Le promesse tradite: quando la libertà diventa un pretesto

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Negli ultimi anni, molti venezuelani e iraniani hanno guardato agli Stati Uniti come a un possibile alleato nella loro aspirazione a liberarsi da regimi oppressivi. Hanno ascoltato dichiarazioni, visto sanzioni, interpretato segnali come l’inizio di un cambiamento reale. Poi è arrivata la realtà.

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Ma il tempo ha raccontato un’altra storia. Il regime è rimasto saldamente al potere, l’opposizione si è frammentata e, progressivamente, l’interesse strategico degli Stati Uniti si è spostato altrove. Oggi appare evidente come la priorità non fosse tanto la democratizzazione del Paese, quanto la gestione di una delle più grandi riserve petrolifere del mondo. La libertà, in questo caso, è rimasta uno slogan.

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Eppure, anche qui, il messaggio è apparso ambiguo.

Da un lato, dichiarazioni a sostegno dei diritti e della libertà del popolo iraniano. Dall’altro, una strategia concentrata soprattutto su due elementi concreti: il programma nucleare – in particolare l’uranio arricchito – e il controllo degli equilibri energetici legati al petrolio.

Il risultato? Ancora una volta, chi sperava in un appoggio deciso per un cambiamento interno si è trovato davanti a una realtà fatta di interessi, negoziati e compromessi.

Le conseguenze di queste illusioni non sono astratte. Sono volti, storie, famiglie.

Sono i milioni di venezuelani costretti a lasciare il proprio Paese. Sono i giovani iraniani che continuano a scendere in piazza sapendo che il sostegno internazionale resterà, nella migliore delle ipotesi, simbolico.

Quando la libertà viene evocata senza una reale volontà di sostenerla fino in fondo, diventa uno strumento. Un mezzo per legittimare strategie che hanno poco a che vedere con i diritti e molto con il potere.

La lezione, per chi vive sotto regimi autoritari, è dura ma chiara: le grandi potenze non hanno amici, hanno interessi.

E quegli interessi, oggi come ieri, passano spesso per il petrolio, per le risorse, per gli equilibri geopolitici.

La libertà, purtroppo, resta un affare interno. E chi la desidera non può contare – almeno non fino in fondo – su chi la invoca a distanza.




Salute mentale e politica: cresce il dibattito sul 25° emendamento per Trump

donald trump marjorie taylor greene

donald trump marjorie taylor greene“Si tratta di assoluta follia. Come può una persona stabile mentalmente minacciare di cancellare un’intera civilizzazione… e ciò conferma l’esistenza di una seria instabilità mentale”. Queste le parole accusatorie di Marjorie Taylor Green (foto), ex deputata repubblicana della Georgia, e fino a pochi mesi fa fedelissima e grande sostenitrice di Donald Trump. La Greene ha continuato che data la condizione mentale del presidente Usa bisogna fare ricorso al 25esimo emendamento.

Secondo la Costituzione, se il presidente non è capace di svolgere i suoi compiti bisogna rimuoverlo. Il 25esimo emendamento stabilisce che il presidente può essere rimosso se considerato incapace dal vicepresidente e dalla maggioranza del suo Cabinet. Durante il primo mandato di Trump il suo vice si rifiutò di invocare il 25esimo emendamento per le azioni del suo capo nell’insurrezione del 6 gennaio 2021. Pence in effetti ha seguito l’esempio di altri tre vicepresidenti che si rifiutarono di rimuovere il loro capo. Dopo essere stato colpito da un’arma da fuoco nel 1881 l’allora presidente James Garfield visse parecchi mesi a letto soffrendo in delirio, morendo pochi mesi dopo. Nel 1901 anche il presidente William McKinley rimase a letto per otto giorni dopo avere subito anche lui un tentativo di omicidio. Nel 1919 il presidente Woodrow Wilson subì un ictus debilitante che lo rese incapace mentalmente. In nessuno di questi casi ci furono azioni del vicepresidente per forzare la situazione e prendere il comando. Nemmeno nella situazione attuale il vicepresidente J.D. Vance agirebbe per invocare il 25esimo emendamento nonostante il fatto che le voci continuano ad alzarsi per preoccuparsi dell’incapacità mentale di Trump.

Al di là della Greene, il parlamentare democratico Jamie Raskin dello Stato del Maryland, ha introdotto un disegno di legge che aprirebbe le porte al 25esimo emendamento e la rimozione del presidente. Raskin e altri 50 parlamentari hanno proposto la formazione di una commissione di 17 membri per indagare se Trump è adeguato a svolgere i suoi compiti di presidente. In caso negativo la commissione passerebbe la palla al vice presidente J. D. Vance di determinare se la maggioranza del Cabinet è d’accordo. I legislatori repubblicani non sembrano interessati ma altri luminari con legami a Trump e al Partito Repubblicano hanno espresso il loro scetticismo sulle capacità mentali del presidente. Ty Cobb, ex legale di Trump alla Casa Bianca, aveva confermato al giornalista Jim Acosta che il presidente era “certamente malato di mente”. Stephanie Grisham, ex portavoce della Casa Bianca, ha detto recentemente che il presidente “ovviamente non sta bene”. Altri individui di spicco nella stratosfera di destra come Tucker Carlson, Alex Jones, Candace Owens hanno espresso le loro riserve. Jones ha anche invocato il 25esimo emendamento.

