Trump annuncia la pace, l’Iran nega tutto: chi sta prendendo in giro il mondo?

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C’è qualcosa che non torna. E non poco.

Da una parte, il presidente Donald Trump assicura che i negoziati con l’Iran “stanno andando bene”. Dall’altra, Teheran smentisce tutto, senza mezzi termini: nessun dialogo, nessun progresso, nessuna trattativa.

Due versioni opposte. Due verità incompatibili.
E allora la domanda è inevitabile: chi sta mentendo?

La risposta, per quanto scomoda, è che non sta mentendo nessuno — ma nessuno sta dicendo tutta la verità.

Trump parla perché deve farlo. Deve mostrare controllo, risultati, leadership. In un momento di tensione internazionale, dire che “si tratta” significa rassicurare mercati, alleati e opinione pubblica. Anche se, nei fatti, si tratta poco o nulla.

L’Iran, dal canto suo, non può permettersi di ammettere aperture. Farlo significherebbe mostrarsi debole, proprio mentre alza la voce sul piano militare e politico. Negare è parte della strategia.

Nel mezzo, però, c’è la realtà.
E la realtà è molto meno rassicurante:

  • non esiste un vero tavolo negoziale
  • non c’è alcun accordo in vista
  • le tensioni restano altissime

Quello che esiste, semmai, sono contatti indiretti, messaggi, tentativi di sondare il terreno. Diplomazia nell’ombra. Non pace.

Il problema è che questo gioco a due livelli — dichiarazioni pubbliche da una parte, mosse silenziose dall’altra — crea un’illusione pericolosa: quella che la situazione sia sotto controllo.

Non lo è.

E a pagare il prezzo di questa ambiguità non sono i leader, ma i cittadini. Anche quelli lontani, anche gli italiani all’estero, che vivono in Paesi dove ogni escalation può avere conseguenze immediate: economia, sicurezza, stabilità.

La verità, quindi, è più semplice e più dura di quanto venga raccontato:
non siamo alla pace, ma nemmeno alla guerra aperta. Siamo in quella zona grigia dove basta un errore per far saltare tutto.

E in questa zona, le parole contano quanto — se non più — dei fatti.

Foto: AFP Getty Images




Referendum: Vittoria del NO: un rischio per la stabilità politica e sociale

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referendum1Riceviamo e pubblichiamo.

Il referendum del 23 e 24 marzo 2026 ha rappresentato una svolta drammatica e controversa nella storia politica italiana, con un risultato che ha profondamente scosso le fondamenta della nostra nazione. I cittadini italiani sono stati chiamati a pronunciarsi su questioni cruciali per il futuro del paese, e il risultato finale ha visto la vittoria del NO, grazie soprattutto alla mobilitazione dei giovani che, da tempo, sono scesi in piazza in tutta Italia per contestare il governo e le forze dell’ordine. Inoltre, non dobbiamo dimenticare la partecipazione di magistrati come Gratteri, che hanno fatto campagna elettorale a favore del NO, comportamento intollerabile in quanto i magistrati devono mantenere una posizione super partes.

I giovani, spesso considerati apatici o disinteressati alla politica, sono stati svegliati dal letargo in cui erano caduti e hanno deciso di dare un senso alla loro vita attraverso la partecipazione attiva. Grazie ai collettivi di sinistra e ai centri sociali, hanno trovato la motivazione per scendere in strada, formare gruppi e raggiungere i seggi per esprimere il proprio dissenso. La loro presenza massiccia è stata il cuore pulsante della vittoria del fronte del NO.

Il risultato elettorale, quindi, può essere interpretato come una vittoria dell’(in)giustizia, una vittoria di coloro che si oppongono a un sistema che, secondo molti, sarebbe schierato a favore di una migrazione incontrollata e di politiche che minaccerebbero la nostra identità culturale e la sicurezza nazionale

D’altro canto, è doveroso sottolineare come gli italiani all’estero si siano schierati in modo decisamente diverso, votando in maggioranza a favore del SI. Questi italiani, spesso più legati alle tradizioni e alla sicurezza della nostra nazione, si sono dimostrati i veri paladini dell’Italia, consapevoli dei rischi che un’immigrazione selvaggia e l’infiltrazione dell’Islam potrebbero comportare per il nostro futuro. La loro scelta rappresenta un chiaro appello alla difesa e alla conservazione delle radici che ci sono state tramandate.

