Repubblica Dominicana. Taser e responsabilità: una domanda che non possiamo ignorare

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32d703fc c4b9 4618 b4d7 bcdeb5495c1fIeri, a Las Terrenas, nella Repubblica Dominicana, un agente di polizia ha utilizzato una pistola elettrica contro un minore. Un fatto che, al di là delle circostanze specifiche, apre interrogativi profondi e urgenti sul modo in cui vengono impiegati strumenti di coercizione potenzialmente letali.

Ci poniamo una domanda semplice, ma fondamentale: chi utilizza queste armi è pienamente consapevole dei rischi che comportano?

Le cosiddette “pistole elettriche” — comunemente note come taser — sono spesso percepite come strumenti non letali. Tuttavia, la realtà è più complessa. In presenza di determinate condizioni mediche, come patologie cardiache, una scarica elettrica può provocare conseguenze gravissime, fino alla morte. E qui emerge un punto critico: è possibile sapere, nel momento dell’intervento, se la persona colpita è cardiopatica?

La risposta è evidente: no.

Ed è proprio questa incertezza a rendere indispensabile una preparazione rigorosa e protocolli chiari. L’uso di un taser non può essere lasciato alla discrezionalità o all’improvvisazione. Richiede formazione specifica, aggiornamento continuo e, soprattutto, la capacità di gestire le conseguenze immediate di un eventuale incidente.

Da qui nasce una seconda domanda, ancora più delicata: gli agenti che dispongono di queste armi sono dotati degli strumenti necessari per intervenire in caso di emergenza?

Un defibrillatore dovrebbe essere parte integrante dell’equipaggiamento di chi utilizza una pistola elettrica. Ma non basta averlo: bisogna saperlo usare, e saperlo usare bene, sotto pressione, in situazioni critiche. Questo implica addestramento reale, non formale.

Se così non fosse, ci troveremmo di fronte a uno scenario preoccupante: armi distribuite senza adeguata preparazione, con il rischio concreto di trasformare uno strumento di controllo in un fattore di pericolo mortale.

Non si tratta di mettere in discussione il ruolo delle forze dell’ordine, né di ignorare le difficoltà operative che affrontano quotidianamente. Si tratta, piuttosto, di ribadire un principio essenziale: la sicurezza pubblica non può prescindere dalla responsabilità.

Ogni strumento affidato a un agente dello Stato deve essere accompagnato da formazione, consapevolezza e protocolli rigorosi.




Trump, Iran e il giorno decisivo: ultimatum scaduto, il mondo con il fiato sospeso

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6rmlui7xwva5flulos3xudmm4uOggi non è una data qualsiasi.
È il giorno in cui scade l’ultimatum lanciato da Donald Trump all’Iran. E con esso, il rischio concreto di un’escalation militare che potrebbe cambiare gli equilibri globali.

Il presidente degli Stati Uniti ha fissato una linea rossa chiara: Teheran deve riaprire lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per circa il 20% del petrolio mondiale, oppure affrontare conseguenze “devastanti”.

Trump non ha usato mezzi termini.
Ha parlato apertamente della possibilità di colpire infrastrutture civili iraniane – ponti, centrali elettriche, snodi energetici – arrivando a sostenere che gli Stati Uniti potrebbero “annientare” il Paese in poche ore.

Parole che hanno sollevato forti preoccupazioni internazionali, anche perché un attacco di questo tipo rischierebbe di violare il diritto internazionale e di trascinare l’intera regione in una guerra su larga scala.

Dall’altra parte, Teheran non sembra intenzionata a piegarsi.
Il governo iraniano ha respinto le condizioni americane, chiedendo invece la fine completa delle ostilità e garanzie concrete prima di qualsiasi apertura negoziale.

Non solo: l’Iran ha anche lasciato intendere che, in caso di attacco, potrebbe colpire infrastrutture strategiche nei Paesi alleati degli Stati Uniti, ampliando ulteriormente il conflitto.

Nonostante la tensione, i canali diplomatici non sono del tutto chiusi.
Trump stesso ha parlato di negoziati “attivi”, anche se l’accordo appare ancora lontano.

Nel frattempo, la situazione sul campo si deteriora: Israele ha intensificato gli attacchi e ha persino avvertito la popolazione iraniana di evitare alcune infrastrutture, segnale che nuove operazioni potrebbero essere imminenti.

Il mondo osserva, consapevole che il margine di errore è minimo.
Un attacco americano potrebbe scatenare una reazione a catena in tutto il Medio Oriente, con effetti immediati su energia, economia e sicurezza globale.

Eppure, resta uno spiraglio: la possibilità – già vista in passato – che la pressione massima serva a forzare un accordo all’ultimo momento.Ora resta solo una domanda: Trump passerà dalle parole ai fatti?




Ultimatum all’Iran, scade oggi la tregua: cosa può accadere adesso

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imrsOggi è una giornata cruciale per gli equilibri mondiali.
Scade infatti l’ultimatum lanciato dal presidente americano Donald Trump all’Iran: riaprire lo strategico Stretto di Hormuz oppure affrontare un’escalation militare senza precedenti.

