Tra autocelebrazione e attacchi: lo Stato dell’Unione secondo Trump

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“Mente come la maggior parte delle persone respira. Io non guarderò”. È quanto ha detto #Robert Reich, già segretario al Lavoro nell’amministrazione di Bill Clinton, a proposito del recente discorso sullo Stato dell’Unione di #Donald Trump. Nancy Pelosi era d’accordo quando strappò il discorso sullo Stato dell’Unione del 2020 di Trump, spiegando in seguito che si trattava di un cumulo di menzogne.

Il recente Stato dell’Unione di Trump è stato poco più di un comizio elettorale travestito da adempimento costituzionale, secondo cui di tanto in tanto il presidente è tenuto ad informare i cittadini sulla condizione del Paese. Il tema del presidente attuale è stato familiare: ha ereditato un disastro da Joe Biden e, grazie al suo genio e alla sua volontà, lo ha trasformato in una prosperità senza precedenti. Ha detto di aver “ereditato una nazione in crisi”, con “un’economia stagnante” e un “confine completamente aperto”, segnata da “criminalità dilagante” e da “guerre e caos” nel mondo. Ma, ha dichiarato, sotto la sua guida “abbiamo realizzato una trasformazione come nessuno ha mai visto prima e una svolta epocale”. “La nostra nazione è tornata — più grande, migliore, più ricca e più forte che mai”, ha tuonato.

E con la cadenza iperbolica che è diventata il suo marchio di fabbrica, Trump ha aggiunto che “Stiamo vincendo così tanto che davvero non sappiamo cosa farcene. La gente mi dice: Per favore, per favore, signor Presidente, stiamo vincendo così tanto che non ne possiamo più”. E io rispondo: “No, no, no, vincerete ancora, vincerete in grande, vincerete più di quanto abbiate mai vinto prima”.

È stato il Trump di sempre, battagliero, in parte vanto, in parte lamento, in parte messaggio promozionale. Ma la realtà fuori dell’aula dipinge un quadro diverso. L’economia, pur non essendo in caduta libera, è ben lontana dalla “svolta epocale” e “dell’età dell’oro” che descrive Trump. Il costo della vita resta una preoccupazione centrale per milioni di americani. I prezzi dei generi alimentari, delle case e delle assicurazioni continuano a mettere sotto pressione i bilanci familiari. Anche laddove gli indicatori macroeconomici mostrano una certa resilienza, i sondaggi rivelano costantemente una profonda insoddisfazione per il costo della vita. La sensazione percepita è che il sistema non funzioni per l’americano medio.

Sull’immigrazione, Trump ha dipinto un quadro di totale collasso prima del suo ritorno e di controllo totale dopo. Ha sostenuto che il confine è ora sicuro, che i criminali vengono arrestati in massa e che il caos è stato sostituito dall’ordine. Dimentica ovviamente le recenti uccisioni di Renée Good e Alex Pretti a Minneapolis.

Ciononostante l’immigrazione rimane una delle questioni più divisive e irrisolte del Paese. Operazioni di vasta portata hanno condotto non solo all’arresto di migranti senza precedenti penali, ma anche alla detenzione di persone senza reati gravi, incluso residenti di lunga data con famiglie e lavoro. Famiglie sono state separate. Le notizie su metodi di applicazione della legge particolarmente aggressivi hanno suscitato proteste. L’agenzia federale per l’immigrazione è diventata profondamente impopolare in molte comunità. I sondaggi nazionali mostrano un’opinione pubblica poco rassicurante per Trump con molti cittadini critici verso le tattiche più dure. Un sondaggio di NPR/PBS/Marist ci informa che il 65 % crede che l’Ice (Immigration and Customs Enforcement) abbia esagerato. Un altro sondaggio ci informa che il 49 % degli americani vorrebbe una pausa sulle retate comparato al 35% che le vorrebbe continuare.

La retorica di Trump non si è fermata alle rivendicazioni politiche. Ha attaccato i legislatori democratici seduti davanti a lui, accusandoli di non opporsi ai “criminali immigrati” e di aver “rovinato” il Paese. Si è presentato come l’unico che ha salvato l’America “all’ultimo momento”. Più che un discorso di unità per una nazione divisa, è sembrato un comizio elettorale pronunciato dal podio della Camera.

È significativo che non abbia attaccato direttamente i quattro giudici della Corte Suprema presenti come aveva fatto in maniera molto feroce subito dopo l’annuncio della bocciatura dei suoi dazi. Ha però espresso delusione senza però imbarazzarli aggiungendo di avere “altri modi” per imporre dazi che però hanno limiti e saranno temporanei.

Questo schema — fare affermazioni roboanti, respingere le prove contrarie e raddoppiare la posta — ha definito la carriera politica di Trump. Sembra credere che la ripetizione possa trasformare l’asserzione in fatto. Se qualcosa viene detto abbastanza forte e abbastanza spesso, diventa verità per i sostenitori e confusione per il resto dell’elettorato.

Ma questa volta la strategia potrebbe non funzionare. I sondaggi mostrano un significativo scetticismo verso le sue affermazioni di rinascita economica e trionfo al confine. Molti americani esprimono preoccupazione per il costo della vita. Anche tra coloro che approvano un’applicazione più severa delle leggi sull’immigrazione, c’è disagio per i costi umani e per i toni utilizzati.

Con le elezioni di metà mandato all’orizzonte, i Democratici puntano a competere con forza per il controllo della Camera e hanno una possibilità concreta di conquistare la maggioranza al Senato. Storicamente, le elezioni di metà mandato rappresentano spesso un referendum sul presidente in carica. Se l’insoddisfazione per i prezzi, per le politiche migratorie e per lo stile di governo persisterà, il partito del presidente potrebbe affrontare seri ostacoli.

Il discorso sullo Stato dell’Unione dovrebbe informare, persuadere e idealmente unire. Nelle mani di Trump è diventato qualcos’altro: uno spettacolo di autocelebrazione e di attacco di parte, scollegato dalle ansie che molti americani continuano a provare.