L’intera vicenda solleva interrogativi inquietanti sul futuro della nostra civiltà. In un’epoca in cui si parla di integrazione e multiculturalismo, il rischio di perdere la nostra identità appare più reale che mai. Ricordiamo figure storiche come Carlo Martello, che nel 732 fermò l’avanzata musulmana in Europa, e ci chiediamo se oggi un’altra figura come il generale Vannacci possa essere chiamata a svolgere un ruolo simile per difendere l’Italia e l’Europa da minacce di natura ideologica e culturale.

Se non si troverà un modo per difendere la nostra civiltà, rischiamo di vederla svanire nel nulla, schiacciata da politiche sbagliate e da alleanze pericolose. La speranza è che qualcuno, con il coraggio e la determinazione di grandi uomini del passato, si faccia avanti per evitare che il nostro patrimonio culturale e la nostra identità scompaiano per sempre. Se ciò non avverrà, il prezzo da pagare sarà altissimo e le conseguenze irreversibili. La partita è ancora aperta, ma il tempo per agire si sta rapidamente esaurendo. La sinistra e i loro alleati cantano ora vittoria, ma tutto ciò si ripercuoterà contro di loro, perché hanno rafforzato il potere dei magistrati, i veri padroni in negativo dell’Italia.

Anna Esposito- Zurigo




“Legalizzatela”: 50 anni dopo, provocazione o soluzione?

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mqdefaultCinquant’anni fa Eugenio Finardi cantava Legalizzatela — una provocazione, certo, ma anche una domanda scomoda.

Oggi quella domanda è più attuale che mai: cosa succederebbe davvero se i governi legalizzassero la vendita delle droghe, in punti controllati e regolamentati?

Il modello attuale, basato sulla proibizione, ha un obiettivo chiaro: ridurre il consumo.

Ma dopo decenni di “guerra alla droga”, il risultato è sotto gli occhi di tutti: il traffico non è scomparso, le organizzazioni criminali sono più ricche e potenti, le sostanze circolano comunque, spesso senza alcun controllo

La legalizzazione cambierebbe il paradigma: non più lotta totale, ma gestione del fenomeno

Immaginiamo uno scenario concreto:

  • vendita solo in punti autorizzati
  • prodotti controllati e tracciabili
  • divieto ai minori
  • limiti sulle quantità
  • presenza di personale sanitario

Un sistema simile esiste già, in forma parziale, in paesi come Portogallo (depenalizzazione) o Canada (cannabis legale).

I possibili vantaggi

  1. Colpire il mercato nero
    Se lo Stato vende, le mafie perdono una delle principali fonti di reddito.
  2. Più sicurezza per i consumatori
    Niente sostanze tagliate o contaminate.
  3. Controllo sanitario
    Più prevenzione, più informazione, meno overdose.
  4. Entrate fiscali
    Un mercato oggi illegale diventerebbe tassabile.

Ma non è una soluzione magica

Legalizzare non significa risolvere tutto.

Ci sono rischi concreti:

  • aumento del consumo, almeno inizialmente
  • banalizzazione dell’uso
  • difficoltà nel gestire droghe pesanti
  • possibili nuove forme di dipendenza

E soprattutto lo Stato diventerebbe, in parte, “venditore” di sostanze pericolose.

Un paradosso etico non da poco.

La vera domanda non è se la droga faccia male — lo sappiamo già. La domanda è un’altra: è più efficace vietare qualcosa che comunque esiste, o controllarlo per ridurne i danni?

Dopo decenni di proibizione, il dubbio è legittimo.

Legalizzare non è solo una decisione tecnica.

È una scelta che tocca morale, sicurezza, economia, libertà individuale.

Ed è per questo che divide così tanto.




Il petrolio è la scusa. I prezzi alti sono la scelta

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imagesSe davvero un accordo con l’Iran è a pochi giorni, come afferma Trump, allora la domanda è inevitabile: perché il prezzo del petrolio continua a salire?

La risposta più semplice è: speculazione. La risposta più onesta è: non solo.

I mercati non aspettano gli accordi. Anticipano i rischi.

