Dopo le dimissioni del sottosegretario Silli, chi avrà la delega per gli italiani all’estero?

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capturaLe dimissioni del sottosegretario Giorgio Silli hanno riaperto una questione che da tempo preoccupa le comunità italiane nel mondo: chi assumerà ora la delega per gli italiani all’estero?

Si tratta di una responsabilità tutt’altro che secondaria. Milioni di cittadini italiani residenti fuori dai confini nazionali rappresentano una risorsa culturale, economica e sociale fondamentale per il Paese, ma anche una comunità che necessita di ascolto, servizi efficienti e rappresentanza istituzionale stabile.

Negli ultimi anni la delega è rimasta incardinata presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, con risultati alterni e spesso condizionati da priorità diplomatiche che non sempre coincidono con le esigenze quotidiane degli italiani all’estero: consolati sotto pressione, servizi anagrafici lenti, cittadinanza, pensioni, assistenza sociale e scolastica.

Le dimissioni di Silli pongono dunque una domanda politica chiara: il governo nominerà rapidamente un nuovo sottosegretario con delega specifica, oppure la questione rischia di finire ancora una volta in secondo piano?

Per le comunità italiane nel Nord America, in America Latina, nei Caraibi e nel resto del mondo, la risposta non è indifferente. Senza un referente politico chiaro, il rischio è quello di una gestione frammentata e di un ulteriore allontanamento tra lo Stato e i suoi cittadini all’estero.

La necessità di un Ministero dedicato

In questo contesto, torna con forza una richiesta storica: ripristinare il Ministero per gli Italiani all’estero.

Un dicastero autonomo garantirebbe una visione strategica di lungo periodo sull’emigrazione e sulle nuove mobilità, un coordinamento efficace tra Farnesina, INPS, comuni e consolati, un segnale politico forte di attenzione verso milioni di italiani che continuano a sentirsi parte integrante della Repubblica.

Gli italiani all’estero non sono un capitolo marginale, né un tema da affrontare solo in campagna elettorale. Le dimissioni del sottosegretario Silli possono e devono diventare l’occasione per ripensare seriamente la rappresentanza istituzionale della diaspora italiana, restituendole dignità, centralità e ascolto.




Trump rimuove il post razzista su Barack e Michelle Obama

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images“Spero proprio che si tratti di un fake perché è la cosa più razzista che abbia visto uscire dalla Casa Bianca”. Con queste parole il senatore repubblicano Tim Scott, della Carolina del Sud e grande sostenitore di Donald Trump, ha commentato il video apparso che raffigura Barack e Michelle Obama come scimmie. Scott, l’unico senatore afro-americano del Partito Repubblicano e dirigente della Commissione Nazionale Senatoriale, non ha spiegato quali altre cose razziste lo avranno colpito dall’amministrazione Trump, ma non si trattava affatto di una bufala.

Dopo 12 ore il video è stato rimosso. Rispondendo a una domanda di un giornalista il presidente Usa ha dichiarato di non avere “sbagliato” spiegando che il post era la responsabilità di un collaboratore. Pochissimi individui hanno accesso all’account Truth Social di Trump. Questi includono Dan Scavino, vice Capo del Gabinetto del presidente Usa, e Natalie Harp, ex giornalista dell’ultra conservatrice rete One American News, e attualmente assistente esecutiva di Trump. La Casa Bianca non ha confermato ma sembra che la Harp sia stata additata come la responsabile.

Trump è stato costretto a rimuovere il post in grande misura per le reazioni da ambedue i partiti. Hakeem Jeffries, leader dei democratici alla Camera, ha reagito in maniera molto focosa. Il parlamentare di New York ha dichiarato che gli Obama sono “americani brillanti, compassionevoli e patrioti”. Rappresentano il meglio del Paese. “Donald Trump è un vile e squilibrato… il video è disgustoso pubblicato dal cosiddetto presidente”. Jeffries conclude mandando il presidente a quel paese accusando anche i leader repubblicani di supportare “questo individuo malato”. Anche il senatore Jon Ossoff, democratico della Georgia, ha reagito asserendo che Trump pubblica post “come un membro del Ku Klux Klan”, la storica organizzazione suprematista bianca nota per il suo razzismo.