Il problema è che, mentre il tempo finisce, la diplomazia non ha ancora prodotto un accordo.

Trump ha fissato una scadenza precisa (questa sera, ora di Washington) minacciando attacchi massicci contro infrastrutture iraniane, incluse centrali elettriche e ponti.

L’obiettivo è chiaro: costringere Teheran a riaprire lo Stretto di Hormuz, da cui passa una parte fondamentale del petrolio mondiale.

Ma l’Iran ha già risposto: non accetterà condizioni imposte con minacce.

E anzi, ha promesso ritorsioni “devastanti” in caso di nuovi attacchi.

Nelle ultime ore, mediatori internazionali — tra cui Pakistan, Egitto e Turchia — hanno proposto un piano: cessate il fuoco immediato, riapertura temporanea dello stretto, negoziati entro 15-45 giorni.

Ma al momento non c’è accordo.

Il dialogo è fragile, e soprattutto condizionato da un clima di sfiducia totale.

Il contesto è già quello di una guerra aperta: bombardamenti reciproci tra Stati Uniti, Israele e Iran, migliaia di vittime tra militari e civili, attacchi a infrastrutture energetiche nella regione, rischio concreto di crisi petrolifera globale.

Lo Stretto di Hormuz è il vero nodo: se resta chiuso, il mondo rischia uno shock energetico.

A questo punto, gli scenari possibili sono tre:

1. Accordo all’ultimo minuto
È l’ipotesi meno probabile ma ancora possibile. Trump stesso ha lasciato aperta la porta a un’intesa.

2. Attacco militare massiccio
Se l’Iran non cede, gli Stati Uniti potrebbero colpire infrastrutture strategiche. Sarebbe una svolta drammatica, con rischio di guerra regionale su larga scala.

3. Escalation incontrollata
L’ipotesi più temuta: attacchi e controattacchi a catena, coinvolgendo altri Paesi del Golfo e forse oltre.

Anche per chi vive lontano dal Medio Oriente — in Europa o nei Caraibi — questa crisi ha effetti immediati: aumento del prezzo del petrolio, rincari su trasporti e beni di consumo, instabilità finanziaria globale.

In altre parole: non è una guerra lontana.

Oggi non è solo la fine di un ultimatum.
È un punto di svolta.

Se prevarrà la diplomazia, si aprirà uno spiraglio.
Se invece parleranno le armi, il conflitto potrebbe allargarsi ben oltre i confini dell’Iran.

E il mondo intero — ancora una volta — si troverà a pagarne il prezzo.




“Dimissioni a metà”: l’Italia fallisce e i giocatori restano al loro posto

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aa1zswmjSaltano allenatore e dirigenti dopo il disastro con la Bosnia. Ma chi è andato in campo non paga mai?

La Nazionale italiana esce dal sogno mondiale nel modo peggiore: sconfitta contro la Bosnia, eliminazione e figuraccia internazionale.

Le conseguenze? Immediate. Dirigenti dimissionari. Allenatore dimissionario.

E i giocatori? Tutti al loro posto. Come sempre.

Nel calcio italiano si ripete una scena già vista troppe volte: quando si perde, a pagare sono quelli fuori dal campo.

Chi decide, chi guida, chi organizza. Mai chi gioca.

Eppure, la partita l’hanno persa loro. Non i dirigenti, non il commissario tecnico.

Undici in campo. Nessuna reazione. Nessun orgoglio. Nessuna scusa che regga.

Eppure nessuno dice: “Ho fallito, mi faccio da parte”.

Nessuno rinuncia alla convocazione. Nessuno mette in discussione il proprio posto.

La maglia azzurra resta addosso, come se nulla fosse successo.

In altri tempi, dopo una disfatta simile, si parlava di vergogna sportiva.

Oggi no. Oggi si parla di “ripartire”, di “progetto”, di “ciclo nuovo”.

Parole vuote, se chi ha fallito resta lì, pronto a ripresentarsi alla prossima convocazione come se niente fosse.

È vero: un calciatore non può dimettersi formalmente.

Ma può fare qualcosa di più raro e più difficile: rinunciare.

Rinunciare per dignità. Rinunciare per rispetto. Rinunciare per lasciare spazio a chi ha più fame.

Ma questo richiede qualcosa che oggi sembra mancare: autocritica.

Cambiare allenatore è facile. Cambiare dirigenti, anche. Cambiare mentalità, molto meno.

Se gli stessi giocatori resteranno protagonisti, con la stessa attitudine vista contro la Bosnia, allora non è una rifondazione. È solo un’illusione.

Vestire l’Italia dovrebbe essere un privilegio, non un’abitudine.

E quando quel privilegio viene tradito, il minimo sarebbe assumersi la responsabilità.

Non a parole. Nei fatti.