Basta una minaccia nello Stretto di Hormuz, un attacco a un impianto, una tensione tra potenze, e il prezzo del petrolio sale immediatamente.

Perché? Perché il petrolio non è solo una materia prima. È il cuore dell’economia globale. E quando quel cuore è a rischio, anche solo potenziale, il prezzo reagisce.

Fin qui, tutto (più o meno) comprensibile. Il problema non è tanto quando il prezzo sale. Il problema è quello che succede dopo.

Perché ormai lo sappiamo tutti: quando il petrolio aumenta, i prezzi salgono subito
quando il petrolio scende, i prezzi restano alti.

E qui la spiegazione ufficiale comincia a scricchiolare. Ci dicono: “i prezzi non scendono perché le aziende devono smaltire le scorte comprate a caro prezzo”.

Ha senso. Per un po’. Ma poi?

Quando le scorte finiscono e si compra a prezzi più bassi, perché i prezzi non scendono?

Silenzio.

Succede qualcosa di molto semplice: i prezzi salgono per necessità, ma restano alti per convenienza.

Se il consumatore continua a comprare, quel prezzo diventa il nuovo standard. E abbassarlo non conviene più a nessuno.

Non servono accordi segreti. Basta un equilibrio tacito: nessuno abbassa, tutti guadagnano.

La speculazione esiste e amplifica i movimenti. Ma non è lei a creare il problema principale. Il vero nodo è un altro: gli aumenti si trasferiscono subito. Le diminuzioni quasi mai. È una scala che sale e non scende.

Nel tempo, questo meccanismo crea un effetto evidente: ogni crisi fa salire i prezzi, ogni fase di calma non li riporta indietro, il livello generale resta sempre più alto. È una forma di inflazione silenziosa, continua.

Alla fine, come sempre paga chi fa benzina, paga chi fa la spesa, paga chi ha un reddito fisso. In altre parole: pagano sempre gli stessi. Pantalone!




USA, “caput mundi” come l’antica Roma? Il ritorno di una logica imperiale

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il fullxfull.5004112715 o07dC’è una visione del mondo che sta tornando con forza nel dibattito internazionale.

Non è nuova. È antica. Antichissima.

È l’idea che una grande potenza non debba limitarsi a esistere, ma debba dominare.
Espandersi. Controllare. Garantirsi le risorse necessarie, ovunque si trovino.

È la logica dell’Impero.

E oggi, nelle politiche e nella narrativa del presidente Donald Trump, questa visione sembra riaffiorare con chiarezza.

Nel mondo contemporaneo, il controllo territoriale non si misura più solo in confini, ma in risorse strategiche.

Petrolio, gas, materie prime: chi controlla l’energia, controlla il futuro.

Non è un caso che la politica estera americana stia diventando sempre più esplicita nel difendere — e, quando necessario, imporre — i propri interessi nelle aree chiave del pianeta.

Non si tratta solo di sicurezza.
Si tratta di egemonia economica e geopolitica.

L’analogia con l’Impero Romano non è forzata.

Roma non conquistava territori per ideologia, ma per necessità strategica:

  • rotte commerciali
  • risorse
  • stabilità dei confini

Ogni espansione era giustificata come difesa preventiva.
Ogni dominio come garanzia di ordine.

Oggi il linguaggio è diverso, ma la logica è sorprendentemente simile.

Per anni gli Stati Uniti hanno promosso la globalizzazione: mercati aperti, interdipendenza, libero commercio.

Ora il paradigma sembra cambiare.

Dazi, protezionismo, pressione sui partner, ridefinizione delle alleanze: tutto indica un passaggio da un mondo “aperto” a un mondo controllato.

Un mondo in cui gli interessi nazionali prevalgono su ogni equilibrio multilaterale.

Questa strategia non avviene nel vuoto.

Altre potenze osservano e reagiscono:

  • la China rafforza la sua presenza globale
  • la Russia continua a sfidare l’ordine occidentale

Se tutti iniziano a ragionare come imperi, il risultato non è stabilità.

È competizione permanente.

E la storia insegna che quando più “Rome” si confrontano, il rischio di conflitto aumenta.

La vera domanda non è se gli Stati Uniti possano essere ancora il centro del mondo.

La domanda è: che tipo di centro vogliono essere?

Un leader globale basato su cooperazione e regole condivise?
O una potenza che impone la propria volontà, come gli imperi del passato?