Alcuni repubblicani però hanno alzato la voce ed è questa reazione che avrà convinto Trump a fare marcia indietro. Oltre al senatore Scott, anche i senatori repubblicani Pete Ricketts (Nebraska) e Susan Collins (Maine), e i parlamentari repubblicani Mike Lawler e Michael Turner hanno etichettato il video come inaccettabile.

Gli attacchi razzisti agli Obama non si limitano solo a loro poiché includono anche per estensione tutti gli americani che condividono quel gruppo razziale. Il giornalista Jamelle Bouie del New York Times ha scritto che è proprio il “razzismo” che motiva Trump, come ci dimostra il suo linguaggio da quando è apparso nella scena politica americana. Bouie continua asserendo che il presidente Usa vede alcuni americani più americani di altri. Facile pensare ai somali-americani che Trump ha attaccato ferocemente, specialmente Ilhan Omar, parlamentare democratica del Minnesota nata in Somalia, asserendo che dovrebbe ritornare al suo Paese, e che non vuole i somali negli Usa.

Al di là di non accettare responsabilità per la pubblicazione del video offensivo Trump ha dichiarato che ha un buon rapporto con gli afro-americani e che lo hanno votato nell’ultima elezione presidenziale. Ha una briciola di ragione poiché nel 2024 Trump è riuscito ad ampliare i consensi del voto afro-americano in comparazione alle elezioni del 2016 e 2020. Trump ha detto anche che lui è stato “grande” con gli afro-americani.

L’attuale inquilino alla Casa Bianca si è dichiarato anche il “meno razzista presidente in moltissimi anni” ammettendo almeno di essere un po’ razzista. Ciononostante, rispondendo alla domanda di un giornalista se condanna il video offensivo, Trump ha risposto all’affermativo. Da non dimenticare che il presidente Usa spesso dice una cosa e in realtà ne crede un’altra. La sua carriera politica ci fa pensare che la condanna del post razzista sugli Obama suoni completamente falsa.




La memoria a senso unico e i profughi dimenticati

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1 05394Il Giorno del Ricordo, così come viene oggi celebrato, è diventato l’ennesimo terreno di scontro ideologico. La destra lo utilizza per ridurre la complessità storica a una condanna monocorde di Tito e del comunismo jugoslavo; la sinistra risponde accusando la destra di rimuovere o giustificare i crimini commessi dall’Italia fascista nei Balcani. In questo gioco di accuse reciproche, entrambe le parti dimostrano una sorprendente incapacità di andare oltre le proprie reazioni condizionate. Il risultato non è memoria, ma tifoseria.

Ciò che colpisce davvero, però, non è solo la strumentalizzazione dell’esodo giuliano-dalmata, ma l’assoluta rimozione di altri esodi italiani, ugualmente drammatici e documentati. Tra questi, quello dei profughi trentini durante la Prima guerra mondiale rappresenta uno dei casi più evidenti e più scomodi.

Tra il 1915 e il 1917, con l’avanzata del fronte, decine di migliaia di abitanti del Trentino furono sfollati dall’esercito italiano. Non erano cittadini italiani: erano sudditi austro-ungarici, spesso di lingua e cultura italiana, ma questo non li rese meno sospetti. Furono distribuiti in oltre 300 comuni della Penisola, alloggiati in case private, conventi, scuole, ospizi, spesso in condizioni igieniche e sanitarie disastrose. L’accoglienza fu improvvisata, disorganica, profondamente diseguale.