Trump spesso ci ricorda di avere superato brillantemente test psicologici che servono come screening di base per determinare decadimenti cognitivi lievi come memoria, attenzione, linguaggio e orientamento. I buoni risultati pubblicati da Trump suggeriscono che non ci siano segnali evidenti di deficit cognitivi. Non dimostrano eccellenza mentale né superiorità cognitiva come Trump spesso sostiene. Determinare però la sua salute mentale richiederebbe accertamenti precisi da esperti in psichiatria. Alcuni professionisti hanno azzardato giudizi preliminari sottolineando il suo narcisismo marcato, la sua impulsività, la bassa tolleranza di critiche e una tendenza alla distorsione della realtà. Il suo messaggio che cancellerebbe un’intera nazione dalla faccia della terra ha ovviamente causato preoccupazioni perché il presidente Usa ha notevoli poteri che in politica estera non sono stati giudicati legalmente. In politica interna i magistrati hanno imposto alcuni guardrail ma in grande misura lui è andato oltre le righe governando quasi come un leader autoritario.

I suoi poteri però non sono infiniti e la sua condizione di salute ha iniziato a interessare i media come era avvenuto con l’ex presidente Joe Biden che negli ultimi mesi diede chiari segnali di avere rallentato mentalmente e fisicamente. Alla fine, dopo considerevoli ripensamenti, Biden decise di abbandonare la corsa alla presidenza. Trump però non ha nessuna intenzione di lasciare, incapace di ammettere alcuna sconfitta. Da non dimenticare che continua e ripetere che vinse l’elezione presidenziale del 2020 e continua a cercare prove per dimostrarlo. Sarebbe questo un sintomo di malattia mentale perché conferma la sua incapacità di accettare la realtà?

La probabilità di rimuovere Trump dalla sua carica mediante il 25esimo emendamento è remota ma il fatto che la richiesta non sia stata sollevata solo da democratici ci evidenzia la seria preoccupazione. Ci vorrebbero parlamentari repubblicani che votassero in maniera bipartisan com’è successo nel caso del voto per il rilascio dei file di Epstein. Sul 25esimo emendamento ciò appare improbabile. Va ricordato che Trump nel suo primo mandato subì due impeachment ma poi il Senato non riuscì a ottenere i 60 voti necessari per condannarlo. Un altro impeachment appare avere più chance del 25esimo emendamento dopo le elezioni di midterm che tutti gli analisti vedono sempre più come una vittoria democratica.




Luna, non solo scienza: la nuova frontiera strategica tra Stati Uniti e Cina

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Non si tratta più soltanto di “mettere piede” sulla Luna, come accadde con Apollo 11 Moon Landing. L’obiettivo oggi è restare. E costruire.

Un avamposto lunare stabile offrirebbe vantaggi enormi:

controllo delle risorse: la presenza di ghiaccio d’acqua nei poli lunari significa carburante (idrogeno) e ossigeno. Inoltre, si parla da anni dell’elio-3, potenziale combustibile per la fusione nucleare;

posizione strategica: la Luna è una piattaforma ideale per osservazione, telecomunicazioni e – in prospettiva – controllo dello spazio circumterrestre.

Supremazia tecnologica: chi domina la logistica lunare domina anche il futuro delle missioni verso Marte e oltre.

Ufficialmente, lo spazio resta un dominio “pacifico”. Ma nella realtà:

I sistemi satellitari sono già oggi infrastrutture militari fondamentali.

Una base lunare potrebbe diventare un centro avanzato di monitoraggio e difesa spaziale.

In uno scenario estremo, controllare la Luna significherebbe avere un vantaggio decisivo nella guerra orbitale.

Non a caso, sia gli Stati Uniti che la Cina parlano di cooperazione… ma preparano programmi separati.

Da una parte c’è la NASA con il programma Artemis, sostenuto da alleati internazionali (Europa, Giappone, Canada).

Dall’altra, la China National Space Administration, che insieme alla Russia lavora a una propria base lunare internazionale alternativa.

Le differenze sono nette:

Modello occidentale: cooperazione multilaterale e presenza privata (SpaceX, ecc.)

Modello cinese: controllo statale, tempi rapidi, strategia centralizzata.

La risposta non è così scontata.

Gli Stati Uniti partono in vantaggio tecnologico e con un ecosistema industriale fortissimo. Tuttavia, la Cina ha dimostrato negli ultimi anni una capacità impressionante di rispettare tempi e obiettivi.

Gli USA puntano a un ritorno stabile entro la fine del decennio.

La Cina potrebbe sorprendere accorciando i tempi, come già accaduto in altri settori.

Non è solo chi arriverà per primo.

È chi resterà.

Perché la nuova corsa alla Luna non si vincerà con una bandiera piantata nella polvere, ma con la capacità di costruire, abitare e difendere un avamposto permanente.

E questa, più che una sfida scientifica, è già una partita geopolitica globale.




Scontro Trump-Meloni: la fine dell’idillio

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Per lungo tempo Meloni è stata considerata una delle principali alleate europee di Trump. Tuttavia, la crisi è esplosa dopo il rifiuto italiano di sostenere apertamente la linea americana nel conflitto con l’Iran e, soprattutto, dopo le critiche della premier agli attacchi verbali di Trump contro il Papa.