“Mente come la maggior parte delle persone respira”, ha detto Reich. La domanda ora non è se Trump continuerà a ripetere la sua versione dei fatti. Lo farà. La vera domanda è se gli elettori continueranno ad ascoltarla — o se, finalmente, smetteranno di crederci. I sondaggi suggeriscono ombre per i legislatori repubblicani, ingabbiati dalla paura di contraddire il loro capo che non ha nessuna intenzione di cambiare rotta.




Ortodossia e coerenza canonica: la linea della Chiesa ucraina che interpella l’Europa

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chatgpt image 27 feb 2026, 12 08 08Il documento approvato il 6 febbraio 2026 a Bari dal clero del Vicariato dell’Europa Occidentale non è soltanto una presa di posizione organizzativa. È una dichiarazione di identità ecclesiale, maturata nel dramma della guerra e nella complessità della diaspora, che mette al centro un principio decisivo dell’Ortodossia: il rispetto delle giurisdizioni canoniche.

Con l’inizio dell’invasione russa su larga scala nel 2022, milioni di ucraini hanno lasciato il Paese. Tra loro, molti fedeli della Chiesa Ortodossa Ucraina guidata dal Metropolita Onofrio. Di fronte a questa dispersione forzata, il Concilio del 27 maggio 2022 ha deciso di istituire una missione all’estero: non per espandere la propria presenza, ma per non abbandonare spiritualmente i propri fedeli.

Nasce così il Vicariato dell’Europa Occidentale, che riunisce le parrocchie fondate su richiesta delle comunità ucraine emigrate. I sacerdoti sono cittadini ucraini, le comunità sono state create da fedeli ucraini, le celebrazioni si svolgono in slavo ecclesiastico e in lingua ucraina — e, quando necessario, anche nella lingua del Paese ospitante. Il sostentamento economico proviene dalle offerte dei fedeli; molti sacerdoti affiancano al ministero un lavoro civile.

L’obiettivo dichiarato è chiaro: preservare la fede, la lingua e l’identità ortodossa ucraina in un contesto di sradicamento.

Il punto più significativo del documento riguarda la scelta di non aprire parrocchie nei Paesi che appartengono alla giurisdizione canonica di altre Chiese Ortodosse locali — come Polonia, Grecia, Romania, Serbia e altri. In questi territori, la Chiesa Ortodossa Ucraina non interviene. Negli altri Paesi europei, invece, le comunità possono essere fondate se richieste dai fedeli.

Si tratta di una precisazione che va oltre l’ambito pratico. Nell’ecclesiologia ortodossa, il principio territoriale è fondamentale: ogni Chiesa locale esercita la propria autorità su un determinato territorio. La sovrapposizione di strutture senza consenso è tradizionalmente considerata una violazione dell’ordine canonico.

Affermare pubblicamente il rispetto di questo principio significa collocarsi consapevolmente nel solco della tradizione canonica.

La questione delle giurisdizioni è al centro della più grave frattura dell’Ortodossia contemporanea. Nel 2019 il Patriarca Bartolomeo di Costantinopoli ha concesso l’autocefalia alla Chiesa Ortodossa dell’Ucraina, riconoscendola come nuova struttura ecclesiale indipendente.

Questa decisione è stata accolta da alcuni come un atto di legittima autorità storica; da altri, invece, come un’ingerenza in un territorio già organizzato ecclesialmente. La Chiesa Ortodossa Ucraina guidata dal Metropolita Onofrio non ha riconosciuto tale atto e continua a considerarsi l’unica struttura canonica ortodossa nel Paese.

In questo contesto, la scelta di rispettare rigorosamente le giurisdizioni altrui in Europa occidentale assume un significato emblematico: ciò che si considera una violazione in patria non può essere replicato altrove. È una dichiarazione di coerenza ecclesiologica.

Il documento affronta anche un’altra questione delicata: l’identificazione delle parrocchie ucraine all’estero con strutture della Chiesa Ortodossa Russa. Tale equiparazione viene respinta con decisione.

La Chiesa Ortodossa Ucraina ribadisce la propria autonomia e la propria indipendenza da qualsiasi altro centro religioso. Sottolinea inoltre che nessuna parrocchia del Vicariato celebra nei templi della Chiesa Ortodossa Russa.

Il chiarimento non è secondario: i fedeli all’estero sono persone che hanno lasciato il Paese a causa dell’aggressione russa. L’idea che possano diffondere narrativi favorevoli a chi ha causato la loro sofferenza viene definita una calunnia priva di fondamento.

Il documento insiste su un punto decisivo: senza la creazione di parrocchie proprie, i fedeli ucraini sarebbero stati costretti a inserirsi stabilmente in strutture ecclesiali di altre lingue e culture. Questo avrebbe comportato, nel tempo, un processo di assimilazione.

La scelta di fondare comunità ucraine all’estero viene quindi presentata come un investimento pastorale a lungo termine, orientato non solo al bene spirituale dei fedeli, ma anche alla salvaguardia dell’identità nazionale e culturale.

Allo stesso tempo, le parrocchie mantengono rapporti corretti con le autorità civili e con le altre confessioni cristiane nei Paesi ospitanti. Molte celebrazioni si svolgono in chiese messe a disposizione da comunità cattoliche o protestanti, talvolta gratuitamente, talvolta dietro pagamento di un affitto sostenuto esclusivamente dalle comunità stesse.

Il documento di Bari si colloca dunque su un crinale delicato, dove teologia, diritto canonico e realtà politica si intrecciano. La frase relativa al rispetto delle giurisdizioni non è un dettaglio marginale: è una presa di posizione che richiama l’intero mondo ortodosso alla coerenza con i propri principi.

In un tempo in cui l’Ortodossia è attraversata da tensioni su primato e autocefalia, la Chiesa Ortodossa Ucraina guidata dal Metropolita Onofrio sceglie di presentarsi come custode dell’ordine canonico tradizionale. Non attraverso l’espansione, ma attraverso la delimitazione; non mediante la sovrapposizione, ma tramite il rispetto delle competenze altrui.

Resta da vedere se questa linea contribuirà a ricomporre le fratture o se consoliderà le divisioni esistenti. Ma il messaggio che emerge da Bari è inequivocabile: nella diaspora europea, l’identità ecclesiale ucraina vuole affermarsi nella fedeltà ai canoni, come segno di continuità con la tradizione ortodossa e di responsabilità verso il proprio popolo disperso.




