Referendum e italiani all’estero: il diritto di voto negato a molti connazionali

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b0d7d8c971b982fb6678172b9076bb96 xlC’è una domanda che, dopo ogni elezione o referendum, ritorna puntuale tra gli italiani che vivono all’estero: quanti connazionali hanno davvero avuto la possibilità di votare?

Il sistema del voto per corrispondenza dovrebbe garantire una partecipazione ampia e semplice. Lo Stato italiano invia a casa degli elettori iscritti all’AIRE un plico contenente le schede elettorali e le istruzioni per votare. L’elettore compila la scheda e la restituisce al consolato. In teoria è tutto molto lineare.

In pratica, però, le cose spesso vanno diversamente.

In occasione dell’ultimo referendum, da diversi Paesi sono arrivate segnalazioni di italiani che non hanno mai ricevuto la busta con le schede. Nessuna consegna, nessuna comunicazione, nessuna possibilità di partecipare al voto.

In altri casi la situazione è stata ancora più paradossale. Il servizio di consegna – pagato dallo Stato italiano – avrebbe dovuto portare il plico direttamente al domicilio degli elettori. Invece, molti connazionali si sono sentiti dire che dovevano recarsi personalmente presso la sede locale del corriere per ritirare la busta.

Un dettaglio tutt’altro che secondario. In alcune città il deposito del corriere può trovarsi a chilometri di distanza. Molti italiani non hanno avuto il tempo di andarci, altri non sono stati informati in modo chiaro, altri ancora non hanno nemmeno saputo che la loro scheda era lì ad aspettarli.

Il risultato è semplice: migliaia di italiani non hanno votato, non perché non volessero farlo, ma perché il sistema non ha funzionato come avrebbe dovuto.

Questa situazione solleva un interrogativo serio. Se il voto per corrispondenza dovrebbe servire a facilitare la partecipazione degli italiani all’estero, perché continua a trasformarsi in un percorso a ostacoli?

Da anni si parla di migliorare il sistema: aggiornare gli indirizzi, rafforzare il controllo sulle consegne, modernizzare le procedure. Eppure, ad ogni tornata elettorale, gli stessi problemi riemergono.

Il rischio è evidente. Se una parte consistente degli elettori non riceve la scheda o incontra ostacoli pratici nel votare, il principio stesso della partecipazione democratica viene messo in discussione.

Gli italiani all’estero non chiedono privilegi. Chiedono semplicemente che un diritto garantito dalla Costituzione venga reso davvero esercitabile.

Perché il punto non è solo quanti italiani vivono fuori dall’Italia.
Il punto è quanti di loro riescono davvero a votare.




Ce la raccontano giusta sulla guerra in Iran?

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Da quando il 28 febbraio Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi su larga scala contro obiettivi iraniani, il conflitto si è rapidamente trasformato in una guerra regionale, con missili, droni e cyberattacchi che coinvolgono vari paesi del Medio Oriente.
Nel giro di pochi giorni si sono moltiplicati gli attacchi alle basi americane nel Golfo, le esplosioni nei siti nucleari iraniani e le tensioni nello stretto di Hormuz, una delle arterie energetiche più importanti del mondo.

Eppure, nella narrazione dominante, il quadro appare sorprendentemente lineare: l’Iran sarebbe ormai vicino alla sconfitta e la guerra potrebbe concludersi presto.

Ma è davvero così semplice?

Ogni conflitto viene inevitabilmente raccontato attraverso una lente politica. I governi, le alleanze militari e persino i mercati hanno interesse a trasmettere una certa immagine della situazione.

Nel caso dell’Iran, emergono almeno tre elementi che rendono la realtà molto più complessa della narrazione ufficiale.

Primo: la guerra non è limitata all’Iran.
Il conflitto ha già coinvolto Libano, Iraq, Golfo Persico e traffici energetici internazionali, con attacchi a petroliere e minacce alle rotte commerciali.

Secondo: l’esito militare è tutt’altro che chiaro.
Nonostante i raid massicci, l’Iran continua a colpire con droni e missili obiettivi statunitensi e alleati nella regione, dimostrando che la sua capacità di risposta non è stata annientata.

Terzo: le conseguenze globali stanno appena iniziando.
Il petrolio ha superato i 100 dollari e il conflitto minaccia direttamente l’economia mondiale, soprattutto se lo stretto di Hormuz dovesse essere chiuso o fortemente limitato.

Quando parliamo di propaganda, tendiamo a pensare subito ai regimi autoritari. Ma la realtà è che ogni guerra produce propaganda, anche nelle democrazie.

Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno interesse a presentare l’operazione come rapida ed efficace. L’Iran, al contrario, ha interesse a mostrarsi forte e resistente.