Il presidente statunitense ha reagito duramente, accusando Meloni di “mancanza di coraggio” e di non voler collaborare né sul piano militare né in ambito NATO.

Al centro dello scontro non c’è solo una questione personale, ma una differenza profonda di visione geopolitica.

Medio Oriente: l’Italia ha scelto una linea più prudente, prendendo le distanze dall’escalation militare guidata da Washington.

Rapporti con Israele: Roma ha sospeso un accordo di cooperazione militare, segnale di un cambio di postura internazionale.

Ruolo nella NATO: gli Stati Uniti accusano l’Italia di non contribuire abbastanza alle operazioni strategiche.

Questi elementi indicano un progressivo allontanamento dalle posizioni americane, almeno nella fase attuale.

Diversi analisti parlano apertamente di “fine dell’idillio” tra i due leader, un tempo considerati politicamente affini.

Non si tratta però di una rottura totale: Italia e Stati Uniti restano alleati storici, legati da interessi economici, militari e dalla comune appartenenza alla NATO. Tuttavia, il rapporto potrebbe diventare più freddo e meno automatico.

Le tensioni potrebbero tradursi in effetti concreti:

Minore influenza italiana a Washington, soprattutto nelle decisioni strategiche

Pressioni economiche o commerciali, già viste in passato con la politica dei dazi di Trump

Maggiore autonomia italiana, con un avvicinamento alle posizioni europee

Allo stesso tempo, Meloni sembra voler rafforzare un ruolo più equilibrato tra Europa e Stati Uniti, evitando un allineamento totale.

Uno scenario in evoluzione

Il quadro resta fluido. Molto dipenderà dall’evoluzione della crisi internazionale e dalle scelte future dei due governi.

Per ora, però, una cosa è chiara: il rapporto tra Roma e Washington non è più quello di prima. E l’Italia, pur restando nell’orbita occidentale, sembra voler ridefinire il proprio ruolo sulla scena globale.




Oltre lo sguardo occidentale: perché l’Europa orientale non segue le nostre regole mentali e il caso Péter Magyar

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afp 20260412 a7jr9kg v2 highres topshothungarypoliticsvote 1776020898L’analisi delle dinamiche politiche dell’Europa orientale continua spesso a essere filtrata attraverso categorie interpretative occidentali che risultano parziali o, in alcuni casi, fuorvianti. Gli eventi recenti legati alla figura di Péter Magyar (nella foto), alla politica energetica di Ungheria e al conflitto tra Russia e Ucraina mostrano chiaramente quanto sia complesso il quadro politico dell’Europa centro-orientale e quanto sia rischioso applicare schemi interpretativi tipici dell’Europa occidentale senza tenere conto delle specificità storiche e culturali locali.

Uno dei nodi centrali di questa incomprensione riguarda la memoria storica territoriale. L’Ungheria, più di molti altri Stati europei, vive ancora oggi sotto l’ombra del Trattato del Trianon, che segnò una perdita territoriale drammatica per il Paese dopo la Prima guerra mondiale. Questo evento non rappresenta solo una pagina di storia, ma costituisce ancora oggi un elemento identitario e politico centrale. A differenza di quanto accadde in Austria, l’Ungheria si ritrovò con vaste comunità etniche magiare al di fuori dei propri confini, in territori come la Transilvania, la Transcarpazia e parti della Slovacchia. Questa condizione continua a influenzare profondamente la politica interna e la retorica pubblica.

Quando un leader ungherese afferma che “non esiste Stato al quale si possa chiedere di cedere parte del proprio territorio”, la frase non va letta soltanto come una presa di posizione nel contesto della guerra in Ucraina. È anche un messaggio rivolto all’elettorato interno e, in particolare, alle comunità magiare che vivono oltre i confini nazionali. Questa dimensione simbolica è spesso sottovalutata dagli osservatori di Bruxelles e più in generale dell’Europa occidentale, dove il tema dei confini storici ha perso gran parte della sua carica emotiva dopo decenni di integrazione europea.

La vittoria politica di Péter Magyar è stata interpretata in molti ambienti occidentali come una rottura netta con il passato politico ungherese. Tuttavia, questa lettura rischia di essere eccessivamente semplificata. È vero che alcune proposte — come l’introduzione di un limite di due mandati per i politici nazionali — indicano un tentativo di rinnovamento istituzionale. Ma non si tratta di una rivoluzione ideologica totale. Le strutture profonde della cultura politica ungherese, radicate nel nazionalismo storico e nel senso di vulnerabilità territoriale, rimangono presenti e continueranno a influenzare le scelte politiche.

Anche la questione energetica evidenzia questa divergenza tra visioni occidentali e orientali. Per molti Paesi dell’Europa orientale, il gas e il petrolio provenienti dalla Russia non sono soltanto strumenti geopolitici, ma risorse essenziali per la stabilità economica. L’idea di rinunciare rapidamente a fonti energetiche a basso costo appare, dal punto di vista ungherese, come una scelta potenzialmente destabilizzante. In un contesto economico fragile, l’obiettivo primario resta la sostenibilità interna più che l’allineamento ideologico con strategie energetiche occidentali.