Dazi bocciati, Trump all’attacco: scontro frontale con la Corte Suprema

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licensed image“Provo vergogna per alcuni membri della Corte, una vergogna assoluta, per non avere dimostrato il coraggio di fare la cosa giusta per il nostro Paese”. Con queste parole #Donald Trump ha reagito alla recente sentenza della Corte Suprema che, con un voto di 6 a 3, ha stabilito che il presidente non può imporre dazi generalizzati facendo ricorso all’International Emergency Economic Powers Act del 1977 (#IEEPA). Una decisione che rappresenta una sconfitta giuridica significativa per il 47esimo presidente e che riapre il dibattito sui limiti dei poteri presidenziali.

Trump aveva invocato l’IEEPA sostenendo che lo squilibrio commerciale degli Stati Uniti costituisse “un’emergenza nazionale”. Forte di questa dichiarazione, si era attribuito ampi poteri per imporre dazi a vari Paesi, spesso in maniera disomogenea, con frequenza come risposta a divergenze politiche con leader stranieri. Spesso persino capricciosa. Si ricorda il 50 percento di dazi al Brasile perché il suo “amicone” Jair Bolsonaro era stato trattato male dai magistrati brasiliani. La logica economica lasciava spazio a una strategia negoziale aggressiva che usava i dazi come bastone per colpire e aumentare il suo potere.

La reazione furiosa di Trump non sorprende. Durante il suo mandato ha presentato 24 ricorsi davanti alla Corte Suprema, vincendone 22 e perdendone solo due. Oltre a quella sui dazi va ricordato il caso del migrante Kilmar Abrego García, deportato ingiustamente, che la Corte Suprema ordinò a Trump di riportarlo negli Usa per permettere l’iter giuridico del caso. Inoltre, tre dei nove giudici attualmente in carica sono stati nominati proprio da lui. Il presidente era convinto, implicitamente o esplicitamente, di poter contare su una maggioranza favorevole. Questa volta, però, la Corte gli ha voltato le spalle. Trump è stato specialmente deluso dai tre giudici conservatori che hanno votato contro di lui asserendo che hanno causato “imbarazzo alle loro famiglie”

Il presidente della Corte John Roberts ha ribadito che i poteri presidenziali non sono assoluti e che la Costituzione attribuisce al Congresso – Articolo I, Sezione 8 – il potere di imporre tasse e dazi. L’IEEPA, nata per consentire al presidente di adottare sanzioni economiche in caso di minacce esterne straordinarie, non può trasformarsi in una legge tariffaria generale. Se il presidente intende imporre dazi di ampia portata, deve ottenere l’approvazione della legislatura.

La decisione ha effetti immediati anche sugli accordi già conclusi. In particolare, erano stati concordati dazi del 10 percento con Paesi come Australia e Gran Bretagna nell’ambito di intese commerciali negoziate sotto la pressione delle misure unilaterali di Washington. Ora si apre una fase di incertezza: tali accordi restano validi? Devono essere rinegoziati? Gli alleati guardano con attenzione a ciò che accade a Washington, consapevoli che l’instabilità giuridica si traduce in instabilità economica.

Un nodo cruciale riguarda i rimborsi. I dazi imposti attraverso l’IEEPA hanno generato entrate stimate tra i 130 e i 200 miliardi di dollari. Se dichiarati illegittimi, devono essere restituiti? La Corte Suprema non si è pronunciata esplicitamente sulle modalità e sull’obbligo di rimborso, lasciando la questione ai tribunali inferiori. Si prospetta dunque una lunga battaglia legale. Gli importatori potrebbero chiedere la restituzione delle somme versate. Trump, noto per la sua inclinazione alle cause giudiziarie, difficilmente accelererà il processo. Non è escluso che la questione torni davanti alla stessa Corte Suprema. Le 200 mila piccole imprese che sono state colpite dai dazi dovranno sudare sette camicie per riottenere i quattrini pagati illegalmente al governo.

Dal punto di vista istituzionale, la sentenza rappresenta una sorta di “guardrail”, un argine minimo posto al potere esecutivo. In un contesto in cui il Congresso – a maggioranza repubblicana – ha spesso mostrato scarsa volontà di opporsi al presidente del proprio partito, la Corte assume un ruolo di bilanciamento. Non si tratta di un attacco politico, ma di un richiamo al principio della separazione dei poteri. Il giudice Neil Gorsuch, che ha votato con la maggioranza, ha reiterato che “la legislazione può essere difficile” ma riflette i principi democratici. Mediante il processo legislativo “si arriva alla saggezza del popolo…. Non semplicemente a quella di un uomo solo”. Due stoccate ai legislatori repubblicani sonnolenti e anche al presidente che non è un re.

Tuttavia, il problema di fondo resta il caos. Trump, paradossalmente, potrebbe trarre vantaggio da una situazione di incertezza. Il caos alimenta la percezione di crisi, e la crisi richiede, nella sua narrativa, un uomo forte capace di “salvare” il Paese. I dazi, pur essendo impopolari, sono stati presentati come strumenti di difesa dell’industria americana. Eppure i dati raccontano un’altra storia. Secondo alcune stime, le misure tariffarie sono costate fino a 2.000 dollari all’anno per famiglia americana. Un sondaggio di aprile indicava che il 76 percento degli americani ritiene che i dazi aumentino il costo della vita. Inoltre la tesi di Trump che i dazi condurranno ad aumenti di lavori manifatturieri in Usa e ridurranno lo squilibrio commerciale si è rivelata falsa. Proprio il giorno prima della decisione sui dazi della Corte Suprema è stato annunciato che il numero di posti di lavoro manifatturieri in Usa è sceso di 88 mila unità. E il deficit commerciale è anche aumentato di 60 miliardi, ossia il 4 percento.

La Corte Suprema, con la sua decisione di 6-3, non ha soltanto limitato uno strumento specifico. Ha riaffermato che l’emergenza non può diventare la regola e che la politica commerciale non può essere guidata esclusivamente dall’impulso presidenziale. In gioco non vi è solo la questione dei dazi, ma la credibilità delle istituzioni.