Nel mezzo, i cittadini del mondo ricevono una versione della guerra filtrata da governi, eserciti e media, spesso con informazioni incomplete o contraddittorie.

Forse la domanda giusta non è se qualcuno stia mentendo apertamente.
La domanda più onesta è un’altra: quanto di ciò che vediamo è la realtà e quanto è la versione della realtà che qualcuno vuole farci vedere?

Perché la storia insegna una cosa:
nelle guerre moderne, la battaglia dell’informazione è quasi importante quanto quella combattuta con missili e carri armati.

E spesso dura molto più a lungo.




Trump e l’Iran: una guerra improvvisata tra dubbi e contraddizioni

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images“Il presidente dice che abbiamo dovuto attaccare prima perché un attacco iraniano era imminente……alcuni hanno detto che la ragione fosse per le armi nucleari ma sei mesi fa ci avevano assicurato che il loro programma nucleare era stato decimato”. Con queste parole il parlamentare repubblicano del Kentucky Thomas Massie metteva dubbi sulla guerra in Iran cercando di convincere i suoi colleghi a votare per fermarla mediante il War Powers Resolution. La legge del 1973 limita i poteri presidenziali nell’uso unilaterale di scatenare conflitti armati. La mozione è stata però bocciata (219-212) come era avvenuto anche in precedenza al Senato. Ciononostante le domande di Massie sono rilevanti perché Donald Trump non ha chiarito il perché della guerra. Trump infatti ha dato tutte le indicazioni di improvvisare, cambiando le motivazioni quasi giornalmente.

Al di là delle argomentazioni di Massie il presidente ha parlato anche di cambio di regime, aggiungendo che in tal caso lui vuole essere determinante su chi guiderà l’Iran. Trump ovviamente pensava al caso del Venezuela, dove dopo il sequestro di Nicolás Maduro, la sua vice Delcy Rodríguez ha preso il potere. Nonostante alcune dichiarazioni belliche la Rodríguez ha cambiato tono e ha acconsentito ad essere guidata da Washington. Questa sarebbe la strategia preferita di Trump con l’Iran, una guerra di “mordi e fuggi” ma i due casi sono ovviamente molto diversi.

Se in Venezuela non ci sono state perdite di vite americane nel caso dell’Iran già 7 americani sono morti. Inoltre più di 1.000 iraniani hanno perso la vita, 175 dei quali alunni in una scuola elementare. Il New York Times informa che un missile Tomahawk americano sarebbe responsabile. Trump ha smentito ma Pete Hegseth, il ministro della Difesa ha indicato che si sta indagando. L’altra grande differenza riguarda la posizione dell’Iran e l’ampiezza del conflitto che è divenuta una guerra regionale, coinvolgendo in un modo o nell’altro una dozzina di Paesi. L’uccisione del Leader Supremo Ali Khamenei ha generato la scelta del figlio Mojtaba Khamenei alla guida del Paese, un individuo diametralmente opposto al caso di Rodríguez in Venezuela.

Tutto fa prevedere che il cambio di regime auspicato da Trump non sia avvenuto. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha già minacciato che chiunque sia il nuovo leader dell’Iran sarà anche lui ucciso. La bellicosità di Israele tenderebbe a confermare che a scatenare la guerra sia stato proprio il primo ministro come aveva detto anche Marco Rubio. Secondo il segretario di Stato americano l’Israele era pronto ad attaccare e avrebbe forzato la mano degli Usa. Un giorno dopo però Rubio ha cambiato versione affermando che la decisione era stata del presidente Trump, aggiungendo ulteriore nebbia alle giustificazioni per la guerra.

La mancata chiarezza dell’amministrazione Trump spiegherebbe almeno in parte l’impopolarità della guerra con gli americani. Secondo un sondaggio della PBS/NPR/Marist il 66% degli americani è contrario alla guerra. Inoltre solo il 36% approva la condotta di Trump con l’Iran. In effetti gli americani non capiscono perché il presidente ha iniziato questa guerra non vedendo i loro interessi giustificati dalle perdite umane ma anche quelle economiche. Preoccupano ovviamente gli aumenti dei costi dell’energia con la benzina che è aumentata del 17% la settimana scorsa. Il prezzo medio della benzina in Usa è di 3,45 dollari al gallone ma si prevedono aumenti. In California la media è di 5 dollari ma in alcuni casi nella zona di Los Angeles è già arrivato a 8 dollari al gallone. Queste preoccupazioni sul costo della benzina si aggiungono a quelle già esistenti sull’economia in generale che la guerra ha aggravato. La disoccupazione è arrivata al 4,4% e nel mese di febbraio 92 mila posti di lavoro sono svaniti.