Primarie in California: strada aperta a un governatore repubblicano?

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sin títuloSecondo i più recenti sondaggi due candidati repubblicani sono avanti nelle preferenze degli elettori californiani per la carica di governatore del Golden State. Le primarie si terranno il 2 giugno e se questa situazione dovesse andare in porto il commentatore conservatore Steve Hilton (17%) e lo sceriffo della Contea di Riverside Chad Bianco (16%) vincerebbero la contesa e si affronterebbero a novembre. L’elezione per governatore stabilisce che i primi due candidati alle primarie si sfideranno in una sorta di ballottaggio per determinare la carica più alta dello Stato più popoloso e ricco dell’Unione.

Il sistema tradizionale nelle elezioni americane nella stragrande maggioranza dei casi consiste in una sfida tra il Partito Democratico e quello Repubblicano. Di solito i due partiti svolgono le loro primarie e scelgono il vincitore che si sfiderà con il candidato dell’altro partito. Nel 2010 la legge in California fu cambiata dietro la spinta dell’allora governatore Arnold Schwarzenegger, sostenendo che il vecchio sistema ricompensava i candidati più estremisti dei due partiti. Il nuovo sistema elimina le primarie dei due partiti mescolandole in un’unica primaria aperta in cui tutti possono partecipare senza riguardo alla registrazione di partito. Ecco come si spiega il fatto che le primarie per la carica di governatore si svolgeranno a giugno e i due candidati con più voti si sfideranno poi a novembre. In teoria i due candidati finalisti potrebbero essere dello stesso partito. Nelle tre elezioni con il nuovo sistema i vincitori della primaria aperta sono sempre stati di diversi partiti conclusasi a novembre con vittorie dei democratici—Jerry Brown 2014, e Gavin Newsom 2018 e 2022.

Nella primaria in corso oltre a Hilton e Bianco, ambedue repubblicani, altri otto candidati democratici si starebbero dividendo i consensi. Il numero tre nelle preferenze, sempre secondo i sondaggi, è Eric Swalwell, attuale parlamentare della California del Nord (13%). Segue Katie Porter, ex parlamentare della California del Sud (12%). La Porter corse per il seggio al Senato 2 anni fa ma fu sconfitta da Adam Schmitt il quale fece il salto dalla Camera dei Rappresentanti alla Camera Alta. C’è poi il miliardario Tom Steyer che finanzia la sua campagna elettorale (10%). Gli altri cinque ricevono meno del 5 % nei sondaggi ma distraggono, impedendo ai primi tre di brillare con la confusione di un gruppo troppo grande.

Fino adesso non si è parlato di abbandonare la corsa per favorire un candidato democratico che con ogni probabilità vincerebbe uno dei due posti per l’elezione di novembre ed eventualmente la carica di governatore. La California, come si sa, è uno Stato liberal. I due ultimi governatori Jerry Brown e l’attuale Gavin Newsom sono democratici come lo è anche la maggioranza della legislatura sia alla Camera che al Senato. Per quanto riguarda la rappresentanza a Washington ambedue i senatori sono democratici—Alex Padilla e Adam Schiff— e 40 dei 52 parlamentari sono democratici. Questa cifra potrebbe aumentare considerando la recente approvazione delle nuove mappe elettorali che favorirebbero i democratici alle elezioni di midterm a novembre.

Vinceranno i candidati repubblicani la primaria come ci indicano i sondaggi e metteranno fuori i candidati democratici in uno Stato considerato ultra liberal? Possibile ma in realtà poco probabile. Il presidente del Partito Democratico della California Rusty Hicks ha già incoraggiato i candidati del suo partito con pochissime possibilità di vittoria a gettare la spugna senza successo fino al momento. Molti californiani non sembrano essere interessati all’elezione Statale per governatore, preoccupati di più dal carovita, soprattutto dal costo delle case e ovviamente dal costo della benzina, il più alto in tutto il Paese, ma sempre un po’ meno della media europea (1,30 € vs. 1,80 € ), “grazie” alla guerra di Donald Trump in Medio Oriente. Si sveglieranno gli elettori? Si spera perché un governatore repubblicano in California, con un PIL che oscilla fra la quarta e quinta potenza mondiale, ha notevoli poteri. Questi poteri sarebbero mitigati dalla legislatura dove i democratici possiedono una super maggioranza che probabilmente manterranno. Ciononostante, nella preparazione dei bilanci dovrebbero fare i conti con il veto del governatore, che nel clima politico polarizzato attuale, dovrebbe fare suonare un campanello d’allarme.