FOCUS – La catastrofe annunciata e la vergogna mondiale

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1edbcee0 f0a5 4e77 b880 c78c46e6fca7Incredulità, tristezza, sconforto, dispiacere, dolore, rabbia. E’ questa la lista, certamente incompleta, dei sentimenti dei milioni di italiani che martedì 31 marzo hanno seguito, incollati alla TV, l’ultima partita della nazionale di calcio, giocata contro la Bosnia Erzegovina a Zenica.

La lista è incompleta perché tantissimi e svariati sono gli stati d’animo che uno sport popolare come il calcio riesce a generare, nel bene e nel male, nell’immaginario collettivo come nei cuori dei singoli. Di essa fa parte senz’altro la delusione. Una delusione amara che ci accompagnerà per quattro anni e più. Bar vuoti e nessuna festa, la delusione tra i tifosi italiani è cocente per la terza esclusione consecutiva degli azzurri dai mondiali di calcio.

Il 24 giugno 2014 a Natal, in Brasile, abbiamo assistito all’ultima partita giocata dall’Italia ad un Mondiale di calcio, la sconfitta per 1 a zero contro l’Uruguay. Un torneo più che mediocre da parte nostra che ci ha visti eliminati al primo turno, come successe anche in quello precedente, quattro anni prima in Sudafrica, da campioni in carica. Ma nessuno poteva immaginare che ci sarebbe toccata una disfatta di queste proporzioni, con un’intera generazione di bambini e adolescenti italiani che non sanno ancora cosa vuol dire tifare l’Italia ai Mondiali.

Terzo Mondiale consecutivo senza gli azzurri, quarto di sempre: il tristissimo primato di aver vinto quattro titoli addizionato da cinque mancate partecipazioni. Un record negativo senza eguali tra le grandi squadre di questo mondo.

Il prossimo appuntamento per una nuova possibilità slitta dunque al 2030, ovvero sedici anni dall’ultima partecipazione. Un disastro inaspettato ed inimmaginabile per un movimento calcistico come quello italiano, anche se oggi l’Italia non è più un paese di primo piano da questo punto di vista, nessuna sorpresa. Non è un insuccesso contingente ma una profonda crisi strutturale.

L’esito negativo non è dovuto a qualche elemento che non ha funzionato ma all’intero meccanismo che lo ha sostenuto. Le responsabilità del fallimento, e allo stesso modo le cause, sono oltremodo chiare e sono riconducibili alle decisioni errate, per non dire alle negligenze organizzative e ideologiche, di chi ha avuto posizioni di vertice e di potere nell’ambito della politica sportiva italiana. Venti squadre nel campionato di Serie A sono troppe per un sistema che già fatica a reggere qualità, sostenibilità e sviluppo.

Anche sulla composizione delle rose ci sarebbe molto da dire: il tema non è nazionalistico e non riguarda il passaporto in sé. Riguarda la capacità del sistema di produrre giocatori italiani pronti per la Serie A e per la Nazionale con squadre che scendono in campo con pochissimi italiani o senza italiani. E con dirigenti che preferiscono andare all’estero a spendere cifre folli, a volte anche astronomiche, per ragazzi stranieri che spesso valgono quanto, e in certi casi meno dei giovani italiani già presenti nei vivai. E quando si smette perfino di riconoscere il valore tecnico ed economico dei propri giovani, allora il problema non è la scelta del singolo club ma il fallimento dell’intero sistema calcio. Chi ha voluto e sostenuto questo progetto deve necessariamente dimettersi e andare a casa. Chiunque prenda il loro posto scelga allenatori per merito, non per conoscenze personali, istruttori competenti, capaci di insegnare e con un’esperienza importante da professionisti. Figure capaci di fare formazione con strutture federali adeguate diffuse su tutto il territorio nazionale, con una rete di centri sportivi per osservare i giovani da vicino e seguirne la crescita con continuità. Non valutazioni occasionali ma veri e propri database aggiornati per seguire i vivai, capire i progressi, individuare i limiti e non perdere i talenti per strada: tecnica, testa e valori prima del fisico, non solo corsa e struttura atletica, ma qualità individuali, intelligenza calcistica, educazione e principi morali, con l’obiettivo di formare le persone prima ancora dei calciatori.

In estrema sintesi, noi stiamo perdendo di vista la cosa più importante, che è il talento, dimenticando ogni giorno di avere avuto esempi di uomini come Roberto Baggio e come Paolo Maldini, a cui andrebbero affidati da subito il Settore Tecnico e la Presidenza Federale. Professionisti veri ma soprattutto persone vere, che hanno dato tutto per il calcio e amati senza dubbio trasversalmente, eccellenze umane e sportive più uniche che rare, uno spreco vergognoso e imperdonabile.

I prossimi mondiali li guarderemo ogni giorno con il peso enorme dell’assenza degli azzurri, ma che non si dica che l’eliminazione è stata un colpo di sfortuna o una scelta tattica sbagliata da parte del commissario tecnico. Bisogna toccare il fondo per potersi risollevare. La speranza è che i prossimi quattro  anni non passino invano e che i rimedi individuati per ridare slancio al calcio italiano non siano peggiori di quelli a cui abbiamo avuto il dispiacere di assistere sino ad oggi.