Trump però ha anche confuso la sua base MAGA poiché ha “tradito” le promesse fatte ai suoi più fedeli sostenitori. Nelle sue campagne elettorali l’attuale inquilino alla Casa Bianca si era presentato come il presidente isolazionista che si preoccupa degli Usa e non di scatenare guerre come i suoi predecessori. La sua condotta bellicosa ha ovviamente deluso i più ferventi del gruppo MAGA. Tucker Carlson, ex conduttore alla Fox News, ha caratterizzato gli attacchi all’Iran come “assolutamente disgustosi e malefici”. Anche l’ex parlamentare della Georgia Marjorie Taylor Greene, che ha rotto con Trump negli ultimi mesi, ha mostrato la sue delusione asserendo che aveva votato “Per America first e zero guerre”, aggiungendo che la guerra non “ridurrà l’inflazione e non ridurrà il carovita”.

Trump ha dichiarato che la guerra potrebbe durare parecchie settimane ma forse anche più a lungo e non accetterà alcun esito eccetto “una resa incondizionata”. Forse. Trump preferisce i risultati rapidi e con ogni probabilità anelerebbe una rampa che gli permetterebbe di cantare vittoria e andare a casa. Gli iraniani però fino adesso hanno dichiarato che resisteranno. Alcuni giorni fa il ministro degli affari Esteri iraniano Abbas Araghchi ha detto alla Nbc News che la guerra l’hanno voluta gli Stati Uniti e che loro non “chiedono un cessate il fuoco e non vedono alcuna ragione per negoziare”. Araghchi ha aggiunto che hanno negoziato due volte con gli Usa e in entrambi i casi sono stati attaccati durante le negoziazioni. Nonostante tutto i negoziati dovranno iniziare anche se nessuno dei tre principali partecipanti—Israele, Usa e Iran— sembra essere interessato. Si spera che qualche Stato possa farsi avanti come mediatore per porre fine al conflitto che potrebbe allargarsi, causando più morti, e destabilizzando non solo il già fragile Medio Oriente ma anche altri Paesi. Al momento di scrivere c’è poco da essere ottimisti.




Le grandi potenze non sanno più vincere le guerre?

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1fd0da35 9074 4a83 b68a c57984312495Per secoli il significato di “vittoria” in guerra è stato molto semplice: occupare il territorio del nemico e imporre un nuovo ordine politico.

Gli eserciti entravano nelle capitali sconfitte, i governi cadevano, i confini cambiavano. La guerra finiva con un vincitore e uno sconfitto.

Oggi, invece, questo schema sembra essersi rotto.
Negli ultimi cinquant’anni perfino le più grandi potenze militari del mondo hanno scoperto una realtà scomoda: le guerre sono diventate sempre più facili da iniziare e sempre più difficili da vincere.

Il lungo elenco americano

Gli Stati Uniti restano la maggiore potenza militare del pianeta. Ma la loro storia recente mostra una serie di conflitti iniziati con grande superiorità militare e conclusi senza una vera vittoria.

Il Vietnam fu il primo shock. Dopo anni di combattimenti e oltre 58.000 soldati americani morti, nel 1975 Washington si ritirò mentre Saigon cadeva nelle mani del Vietnam del Nord.

Decenni dopo, la storia sembrò ripetersi in Afghanistan. Gli Stati Uniti invasero il paese nel 2001 per distruggere Al Qaeda e rovesciare il regime talebano. Vent’anni dopo, nel 2021, al momento del ritiro occidentale, i talebani tornarono al potere quasi esattamente come prima dell’invasione.

Anche l’Iraq rappresenta un esempio simile. Saddam Hussein fu rovesciato rapidamente nel 2003, ma la vittoria militare aprì la strada a anni di instabilità, terrorismo e guerra civile.

Anche Mosca ha conosciuto la stessa lezione

Non è un problema solo americano.

Negli anni Ottanta fu l’Unione Sovietica a rimanere intrappolata in Afghanistan. Dopo quasi dieci anni di guerra, Mosca fu costretta a ritirarsi nel 1989.

Molti storici chiamano quel conflitto il “Vietnam sovietico”.

Oggi la Russia si trova coinvolta in un’altra guerra lunga e incerta: quella in Ucraina. L’invasione lanciata nel 2022 avrebbe dovuto portare a una vittoria rapida. Invece il conflitto si è trasformato in una guerra di logoramento che dura ormai da anni.

La guerra è cambiata

Il problema è che le guerre del XXI secolo non assomigliano più a quelle del passato.

Le grandi potenze possiedono eserciti tecnologicamente superiori, ma questo non garantisce più il controllo del territorio. Droni, missili e bombardamenti possono distruggere obiettivi strategici, ma non bastano a stabilizzare un paese o a imporre una nuova realtà politica.