Un ulteriore elemento che dimostra la complessità delle dinamiche regionali è il ruolo dei movimenti nazionalisti nei Paesi vicini. L’episodio legato al leader del partito AUR in Romania, che si è congratulato con Péter Magyar per poi difendersi da accuse simbolicamente molto forti, mostra come la politica regionale sia attraversata da tensioni identitarie profonde. Il riferimento polemico a Zsolt Hegedűs e al gesto celebrativo sulle rive del fiume Tibisco evidenzia come simboli e gesti pubblici possano assumere significati politici amplificati, difficili da interpretare con categorie occidentali standard.

Per comprendere queste dinamiche, è necessario analizzare anche l’eredità del comunismo nell’Europa orientale. Per decenni, l’Occidente ha utilizzato l’espressione “nazioni comuniste” come categoria omogenea. Tuttavia, questa definizione semplifica eccessivamente la realtà storica. Molti Stati dell’Europa orientale — a partire dalla stessa Russia — svilupparono forme di nazional-comunismo, in cui l’ideologia socialista si intrecciava con un forte senso identitario nazionale. Dopo la caduta del blocco sovietico, questa componente nazionale non è scomparsa; al contrario, si è trasformata in nuove forme di nazionalismo o, in alcuni casi, di patriottismo accentuato.

Questo passaggio dal nazional-comunismo al nazionalismo contemporaneo rappresenta una chiave interpretativa fondamentale per comprendere la politica attuale nell’Europa orientale. In molti casi, le strutture amministrative, le reti di potere e le mentalità collettive ereditate dal periodo comunista hanno continuato a influenzare il sistema politico anche dopo la democratizzazione formale. Di conseguenza, aspettarsi una convergenza rapida verso modelli politici occidentali è stato, in molti casi, un errore di valutazione.

Un altro aspetto cruciale riguarda il rafforzamento dei partenariati regionali tra gli Stati dell’Europa centrale. Negli ultimi anni, alcune di queste relazioni si sono indebolite o sono state interrotte, ma permane una forte volontà di ricostruire alleanze regionali. Questo orientamento riflette la consapevolezza che le sfide geopolitiche della regione — dal conflitto russo-ucraino alla sicurezza energetica — richiedono risposte coordinate a livello locale prima ancora che europeo.

La convinzione diffusa in alcune capitali occidentali di aver “vinto” definitivamente la sfida dell’integrazione politica dell’Europa orientale appare quindi prematura.

L’Europa centro-orientale non è un blocco uniforme né una periferia passiva del progetto europeo. È uno spazio politico complesso, segnato da memorie storiche traumatiche, da identità nazionali forti e da un senso di appartenenza et e da una percezione della sicurezza molto diversa rispetto a quella occidentale.

In definitiva, parlare di Europa dell’Est richiede un cambio di prospettiva. Non si tratta soltanto di analizzare dati economici o risultati elettorali, ma di comprendere la profondità delle memorie storiche e delle identità nazionali ed etniche che continuano a plasmare le scelte politiche.

Applicare categorie mentali tipiche dell’Europa occidentale — nate nel contesto della cultura latina e di Stati nazionali — rischia di produrre interpretazioni superficiali.

Per evitare questi errori, è necessario sviluppare un approccio più storico e meno ideologico, capace di riconoscere che l’Europa orientale non segue automaticamente i percorsi politici dell’Occidente.

Solo comprendendo la persistenza del fattore nazionale, l’eredità del nazional-comunismo e la centralità delle questioni territoriali  ed etniche si potrà davvero interpretare il presente politico della regione. In assenza di questa consapevolezza, ogni analisi rischierà di rimanere incompleta, se non addirittura fuorviante.




Iran, tregua fragile: Hegseth canta vittoria ma il conflitto resta aperto

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260228 d d0477 1005“Questa mattina, un grande giorno per la pace mondiale…..L’operazione Epic Fury è stata un successo travolgente…una vittoria con la V maiuscola. Abbiamo utilizzato solo una piccola parte della nostra potenza e l’Iran ha subito una sconfitta militare devastante”. Queste le parole del ministro della Difesa Usa Pete Hegseth dopo l’annuncio della tregua nel conflitto in Medio Oriente.

Le parole altisonanti di Hegseth non sono soltanto offensive ma poco veritiere e riflettono un semplicismo tutt’altro che onorevole per il ministro di Difesa o di Guerra come spesso si auto definisce. Quando poi si ricorda la minaccia di Trump di qualche giorno prima di cancellare l’intera nazione si capisce che viviamo tempi veramente bui. Ce lo chiarisce anche il disperato tentativo americano di convincersi ciecamente che tutto stia andando bene. I fatti ci dicono il contrario e l’impopolarità della guerra in Iran con gli americani ce ne darebbe una conferma.

Difficile parlare di vittoria considerando il numero di vittime causate dalla guerra fino adesso. Secondo alcune analisi quasi 4 mila persone in Iran hanno perso la vita che includono 1770 civili e centinaia di bambini. In Libano le vittime includono 1550 a cui si aggiungono 118 in Iraq, 23 in Israele, tredici soldati americani, e una dozzina in altri Paesi del Golfo. Hegseth non considera queste perdite umane, avvolto nel suo desiderio di cantare vittoria.