Gli italiani d’America traditi dalla Nazionale

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hexat zxwaafkl0C’è una delusione che attraversa un oceano. Non nasce solo da una sconfitta sportiva, ma da un’assenza che pesa come un macigno. Gli italiani d’America — quelli che vivono in Canada, negli Stati Uniti, in Messico — oggi si sentono traditi dalla loro Nazionale.

Proprio nei Paesi che ospiteranno i Mondiali, milioni di italiani e oriundi si stavano preparando a vivere qualcosa di unico. Non solo partite, ma un ritorno simbolico alle proprie radici. Avevano immaginato gli stadi pieni di tricolori, i figli con la maglia azzurra, i cori che uniscono generazioni e storie diverse sotto un’unica bandiera.

Avevano immaginato l’Italia.

E invece, ancora una volta, l’Italia non ci sarà.

Per chi vive lontano, l’identità italiana non è scontata. È una conquista quotidiana. È parlare la lingua in casa anche quando fuori tutti parlano inglese o spagnolo. È cucinare italiano, pensare italiano, restare italiani anche a migliaia di chilometri di distanza. È insegnare ai figli l’orgoglio delle proprie origini, difendere una cultura, promuovere i prodotti del proprio Paese.

È amare l’Italia, spesso, più intensamente di chi la vive ogni giorno.

Per questo la ferita è più profonda.

Perché quei tifosi non chiedevano la vittoria. Non pretendevano una coppa. Volevano esserci. Volevano vedere l’Italia giocare a casa loro, nei loro stadi, nelle città in cui hanno costruito una vita senza mai dimenticare da dove vengono.

Volevano gridare “Forza Italia” guardando negli occhi i propri figli.

Ora devono spiegare perché non si può. E non è facile.

Non è facile raccontare a un bambino nato a Toronto, a New York o a Città del Messico che l’Italia, quella Italia di cui gli hanno parlato con tanto orgoglio, non parteciperà ai Mondiali. Non è facile spiegare un’assenza che sa di occasione perduta, forse irripetibile.

Perché questa non era una competizione qualsiasi. Era il Mondiale “di casa” per gli italiani d’America. Un ponte tra passato e presente. Un momento per sentirsi meno lontani. Un’occasione per trasformare la nostalgia in festa.

Quel ponte oggi non esiste.

E allora sì, la parola è forte, ma è quella che meglio descrive questo sentimento: tradimento. Contro un’idea di Italia che, almeno per una volta, avrebbe potuto essere lì, accanto ai suoi figli sparsi nel mondo. E invece no.

E questo, per chi l’Italia la porta nel cuore ogni giorno, fa molto più male di una sconfitta.




Trump e la politica delle emergenze: potere, caos e conseguenze globali

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imagesNon c’era nessuna emergenza in Oregon quando Donald Trump l’anno scorso decise di federalizzare la Guardia Nazionale a Portland. L’interpretazione della visione di Trump era “slegata dai fatti” secondo la giudice federale Karin J. Immergut, nominata nel suo incarico proprio da Trump nel 2019 durante il suo primo mandato presidenziale. Anche in un altro caso a Los Angeles il giudice federale Charles Breyer aveva decretato che l’uso della Guardia Nazionale non era necessario perché “non c’era nessuna ribellione” come aveva asserito Trump.

Dichiarare emergenze è stata e continua ad essere la strategia del presidente Usa per agire con poteri esecutivi, creando una visione fasulla della realtà. Lo ha fatto sia in politica interna che estera. Oltre all’uso della Guardia Nazionale l’attuale inquilino della Casa Bianca ha schierato agenti dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement) per ciò che ha caratterizzato l’emergenza dell’invasione dei migranti. In politica estera ha inventato l’emergenza del deficit della bilancia commerciale per imporre dazi con l’annuncio del “Liberation Day” nel mese di aprile dell’anno scorso. Partendo da una realtà fasulla però Trump causa problemi agli americani e al resto del mondo, ma anche al suo partito politico.

Nonostante i problemi legali con i giudici federali lo schieramento dell’Ice principalmente in Stati e città governate da democratici ha causato seri danni. I più noti sono quelli, come abbiamo discusso in queste pagine, a Minneapolis nel Minnesota dove due manifestanti hanno perso la vita a causa dell’aggressività di alcuni agenti. Sfortunatamente il governo federale ha impedito le indagini di forze dell’ordine statale mentre quelle condotte dal governo federale non sono state completate fino adesso. Una certa ammissione di colpa è però evidente con il licenziamento del ministro della Homeland Security Kristi Noem la quale è stata recentemente rimpiazzata da Markwayne Mullin che ha lasciato l’incarico di senatore dell’Oklahoma. Non si prevedono grossi cambiamenti ma i manifestanti continuano a premere come si è visto in questi giorni con gli otto milioni di persone che hanno partecipato al No Kings Day in America.