Trump aveva scritto sui social che, se la Corte Suprema avesse ribaltato i suoi dazi saremmo “fregati”. Paradossalmente, aveva ragione. Non solo la sua amministrazione subisce un colpo politico, ma l’intero sistema economico americano paga il prezzo dell’incertezza. Gli alleati faticano a fidarsi delle intese siglate con Washington se possono essere modificate o annullate nel giro di pochi mesi o dichiarate illegali dalla magistratura. Il commercio internazionale richiede prevedibilità, stabilità e coerenza.

Il rischio è che il messaggio che giunge al mondo sia quello di un’America imprevedibile, dove le decisioni economiche dipendono dall’umore politico del momento. In un’economia globale interconnessa, la coerenza non è un lusso ma una necessità. La sentenza della Corte Suprema tenta di ristabilire un equilibrio, ma non elimina le tensioni politiche che l’hanno resa necessaria.

In definitiva, la vicenda dimostra ancora una volta quanto fragile possa diventare il confine tra potere esecutivo e controllo istituzionale. La Corte ha tracciato una linea. Resta da vedere se il presidente e il Congresso sapranno rispettarla. Nel frattempo, gli americani – e il resto del mondo – attendono segnali di stabilità perché il commercio vive di fiducia. E la fiducia, una volta incrinata, è difficile da ricostruire. L’azione di Trump di introdurre dazi globali del 15 percento, validi secondo un’altra legge del 1974 solo per 5 mesi, non contribuisce alla chiarezza ma continua ad alimentare l’incertezza.




Perché i partiti tradizionali italiani arretrano all’estero mentre cresce il MAIE

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imagesNelle circoscrizioni Estero – in particolare in Nord America, #Centro America e Caraibi – il consenso verso i partiti tradizionali italiani è in costante calo. Al contrario, il MAIE (Movimento Associativo Italiani all’Estero) registra una crescita continua, elezione dopo elezione.

Non si tratta di un voto di protesta, ma di un cambiamento strutturale nel modo in cui gli italiani all’estero percepiscono la politica.

Forze storiche come Partito Democratico, Forza Italia e altri soggetti nazionali continuano a considerare l’estero come una appendice elettorale, attiva quasi esclusivamente in campagna elettorale.

Le criticità più spesso segnalate dagli italiani all’estero sono: scarsa presenza fisica sul territorio, dirigenti nominati dall’alto e poco radicati, programmi generici, spesso copiati da quelli per l’Italia, difficoltà di dialogo continuo con le comunità.

Il risultato è un progressivo distacco emotivo e politico.

Il #MAIE si presenta invece come un’anomalia nel panorama politico italiano: non nasce per l’estero, nasce dall’estero.

Questo si traduce in alcuni elementi chiave: presenza stabile nelle comunità, rappresentanti che vivono realmente nei Paesi di elezione, ascolto diretto di problemi concreti, linguaggio meno ideologico e più pragmatico.

Per molti elettori, il MAIE non è “un partito italiano all’estero”, ma il partito degli italiani all’estero.

Un altro fattore determinante è la percezione dei risultati. Il MAIE ha costruito consenso lavorando su temi molto sentiti: servizi consolari, cittadinanza e anagrafe, pensioni e assistenza sanitaria, rappresentanza reale nei Comites e nel CGIE, tutela dei diritti degli italiani residenti fuori dall’Italia.

Anche quando i risultati non sono immediati, viene riconosciuto lo sforzo continuo e la coerenza dell’azione politica.

Nelle Americhe e nei Caraibi, gli italiani vivono spesso una doppia identità: profondamente legati all’Italia, ma inseriti in contesti sociali e culturali molto diversi.

Il MAIE intercetta questa realtà meglio dei partiti tradizionali, perché: non chiede fedeltà ideologica, non impone schemi politici italiani poco comprensibili all’estero, valorizza le comunità locali come risorsa, non come serbatoio di voti.

La crescita del MAIE non è solo un successo di un singolo movimento, ma un segnale politico chiaro: gli italiani all’estero chiedono rappresentanza, non delega.

Se i partiti tradizionali continueranno a ignorare questa domanda, il divario è destinato ad ampliarsi. E nelle circoscrizioni Estero, il futuro della rappresentanza politica italiana potrebbe parlare sempre meno il linguaggio dei partiti storici e sempre più quello delle comunità.




L’opaca trasparenza dei file di Epstein: la lezione europea agli Usa

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sin título“Questa è l’amministrazione di #Epstein”. Con queste parole il deputato Thomas Massie, repubblicano del Kentucky, ha attaccato l’amministrazione #Trump, accusandola di opacità e di una gestione ambigua dei documenti legati a Jeffrey Epstein. L’affondo di Massie non è isolato. Insieme a Ro Khanna, parlamentare democratico californiano, ha promosso un’iniziativa per rendere pubblici integralmente i file ancora secretati. I due hanno sostenuto che la trasparenza sia l’unico antidoto al sospetto che le élite si proteggano a vicenda.

Va ricordato che Jeffrey Epstein, finanziere di successo, con relazioni ad altissimo livello nel mondo politico, accademico e finanziario, è stato accusato di traffico sessuale di minorenni. Già nel 2008 era stato condannato ottenendo un accordo che gli evitò accuse federali più gravi. Arrestato nuovamente nel 2019, fu trovato morto nella sua cella in un carcere federale di New York. Le autorità parlarono di suicidio, ma le circostanze alimentarono dubbi e teorie del complotto che ancora oggi persistono.

Nonostante l’enormità delle accuse e la rete di contatti che emerge dai documenti giudiziari — registri di voli, agende telefoniche, calendari di incontri — gli effetti negli Stati Uniti sono stati relativamente limitati. La condanna più significativa è stata quella di Ghislaine Maxwell, collaboratrice di Epstein, condannata a 20 anni di carcere per traffico sessuale. Per il resto, le conseguenze si sono concentrate su danni reputazionali, qualche dimissione e molte dichiarazioni di distanza.