Le guerre moderne tendono a trasformarsi in guerriglie, conflitti di lunga durata o situazioni instabili che continuano per anni.

Il paradosso delle superpotenze

Il paradosso è evidente: le potenze militari non sono mai state così forti, ma vincere una guerra non è mai stato così difficile.

Gli Stati Uniti lo hanno scoperto in Vietnam, Iraq e Afghanistan.
L’Unione Sovietica lo aveva già imparato in Afghanistan negli anni Ottanta.
La Russia oggi affronta una lunga guerra in Ucraina.

La conclusione è quasi ironica: nel mondo di oggi iniziare una guerra è ancora possibile. Ma finirla con una vittoria chiara lo è molto meno.

E forse è proprio questa la vera caratteristica delle guerre moderne: conflitti che iniziano con sicurezza e finiscono con l’incertezza.




Iran: siamo sull’orlo di una guerra globale?

escalation between hezbollah and israel, amid the u.s. israeli conflict with iran, in beirut

escalation between hezbollah and israel, amid the u.s. israeli conflict with iran, in beirut

Negli ultimi giorni la crisi con l’#Iran ha fatto un salto di qualità che fino a poche settimane fa sembrava impensabile. Dopo i bombardamenti congiunti di Stati Uniti e Israele contro obiettivi iraniani e l’uccisione della guida suprema Ali Khamenei, il conflitto si è trasformato in una vera guerra aperta tra Teheran e i suoi avversari.

L’Iran ha risposto con missili e droni contro Israele e contro basi militari americane nella regione, mentre gruppi alleati come Hezbollah sono entrati nel conflitto.
Nel frattempo il traffico nello Stretto di Hormuz — passaggio da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale — è stato quasi bloccato, con conseguenze immediate sui mercati energetici e sull’economia globale.

La domanda che molti si pongono è inevitabile: questa guerra può trasformarsi in un conflitto mondiale?

La storia insegna che le guerre regionali diventano globali quando coinvolgono grandi potenze e alleanze militari. Oggi nel conflitto iraniano sono già coinvolti direttamente o indirettamente diversi attori: Stati Uniti, Israele, Iran e varie milizie regionali.

Inoltre la tensione si sta estendendo ad altri paesi. Attacchi e incidenti militari sono stati segnalati anche nel Caucaso e nel Golfo Persico, segno che il conflitto rischia di trascinare altri governi nella crisi.

Allo stesso tempo Russia e Cina osservano con grande attenzione la situazione, perché ogni ulteriore escalation potrebbe modificare gli equilibri geopolitici mondiali.

Nonostante le tensioni, molti analisti ritengono che nessuna delle grandi potenze abbia davvero interesse a trasformare questa crisi in una guerra mondiale.

Una guerra globale oggi avrebbe conseguenze devastanti per l’economia e per la stabilità internazionale. Già adesso il conflitto sta creando problemi nei mercati energetici, nella navigazione e perfino nelle catene di approvvigionamento tecnologiche.

Per questo motivo è probabile che, almeno nel breve periodo, la guerra resti concentrata nel Medio Oriente, anche se con forti ripercussioni economiche e politiche in tutto il mondo.

Il rischio maggiore non è necessariamente una guerra mondiale dichiarata, ma una spirale di escalation: nuovi attacchi, rappresaglie, cyber-attacchi e coinvolgimento progressivo di altri paesi.

La storia del XX secolo dimostra che i grandi conflitti spesso non iniziano con un unico evento, ma con una catena di crisi che sfuggono progressivamente al controllo.

Oggi nessuno può dire con certezza dove porterà questa crisi. Potrebbe stabilizzarsi dopo qualche settimana di combattimenti, oppure allargarsi lentamente ad altri fronti.

Quello che è certo è che il mondo è entrato in una fase di forte instabilità geopolitica.

E forse la domanda più importante non è se questa guerra diventerà globale, ma se la diplomazia internazionale sarà ancora capace di fermarla prima che sia troppo tardi.




Magyar a Oradea: l’europeista che parla alla nazione oltre i confini?

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unnamedL’arrivo di Péter Magyar a Oradea non è stato solo una tappa simbolica di un tour elettorale. È stato un messaggio politico preciso, lanciato alla vigilia di elezioni parlamentari che si preannunciano tra le più combattute dell’era di Viktor Orbán. Il presidente del partito TISZA ha scelto di percorrere 300 chilometri in una settimana e mezza, partendo il 14 maggio da Budapest, dalla Basilica di Santo Stefano, per incontrare gli ungheresi oltreconfine. Un gesto che parla alla diaspora, ma anche all’Europa.