Al di là delle vittime umane la vittoria di Hegseth appare priva di significato poiché gli iraniani non solo continuano a resistere, ma il loro controllo dello Stretto di Hormuz ha scompigliato la disponibilità del 20 percento del petrolio, gas, fertilizzanti globale impedendo il passaggio delle petroliere. In effetti, Trump, Hegseth, e Benjamin Netanyahu hanno involontariamente fatto scoprire all’Iran una carta vincente poiché possono controllare indispensabili risorse per l’economia mondiale.

Uno degli obiettivi dell’amministrazione Trump era il regime change in Iran e ciò è avvenuto ma non per il meglio. La nuova leadership iraniana è infatti più radicalizzata e propensa a resistere e continuare ad opprimere il popolo che Trump aveva suggerito di volere aiutare. Gli attacchi all’Iran non hanno fatto altro che minimizzare il malcontento e costringere la gente a fare quadrato intorno a un governo malvoluto. Quando un Paese straniero butta bombe che uccidono civili e bambini anche un regime oppressivo ottiene il sostegno del popolo sottomesso. In effetti, gli attacchi hanno avuto l’effetto contrario di causare divisione ed hanno unificato l’Iran contro gli Usa.

Le forze militari americane hanno ovviamente causato notevoli danni all’Iran ma non sono riuscite a sottometterli e costringerli alla resa totale che Trump aveva richiesto in una delle sue tantissime sparate. L’Iran non ha vinto neanche ma un vincitore è emerso: Benjamin Netanyahu. Il primo ministro israeliano non solo è riuscito a convincere l’amministrazione Trump ad attaccare l’Iran ma ha anche minato la tregua con i continui attacchi a Hezbollah in Libano. Sotto pressione di Trump però Netanyahu ha ceduto e ha annunciato negoziati con il Libano. Siamo tornati dunque ai giorni dei negoziati a Ginevra del mese di febbraio con gli intermediari del governo di Oman. Infatti il ministro degli affari esteri omanita Badr al-Busaidi aveva annunciato notevoli progressi prima che Trump decidesse di attaccare.

Il ritorno al tavolo dei negoziati in Pakistan non ha prodotto risultati positivi. Le due parti si sono bloccate nelle loro posizioni massimaliste. Gli americani hanno insistito sull’eliminazione dell’uranio arricchito onde negare il potenziale di armi nucleari. Gli iraniani hanno insistito sulla rimozione delle sanzioni e richiesto il risarcimento per i danni subiti nei 40 giorni di guerra. Lo speaker del Parlamento iraniano Mohammad Ghalibaf ha dichiarato che gli Usa non erano “riusciti a conquistarsi la fiducia della delegazione iraniana in questa sessione di negoziati”. Ciò aprirebbe la porta a nuovi incontri ma non si sa se la tregua continuerà. Il fatto che ci siano stati gli incontri diplomatici fra le due parti suggerirebbe che non tutto è perduto. In effetti la strada dei negoziati era quella seguita da Barack Obama. Va ricordato che il 44esimo presidente Usa aveva raggiunto un accordo con l’Iran nel 2015 firmato anche da cinque Paesi chiave. Secondo l’accordo l’Iran si impegnava a limitare il programma nucleare e in cambio avrebbe ottenuto la rimozione delle sanzioni. Trump si ritirò dall’accordo nel 2018 descrivendolo “disastroso”. Evidentemente Obama si era guadagnato la fiducia degli iraniani che non è riuscito a Trump fino adesso. Ma se Obama ha dimostrato pazienza nelle negoziazioni durate cinque anni, il presidente attuale non esibisce altro che minacce e ultimatum. L’ultima reazione di Trump dopo il fallimento dei negoziati è stata di annunciare il blocco immediato dello Stretto di Hormuz che gli iraniani avevano già chiuso permettendo il transito a pochissime navi. Con Obama lo Stretto di Hormuz non fu mai chiuso. Trump però è un pessimo studente di diplomazia limitandosi all’uso della sua politica autoritaria. Il problema è che lui non paga le spese delle sue parole e azioni eccetto forse alle elezioni di midterm a novembre.




USA. Silurata la ministra della Giustizia Bondi: Trump avvia il rimpasto di governo?

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images“È arrivata l’ora”. Con queste parole Donald Trump ha annunciato a Pam Bondi, la sua ministra di Giustizia, che l’avrebbe licenziata. La conversazione è avvenuta nella limousine del presidente mentre si stava recando all’aula del tribunale della Corte Suprema per presenziare all’apertura della sessione sul decreto di Trump che eliminerebbe la cittadinanza basata sullo ius soli. La #Bondi, secondo informazioni dei media, avrebbe chiesto al suo capo di rimandare l’annuncio fino all’estate ma Trump non ha ceduto. L’annuncio ufficiale è stato diramato sulla piattaforma Truth Social nella quale Trump ha annunciato che la Bondi si sarebbe trasferita in un nuovo incarico nel settore privato.

Nel suo primo mandato presidenziale i licenziamenti di Trump cadevano a grappoli, in parte perché nella sua scelta di collaboratori aveva seguito i consigli di circondarsi con un folto numero di individui di un certo spessore. Poi quando non risultarono di suo gradimento per la loro mancata assoluta fedeltà cominciò a sostituirli. Nel suo secondo mandato, però, i collaboratori sono stati scelti usando la fedeltà come principio numero 1. Tutti i membri del suo Cabinet conoscono benissimo i desideri del loro capo e fanno di tutto per assecondarlo. Il licenziamento di Kristi Noem è avvenuto nonostante il fatto che la ministra della Sicurezza Nazionale stava mettendo in pratica la deportazione di massa voluta dal suo capo. La Noem inciampò con nelle morti di due individui nel Minnesota e Trump decise di metterla da parte offrendole un altro incarico nel quale ha perso visibilità.