Petrolio, guerra e caos: la chiusura di Hormuz mette in difficoltà Trump

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images“Gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi quando il prezzo del petrolio sale noi guadagniamo un sacco di soldi”, ha dichiarato recentemente Donald Trump sulla sua piattaforma Truth Social. L’affermazione contiene una briciola di verità. I prezzi più alti del petrolio generano effettivamente maggiori profitti per alcuni settori dell’economia americana. Ma l’inquadramento di Trump omette la realtà fondamentale: la grande maggioranza degli americani — e la maggior parte delle persone nel mondo — in realtà perde quando i prezzi del petrolio aumentano.

I vincitori evidenti degli aumenti sono le grandi compagnie petrolifere. Quando il prezzo del greggio sale, i ricavi dei principali colossi energetici americani come ExxonMobil, Chevron e ConocoPhillips possono registrare miliardi di dollari di profitti. Gli azionisti ne beneficiano e i posti di lavoro nel settore energetico possono diventare più sicuri o addirittura aumentare nel breve periodo.

Allo stesso tempo alcuni Paesi produttori di petrolio ottengono notevoli vantaggi finanziari. Nazioni come la Russia, l’Arabia Saudita, la Norvegia e il Canada, per citarne solo alcuni, incassano più entrate dalle loro esportazioni quando i prezzi globali del petrolio aumentano. Ma questi vincitori rappresentano solo una piccola parte della popolazione mondiale. Per la maggior parte delle persone, i prezzi più alti del petrolio significano costi più elevati — e questi costi si propagano in quasi ogni aspetto della vita moderna. L’impatto più immediato si sente al distributore di benzina. In un solo mese il costo della benzina è aumentato di un dollaro al gallone negli Usa, raggiungendo una media di 3 dollari e 50 centesimi. In California il prezzo già alto ha raggiunto più di cinque dollari al gallone e in alcuni distributori si sono visti prezzi fino a 8 dollari al gallone. Per ridimensionare questi costi alcuni candidati a governatore del Golden State hanno suggerito di ridurre le tasse sulla benzina che a 61 centesimi al gallone sono le più alte negli Usa. Qualche dollaro in più a pieno potrebbe non sembrare catastrofico, ma nell’arco di settimane e mesi si accumula, soprattutto per le famiglie lavoratrici già alle prese con l’aumento dei costi di abitazione, cibo e sanità.

I trasporti sono anche la spina dorsale dell’economia globale. Quando il prezzo del petrolio sale, aumentano i costi di spedizione per autotrasportatori, compagnie aeree, navi cargo e sistemi ferroviari. Queste aziende di solito scaricano tali costi sui consumatori. Di conseguenza, prezzi più alti del petrolio possono portare ad aumenti nei prezzi di generi alimentari, abbigliamento, elettronica e innumerevoli altri beni. In effetti, il petrolio caro si traduce in una tassa poco nascosta sull’intera economia.

Lo stesso Trump sembra essere consapevole di questo problema. Pur sottolineando i potenziali profitti derivanti da prezzi più alti del petrolio, ha allo stesso tempo sostenuto iniziative per mantenere aperte le rotte globali di approvvigionamento — in particolare il vitale corridoio marittimo noto come lo Stretto di Hormuz. Da questo stretto passa il 20 percento del petrolio mondiale. Di questi giorni lo stretto è letteralmente chiuso e pochissime navi battenti bandiere iraniane possono transitare trasportando petrolio diretto alla Cina. Il Golfo del Persico è divenuto un parcheggio con più di mille imbarcazioni, secondo informazioni della Reuters.