Uno dei casi più rilevanti è stato quello di Alex Acosta, l’ex procuratore federale che nel 2008 aveva negoziato l’accordo con Epstein. Divenuto segretario al Lavoro sotto Trump, Acosta si dimise nel 2019 dopo che l’accordo fu riportato e criticato aspramente. Nel settore privato, Leon Black, cofondatore di Apollo Global Management, lasciò l’incarico dopo che emersero pagamenti milionari a Epstein per consulenze fiscali. Anche in ambito accademico e finanziario si registrarono audit interni e prese di distanza.

Molti nomi noti compaiono nei documenti: Bill Clinton, Larry Summers, Kathy Ruemmler, Howard Lutnick. La presenza nei registri non implica automaticamente un comportamento illecito, ma l’associazione ha prodotto imbarazzo e richieste di chiarimenti. La questione centrale non è solo chi abbia commesso reati, ma il fatto che tantissime vittime non abbiano ottenuto giustizia.

In Europa, paradossalmente, le conseguenze istituzionali sono state più visibili. Il caso più clamoroso è quello del Principe Andrea del Regno Unito. Dopo un’intervista disastrosa alla BBC nel 2019, si ritirò dalla vita pubblica. Nel 2022 raggiunse un accordo extragiudiziale con una delle accusatrici, Virginia Giuffre, senza ammissione di colpa. Perse titoli militari e incarichi onorari. Proprio al momento di scrivere siamo informati che l’ex principe è stato arrestato ma subito rilasciato. Sarebbe indagato per presunto “abuso di ufficio” perché avrebbe condiviso informazioni riservate con Epstein. Altri nomi europei di spicco emersi nei contatti di Epstein includono personalità come Jack Lang, Torbjørn Jagland, Peter Mandelson e Morgan McSweeney. Anche in questi casi, più che conseguenze giudiziarie, si è trattato di danni reputazionali e chiarimenti pubblici anche se ci sono state alcune dimissioni..

Il contrasto con l’America è evidente. Negli Stati Uniti, il tema è diventato anche terreno di scontro politico. Durante la campagna elettorale, Donald Trump aveva promesso maggiore trasparenza sui file. Tuttavia, una volta tornato alla Casa Bianca, ha inizialmente ostacolato il rilascio dei file. Dopo che la Camera ha votato quasi all’unanimità per il rilascio dei file, Trump ha dovuto cedere. Il rilascio però è stato parziale con molti nomi oscurati, come hanno fatto notare Massie e Khanna.

Pam Bondi, il ministro di Giustizia, ha parlato di tutela della privacy e di esigenze investigative, ma per i critici si tratta di un rilascio incompleto che alimenta sospetti invece di dissiparli. Se la promessa era “trasparenza totale”, il risultato appare lontano da quell’obiettivo.

Trump, che in passato aveva frequentato Epstein negli anni Novanta, ha minimizzato i rapporti e sostenuto di aver interrotto ogni contatto molto prima dell’arresto. Tuttavia, per i suoi oppositori, la gestione dei file rappresenta una prova ulteriore che quando il potere è in gioco le rivelazioni vengono dosate con cautela.

L’effetto complessivo è un senso di impunità percepita. Nonostante l’indignazione pubblica, le conseguenze politiche negli Stati Uniti restano contenute. Alcune dimissioni, qualche carriera rallentata, ma nessuna ondata di responsabilità penale tra le élite di primo piano. In Europa, il caso del Principe Andrea ha prodotto una rottura simbolica. In America, invece, il sistema sembra aver assorbito lo shock.

Il rischio, come sottolineano diversi osservatori, è che la vicenda Epstein diventi l’ennesima prova, agli occhi dell’opinione pubblica, che le élite la fanno franca. Specialmente quando la questione lambisce il presidente degli Stati Uniti. La richiesta di trasparenza non riguarda solo un fascicolo giudiziario, ma la credibilità stessa delle istituzioni. Finché i file resteranno parzialmente oscurati, l’ombra di Epstein continuerà a incombere sulla politica americana.

Commentando l’arresto dell’ex principe Andrea, Trump ha detto che si tratta di “un peccato” e di una “triste storia”. Alla domanda se lui crede che quanto avvenuto in Inghilterra possa avere seguito negli Usa, Trump ha risposto immediatamente che lui è “stato completamente esonerato”. Chi lo ha esonerato? Lo crederanno gli americani? Un sondaggio dell’Economist/YouGov ci suggerisce una risposta. Il 53 percento degli americani crede che Trump “stia cercando di coprire i reati di Epstein” mentre solo il 29 percento crede il contrario.




Bastoni e lo spirito olimpico

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imagesI Giochi olimpici nascono a Olimpia intorno al 776 a.C., con lo scopo di portare pace e armonia. Circa 2 secoli e mezzo dopo, sul frontone del tempio dell’oracolo a Delfi, il filosofo Biante scrisse: “la maggior parte degli uomini è malvagia”. I due eventi, apparentemente lontani, hanno molto in comune. Innanzitutto, entrambi accadono in Grecia; in secondo luogo, il messaggio intrinseco del primo smentisce quello del secondo, e viceversa. In poche parole: se tutti gli atleti sono uomini, e la maggior parte degli uomini è malvagia, come può un atleta gareggiare nel rispetto dello spirito olimpico? Possiamo davvero credere che, per un uomo, l’importante sia partecipare e non vincere? Forse lo è per qualcuno, ma questi “qualcuno” sono l’eccezione, non la regola.

A conferma di ciò, non mancano gli esempi, l’ultimo dei quali è la tragicomica sceneggiata del calciatore dell’Inter Alessandro #Bastoni che, nel corso del match contro la Juventus del 14 febbraio 2026, ha causato l’espulsione di un avversario, permettendosi perfino di esultare per il risultato ottenuto. L’episodio ha scatenato un vespaio indicibile, con tanto di minacce di morte al giocatore e all’arbitro dell’incontro. Il tutto è assolutamente folle! Ciò che ha fatto Bastoni è sì da deprecare, ma non si può criminalizzare, anche perché — diciamocelo — la maggior parte dei suoi colleghi avrebbe fatto la stessa cosa.