Nel caso dell’emergenza dei dazi Trump ha creato grossi problemi al commercio internazionale ma dopo parecchi mesi la Corte Suprema lo ha bacchettato decretando che non poteva usare la legge di emergenza per l’imposizione delle tariffe. Infatti si era già visto chiaramente che non si trattava di emergenza come ci hanno dimostrato alcuni dazi imposti da Trump al Brasile. Adirato dalla decisione della Corte Suprema brasiliana di condannare il suo amico Jair Bolsonaro, ex presidente del Brasile, Trump aveva annunciato dazi del 50 percento.

In politica estera Trump ha anche usato la sua emergenza fasulla per combattere i narcotrafficanti facendo affondare una quarantina di imbarcazioni vicino al Venezuela. L’amministrazione americana ha individuato queste imbarcazioni come trasportatrici di droghe senza però fornire alcuna prova. Invece di fermare le imbarcazioni, arrestare i responsabili e processarli come sarebbe logico, Trump li ha bombardati uccidendo decine di individui senza prove definitive di colpevolezza.

L’ultima emergenza potenzialmente fasulla è la recente guerra in Iran iniziata proprio durante i negoziati in corso con gli iraniani. Trump ci aveva detto che il potenziale nucleare iraniano era stato obliterato nel mese di giugno dell’anno scorso. Caso chiuso dunque fino all’inizio delle ostilità iniziate per ragioni dubbie, confuse, senza chiari obiettivi. In un’occasione si era sentito che Israele era quasi pronto per attaccare l’Iran e gli Stati Uniti non potevano tirarsi indietro. Le ragioni dubbie e l’incoerenza delle dichiarazioni del presidente Usa che cambiano dalla mattina alla sera ci portano dentro il caos della mente di Trump. I problemi però esistono come abbiamo già scritto poiché migliaia di innocenti hanno perso la vita non solo americani, ma anche israeliani, libanesi e ovviamente iraniani.

Queste emergenze fasulle di Trump hanno coinvolto indirettamente tutto il mondo data la chiusura del Golfo di Hormuz da parte degli iraniani che hanno bloccato centinaia di petroliere nel golfo permettendo solo il passaggio a una piccolissima parte. Evidentemente la strategia militare di Trump che ha degradato molte strutture iraniane non aveva previsto la chiusura del golfo come tattica iraniana. Il risultato, come si sa, è il prezzo del petrolio che ha oltrepassato i cento dollari al barile. Questa situazione ha recato benefici ad alcuni produttori come la Russia e lo stesso Iran generando loro quattrini alle spese dell’economia mondiale.

Le emergenze fasulle hanno anche colpito il partito del presidente come ci rivelano gli ultimissimi sondaggi che prevedono una vittoria dei democratici alle elezioni di midterm di questo novembre. La poca popolarità del presidente ai livelli più bassi (36% di gradimento) trascinerebbe il Partito Repubblicano a una sonora sconfitta, consegnando la maggioranza ai democratici alla Camera ma possibilmente anche al Senato. Le emergenze fasulle rivelano il desiderio di Trump di governare come leader di un regime autoritario che non deve spiegare niente a nessuno creando ripercussioni agli Usa ma anche al resto del mondo. Qualche voce si è alzata. Il presidente del governo spagnolo Pedro Sánchez si è opposto alla guerra e ha anche chiuso lo spazio aereo del suo Paese ai voli coinvolti nella guerra in Iran. Anche il governo italiano di Giorgia Meloni, nonostante i suoi rapporti stretti con Trump, ha negato agli Usa l’uso della base di Sigonella dopo avere determinato che i voli degli aerei americani erano legati alla guerra in Iran. Quanti altri Paesi europei si sveglieranno al fatto che stanno anche loro pagando la fattura per la guerra di Trump? E che il loro silenzio li rende parzialmente complici per le morti di migliaia di essere umani?




Il valore degli italiani all’estero deve farsi sentire: uno sguardo su Messico, Centro America e Caraibi

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imagesGli italiani all’estero sono molti, ma spesso costituiscono una comunità disunita. È evidente che sia necessario partecipare attivamente alla vita associativa e agli strumenti di rappresentanza istituzionale dedicati agli italiani oltreconfine.

Essere italiani all’estero non significa solo vivere lontano dall’Italia. Significa portare con sé una cultura, una lingua, un modo di vedere il mondo. Significa costruire ogni giorno un equilibrio tra ciò che siamo stati e ciò che diventiamo.

Il mondo degli italiani all’estero è ampio e profondamente variegato. Le esperienze di chi vive negli Stati Uniti o in Canada, ad esempio, si sviluppano in contesti molto diversi rispetto a quelle di chi vive in Messico, Centro America o nei Caraibi.