A Oradea, città simbolo della Transilvania , la scenografia è stata carica di riferimenti identitari: prima la deposizione di corone alla statua di Ede Szigligeti presso il Teatro di Stato, poi il corteo verso il castello cittadino. Qui, la soprano Andrea Rost ha intonato “Sotto i Monti Csitári”, canto popolare profondamente radicato nell’immaginario nazionale, mentre l’attore Ervin Nagy ha recitato versi di Endre Ady. Non folklore casuale, ma un linguaggio politico che richiama memoria, appartenenza e continuità storica.

Tutto questo accade in un contesto delicatissimo. Le elezioni parlamentari ungheresi del 12 aprile vedranno una competizione più serrata del solito. Orbán resta il favorito, ma per la prima volta da anni l’opposizione appare capace di intercettare una parte significativa dell’elettorato conservatore e patriottico. Non a caso Kelemen Hunor, presidente dell’UDMR, ha dichiarato apertamente il proprio sostegno a Orbán, ritenendolo la scelta migliore per le minoranze magiare all’estero. Secondo i sondaggi citati da Hunor, il 91-92% degli ungheresi di Transilvania con cittadinanza ungherese voterebbe per il premier uscente.

Il nodo cruciale, tuttavia, è proprio questo: il voto della diaspora. Dopo il Trattato del Trianon, milioni di magiari si sono ritrovati cittadini di altri Stati pur mantenendo lingua e identità ungherese. Oggi comunità consistenti vivono in Romania, Slovacchia, Serbia e soprattutto in Transcarpazia, regione ucraina al centro di tensioni geopolitiche. L’Ungheria è probabilmente il Paese europeo con il maggior numero di connazionali oltre i confini stabiliti nel 1920: un fattore che pesa inevitabilmente sulla politica interna ed estera di Budapest.

Qui si inserisce l’ambiguità – o la complessità – di Péter Magyar. Per molti osservatori occidentali rappresenta l’alternativa europeista a Orbán: più dialogante con Bruxelles, meno conflittuale sullo stato di diritto, potenzialmente capace di riavvicinare l’Ungheria al cuore decisionale dell’Unione. Ma l’immagine che emerge da Oradea racconta qualcosa di diverso o quantomeno di più sfumato.

Il nazionalismo evocato durante il tour non è meno intenso di quello del premier in carica. È forse più raffinato, meno polemico nei toni, ma altrettanto centrato sulla tutela delle comunità magiare oltreconfine. Sulla guerra in Ucraina, ad esempio, le differenze tra Fidesz e Magyar non sono radicali: entrambi dichiarano che non forniranno armi a Kyiv e criticano la situazione della minoranza ungherese in Transcarpazia, che secondo Magyar “continua a deteriorarsi”. Non è una posizione marginale, ma un punto sensibile nei rapporti tra Budapest e Kyiv.

La domanda, allora, è legittima: Magyar è davvero l’europeista che molti a Bruxelles sperano, o piuttosto un Orbán in versione più presentabile? Un leader capace di rassicurare l’Unione nei modi, ma deciso a mantenere una linea nazionale forte sui dossier identitari e sulle minoranze?

C’è un ulteriore elemento che spesso sfugge all’analisi occidentale: la distinzione tra nazionalità e cittadinanza. Nei Paesi dell’Europa orientale – segnati da confini mobili, imperi dissolti e trattati imposti – l’identità etnica non coincide automaticamente con lo Stato di appartenenza. Ignorare questa realtà significa non comprendere le dinamiche profonde che orientano il voto in Transilvania o in Transcarpazia.

Per Orbán, la difesa della “nazione ungherese unita” è stata una costante strategica. Per Magyar, potrebbe diventare il terreno su cui dimostrare di non essere meno patriota del suo rivale. La differenza, se c’è, si giocherà sul metodo: conflitto permanente con Bruxelles o negoziazione pragmatica? Retorica sovranista esplicita o nazionalismo culturale più sottile?

Il voto della diaspora sarà un banco di prova decisivo. Se le percentuali indicate da Hunor si confermassero, Orbán manterrebbe un vantaggio strutturale. Ma se anche solo una parte degli ungheresi oltreconfine decidesse di scommettere su Magyar, il quadro politico potrebbe cambiare in modo significativo.

Oradea non è stata solo una tappa simbolica: è stata una dichiarazione d’intenti. L’Europa osserva con lenti semplificate, cercando l’alternativa “giusta”. Ma la politica ungherese, intrecciata alla storia del Trianon e alle minoranze oltreconfine, segue logiche più profonde. E Péter Magyar, con la sua marcia identitaria, potrebbe dimostrare che tra europeismo e nazionalismo, in Ungheria, la linea di confine è molto più sottile di quanto appaia.