Molti riuscirono a trovare lavoro nell’agricoltura o nell’industria del Nord Italia; altri sopravvissero grazie a sussidi statali. Ma su di loro gravava un sospetto costante: quello di essere “austriacanti”. Bastava una voce, un gesto, un’abitudine culturale per diventare un problema di ordine pubblico. Nel febbraio 1918, ad esempio, la prefettura di Milano chiese l’allontanamento di profughi della Valsugana da Lodi sulla base di un semplice “si dice” secondo cui avrebbero brindato all’esercito austriaco. Nessuna prova certa, nessuna testimonianza sicura: eppure 13 persone furono internate e inviate a Lipari per “ragioni di sicurezza”.

Le testimonianze dirette raccontano una realtà ancora più dura. Amabile Maria Broz ricorda come, in Vallarsa, l’ordine di sgombero fu imposto da militari italiani che insultarono la popolazione, accusandola di tradimento, minacciando la fucilazione e persino il bombardamento del paese. A Obra, intere famiglie furono costrette a partire sotto minaccia armata. Non si trattò di scelte libere, ma di coercizione.

Emblematico è il caso della comunità di Vallarsa, sfollata nel maggio 1916 e inviata al campo fiera di Legnago, in condizioni definite dagli stessi funzionari come disastrose. Episodi minimi, come indossare abiti tradizionali in occasione del compleanno dell’imperatore Francesco Giuseppe, venivano interpretati come atti sovversivi e puniti con l’internamento. Dodici persone furono allontanate non tanto per ciò che avevano fatto, ma perché la punizione doveva servire da “esempio”. La repressione aveva una funzione pedagogica: disciplinare, intimidire, spezzare.

Questi profughi furono apolidi fino al 1920, quando il trattato di Saint-Germain concesse loro la cittadinanza italiana. Nel frattempo avevano perso case, beni, comunità. Molte abitazioni furono distrutte, spesso dagli stessi italiani, per esigenze militari. Non ricevettero un riconoscimento pubblico, né una politica di sostegno paragonabile a quella riservata ad altri esodi successivi.

Di loro non si parla perché la loro storia è una ferita aperta nella narrazione nazionale. Racconta di italiani che cacciarono, umiliarono e discriminarono altri italiani (o futuri tali). Smonta la retorica della Grande Guerra come guerra di liberazione, soprattutto in territori dove nessuno chiedeva di essere “liberato”. Mette in crisi il mito del buon soldato italiano.

È scomoda per la destra, perché incrina l’idea di una nazione sempre giusta e vittima. È scomoda per la sinistra, perché quei profughi non erano socialisti, ma spesso cattolici, patrioti, nazionalisti, come ricordava Adone Tomasselli, che denunciava come venissero trattati da “nemici”.

Eppure, nella memoria pubblica, sembra esistere un solo esodo legittimo: quello giuliano-dalmata. Tutto il resto è silenzio.

Se vogliamo davvero una giornata della memoria, allora essa deve ricordare tutti i profughi italiani. Anche quelli che non hanno lobby, né monumenti, né convenienza politica. Altrimenti non stiamo facendo memoria: stiamo scegliendo chi merita di essere ricordato e chi può essere dimenticato. E questa, più di ogni altra, è una colpa che continua nel presente.




Onorificenza italiana a Las Terrenas: è legittimo chiedere chiarezza sui meriti riconosciuti

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whatsapp image 2026 02 06 at 12.16.02 pm 1200x675La notizia del conferimento dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia alla signora Elisabetta Copetti, Corrispondente Consolare d’Italia a Las Terrenas, pubblicata dal quotidiano locale De Interés Samaná, ha suscitato attenzione e interesse anche all’interno della comunità italiana residente nel nord-est della Repubblica Dominicana.