Proprio per questo è importante partire da realtà concrete

Questo articolo nasce con l’idea di concentrarsi su una parte ben definita della nostra presenza all’estero: quella a cui appartengo, nel contesto della suddivisione stabilita dallo Stato italiano a livello di rappresentanza politica: Messico, Centro America e Caraibi. Non per escludere altre aree, ma per focalizzarsi su un contesto che, pur facendo parte della stessa circoscrizione elettorale del Nord America, presenta caratteristiche proprie e, spesso, meno visibili.

Si tratta di una regione in cui la presenza italiana è ampia, dinamica e, in molti casi, in crescita, ma che raramente viene considerata come un insieme. Le comunità italiane nei diversi Paesi tendono a svilupparsi in modo autonomo, senza un reale coordinamento a livello regionale.

E tuttavia, c’è una domanda che vale la pena porsi: quanto di questa presenza si traduce realmente in partecipazione? Nel contesto degli italiani all’estero, partecipare significa fare un passo in più: interessarsi, informarsi ed essere parte attiva nella vita della nostra comunità.

Ed è per questo che, a tutti i cittadini italiani con cui condivido idee e riflessioni sui temi che ci uniscono, quando percepisco passione per l’italianità, attenzione ai diritti e senso del dovere, ripeto sempre la stessa cosa: PARTECIPA!

Questo è un tema che conosco anche a livello personale. Il mio avvicinamento alla comunità italiana all’estero è iniziato anni fa, in un momento molto concreto: la necessità di far sentire la nostra voce per la riapertura di una sede consolare, dopo una chiusura che molti hanno vissuto come ingiusta. Da lì è iniziato un percorso che mi ha portato, nel tempo, a impegnarmi sia a livello associativo sia istituzionale, entrando in contatto diretto con le dinamiche, le difficoltà e anche le opportunità che caratterizzano la nostra presenza fuori dall’Italia.

In questa regione, come in molte altre, esistono strumenti concreti per partecipare. I Com.It.Es. (Comitati degli Italiani all’Estero), le associazioni, le Camere di Commercio e le iniziative culturali e sociali rappresentano spazi reali in cui la voce degli italiani può trovare ascolto e forma. Spazi imperfetti, senza dubbio, ma fondamentali. Se utilizzati con consapevolezza, possono generare risultati concreti per le comunità di riferimento.

Tuttavia, questi strumenti sono spesso poco conosciuti o percepiti come lontani dalla vita quotidiana. E così, una comunità ricca di energie e competenze rischia di rimanere in silenzio proprio nei momenti in cui potrebbe avere maggiore impatto.

Eppure, i temi che ci riguardano sono concreti e incidono sulla vita di tutti:

  • l’accesso ai servizi consolari,

  • la diffusione della lingua italiana,

  • la tutela della salute, anche all’estero,

  • le difficoltà dei pensionati residenti fuori dall’Italia,

  • l’esercizio del diritto di voto,

  • il mantenimento dei legami con l’Italia,

  • il sostegno alle imprese e al Made in Italy.

    Non sono questioni astratte. Fanno parte della nostra vita quotidiana. Ed è proprio su questi temi che la partecipazione può fare la differenza.

In una realtà come quella del Messico, del Centro America e dei Caraibi, ampia, diversificata ma unita da molte sfide comuni, anche il semplice fatto di sentirsi parte di qualcosa può rappresentare un primo passo importante. Proprio perché si tratta di un’area in cui il coordinamento è ancora limitato, esiste uno spazio reale per costruire relazioni più dirette, condividere esperienze e rafforzare una presenza che oggi appare spesso frammentata.

Non si tratta di creare nuove strutture né di sostituire quelle esistenti, ma di valorizzare ciò che già esiste.

Perché una comunità non si misura solo dal numero di persone che la compongono, ma dalla capacità di queste persone di riconoscersi, dialogare e, quando necessario, far sentire la propria voce.

Forse il punto non è cambiare tutto, ma iniziare a partecipare un po’ di più.

Giovani, imprenditori, commercianti, pensionati, italiani di prima generazione e italo-discendenti: PARTECIPATE! Il vostro contributo è fondamentale per mantenere alto il nome dell’Italia all’estero e affrontare le sfide comuni.

Perché è proprio da lì che nasce ogni forma di rappresentanza autentica.




Dalle immagini di Hollywood alle macerie di Minab: la guerra reale che Trump non può nascondere

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2560“La guerra non è un fottuto videogioco. La guerra non è un fottuto videogioco. La guerra non è un fottuto videogioco”, ha ripetuto 3 volte in un tweet la senatrice democratica dell’Illinois Tammy Duckworth. “Sette americani sono morti”. Oggi il numero è più alto. Almeno 13 militari americani hanno già perso la vita nell’escalation della guerra con l’Iran, con molti altri feriti e il conflitto ancora in espansione. La Duckworth sa qualcosa in maniera diretta degli effetti della guerra. Nel 2004 un proiettile a propulsione (RPG) ha colpito l’elicottero che lei pilotava durante il suo servizio in Iraq. La cabina di pilotaggio fu colpita provocando gravi ferite che le fecero perdere entrambe le gambe, causandole anche gravi danni al braccio destro. Quando è stata diffusa la notizia del montaggio rilasciato dalla Casa Bianca che utilizzava scene tratte da Top Gun, Braveheart e Breaking Bad, mescolate con bombardamenti americani in Iran, la Duckworth era ovviamente e giustamente arrabbiata.