Adesso il licenziamento della Bondi riflette in parte il clima burrascoso dell’amministrazione Trump ma soprattutto l’incapacità dell’ex ministra di Giustizia di punire legalmente i nemici di Trump. Va aggiunta anche la sua gestione dei file di Jeffrey Epstein. Nel febbraio del 2025 la Bondi dichiarò che era in possesso della lista “dei clienti di Epstein”, il finanziere di successo, condannato per traffico sessuale di minorenni, trovato morto in una cella federale di New York nel 2019. Nel 2025 la legislatura americana approvò una legge che tutti i file di Epstein dovevano essere resi pubblici ma la Bondi non riuscì a farlo. Si crede che nei file ci potrebbero essere informazioni compromettenti su Trump che per anni fu amico di Epstein. Ma ciò che avrà irritato di più il presidente sono state le mancate incriminazioni di nemici di Trump di cui lui si voleva vendicare. In particolare la Bondi non è riuscita a fare processare James Comey, Letitia James, Adam Schiff, mark Kelly e Jerome Powell, che Trump considera in un modo o nell’altro suoi nemici. Il problema per la Bondi è che i casi contro questi individui erano debolissimi e la magistratura li ha archiviati. Queste indagini hanno causato guai legali ma alla fine hanno rivelato che le prove erano fasulle e legalmente debolissime. In un certo senso la Bondi ha fatto quello che voleva il suo capo senza però riuscire a compiere gli impossibili desideri di vendetta del capo.

La Bondi, in effetti, si è comportata esattamente come Noem senza però soddisfare Trump che ha visto queste due collaboratrici come delusione. A differenza dei numerosi licenziamenti del suo primo mandato che spesso inclusero insulti, in questi due casi Trump è stato “gentile” usando un linguaggio conciliatorio. Trump non ha dunque bruciato i ponti, una buona strategia dato che la Bondi dovrebbe con ogni probabilità presentarsi davanti a una commissione alla Camera per testimoniare sul caso Epstein e spiegare perché tutti i file non sono stati rilasciati in un mese come richiesto dalla legge.

I segnali che Trump stia mettendo in atto un rimpasto del suo Cabinet sono già evidenti e vengono spiegati con i sondaggi che lo vedono in caduta libera. Secondo alcuni analisti anche la ministra del Commercio Howard Lutnick, Lori Chavez-DeRemer, ministro del Lavoro, e Tulsi Gabbard, direttrice dell’Intelligence Nazionale potrebbero subire la sorte della Bondi e Noem. Un altro candidato potrebbe anche essere Pete Hegseth, il bellicoso ministro della Difesa, che avrebbe spinto Trump ad attaccare l’Iran. La guerra è poco popolare con gli americani (approvazione solo del 27%) e quindi addossare la colpa a un altro sarebbe la via “giusta” per Trump di mandare un messaggio agli altri collaboratori: se le cose andranno male potete aspettarvi la stessa sorte della Bondi.




Iran, la tregua di Trump e il rischio di un tradimento silenzioso

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2oufq7jtgjan3cxfm5plfay26aC’è una domanda scomoda che nessuno, o quasi, vuole affrontare apertamente: accettando una tregua e aprendo alla negoziazione con il regime iraniano, Donald Trump sta forse tradendo proprio quegli iraniani che speravano in una liberazione?

Per mesi, milioni di cittadini iraniani sono scesi in piazza contro il potere degli ayatollah. Non si trattava solo di proteste economiche, ma di una vera e propria rivolta contro un sistema percepito come oppressivo, corrotto e soprattutto repressivo nei confronti delle donne. Quelle stesse donne che, senza velo o con il velo abbassato, hanno sfidato il regime pagando spesso con la vita.

Quando gli Stati Uniti hanno deciso di intervenire militarmente, molti di questi iraniani, pur con tutte le paure del caso, avevano intravisto una possibilità: che la pressione esterna potesse indebolire definitivamente il sistema teocratico. Alcuni avevano addirittura sperato in un cambio di regime.

Oggi, invece, lo scenario è completamente diverso.

La tregua raggiunta tra Washington e Teheran appare fragile e confusa, ma ha già prodotto un effetto evidente: il regime è ancora lì. Non solo. In molti casi, sembra essersi rafforzato nella narrativa interna, presentando il cessate il fuoco come una vittoria contro l’Occidente .

E mentre la diplomazia si rimette in moto, dentro l’Iran cresce un sentimento amaro. C’è chi parla apertamente di abbandono: dopo bombardamenti, distruzioni e isolamento, il Paese rischia di ritrovarsi esattamente dove era prima, ma più povero e più controllato .

In questo quadro, le donne iraniane rappresentano forse il simbolo più forte di questo possibile “tradimento”.

Negli ultimi anni sono state il motore della protesta. Hanno sfidato la polizia morale, denunciato le discriminazioni, pagato con arresti, torture e, in molti casi, con la vita.