Il referendum sulla CI al voto in California: tra fiducia elettorale e rischio esclusione

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La spinta per introdurre l’obbligo di un documento d’identità per votare arriva in un momento di crescente sfiducia nell’integrità del processo elettorale e viene promossa dai repubblicani. La diffidenza è parte integrale della campagna di complotti guidata da Donald Trump. Le affermazioni infondate del presidente attuale richiamano la “big lie”, la grande menzogna, che l’elezione del 2020 gli sia stata rubata tramite la frode. Trump ha ripetuto alla nausea che folle di immigrati irregolari influenzerebbero le elezioni con voti illegali. Tuttavia, tribunali di tutto il Paese—statali e federali, inclusi giudici nominati dallo stesso Trump—hanno respinto tali accuse per mancanza di prove. Ciononostante, i dubbi seminati durante e dopo il 2020 continuano a riverberarsi nei parlamenti statali e nelle iniziative referendarie, inclusa ora la California, dove i repubblicani sono in minoranza. L’unica strada per i repubblicani nel Golden State è quella dei referendum che hanno intrapreso.

I sostenitori delle leggi sull’obbligo di identificazione degli elettori sostengono che controlli più stringenti prevenirebbero le frodi elettorali. Con i requisiti di prova della cittadinanza, ci dicono, si garantisce che solo gli americani possano votare. Osservano che è necessario mostrare un documento per salire su un aereo, entrare in certi edifici o persino ritirare un pacco. Queste attività non sono affatto analoghe all’esercizio del voto, un diritto e dovere di tutti i cittadini. Per i favorevoli al referendum, la questione riguarda meno i casi documentati di frode in California e più il ripristino della fiducia nelle elezioni.

I democratici la vedono diversamente. Si oppongono alla misura anche per timori simili a quelli sollevati rispetto al proposto SAVE Act a livello federale. Questo disegno di legge approvato alla Camera richiede la prova di cittadinanza e include la carta di identità con foto al momento di registrarsi per votare. Le affermazioni dei repubblicani sulla modalità del voto sembrano ragionevoli ma in realtà si riferiscono a requisiti che già esistono. Ce lo dimostrano le procedure per votare in California che sono simili a quelle di molti altri Stati.

In base alla legge vigente, agli elettori non è richiesto di mostrare o fornire un documento di identità quando votano di persona o per posta. Devono però fornire un documento al momento della registrazione e dichiarare sotto pena di spergiuro—un reato grave—di avere i requisiti e di essere cittadini statunitensi. Per registrarsi, i californiani riempiono un modulo in cui forniscono il numero della patente di guida o della carta d’identità statale e le ultime quattro cifre del numero di previdenza sociale, insieme ad altre informazioni identificative come la loro residenza. Lo Stato verifica tali dati attraverso banche dati pertinenti, incluso i registri del DMV, Department of Motor Vehicles (Uffici della Motorizzazione) e della Social Security Administration. In quanto al voto per corrispondenza—oggi ampiamente utilizzato in California—i funzionari elettorali verificano la firma dell’elettore confrontandola con quella presente nei registri ufficiali di registrazione. Le schede con firme non corrispondenti attivano una procedura di “cura”, che consente agli elettori di confermare la propria identità prima che il voto venga conteggiato. In sintesi, esistono già molteplici livelli di verifica. I casi di impersonificazione dell’elettore di persona—il tipo di frode che le leggi sull’obbligo di identificazione mirano a prevenire—sono stati estremamente rari in California e altrove. Tutti gli studi ci dicono che le elezioni americane sono sicure. Persino la Heritage Foundation, un think tank con tendenze conservatrici, ci informa che i casi di frode elettorale dal 1979 ammontano a 33 all’anno. In alcuni casi si tratta di sviste. Da ricordare che le pene per votare illegalmente sono severe. Multe salate e da 4 a 8 anni di carcere. C’è poi la tendenza a sottovalutare il voto. Non pochi americani, grazie in grande misura alla campagna contro i politici dei repubblicani stessi, non si presentano a votare perché credono che dopotutto nulla cambierà. In sintesi, non ci sono incentivi per tentare di votare illegalmente.

La California è uno Stato a forte maggioranza democratica e, anche se il referendum venisse approvato, difficilmente ne cambierebbe l’orientamento politico generale. Ma le elezioni non riguardano solo i risultati; riguardano la partecipazione. Se anche una piccola percentuale di elettori aventi diritto venisse scoraggiata dai nuovi requisiti—confusa sulla documentazione, incapace di reperirla o dissuasa dai passaggi aggiuntivi—non sarebbe un fatto trascurabile in una democrazia.

