Le promesse tradite: quando la libertà diventa un pretesto

Ci sono parole che, nella politica internazionale, vengono usate con leggerezza. “Libertà” è una di queste. E quando viene pronunciata da una superpotenza, milioni di persone – spesso disperate – finiscono per crederci.
Negli ultimi anni, molti venezuelani e iraniani hanno guardato agli Stati Uniti come a un possibile alleato nella loro aspirazione a liberarsi da regimi oppressivi. Hanno ascoltato dichiarazioni, visto sanzioni, interpretato segnali come l’inizio di un cambiamento reale. Poi è arrivata la realtà.
Nel caso del Venezuela, Donald Trump aveva alzato il livello dello scontro con il chavismo, riconoscendo apertamente l’opposizione e promettendo una pressione tale da portare a una svolta. Per molti, sembrava l’inizio della fine per Nicolás Maduro.
Ma il tempo ha raccontato un’altra storia. Il regime è rimasto saldamente al potere, l’opposizione si è frammentata e, progressivamente, l’interesse strategico degli Stati Uniti si è spostato altrove. Oggi appare evidente come la priorità non fosse tanto la democratizzazione del Paese, quanto la gestione di una delle più grandi riserve petrolifere del mondo. La libertà, in questo caso, è rimasta uno slogan.
Uno schema simile si intravede anche nel rapporto con l’Iran. Le tensioni, le minacce, le sanzioni: tutto sembrava indicare una linea dura contro il regime degli ayatollah.
Eppure, anche qui, il messaggio è apparso ambiguo.
Da un lato, dichiarazioni a sostegno dei diritti e della libertà del popolo iraniano. Dall’altro, una strategia concentrata soprattutto su due elementi concreti: il programma nucleare – in particolare l’uranio arricchito – e il controllo degli equilibri energetici legati al petrolio.
Il risultato? Ancora una volta, chi sperava in un appoggio deciso per un cambiamento interno si è trovato davanti a una realtà fatta di interessi, negoziati e compromessi.
Le conseguenze di queste illusioni non sono astratte. Sono volti, storie, famiglie.
Sono i milioni di venezuelani costretti a lasciare il proprio Paese. Sono i giovani iraniani che continuano a scendere in piazza sapendo che il sostegno internazionale resterà, nella migliore delle ipotesi, simbolico.
Quando la libertà viene evocata senza una reale volontà di sostenerla fino in fondo, diventa uno strumento. Un mezzo per legittimare strategie che hanno poco a che vedere con i diritti e molto con il potere.
La lezione, per chi vive sotto regimi autoritari, è dura ma chiara: le grandi potenze non hanno amici, hanno interessi.
E quegli interessi, oggi come ieri, passano spesso per il petrolio, per le risorse, per gli equilibri geopolitici.
La libertà, purtroppo, resta un affare interno. E chi la desidera non può contare – almeno non fino in fondo – su chi la invoca a distanza.

“Si tratta di assoluta follia. Come può una persona stabile mentalmente minacciare di cancellare un’intera civilizzazione… e ciò conferma l’esistenza di una seria instabilità mentale”. Queste le parole accusatorie di Marjorie Taylor Green (foto), ex deputata repubblicana della Georgia, e fino a pochi mesi fa fedelissima e grande sostenitrice di Donald Trump. La Greene ha continuato che data la condizione mentale del presidente Usa bisogna fare ricorso al 25esimo emendamento.
La recente missione 
Lo scontro politico tra Donald Trump e Giorgia Meloni segna un punto di svolta nei rapporti tra Italia e Stati Uniti. Quella che fino a pochi mesi fa sembrava un’alleanza solida e privilegiata appare oggi incrinata, con conseguenze che potrebbero pesare sia sul piano diplomatico che su quello strategico.
L’analisi delle dinamiche politiche dell’Europa orientale continua spesso a essere filtrata attraverso categorie interpretative occidentali che risultano parziali o, in alcuni casi, fuorvianti. Gli eventi recenti legati alla figura di Péter Magyar (nella foto), alla politica energetica di Ungheria e al conflitto tra Russia e Ucraina mostrano chiaramente quanto sia complesso il quadro politico dell’Europa centro-orientale e quanto sia rischioso applicare schemi interpretativi tipici dell’Europa occidentale senza tenere conto delle specificità storiche e culturali locali.
“Questa mattina, un grande giorno per la pace mondiale…..L’operazione Epic Fury è stata un successo travolgente…una vittoria con la V maiuscola. Abbiamo utilizzato solo una piccola parte della nostra potenza e l’Iran ha subito una sconfitta militare devastante”. Queste le parole del ministro della Difesa Usa Pete Hegseth dopo l’annuncio della tregua nel conflitto in Medio Oriente.
“È arrivata l’ora”. Con queste parole Donald Trump ha annunciato a Pam Bondi, la sua ministra di Giustizia, che l’avrebbe licenziata. La conversazione è avvenuta nella limousine del presidente mentre si stava recando all’aula del tribunale della Corte Suprema per presenziare all’apertura della sessione sul decreto di Trump che eliminerebbe la cittadinanza basata sullo ius soli. La 
C’è una domanda scomoda che nessuno, o quasi, vuole affrontare apertamente: accettando una tregua e aprendo alla negoziazione con il regime iraniano, Donald Trump sta forse tradendo proprio quegli iraniani che speravano in una liberazione?
La tregua di due settimane tra Stati Uniti e Iran è già cominciata. Ma la vera domanda, oggi, è un’altra: arriverà davvero alla fine… o è solo una pausa prima di una nuova escalation?
lI dibattito sullo Stretto di Hormuz torna periodicamente al centro della politica internazionale, soprattutto quando tensioni geopolitiche o dichiarazioni ufficiali riaccendono la discussione sul suo status giuridico ed economico. Le recenti affermazioni del portavoce della Commissione europea per gli Affari esteri, Anouar El Anouni, secondo cui lo