Trump ha sollecitato i Paesi alleati a inviare forze navali per scortare le navi nello Stretto di Hormuz. La richiesta rivela che la spavalderia del presidente Usa e del suo Segretario di Guerra Peter Hegseth di avere già vinto la guerra è falsa. Perché avrebbe Trump bisogno di aiuto? Il presidente ha minacciato gli alleati europei e la Nato di essere ingrati perché gli americani li hanno protetti per decenni. Ciononostante la risposta negativa rivela una buona dose di saggezza che non alimenta il fuoco già ardente. Trump è solito annunciare cose contraddittorie e nelle sue ultime dichiarazioni ha detto che ci sono discussioni in corso con gli iraniani per porre fine alla guerra. Queste sono state smentite dal ministro degli Affari Esteri iraniano Abbas Araghchi in un’intervista alla Cbs. Una soluzione facile ci sarebbe. L’ha suggerita il consiglio editoriale del Washington Post: cantare vittoria e farla finita. Trump potrebbe poi dedicarsi a un’altra “vittoria” nel suo cortile di casa risolvendo il problema di Cuba come ha già indicato di voler fare.




Iran colpito nel gas: quanto pesa davvero sull’andamento della guerra?

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c5w3nribdnhttiectovh4z7p4aLa distruzione, avvenuta ieri, di alcune installazioni di gas in Iran rappresenta un evento che va ben oltre il danno materiale immediato. È un segnale strategico che potrebbe influenzare in modo significativo il prosieguo del conflitto, ma non necessariamente in modo decisivo nel breve periodo.

L’Iran è uno dei principali detentori di riserve di gas al mondo. Colpire queste infrastrutture significa intaccare una delle colonne portanti della sua economia. Anche se Teheran esporta meno gas rispetto ad altri grandi produttori, il settore resta cruciale per il fabbisogno interno e per il finanziamento dello Stato, soprattutto in un contesto già segnato da sanzioni internazionali.

Ridurre la capacità di produzione o distribuzione può tradursi in minori entrate e, soprattutto, in difficoltà nel garantire energia alla popolazione e all’industria. In guerra, questo si riflette direttamente sulla capacità di sostenere lo sforzo bellico nel medio-lungo periodo.

A differenza di basi militari, depositi di armi o centri di comando, le infrastrutture energetiche non producono effetti immediati sul campo di battaglia. Tuttavia, il loro ruolo è fondamentale nel sostenere la macchina militare.

Senza energia stabile, la logistica si complica, la produzione industriale rallenta e la mobilità delle forze armate può risentirne. È una guerra di logoramento: colpire il gas oggi significa indebolire la capacità operativa domani.

L’attacco ha anche un forte valore simbolico. Colpire il settore energetico significa dimostrare la capacità di penetrare in profondità nel sistema economico iraniano, aumentando la pressione interna sul governo.

Questo tipo di operazioni mira spesso a creare malcontento nella popolazione, già provata da anni di difficoltà economiche. Se il disagio interno cresce, la leadership potrebbe trovarsi costretta a rivedere le proprie strategie o a negoziare.

Non va sottovalutato il rischio di una risposta iraniana. Le infrastrutture energetiche sono un bersaglio sensibile anche a livello internazionale: eventuali ritorsioni potrebbero coinvolgere rotte energetiche globali o Paesi terzi, ampliando il conflitto.

La distruzione delle installazioni di gas, quindi, non è un colpo risolutivo, ma rappresenta un tassello importante in una strategia più ampia di pressione economica e logistica. Se questi attacchi dovessero continuare, potrebbero erodere progressivamente la capacità dell’Iran di sostenere la guerra.

Nel breve termine, l’impatto sarà limitato. Nel lungo periodo, però, è proprio su questi colpi “invisibili” che spesso si decide l’esito di un conflitto.