La cerimonia ufficiale si è svolta nel Salón de Actos del Ayuntamiento di Las Terrenas, alla presenza di numerose autorità dominicane e con la partecipazione dell’Ambasciatore d’Italia nella Repubblica Dominicana, Stefano Queirolo Palmas, accompagnato da funzionari dell’Ambasciata d’Italia. All’evento hanno preso parte rappresentanti delle istituzioni nazionali e municipali, nonché personalità della vita sociale del territorio.

L’Ordine della Stella d’Italia rappresenta una delle più alte distinzioni della Repubblica Italiana ed è destinato a personalità che si siano distinte per impegno, dedizione e contributi concreti al rafforzamento dei rapporti tra l’Italia e le comunità all’estero. Proprio per l’importanza simbolica e istituzionale di tale riconoscimento, diversi lettori italiani hanno contattato la nostra redazione chiedendo di poter conoscere in modo più dettagliato le motivazioni specifiche che hanno portato all’attribuzione dell’onorificenza.

Nell’articolo si fa riferimento a “impegno”, “contributi” e “apporti” forniti nel corso degli anni, senza tuttavia entrare nel merito delle attività, delle iniziative o dei risultati concreti che avrebbero determinato il conferimento di una distinzione di così alto profilo. La richiesta che ci viene rivolta non ha carattere polemico né intende mettere in discussione la decisione delle autorità italiane, ma nasce da una comprensibile esigenza di trasparenza e chiarezza, soprattutto in un contesto territoriale ristretto come quello di Las Terrenas.

Va inoltre segnalato, per completezza di informazione, che alla cerimonia risultano essere stati invitati comunicatori e giornalisti dominicani locali, mentre non risulta la presenza di cronisti italiani, né l’invito a testate di informazione italiana operanti sul territorio. In particolare, non risulta invitato il direttore di Fatti Nostri, quotidiano online che da anni segue, con  redazione proprio a Las Terrenas, le vicende degli italiani residenti nel mondo.

Si tratta di un’osservazione che non intende alimentare polemiche, ma che evidenzia l’opportunità, in occasioni di questo rilievo istituzionale, di garantire un coinvolgimento equilibrato anche dell’informazione italiana, parte integrante della comunità direttamente interessata.

In realtà come questa, dove il Corrispondente Consolare rappresenta spesso l’unico punto di contatto diretto tra le istituzioni italiane e i cittadini residenti, una comunicazione più dettagliata sui criteri e sulle motivazioni di un’onorificenza contribuisce a rafforzare il rapporto di fiducia tra lo Stato italiano e la propria collettività all’estero.

Per questo motivo, come testata che si fa interprete delle domande dei propri lettori, riteniamo legittimo auspicare che tali chiarimenti possano essere forniti non solo dall’Ambasciata d’Italia nella Repubblica Dominicana, ma anche attraverso il COMITES di Santo Domingo, organismo di rappresentanza della comunità italiana e naturale interlocutore tra i cittadini e le istituzioni diplomatico-consolari.

Una comunicazione più puntuale e articolata non farebbe che valorizzare ulteriormente il riconoscimento conferito, rendendone più chiaro il significato e ribadendo i principi di merito, servizio e trasparenza che dovrebbero accompagnare ogni onorificenza ufficiale.




TPS agli haitiani: stop temporaneo a una decisione dell’amministrazione Trump

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imagesLa revoca del TPS è “arbitraria” e viola la legge perché non considera la Amministrative Procedures Act (APA) e la situazione in Haiti dove vige “una preponderanza di pericoli attuali”. Con queste parole la giudice federale del Distretto di Washington Ana Reyes, in un rapporto di 83 pagine, ha bloccato, almeno temporaneamente, l’eliminazione del Temporary Protective Status, un visto umanitario, concesso a 350 mila haitiani. Il TPS conferisce ai beneficiari di vivere e lavorare negli Stati Uniti finché le condizioni nel Paese di origine migliorino e possono eventualmente ritornare in patria.