Le parole dure e dirette di Duckworth contrastano nettamente con il tono proveniente dalla Casa Bianca. Mentre soldati americani muoiono e civili in tutto il Medio Oriente vengono sepolti, l’amministrazione Trump invia messaggi suggerendo che la guerra è un montaggio cinematografico senza conseguenze in cui gli americani ne escono vincenti. La guerra è però reale. Si pensi al bombardamento della scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh nella città iraniana di Minab. Indagini giornalistiche hanno trovato forti prove che un missile Tomahawk statunitense ha colpito nei pressi dell’edificio durante attacchi contro una base navale vicina. L’attacco ha ucciso circa 170 persone, in gran parte bambine, rendendolo uno degli episodi civili più mortali del conflitto. Le immagini sono devastanti: aule crollate, bambini sepolti sotto il cemento, genitori che cercano tra le macerie gli zaini e le scarpe delle figlie.

Rispondendo alle domande dei giornalisti Trump ha respinto ogni responsabilità, affermando che “sono stati gli iraniani”. Nel frattempo il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato che il Pentagono sta ancora indagando. Questo divario tra negazione e indagine mostra una realtà inquietante. La guerra produce fatti sul terreno più velocemente di quanto i leader possano spiegarli — o accettarli. I civili muoiono, le responsabilità si confondono e la verità diventa un altro campo di battaglia.

E la tragedia di Minab è solo una parte di un bilancio umano molto più ampio. In Iran parecchie migliaia di persone sono state uccise nei bombardamenti, con vittime distribuite in diverse città colpite da attacchi contro basi militari e infrastrutture. I vertici del regime iraniano sono anche stati uccisi e persino l’attuale leader Mojtaba Khamenei è stato ferito. In Israele, i missili iraniani hanno provocato almeno una ventina di morti e centinaia di feriti tra i civili, colpendo città e obiettivi strategici. In Libano il bilancio è ancora più pesante, con oltre mille morti nel contesto delle operazioni israeliane contro Hezbollah e dell’allargamento del conflitto regionale.

La guerra è reale. Eppure Trump continua a descrivere il conflitto in termini di vittoria: vincere rapidamente, vincere decisamente, vincere in modo schiacciante. La sua retorica riduce spesso una complessa realtà geopolitica a una narrazione semplice di vittoria e sconfitta, eroi e nemici, dominio e trionfo. I nemici vengono demonizzati, i risultati semplificati, le conseguenze minimizzate.

Questo linguaggio trasforma la guerra in qualcosa che assomiglia a un videogioco: premere un pulsante, lanciare un attacco, eliminare il nemico, dichiarare vittoria. La guerra non finisce quando un leader dice “abbiamo già vinto” e non si ferma quando cambia la comunicazione politica. La guerra non si riavvolge quando muoiono civili o gli alleati esitano. La guerra è caotica, imprevedibile e difficilmente controllabile.

La crisi dello Stretto di Hormuz lo dimostra chiaramente. Dopo aver minacciato un’azione militare decisiva e aver parlato di vittoria, l’amministrazione ora parla di negoziati e possibili colloqui, riconoscendo implicitamente che il conflitto non può essere acceso e spento come una console. Trump però continua a mandare messaggi contraddittori, a volte asserendo che gli iraniani vogliono negoziare e allo stesso tempo di avere già la vittoria in tasca, esigendo una resa incondizionata.

La storia dimostra che le guerre iniziano con sicurezza e finiscono con conseguenze imprevedibili. I leader promettono vittorie rapide, stabilità ma spesso trovano conflitti lunghi caratterizzati dal caos. Promettono sicurezza e producono più violenza. Le parole di Duckworth tagliano il rumore perché ricordano una verità fondamentale: la guerra si misura in bare, non in titoli. Ogni soldato americano ucciso, ogni bambina iraniana sepolta, ogni civile israeliano ferito, ogni famiglia libanese sfollata è la prova che la guerra non è intrattenimento, non è propaganda e certamente non è un videogioco. È realtà — dura, irreversibile e spietata. E la realtà non si cura di montaggi cinematografici o slogan trionfalistici. Conta solo i morti.

Secondo informazioni del Wall Street Journal, Trump si sarebbe stancato della guerra e starebbe cercando una rampa per ripetere che avrebbe vinto e quindi tutto è tornato normale. Ciò spiegherebbe le frequenti dichiarazioni di Trump che gli iraniani sono ansiosi per negoziare, essendo, secondo lui, stremati e desiderosi di finire gli attacchi. In realtà il problema risiede nell’inaffidabilità di Trump. Da non dimenticare che fu proprio il 47esimo residente che durante il suo primo mandato stracciò l’accordo siglato da Barack Obama e l’Iran. Chi garantisce agli iraniani che anche se un nuovo accordo venga firmato sarà rispettato? Che garanzie chiederebbero gli iraniani considerando l’inaffidabilità di Trump?