In sostanza, il dibattito riflette due visioni contrapposte. I repubblicani sostengono che le regole più rigide rafforzino l’integrità, anche a costo di qualche inconveniente. I democratici ribattono che il rischio maggiore sia l’esclusione—che la democrazia funzioni al meglio quando la partecipazione è massimizzata, non limitata. Se approvata, la misura probabilmente non trasformerebbe la mappa elettorale della California. Renderebbe però il voto più complicato per molti residenti poveri e marginalizzati che hanno difficoltà ad ottenere i documenti necessari. Il Brennan Center, un think tank con tendenze a sinistra, ci informa che il 9 % degli americani non dispone di documenti che dimostrino la loro cittadinanza. Per i critici, questo la rende meno una riforma della sicurezza elettorale. In realtà la rende meno una riforma della sicurezza elettorale e più di un ostacolo al voto e, difatti, un’ulteriore forma di soppressione del voto per i gruppi minoritari.




Iran. E adesso?

ali khamenei

ali khameneiAssistiamo a una delle curve più drammatiche e imprevedibili di questo primo scorcio del 2026. Quel che sta succedendo in Iran non è solo un’escalation militare: è un punto di svolta geopolitico, psicologico, morale per tutto il Medio Oriente… e per il mondo intero.

Sabato mattina Stati Uniti e Israele hanno lanciato un massiccio attacco militare coordinato contro la Repubblica Islamica. L’azione, definita “preventiva” dalle capitali occidentali, ha coinvolto decine di obiettivi in tutto il paese. Le infrastrutture militari, i centri di comando strategico e — secondo le fonti ufficiali — anche il complesso della Guida Suprema, Ayatollah Ali Khamenei sono stati colpiti.

La notizia che ha fatto immediatamente il giro del mondo è la conferma della morte di Khamenei, figura centrale della Repubblica Islamica da oltre trent’anni.

In poche ore la situazione, già volatile, è precipitata.

La risposta di Teheran è stata rapida e cruenta: missili e droni sono stati lanciati verso Israele e basi statunitensi nel Golfo, provocando vittime civili e militari in diverse aree.

Siamo al cuore di una guerra che non era prevista fino a pochi giorni fa. Non è più un conflitto regionale, né un’alternanza di minacce diplomatiche. È una confrontazione diretta tra grandi potenze e un attore centrale della geopolitica medio-orientale.

La morte di Khamenei non è un dettaglio tecnico: è un terremoto politico. L’Iran era guidato da decenni da una leadership che fondeva autorità religiosa e potere militare, con un controllo quasi totale sulle istituzioni. Non c’è mai stato un processo pacifico di transizione di potere in una situazione così instabile.

Questa assenza di leadership consolidata rischia di scatenare vacillamenti interni alla Repubblica Islamica, con lotte di potere tra fazioni moderate e ultraconservatrici; escalation militari prolungate che trascinano Siria, Libano, Iraq, Yemen, Paesi del Golfo; instabilità economica mondiale, soprattutto nella regione del petrolio e del gas; una crisi umanitaria su vasta scala.

Le conseguenze non si misurano solo in titoli di giornale, ma nella vita reale di milioni di persone — iraniani e non.

C’è chi parla di ceasefire o negoziati di pace imminenti, chi invoca un nuovo ordine per l’Iran, chi teme l’espansione del conflitto a paesi lontani dal teatro di guerra. Quel che è certo è che nulla tornerà com’era.

E qui torniamo alla domanda: E adesso?

La risposta va oltre dichiarazioni di guerra o reportage tecnici.

È un invito a difendere: il valore della diplomazia prima che il mondo cada in un baratro; la centralità della vita delle persone — civili, studenti, famiglie — sopra qualunque calcolo strategico; la cultura della pace, in un’epoca in cui la guerra torna a dettare l’agenda globale.

L’Iran ci ricorda una verità scomoda: la pace non è uno stato naturale, ma un obiettivo fragile e faticoso. Oggi la posta in gioco riguarda non solo Teheran o Gerusalemme, ma l’idea stessa di un mondo dove conflitti così devastanti possano essere evitati.

La politica internazionale è la somma delle nostre scelte collettive — individuali, civiche, culturali. E mentre le élite discutono strategie e alleanze, milioni di persone pagano il prezzo più alto.

Così, davvero, ci chiediamo: E adesso?
La risposta non arriverà da un bombardamento né da una nota diplomatica. Arriverà da chi, nel mondo, sceglierà di rimettere al centro la dignità umana.




Italiani nel mondo: identità in trasformazione

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Guerre, potere e liberazione

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foto a 2 sito 2026 03 01t090347.583 1024x576C’è una riflessione che mi ha colpito profondamente negli ultimi giorni: se un tempo per fare la guerra si mandavano interi eserciti a morire — giovani, padri, figli — mentre i potenti restavano al sicuro nei loro palazzi e bunker, oggi la storia procede su un terreno completamente diverso.