La segretaria del Homeland Security Kristi Noem aveva eliminato il visto temporaneo a questi haitiani basando la sua decisione in parte anche alla sua “animosità”, secondo la Reyes. La giudice ha citato caratterizzazioni accusatorie della Noem la quale si è riferita ai migranti come criminali e scrocconi, linguaggio che anche il presidente Donald Trump ha spesso usato. Va ricordato, per esempio, che nella campagna elettorale del 2024, Trump e il suo vice J. D. Vance attaccarono i residenti haitiani della città di Springfield in Ohio accusandoli di rubare e mangiare animali domestici. Nulla di vero come è stato verificato persino dalle autorità repubblicane dell’Ohio, ma la campagna di demonizzazione dei migranti haitiani, somali e di altri Paesi è continuata. E ovviamente questa campagna è tuttora in corso mediante la deportazione di massa istituita da Trump con i punti più focosi nella città di Minneapolis in Minnesota.

Nel suo rapporto la Giudice cita persino un tweet di Noem nel quale lei ha scritto che segue il presidente Trump che non vuole “invasori e criminali” che vengono negli Usa “per rubare i soldi dei cittadini e uccidere” gli eroi americani. Inoltre per confermare che Haiti non è un Paese sicuro la giudice cita proprio dichiarazioni del Dipartimento di Stato americano che in Haiti esiste una situazione di “crisi” a causa di “sequestri e disordini civili”. Consiglia di “non viaggiare a Haiti per nessuna ragione”. Ovviamente se il Paese non è sicuro per gli americani non lo è nemmeno per i beneficiari del TPS.

Il tentativo di eliminare il TPS da beneficiari haitiani include anche quello di migranti di tanti altri Paesi. Difatti l’amministrazione Trump ha revocato il TPS a 600 mila venezuelani, 60 mila nicaraguensi, e altri di Paesi come il Nepal, l’Afghanistan, il Camerun, e la Somalia, luoghi che versano in situazioni critiche e insicure non tanto diverse da quelle in Haiti.

Ma l’amministrazione Trump non sembra essere preoccupata dipingendo tutti i migranti con lo stesso pennello nero. Nelle retate dell’Ice, l’Immigration and Customs Enforcement, non appaiono criteri di deportare i criminali promessi da Trump. Infatti la stragrande maggioranza dei deportati non hanno commesso reati come ci conferma anche il Cato Institute, un think tank libertario con tendenze a destra.

Nonostante la buona notizia della giudice Reyes per i beneficiari haitiani del TPS, altre azioni in prospettiva dell’Ice sono poco rassicuranti. Retate programmate a Springfield, Ohio, stanno aumentando la paura nella comunità haitiana. Va ricordato che l’influenza dei migranti haitiani è stata notevole nell’economia della città che era in crisi. I loro contributi hanno rivitalizzato la città come hanno riconosciuto leader dello Stato dell’Ohio. Preoccupa anche una possibile retata ai migranti somali nella città di Lewiston in Maine dove il sindaco li aveva incoraggiati a trasferirsi lì causando anche un effetto di rivitalizzare l’economia che stava decadendo.

Nel suo rapporto la giudice Reyes cita anche gli effetti positivi dei migranti haitiani che “contribuiscono miliardi di dollari” all’economia che ovviamente si applica anche a quelli di altre nazionalità. Il TPS permette ai beneficiari di lavorare e difatti questi individui fanno lavori essenziali che spesso vengono rifiutati dagli americani.

La decisione della Reyes non è finale poiché l’amministrazione di Trump ha già annunciato che farà ricorso alla Corte Suprema dove spesso riceve decisioni favorevoli. È successo con il caso della revoca ai beneficiari venezuelani del TPS con la decisione favorevole a Trump. Nel caso degli haitiani però non si sa se la Corte Suprema accetterà di intervenire. Forse i togati della magistratura più alta si staranno stancando dei frequenti ricorsi del presidente o è possibile che confermeranno la giusta decisione della giudice Reyes. Comunque sia i migranti haitiani come del resto tutti gli altri vivono in un clima tesissimo. Come abbiamo scritto in queste pagine anche i cittadini americani ne risentono e subiscono le conseguenze come ci confermano le uccisioni di Renée Good e Alex Pretti avvenute a Minneapolis nelle scorse settimane.