Eppure oggi, nei negoziati internazionali, il loro destino sembra scomparso dall’agenda.

La realpolitik impone altre priorità: sicurezza regionale, petrolio, stabilità dei mercati, controllo del nucleare. Tutto comprensibile. Ma anche tutto tremendamente distante da chi, in Iran, chiedeva semplicemente libertà.

Va detto: Trump non è un filantropo né un rivoluzionario. È un leader politico che risponde a interessi strategici. E una guerra lunga, incerta e costosa, con il rischio di destabilizzare l’intero Medio Oriente, difficilmente poteva continuare.

La tregua, in questo senso, è anche una scelta pragmatica. Evita un’escalation, riduce la pressione sui mercati energetici e offre una via d’uscita a un conflitto che non aveva prodotto i risultati sperati .

Ma proprio qui sta il nodo: quando si sceglie il pragmatismo, qualcuno paga il prezzo. E spesso quel qualcuno sono i più deboli.

Il punto non è stabilire se la tregua sia giusta o sbagliata. Probabilmente, dal punto di vista geopolitico, è inevitabile.

Il punto è un altro: cosa resta oggi delle promesse, esplicite o implicite, fatte al popolo iraniano?

Perché il rischio è che questa guerra finisca senza vincitori veri, ma con una certezza: il regime degli ayatollah ancora al potere e una società civile più sola di prima.

E allora la domanda torna, inevitabile: questa tregua è un passo verso la pace… o l’inizio di un nuovo silenzio?




Iran, tregua fragile: durerà davvero due settimane?

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z84sns7zwsjn4u7 ua hhrg2y5ykzscmjwl2rjw izjj5ljdnzdiumszpnl2bhee1lsvlfgnzordpeda3pfu k0vylcmfh16xvepafkxaydsniaiwfsrbppotxlwb0qq 7kmwtt8tacmiub4 w3xzqlshf yspko7kkcjfy03a2pa6erscu26kpj97dodcclLa tregua di due settimane tra Stati Uniti e Iran è già cominciata. Ma la vera domanda, oggi, è un’altra: arriverà davvero alla fine… o è solo una pausa prima di una nuova escalation?

La risposta, guardando ai fatti, è tutt’altro che rassicurante.

Il cessate il fuoco non è il risultato di un accordo solido, ma di una mediazione d’emergenza del Pakistan, arrivata quando la guerra rischiava di allargarsi a tutta la regione.

È, in sostanza, una tregua “tecnica”: serve a guadagnare tempo, ad avviare negoziati, a evitare un disastro immediato. Non nasce da fiducia reciproca. E questo è il primo problema.

L’Iran lo ha detto chiaramente: negozierà, ma senza fidarsi degli Stati Uniti.

Washington, dal canto suo, mantiene una linea durissima e non ha rinunciato alle sue condizioni strategiche.

Tradotto: si parla, ma nessuno crede davvero all’altro; si tratta, ma con il dito sul grilletto

C’è poi un elemento ancora più pericoloso: la tregua non copre davvero tutta la regione.

Nelle ultime ore Israele ha bombardato il Libano causando centinaia di vittime, l’Iran ha minacciato di rompere l’accordo, lo Stretto di Hormuz resta sotto tensione. Questo significa che il conflitto continua per interposta persona. E basta un incidente per far crollare tutto.

I colloqui previsti in Pakistan partono con ostacoli enormi: gli USA vogliono limiti al nucleare e al potere regionale iraniano, l’Iran pretende la fine definitiva della guerra e la revoca totale delle sanzioni. Due visioni incompatibili, almeno per ora. Non a caso, alcuni analisti dubitano persino che il negoziato riesca a partire davvero.

Tutto ruota attorno a un punto chiave: lo Stretto di Hormuz, da cui passa una fetta enorme del petrolio mondiale: gli USA vogliono libertà totale di navigazione, l’Iran vuole controllo e garanzie. Finché questo nodo non si scioglie, la tregua resta appesa a un filo.

Durerà? Realisticamente:

Può reggere qualche giorno → sì

Può arrivare alle due settimane → incerto

Può trasformarsi in pace duratura → oggi, molto difficile

Perché manca l’elemento essenziale di ogni tregua stabile: un interesse comune più forte della guerra.

Quella tra Iran e Stati Uniti, quindi, non è una pace. È una pausa armata, piena di sospetti, contraddizioni e tensioni irrisolte. Due settimane possono sembrare poche.
In Medio Oriente, oggi, possono essere un’eternità… o non durare nemmeno due giorni.




Hormuz non è un bene globale: sovranità, pedaggi e realismo economico nello stretto più strategico del mondo

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licensed imagelI dibattito sullo Stretto di Hormuz torna periodicamente al centro della politica internazionale, soprattutto quando tensioni geopolitiche o dichiarazioni ufficiali riaccendono la discussione sul suo status giuridico ed economico. Le recenti affermazioni del portavoce della Commissione europea per gli Affari esteri, Anouar El Anouni, secondo cui lo #Stretto di Hormuz sarebbe un “bene pubblico globale” che deve rimanere aperto, rappresentano una posizione che merita una riflessione critica, sia sul piano giuridico sia su quello politico ed economico.