Ma la cattiva abitudine di cercare l’inganno per ottenere un vantaggio non riguarda solo i calciatori. A chi ha suggerito a Bastoni di prendere esempio dagli atleti olimpici, vorrei ricordare che anche tra chi partecipa ai giochi a cinque cerchi c’è chi ricorre a trucchi e trucchetti (in alcuni casi ben peggiori della simulazione a cui è ricorso il difensore nerazzurro). Quanti atleti olimpici sono stati squalificati per doping? E quanti per aver falsificato la propria data di nascita? E ancora: quanti pugili traggono un vantaggio colpendo l’avversario sotto la cintura? Sì, la storia ci ha regalato anche campioni leali come Gaetano Scirea, ma, come ho già detto, questi sono l’eccezione, non la regola. In conclusione, prima di minacciare di morte Alessandro Bastoni, chiediamoci come ci comporteremmo davanti a un portafoglio accidentalmente perso da un passante.




Serve un progetto per i Consolati

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sin títuloUn centinaio di connazionali, attivi nei circoli della collettività italiana di Zurigo e provincia, ha indirizzato due successive petizioni al presidente del #Comites, e cioè allo scrivente, segnalando il disagio della collettività per la inadeguatezza del lavoro consolare.  Come spiegare, si domandano i firmatari delle due petizioni, la decadenza delle prestazioni proprio a Zurigo, dove, nel quinquennio 2015-2020, il consolato generale si era distinto per l’efficienza del servizio, per l’assenza di liste di attesa, per la comodità e la facilità di accesso agli uffici?

Gli scriventi non hanno mancato negli anni passati di rivolgere le stesse domande alle competenti autorità diplomatiche, ottenendo alcune risposte tanto cortesi quanto evasive. Si ritiene opportuno nondimeno soffermarsi sulla presente vicenda, perché essa offre l’occasione per tracciare un utile paragone tra quanto accade a Zurigo e quanto invece avviene in Italia, nell’ambito anzitutto delle Questure e degli uffici postali, che infatti offrono ai cittadini servizi analoghi a quelli offerti all’estero dai #Consolati.

Colpisce, nel contesto italiano, il progetto di cooperazione pubblico-privato varato dal Ministero dell’Interno.  Giova infatti ricordare che, dopo l’epidemia di Covid,  e i confinamenti casalinghi, si è impennata nella Penisola la domanda di servizi, con le conseguenti resse davanti agli uffici di polizia e con la corsa altresì agli sportelli comunali.  Merita ricordare in particolare l’esplosione delle richieste per il rilascio dei passaporti, con le conseguenti, interminabili liste di attesa. Da qui, l’iniziativa del Viminale, che ha assegnato alle Poste il compito di affiancare le Questure nel disbrigo di molti servizi, a cominciare appunto dal rilascio dei passaporti, che ora è possibile ottenere nell’arco di pochi giorni.

Perché le Poste sono così efficienti? E, soprattutto, perché i Consolati arrancano? A questa domanda si può rispondere menzionando come prima causa la cattiva organizzazione del lavoro consolare. I diplomatici per parte loro sostengono invece che il fenomeno ha cause più vaste e citano infatti la cronica carenza di risorse, ma si tratta, secondo noi, di una mezza verità. A difettare, nel nostro giudizio, è anzitutto il ”management”.

A sostegno della nostra tesi, e come utile spunto per una riflessione comune, osserviamo che un ufficio postale, con cinque addetti agli sportelli, in città come Roma o Milano, riceve fino a 150 persone al giorno, senza obbligo di prenotazione.  Nelle Poste, inoltre, l’orario di ricevimento del pubblico supera mediamente le 30 ore settimanali, con gli sportelli attivi dal lunedì al sabato. Le differenze con i Consolati non lasciano di saltare agli occhi. Negli uffici consolari non si lavora di sabato, gli sportelli sono aperti mediamente per non più di 15-20 ore settimanali, le liste di attesa sono la norma, cresce, nei settori più richiesti, l’accumulo di lavoro arretrato, anche se non si hanno in proposito dati precisi, ed è arduo e, talora, persino impossibile fissare un appuntamento.

Resta da capire cosa si possa fare per migliorare i servizi di interesse dei connazionali. In una prospettiva innovatrice, gioverebbe forse esplorare vie non convenzionali, sulla falsariga dell’esperimento pubblico-privato inaugurato in Italia dal Ministero dell’Interno. In ambito consolare, non mancano del resto importanti precedenti di portata imprenditoriale.  Per esempio, a Shanghai, salvo errore, il rilascio dei visti di ingresso per i turisti cinesi veniva gestito, almeno fino a qualche tempo fa, da una azienda privata, sotto la supervisione del consolato generale, e una situazione analoga si registrava anche a Mosca.

Ecco, quindi, l’appello che i connazionali rivolgono alle forze politiche in vista di una proposta di legge da portare auspicabilmente all’attenzione del Parlamento: Urge infatti, negli auspici comuni, estendere ai Consolati il modello cooperativo in corso in Italia tra le Questure e le Poste. Non si chiede ovviamente l’intervento delle Poste, ma si chiede bensì, nella prospettiva di una azione pubblico-privata, di aprire i Consolati alla collaborazione con le imprese locali, attive nei settori della informatica e dei servizi al pubblico.

Gerardo Petta, Cosimo La Torre, Mario Pingitore (membri del Comites di Zurigo)




USA. Via le maschere all’ICE: lo shutdown dei democratici blocca il Congresso

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“Non mi piacciono le maschere.. ma questi uomini e donne devono proteggersi”. Così #Tom Homan, consigliere alla Casa Bianca, il cosiddetto “zar delle frontiere”, per giustificare la copertura del volto degli agenti dell’#Ice. I democratici non la vedono così e hanno votato contro la legge del bilancio causando un secondo shutdown, una paralisi di bilancio ai servizi non essenziali del governo, richiedendo il divieto dell’uso delle maschere.