Homan rimpiazza Bovino a Minneapolis: cambio cosmetico di Trump?

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images“Bovino è bravo ma è un tipo esagerato… forse non funzionava lì”. Con queste parole in un’intervista alla Fox News Donald Trump ha spiegato la rimozione di #Greg Bovino, capo della Polizia di Frontiera, dalla dirigenza delle forze di immigrazione a Minneapolis, dopo le recenti uccisioni di Renée Goodman e Alex Pretti.

I due casi tragici, specialmente il secondo, hanno precipitato la situazione e Trump è stato costretto a fare una leggera marcia indietro inviando #Tom Homan, “zar delle frontiere” nel #Minnesota per ricalibrare l’approccio nei comportamenti dell’aggressività di Ice, la Immigration and Customs Enforcement, e gli agenti della polizia di frontiera che stanno operando a Minneapolis.

L’uccisione del poeta Renée Good aveva sconvolto l’America ma è stata quella dell’infermiere Pretti che ha fatto traboccare il vaso e costretto Trump a una reazione. Si tratta però di una mossa cosmetica poiché Homan, che era stato messo da parte, non rappresenta un’ideologia diversa da quella di Bovino, Stephen Miller o Kristi Noem. Oltre alle esagerazioni di Bovino, anche Miller, vice capo di gabinetto di Trump e considerato da alcuni il suo primo ministro, e Noem, Segretario della Homeland Security, hanno esagerato con le loro dichiarazioni completamente false, in particolar modo su Pretti.

Solo tre ore dopo la notizia della morte di Pretti, Miller ha descritto la vittima come “un assassino” che cercava di “uccidere agenti federali”. La Noem ha anche lei usato linguaggio simile asserendo che si trattava di un “terrorista” che aveva attaccato agenti con un’arma da fuoco. Pretti aveva una pistola con sé ma non l’ha mai impugnata. Infatti, fu aggredito da parecchi agenti e immobilizzato, e non si capisce perché due di loro hanno sparato dieci pallottole su un individuo che era completamente sotto il loro controllo.

Le dichiarazioni di Miller e Noem non sono atipiche e riflettono quelle di Trump che spesso spara falsità senza avere nessuna prova. Difatti Ambedue Miller e Noem non fanno altro che usare un linguaggio simile che riflette l’ideologia del loro capo. In questo caso però i tantissimi video disponibili hanno completamente smentito le loro sparate. A differenza delle spropositate esagerazioni sui migranti che sono tutti criminali, le due vittime di Minneapolis sono due americani—un poeta e un infermiere. La falsa narrazione di Miller e Noem si è persino scontrata con la Fox News ed è stata anche contrastata da alcuni leader del Partito Repubblicano che tipicamente rimane silenzioso. Il senatore repubblicano Thom Tillis del North Carolina ha anche detto che Noem è incompetente e dovrebbe dimettersi. I leader del Partito Democratico stanno considerando seriamente di introdurre una mozione alla Camera per l’impeachment di Noem.

Miller, l’architetto della politica anti-migranti di Trump, ha però fatto qualcosa di inaspettato. Non ha ammesso di avere sbagliato ma ha fatto un passo indietro, asserendo che il protocollo dell’Ice e del Dipartimento della Frontiera non è stato osservato. Infatti, a differenza del caso di Good dove nessuna inchiesta è stata fatta per accertare la verità, nel caso di Pretti l’Office of Professional Responsibility del Dipartimento della Frontiera ha elaborato un rapporto preliminare che ha inviato alla Camera. I due agenti che hanno sparato non sono stati considerati colpevoli ma sono stati dispensati dai loro compiti e lavoreranno in ufficio.