Prima di tutto, è necessario chiarire un punto fondamentale: lo Stretto di #Hormuz non è un bene pubblico globale in senso giuridico. Si tratta di un passaggio marittimo situato tra due Stati sovrani, Iran e Oman, che esercitano diritti territoriali sulle acque che lo compongono. Il fatto che lo stretto sia cruciale per il commercio mondiale non lo trasforma automaticamente in una proprietà collettiva dell’umanità, né tanto meno in uno spazio sottratto alla sovranità degli Stati rivieraschi.

Il riferimento europeo al diritto internazionale, in particolare alla United Nations Convention on the Law of the Sea, è corretto sul piano formale, ma spesso interpretato in modo politico. Il diritto del mare garantisce il cosiddetto “passaggio di transito” negli stretti utilizzati per la navigazione internazionale, ma non elimina la sovranità degli Stati costieri né vieta in modo assoluto qualsiasi forma di regolamentazione economica o amministrativa. Gli Stati rivieraschi mantengono infatti competenze rilevanti in materia di sicurezza, gestione e tutela ambientale.

Un confronto utile può essere fatto con il Canale di Suez, uno dei passaggi marittimi più importanti al mondo. Il canale è interamente situato nel territorio di Egitto, e chiunque lo attraversi paga un pedaggio spesso molto elevato. Le tariffe variano a seconda del tipo di nave e della stazza: portacontainer, petroliere, portarinfuse e metaniere possono arrivare a pagare cifre che, in alcuni casi, raggiungono centinaia di migliaia o addirittura milioni di dollari per singolo transito. Questo sistema non è considerato illegittimo dalla comunità internazionale, ma anzi rappresenta una fonte di reddito fondamentale per l’economia egiziana.

Se il principio del pedaggio è ritenuto legittimo per il Canale di Suez, appare ragionevole interrogarsi sulla possibilità di applicare logiche analoghe allo Stretto di Hormuz. Qui transitano ogni anno migliaia di navi, molte delle quali trasportano carichi dal valore economico enorme, in particolare petrolio e gas naturale liquefatto. In questo contesto, un pedaggio nell’ordine di uno o due milioni di dollari per nave potrebbe non risultare sproporzionato se rapportato al valore delle merci trasportate, spesso pari a centinaia di milioni di dollari per singolo viaggio.

Naturalmente, l’introduzione di un sistema di pedaggi nello Stretto di Hormuz non sarebbe una decisione semplice né priva di conseguenze geopolitiche. Gli interessi coinvolti sono molteplici: dalle grandi potenze industriali ai Paesi importatori di energia, fino alle compagnie marittime e assicurative. Tuttavia, il principio secondo cui gli Stati rivieraschi possano trarre un beneficio economico proporzionato dall’utilizzo delle proprie infrastrutture naturali non è di per sé irragionevole.

Un’ipotesi interessante, in questa prospettiva, sarebbe la creazione di una società internazionale di gestione dello stretto. Una struttura di questo tipo, promossa da Iran e Oman, potrebbe aprire il capitale a investitori provenienti da diversi Paesi interessati al traffico commerciale attraverso Hormuz. In tal modo si potrebbe conciliare la sovranità degli Stati costieri con la partecipazione economica di altri attori globali, riducendo al tempo stesso le tensioni politiche.

Un modello simile consentirebbe anche di destinare parte dei ricavi alla sicurezza della navigazione, alla protezione ambientale e al miglioramento delle infrastrutture marittime. Lo Stretto di Hormuz è infatti un’area delicata, soggetta a rischi ambientali e incidenti navali, e una gestione coordinata e finanziata adeguatamente potrebbe rappresentare un vantaggio per tutti gli utenti del passaggio.

La definizione dello stretto come “bene pubblico globale” rischia invece di apparire, agli occhi di molti osservatori, come una forzatura retorica che può essere interpretata in chiave politica. In un contesto internazionale segnato da profonde asimmetrie di potere, l’uso di espressioni che sembrano limitare la sovranità degli Stati locali può alimentare diffidenze e tensioni, soprattutto nei Paesi che storicamente hanno percepito rapporti diseguali con le potenze occidentali.

Allo stesso tempo, bisogna evitare semplificazioni. Lo Stretto di Hormuz non è soltanto un’infrastruttura regionale, ma un nodo vitale del sistema economico globale. La sua eventuale chiusura o la sua gestione in modo eccessivamente restrittivo avrebbe conseguenze immediate sui prezzi dell’energia, sui trasporti e sull’economia mondiale nel suo complesso. Per questo motivo, qualsiasi proposta di pedaggio o riforma della gestione dovrebbe essere calibrata con estrema attenzione, evitando decisioni unilaterali che possano destabilizzare i mercati.

In definitiva, la questione dello Stretto di Hormuz rappresenta un banco di prova per un nuovo equilibrio tra sovranità nazionale e interdipendenza globale. Gli Stati rivieraschi hanno pieno diritto di rivendicare il controllo delle proprie acque e di trarne benefici economici, ma allo stesso tempo devono tenere conto della responsabilità che deriva dalla gestione di uno dei passaggi marittimi più cruciali del pianeta. La sfida non è trasformare lo stretto in un “bene di tutti” nel senso ideologico del termine, ma costruire un modello realistico che riconosca i diritti dei Paesi costieri e le esigenze della comunità internazionale.