trump in campagna elettorale, i democratici risultano ora in vantaggio, con un margine di 3 punti (41-38%). L’affidabile Cook Political Report indica che i democratici sono in buona posizione per conquistare la maggioranza alla Camera, ma che possono anche ottenere la maggioranza al Senato. Smarter.vote, un altro sito, attribuisce ai democratici il 73% di possibilità di conquistare la Camera, stimando che otterrebbero 228 seggi, contro i 207 dei repubblicani. Smarter.vote stima inoltre che i democratici abbiano il 57% di possibilità di conquistare la maggioranza al Senato, con una ripartizione dei seggi di 51-49.

Nonostante la scarsa popolarità di Trump, i candidati repubblicani non possono permettersi di allontanarsi troppo dal loro leader. I suoi sostenitori più fedeli non possono essere alienati. Il loro sostegno sarà infatti indispensabile per evitare quello che alcuni hanno già prospettato: un’ondata democratica a novembre, che trasformerebbe Trump in un’anatra zoppa negli ultimi due anni del suo mandato.