Giudici sotto pressione: l’allarme di Roberts sui toni intimidatori di Trump

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38966016031 1080pnbcstations“Il problema è che a volte le critiche si spostano da un’enfasi legale a quella personale…. E quello può essere molto pericoloso… e deve finire”. Con queste parole John Roberts, il presidente della Corte Suprema statunitense, cercava di suonare un campanello di allarme sul clima di violenza che coinvolge i giudici americani. Nel suo discorso alla Rice University nel Texas, Roberts non ha diretto il suo monito direttamente al presidente Donald Trump ma con ogni probabilità mirava ovviamente al linguaggio bellicoso contro i giudici le cui decisioni non sono gradite all’attuale inquilino della Casa Bianca. Proprio dopo la decisione della Corte Suprema che con un voto di 6-3 ha dichiarato illegali i dazi, Trump disse che “Il nostro Paese è stato SACCHEGGIATO dalla Corte Suprema che è divenuta poco più che un’organizzazione politica strumentalizzata e ingiusta”.

I giudici della Corte Suprema sono ben protetti. Un po’ meno gli altri giudici federali, specialmente quelli che stanno facendo da contrappeso alla luce delle tantissime denunce contro l’amministrazione Trump. In comparazione al suo predecessore Joe Biden, l’attuale presidente ha decretato ordini esecutivi a destra e manca e più di 600 delle sue azioni sono sfociate in denunce. Secondo il New York Times in 95 di questi casi i giudici hanno chiesto ai legali di Trump perché non dovrebbero essere considerati in oltraggio alla Corte per la loro mancanza di professionalità. Oltraggio alla Corte significa che i legali davanti ai giudici sono vicinissimi ad essere sanzionati o incarcerati.

Non poche decisioni di questi magistrati sono andate contro l’amministrazione Trump, causando reazioni fortissime con innumerevoli minacce causate dal linguaggio bellicoso del presidente. Spesso i giudici sono attaccati con un linguaggio che Trump ripete accusandoli di essere “corrotti …. e lunatici radicali di sinistra”. Queste dichiarazioni spesso citano i nomi dei giudici in questione i quali ricevono numerose minacce. La giudice Ana Reyes del distretto di Washington D. C., che aveva bloccato il tentativo di Trump di deportare migranti haitiani con visti temporanei, ha messo a nudo queste minacce ricevute. Il mese scorso ha letto nella sua aula del tribunale tutte le minacce ricevute per la sua decisione che fu attaccata da Trump. La questione è andata a finire alla Corte Suprema dove Trump spera di ribaltare la sentenza della Reyes e deportare 350 mila haitiani.

In un recente incontro online organizzato dal gruppo “Speak Up for Justice” (Alza la voce per la giustizia) la Reyes e altri tre giudici nella sua stessa situazione hanno sottolineato il problema che in passato era raro ma adesso è divenuto “normale”. La Reyes ha diretto la colpa ai social media ma anche alla “paura e incomprensione” del lavoro fatto dai magistrati. In sintesi il clima è molto teso specialmente perché i giudici federali sono l’unico contrappeso all’amministrazione muscolare di Trump che non riceve nessun freno dalla sonnolenta legislatura dominata dai repubblicani.

I giudici non sono gli unici a vivere in un clima di tensione. Anche parecchi collaboratori di Trump sono stati costretti a trovare residenze in basi militari per ragioni di sicurezza. Questi includono Stephen Miller (Vice Capo di Gabinetto alla Casa Bianca), Kristi Noem (ex Ministro della Homeland Security), Marco Rubio (Segretario di Stato), Pete Hegseth ( Ministro della Difesa), Pam Bondi (ministro della Giustizia).

Quando Roberts dice che il pericolo dei giudici deve finire ha assolutamente ragione ma ciò si applica anche per gli altri, sia di destra che di sinistra, la cui sicurezza, e spesso anche quella delle loro famiglie, è minacciata. Trump però non si dirige mai ai sostenitori per incoraggiare alla calma. Le sue soluzioni sono troppo spesso un linguaggio che fa esattamente il contrario e mirano ad intimidire i suoi avversari. Lo sta facendo proprio in questi giorni con lo schieramento di agenti dell’Ice, Immigration and Customs Enforcement, nei maggiori aeroporti. Le numerose assenze di agenti del TSA (Transportation and Security Administration), che si occupano del controllo dei passeggeri prima che entrino nelle aree protette dell’aeroporto, hanno causato seri disagi ai viaggiatori a causa delle inevitabili lunghissime code. Questa situazione ha spinto Trump all’uso dell’Ice. Cosa potranno fare? Ben poco poiché sono sprovvisti dell’addestramento necessario per fare il lavoro degli agenti del TSA. La loro presenza però ha un effetto intimidatorio che fa piacere alla politica aggressiva di Trump.