La copertura del volto da parte delle forze dell’ordine può essere giustificata in alcune situazioni che includono motivi sanitari, protezione dal freddo, e in alcune operazioni speciali per motivi di sicurezza. È la questione di sicurezza degli agenti che viene usata per giustificarne l’uso. Il Department of Homeland Security sostiene che gli agenti sarebbero in pericolo se il volto degli agenti fosse scoperto perché potrebbero essere identificati mediante il doxxing, la pratica di pubblicare su Internet informazioni private o identificative su individui, mettendo in pericolo la loro sicurezza e potenzialmente quella dei loro familiari.

Questa pratica del doxxing già avviene, sfortunatamente, con giudici, politici, giornalisti, ed altri individui. Ciononostante la stragrande maggioranza delle forze dell’ordine, da poliziotti locali, statali e anche federali non usa maschere. Quelli in divisa possono essere identificati dai loro badge e quelli in borghese sono tenuti a esibirli per stabilire la loro legalità mentre svolgono i loro compiti. Gli agenti dell’Ice non lo fanno. Si vedono nei filmati armati fino ai denti con le loro maschere. In non pochi casi non si identificano nemmeno quando sono pressati e danno l’impressione di essere criminali che rapiscono persone dalle strade, detenendole, e in molti casi trasferendole immediatamente in altri Stati o trattenendole in centri dove, secondo diverse denunce, non vengono sempre rispettati i requisiti legali e umanitari. In effetti, l’uso della maschere da parte dell’Ice li avvicina ad altri che commettono reati. Questi includono il Ku Klux Klan e i rapinatori di banche.

L’anonimato può aumentare l’aggressività e ridurre il senso di responsabilità personale e difatti alcune dichiarazioni dell’amministrazione Trump confermano i loro comportamenti. Il vice presidente Usa J. D. Vance ha persino dichiarato falsamente che hanno “assoluta immunità” dopo l’uccisione del poeta Renée Good in Minnesota. Ha seguito l’uccisione dell’infermiere Alex Pretti, confermando che nemmeno quella di Good poteva imporre limiti al loro modo di operare.

Il contrasto visivo dei filmati con gli agenti dell’Ice, con tenute militari, che strattonano e malmenano individui armati solo di telefonini, hanno cambiato la percezione degli americani. L’84 percento crede che gli agenti dell’Ice debbano fare uso dei body cams, dispositivi di registrazione video indossabili sulla divisa o corpo (Economist/YouGov). L’80 percento crede che gli agenti devono identificarsi (Harvard/Harris). E il 61 percento crede che non dovrebbero coprirsi il volto (Pew Research Center).

Gli americani sono dunque dalla parte dei democratici e i sondaggi in caduta libera di Trump (36 percento approva il suo operato, secondo l’Associated Press/NORC). Il presidente ha riconosciuto che la situazione non gli è favorevole e ha suggerito che ci vuole “un soft touch” (un tocco soffice) per gestire l’immigrazione. Difatti, il numero di agenti di Ice e della Guardia di Frontiera in Minnesota è stato ridotto da 3.000 a 2.300 unità.

Oltre all’eliminazione delle maschere dagli agenti dell’Ice e delle guardie di frontiera i democratici richiedono che per entrare in proprietà private sia necessario un mandato giudiziario non quello amministrativo attualmente usato. Si tratta di rispettare il Quarto Emendamento della Costituzione che protegge le persone da perquisizioni e sequestri irragionevoli da parte del governo. I repubblicani hanno la maggioranza in ambedue le Camere legislative ma al Senato vige il filibuster, ossia il requisito del 60 percento dei consensi per procedere ai voti. I democratici hanno 47 dei 100 seggi al Senato e votando compatti possono bloccare l’agenda repubblicana. Terranno duro o alla fine si accontenteranno di qualche briciola per arrendersi?




San Valentino a Las Terrenas: ma dov’è finito il romanticismo?

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635377683 2131485637610547 2371262844693185040 nUn clamoroso ingorgo ha paralizzato Las Terrenas nel pomeriggio e nella sera di sabato scorso, giorno di San Valentino. Un serpentone di auto ferme, clacson, nervosismo e oltre due ore di attesa per percorrere pochi chilometri. Uno scenario ormai tristemente familiare in una città che non ha mai conosciuto una vera pianificazione urbana e che oggi “corre” — si fa per dire — su un’unica arteria principale.

Oggi, però, la domanda è un’altra. Più semplice, forse più scomoda:
perché venire in massa a Las Terrenas per festeggiare il giorno degli innamorati?

Di romantico, ormai, c’è ben poco. La città è diventata preda del cemento, con una crescita disordinata che ha soffocato il verde, ristretto le spiagge, messo sotto pressione le infrastrutture e compromesso aria e acque. Il rumore ha preso il posto del silenzio, lo stress quello della lentezza caraibica, la folla quello dell’intimità.

Forse trent’anni fa sì, Las Terrenas era davvero una destinazione romantica.
Quando tutto era verde, quando le spiagge erano larghe e libere, quando il mare era incontaminato, quando bastava una passeggiata al tramonto e una cena semplice per sentirsi altrove, lontani dal mondo. Allora sì che San Valentino aveva un senso.

Oggi, invece, la festa degli innamorati si consuma tra code interminabili, parcheggi impossibili, locali sovraffollati e aria irrespirabile. Una corsa contro il tempo per “esserci”, più che per stare bene. Una celebrazione che sembra aver perso il suo significato più profondo: condividere calma, bellezza e tempo di qualità.

Forse è il momento di dirlo senza nostalgia ma con lucidità:
Las Terrenas continua a vivere di un’immagine che non le appartiene più. E finché non si affronteranno seriamente i temi della pianificazione, dell’ambiente e della qualità della vita, anche le ricorrenze più romantiche rischiano di trasformarsi in occasioni mancate.

San Valentino passa. Il traffico resta. E con lui una domanda che vale tutto l’anno:
che città vogliamo essere, e per chi?




Dal Super Bowl una sfida culturale a Trump: l’America inclusiva di Bad Bunny

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la actuacion de bad bunny en el super bowl b1ec10c0 focus 0 0 896 504Il Super Bowl non è soltanto l’evento sportivo più seguito negli Stati Uniti. È anche uno specchio dell’America, delle sue contraddizioni e delle sue tensioni culturali. Lo show dell’intervallo di Bad Bunny ha offerto molto più di musica e spettacolo mettendo in scena due visioni opposte dell’America, senza proclami, senza attacchi diretti, ma con un messaggio politico limpido per la sua semplicità.