Il presidente Donald Trump sta adottando un metodo che rompe gli schemi del passato. Non si tratta più di eserciti interi mandati al fronte per combattere una guerra classica: oggi si usano tecnologie avanzate, operazioni mirate, intelligence di precisione e special forces per colpire direttamente i centri di potere di regimi che si sono dimostrati oppressivi, autoritari e violenti verso i loro stessi popoli.

Maduro e l’operazione in Venezuela

All’inizio del 2026, le forze statunitensi hanno condotto un’operazione militare decisiva in Venezuela: il presidente Nicolás Maduro e sua moglie sono stati catturati da truppe speciali e portati negli Stati Uniti per essere processati per narcotraffico e altre accuse.

Questa non è una guerra tradizionale. È un’azione chirurgica contro un uomo che ha governato con autoritarismo, corruzione e repressione, lasciando milioni di venezuelani in gravi condizioni economiche e sociali. Quel che è cambiato è che la giustizia e la responsabilità del capo di un regime non vengono più rinviate nel tempo, come accadeva nel passato, ma sono affrontate con decisione e strumenti moderni.

Iran: un regime che opprime il suo popolo

La tensione in Medio Oriente ha raggiunto un punto di rottura quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi militari contro obiettivi strategici in Iran, con l’obiettivo dichiarato di smantellare le capacità di potere dei vertici del regime e fare pressione verso un cambiamento politico interno.

Questo episodio — così come le proteste di massa scoppiate in Iran contro un governo che ha stagnato l’economia e represso il dissenso — mostra che anche all’interno di quei paesi esistono forze desiderose di libertà e riforma.

Non sono né ingenuo né insensibile alle difficoltà o alle sofferenze civili: ogni conflitto ha un costo umano. Ma un regime che affama il suo popolo, che reprime manifestazioni pacifiche, che nega le libertà fondamentali non può continuare ad avere immunità perché “così si è fatto sempre”.

Cuba, Nicaragua e oltre: un nuovo corso politico?

Lo stesso spirito si sta estendendo ad altri paesi dell’area. L’attenzione strategica degli Stati Uniti verso governi come Cuba e Nicaragua indica una volontà di sfidare sistemi politici che da decenni hanno limitato le libertà dei loro cittadini e prodotto stagnazione economica. Anche se si parla di Cuba o Nicaragua con timori diversi dalla realtà mediorientale, l’obiettivo dichiarato — promuovere in qualche modo i diritti, la prosperità e la libertà — è lo stesso.

È una svolta netta rispetto alla politica estera degli anni passati, dove si temeva la guerra ma spesso si sacrificava il cambiamento reale per mantener l’equilibrio dei poteri.

Un’era di “azione mirata” invece di guerra totale

La differenza oggi è chiara: non si mandano masse di soldati a combattere su fronti lontani, costringendo intere generazioni a combattere e morire mentre i leader restano al sicuro, si usano strumenti di pressione e azioni mirate per affrontare direttamente i centri del potere responsabili di oppressione, corruzione e violazioni dei diritti umani, si cerca — spesso con strumenti tecnologici avanzati e intelligence — di ridurre al minimo i costi umani complessivi mantenendo però la fermezza sugli obiettivi.

Questo non è un approccio perfetto, né privo di rischi o critiche: ci sono sempre conseguenze, sempre complessità. Ma è diverso — ed è, secondo me, in molti casi più giusto — rispetto alle vecchie guerre totali del secolo scorso.

Perché sostengo questo cambiamento di paradigma

Perché, in ultima analisi, una politica estera responsabile non dovrebbe temere la lotta per la libertà e la giustizia. E i popoli oppressi — siano essi venezuelani, iraniani, cubani o nicaraguensi — non devono essere lasciati soli solo perché il mondo ha paura del conflitto o di etichette diplomatiche.

Questa nuova fase di geopolitica mondiale non è facile, non è esente da dilemmi morali, e non può essere valutata con semplici categorie di “guerra” o “pace”. È invece una prova di come le grandi potenze — e in questo caso, gli Stati Uniti sotto Trump — siano disposte a usare strumenti diversi, più diretti, più incisivi, per combattere i regimi che negano libertà ai loro cittadini.

Sì: non sono perfetti, nessuna politica estera lo è. Ma se davvero si vuole che i popoli abbiano la possibilità di liberarsi dalle catene dell’oppressione, allora dobbiamo riconoscere che cambiare il modo di fare le cose era necessario — proprio come stanno facendo oggi, nel bene e nel male.