FOCUS – Il Diritto dei più forti

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1421f70a f105 471e a0fb 65260ea26a75La nube di polvere e fumo che si  alza costantemente dalle rovine di Teheran non ha nemmeno lontanamente il sapore di quella libertà tanto decantata dal Presidente americano, ma sa di cemento e macerie precedentemente esplose, di corpi bruciati e di quella sensazione metallica che lascia in bocca ai superstiti la voglia di vendetta e di scatenare, purtroppo, terrore e stragi ovunque nel mondo. Con l’azione bellica americana è stato sepolto l’ultimo brandello di un Diritto Internazionale che avevamo finto di rispettare per più di ottant’anni. Parlare di attacco preventivo davanti a quello che rimane di una scuola di Teheran, ci fa capire crudamente che le vittime non hanno trovato certamente la democrazia, bensì il buio eterno in nome di una liberazione che somiglia terribilmente a un’esecuzione sommaria. Si bombarda per togliere il velo alle donne ma le si restituisce alla terra, chiuse in un telo neanche lontanamente dignitoso. La guerra non è mai stata la soluzione, ma è sicuramente una distrazione suprema. Serve ad addormentare le piazze, a gonfiare i titoli dei giornali, a far passare in secondo piano i processi e la vicenda dei file Epstein, a nascondere le crisi economiche, messe sotto il tappeto a stelle e strisce del più becero e rozzo patriottismo. Se oggi è diventato lecito sbarazzarsi di un Capo di Stato sovrano perché se lo meritava, chi fermerà Pechino quando deciderà di fare lo stesso con Taiwan? O quando Putin volesse fare altrettanto con l’Ucraina o magari con qualcun altro? Il Diritto Internazionale non è un “menu à la carte”: o è universale e rispettato da tutti, o è una sorta di copertura ad uso e consumo dei bulli planetari. E se possono usarlo come carta igienica USA e Israele, è oltremodo evidente che  potrebbero fare altrettanto Mosca, Pechino, Pyongyang o anche altri. Ci disperiamo per l’Ucraina aggredita ma brindiamo per l’Iran invaso, in un comportamento da decerebrati. Sanzioniamo il tiranno di Mosca ma abbracciamo il giustiziere di Washington, credendo anche di essere moralmente giusti. Khamenei era un oppressore, certo, ma il vuoto di potere riempito dalle bombe, la storia ci ha tristemente insegnato, partorisce raramente fiori, per di più fornisce a tanti la giustificazione perfetta per comportarsi allo stesso modo. Noi tutti siamo purtroppo spettatori  paganti di una tragedia che ci vede protagonisti solo come futuri possibili bersagli, in un mondo che è diventato un posto crudele e pericoloso, dove chi ha le armi migliori preme con il dito sul grilletto e scrive la storia; tutti noi aspettiamo solo di sapere chi saranno i prossimi a finire sui necrologi dei giornali, nella speranza che i due bulli del pianeta non scatenino l’Ultima guerra mondiale. Definirla solo terza non renderebbe affatto l’idea della sua esatta dimensione reale.




I democratici usano il filibuster per bloccare il SAVE Act di Trump

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images“È la massima priorità. Da presidente non firmerò nessun’altra legge finché non sarà approvata”. Così Donald Trump ha descritto l’importanza del SAVE America Act, una proposta di legge che cambierebbe in modo significativo le elezioni americane.

Il disegno di legge, già approvato dalla Camera (218 sì, 213 no), richiederebbe agli elettori di fornire prova di cittadinanza americana al momento della registrazione per le elezioni. A prima vista l’idea può sembrare ragionevole poiché secondo i repubblicani garantisce che solo i cittadini possano votare. I critici, invece, avvertono che la legge potrebbe privare del diritto di voto a milioni di elettori legittimi e che il sistema già funziona con casi di irregolarità quasi inesistenti.

Se il Save Act diventasse legge le minoranze probabilmente subirebbero gli effetti più pesanti. Diversi studi mostrano che afroamericani, latinos e altri gruppi minoritari hanno meno probabilità di possedere un passaporto o di avere facilmente a disposizione un certificato di nascita, documenti che verrebbero richiesti dalla legge. L’impatto non riguarderebbe solo le comunità emarginate, ma anche molti cittadini comuni i cui documenti non corrispondono perfettamente alla loro identità legale attuale. Sarebbero colpite anche molte donne che hanno cambiato cognome dopo il matrimonio o il divorzio. Milioni di donne possiedono certificati di nascita che non corrispondono al nome attuale. Con questi requisiti rigidi, non necessari perché altri sistemi di controllo già esistono, potrebbe essere necessario presentare documenti aggiuntivi per dimostrare che la persona indicata sul certificato di nascita è la stessa che si registra per votare. Un ulteriore passaggio burocratico che scoraggerebbe la partecipazione elettorale.

Problemi simili potrebbero incontrarli anche gli studenti universitari. Molti di loro si registrano per votare lontano da casa, utilizzando un indirizzo del campus mentre i documenti ufficiali restano legati all’indirizzo familiare. Se venisse richiesta una prova documentale rigorosa della cittadinanza, per molti giovani elettori il processo potrebbe diventare complicato o scoraggiante.