Per la prima volta lo spagnolo, parlato da circa 600 milioni di persone nel mondo, ha occupato il centro del palcoscenico del #Super Bowl. Non si è trattato di una concessione folkloristica, divenendo la lingua principale dell’esibizione. Nei precedenti halftime show lo spagnolo era comparso solo in frammenti, spesso inglobato in un contesto anglofono dominante. Bad Bunny ha fatto il contrario portando sul palcoscenico mondiale la sua lingua, lo spagnolo del Porto Rico, con la sua cultura e la sua identità, senza tradurle né attenuarle. Una scelta che ha irritato parte del mondo conservatore che non si rende conto che negli Usa lo spagnolo è parlato da quasi quarantacinque milioni di abitanti, anche se, ovviamente l’inglese è la lingua dominante. Da ricordare anche che gli Usa riflettono un mosaico linguistico poiché si parlano 350 lingue, secondo il censimento americano.

#Bad Bunny (Conejo malo), nato Benito Antonio Martínez Ocasio a Porto Rico nel 1994, non è una meteora della cultura pop. Il nome d’arte ha origine in una foto da bambino in cui Benito fu fotografato a una festa scolastica vestito da coniglietto. La foto lo ritrae con un’espressione arrabbiata e contrariata, tutt’altro che un coniglio dolce. Anni dopo, ripensando a quella foto, Benito scelse il nome #“Conejo malo”. In pochi anni è diventato uno degli artisti più ascoltati al mondo, con record di streaming, tournée sold-out e un’influenza che va oltre la musica. La sua ascesa coincide con la crescente centralità dei latinos negli Stati Uniti, un gruppo che continua a crescere numericamente ma che resta spesso marginalizzato nel discorso politico. Non è un caso che la NFL abbia scelto Bad Bunny per un evento che i conservatori guardano con sospetto. La decisione della NFL di affidare lo spettacolo dell’intervallo a Bad Bunny riflette questo riconoscimento. Inoltre ci dice che i quattrini hanno anche influenzato la decisione poiché i latinos spendono meno nel football rispetto ad altri sport e sono meno legati alla tradizione della #NFL. Lo show è stato dunque un investimento economico, che ha cercato allargare il pubblico. I 140 milioni di telespettatori ci confermano questo successo anche se lo spettacolo si è trasformato in qualcosa di più profondo.

La scelta di Bad Bunny ha riflesso anche il coraggio perché contrasta con il clima politico in cui versa il Paese. Trump non ha gradito ovviamente. Nella sua piattaforma Truth Social ha detto che lo spettacolo è stato “terribile” e che non si capiva nulla. Trump non è grande fan di opera perché se lo fosse avrebbe un’idea che la lingua nell’arte penetra lo spirito anche quando le parole sono poco comprensibili.

Il momento più simbolico dello spettacolo è arrivato all’inizio, quando Bad Bunny ha pronunciato “God Bless America”, una frase che negli Stati Uniti è spesso monopolizzata da una visione nazionalista e ristretta del Paese. Ma Bad Bunny ha giustamente ricordato al mondo che la parola America va oltre i confini statunitensi. L’artista lo ha fatto subito elencando tutti i Paesi delle Americhe, dal Canada all’Argentina, includendo i Caraibi e l’America Centrale. Il messaggio era evidente: l’America non è solo gli Stati Uniti. È un continente, con una pluralità di popoli, storie e lingue. Una definizione che contrasta nettamente con la visione di Donald Trump. Per l’inquilino alla Casa Bianca “America” è sinonimo esclusivo di Stati Uniti e, spesso, di una specifica identità etnica e culturale che si rifà al passato e che esclude i notevoli contributi dei gruppi minoritari e immigrati che formano il mosaico americano.

Bad Bunny non ha usato toni aggressivi né slogan espliciti contro Trump. Non ha ripetuto la parola “ICE”, come aveva fatto agli Emmy per criticare l’Immigration and Customs Enforcement. L’ha sostituita con una frase semplice: “L’amore può battere l’odio”. Una scelta significativa. In un momento in cui la politica americana è dominata dalla paura — paura degli immigrati, ma anche paura del cambiamento, della perdita di status, persino tra molti bianchi — Bad Bunny ha risposto con la gioia. La sua performance era colorata, danzante, aperta. Nessuna retorica cupa, nessuna invettiva. Solo la rappresentazione della vera America che non si limita ad un gruppo razziale e etnico.

Il contrasto con il clima politico promosso da Trump è evidente. L’attuale presidente ha costruito gran parte del suo consenso sulla paura: paura dell’altro, del diverso, dello straniero. Ma questa paura non colpisce solo gli immigrati. Colpisce anche molti americani bianchi, convinti che l’inclusione altrui comporti automaticamente la loro esclusione. Bad Bunny ha ribaltato questa logica senza nominarla, mostrando che l’identità non è un gioco a somma zero.

Lo show del Super Bowl non è stato un comizio e proprio per questo è stato efficace. Bad Bunny non ha “attaccato” Trump. Infatti non lo ha neppure citato, facendo però qualcosa di più sottile e più potente: ha mostrato un’America che esiste già, anche se spesso viene ignorata o demonizzata. Un’America bilingue, multiculturale, continentale. Un’America in cui l’arte può inviare un messaggio politico senza diventare propaganda. In questo senso, lo spettacolo di Bad Bunny rappresenta una sfida diretta alla narrativa trumpiana. Non attraverso lo scontro, ma attraverso l’esempio. Due visioni dell’America si fronteggiano: una chiusa, impaurita, ossessionata dai confini; l’altra aperta, inclusiva, consapevole della propria complessità, ricca di ottimismo e gioia. Il Super Bowl ha offerto il suo palcoscenico a questa America. Bad Bunny ha colto l’occasione. Trump, ancora una volta, è rimasto sullo sfondo, sconfitto non da un attacco, ma da una canzone. Bad Bunny non ha solo suggerito la pochezza di Trump: ha anche suggerito la grandezza dell’America.