In sintesi, la misura rischia di creare nuovi ostacoli proprio per gruppi che già incontrano difficoltà nel partecipare pienamente alla vita politica. Tutto questo avverrebbe in un contesto in cui la sicurezza delle elezioni è già ampiamente riconosciuta. Numerose indagini e studi hanno dimostrato che le frodi elettorali negli Stati Uniti sono estremamente rare. Su centinaia di milioni di voti espressi negli ultimi decenni, i casi accertati di frode sono pochissimi. Inoltre esistono già forti disincentivi legali. Dichiarare il falso nei moduli di registrazione elettorale è un reato grave che può comportare multe salate e anche il carcere. Per i non cittadini che tentano di votare il rischio include anche la deportazione. Le conseguenze sono così severe che, secondo molti esperti, l’incentivo a commettere una simile frode è praticamente inesistente.

Anche l’opinione pubblica sembra riconoscere questa realtà. I sondaggi indicano che circa il 66 per cento degli elettori ritiene che le elezioni americane siano sicure. Nonostante ciò, il SAVE America Act è diventato una priorità politica per Donald Trump e per molti dei suoi alleati. L’approvazione alla Camera dei Rappresentanti non è stata una sorpresa. L’ostacolo principale si trova ora al Senato. Qui il disegno di legge si scontra con una regola ben nota: il filibuster. Secondo le norme della Camera Alta, la maggior parte delle leggi richiede 60 voti per procedere alle votazioni. Ciò significa che i repubblicani dovrebbero convincere 7 senatori democratici a votare con loro, un’ipotesi che appare poco probabile. Per questo motivo Trump ha iniziato a fare pressione affinché la regola venga abolita. Una figura chiave in questo dibattito è John Thune, senatore del South Dakota e attuale presidente del Senato. Nonostante le pressioni di Trump, Thune, fino adesso ha resistito.

Il filibuster è da tempo oggetto di polemiche. I suoi sostenitori credono che protegge i diritti delle minoranze politiche, impedendo alla maggioranza di imporre cambiamenti radicali senza un consenso più ampio. I critici, invece, osservano che consente a una minoranza di senatori di bloccare provvedimenti sostenuti dalla maggioranza degli elettori. Esiste inoltre un altro problema strutturale: il Senato stesso dà già un peso sproporzionato agli Stati meno popolati. Ogni Stato, indipendentemente dal numero di abitanti, elegge due senatori. Sia il piccolissimo Stato del Wyoming con 500 mila abitanti che la California con quasi 40 milioni hanno diritto a due seggi al Senato. Ciò significa che gli elettori degli Stati piccoli hanno, di fatto, una rappresentanza maggiore rispetto a quelli degli Stati più popolosi. Questi piccoli Stati sono in grande misura controllati dai repubblicani.

Anche i critici del filibuster riconoscono che la regola obbliga i partiti a cercare compromessi e rallenta cambiamenti legislativi troppo bruschi. Lo si riconosce nei casi in cui il filibuster è stato parzialmente abolito come nelle nomine del presidente e in quello della conferma dei giudici della Corte Suprema. Con il cambiamento a semplice maggioranza si sono visti presidenti nominare giudici e ministri molto più estremisti aggravando la polarizzazione.

Le probabilità di approvazione al Senato del Save Act sono remote. Ciò che non è remoto però è l’interferenza dell’attuale presidente a rompere le regole e dichiarare emergenze a destra e manca. Lo potrebbe fare anche durante le elezioni di midterm questo novembre, inviando, illegalmente, agenti dell’Ice o Guardie Nazionali a monitorare i seggi elettorali, inventandosi qualche scusa di frode. I segnali esistono già. Proprio nel mese scorso agenti dell’Fbi hanno sequestrato le schede elettorali dell’elezione presidenziale del 2020 nello Stato della Georgia con l’accusa di frode. Si teme che questo potrebbe essere ripetuto a novembre specialmente considerando che tutti i sondaggi indicano la probabile perdita della maggioranza dei repubblicani alla Camera e nelle ultime settimane sembra che anche quella al Senato. In questo caso il filibuster aiuterebbe i repubblicani in futuro come con ogni probabilità crede Thune.