Trump si è incontrato con Noem alla Casa Bianca per due ore senza Miller. Il presidente continua ad asserire di avere fiducia nel Segretario di Homeland Security ma appare evidente che il caso ha sfociato alla ricerca di capri espiatori che oltre ai due agenti potrebbero includere, oltre a Bovino, anche la Noem. Sembra impensabile però che il fedelissimo Miller ne farà le spese anche se lui è quello che ha ideato la strategia della deportazione di massa. Si tratta infatti della sua veemenza per aumentare il numero di arresti che vorrebbe raggiungere 3000 unità al giorno che ha spinto l’Ice ad aumentare la sua aggressività.

In uno strano modo Trump sta cercando di deportare più individui di quelli espulsi da Barack Obama che era stato etichettato dalla sinistra “deporter-in-chief”. Obama deportò 3 milioni di migranti dal 2009 al 2017 ma fece anche degli sforzi per trovare un accordo sulla riforma dell’immigrazione. Trump, invece, vede i migranti semplicemente come criminali, qualcosa da cui gli americani hanno iniziato a prendere le distanze. Un editoriale del Wall Street Journal ci informa che dei migranti deportati da Trump solo il 5 percento aveva commesso un reato mentre il 73 percento non era reo di nulla. Inoltre un sondaggio del New York Times/Siena University ci dice che le tattiche di Ice sono state esagerate (61 percento) e che il 58 percento disapprova la politica di Trump sull’immigrazione.

Cambiare da Bovino a Homan non rappresenta una svolta perché lo “zar delle frontiere” ha idee molto simili che riflettono quelle del presidente. Come ha detto Noemi in una dichiarazione al giornale Axios tutto ciò che lei “ha fatto è stato sotto la direzione del presidente e di Stephen Miller”. Il problema fondamentale rimane: l’incapacità dell’amministrazione Trump di vedere i migranti come essere umani.




Gli Stati Uniti non possono dimenticare da dove vengono

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imagesNegli ultimi giorni, #Minneapolis — e con essa l’opinione pubblica americana e mondiale — è stata scossa, come abbiamo riferito anche su Fatti Nostri, da eventi che dovrebbero farci riflettere profondamente sul significato dell’“American Dream” e su cosa significa davvero essere una nazione di immigrati. Durante l’operazione federale di contrasto all’immigrazione irregolare promossa dall’amministrazione Trump, un’agente dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) ha sparato e ucciso #Renee Nicole Good, una cittadina americana di 37 anni, nel corso di un’azione dell’ICE nella città del Minnesota.

Le immagini e i video dell’incidente — che hanno mostrato Good colpita e cadere sulla strada mentre osservava o documentava le attività degli agenti — hanno provocato indignazione e proteste in tutto il paese, raccogliendo migliaia di cittadini sui marciapiedi gelidi di Minneapolis.

A seguire, sempre nella stessa città, un altro cittadino statunitense, l’infermiere #Alex Pretti, è stato ucciso durante uno scontro con agenti federali. Anche in questo caso, le circostanze rimangono controverse e ampiamente dibattute, mentre numerosi media e comunità locali denunciano un uso sproporzionato della forza da parte delle autorità federali.

Questi fatti non sono episodi isolati di semplice “applicazione della legge”, come talvolta vengono descritti dalle autorità. Sono invece il riflesso di una deriva nel modo in cui gli Stati Uniti stanno affrontando la questione dell’immigrazione: una politica che spesso tratta esseri umani come numeri o minacce, piuttosto che come persone che cercano sicurezza, opportunità, lavoro e dignità.

In primo luogo, va ricordato che la stragrande maggioranza delle persone che attraversano i confini non sono criminali, ma persone che hanno lasciato i loro paesi per cercare un futuro migliore: famiglie, lavoratori, giovani — non “banditi” o “mercenari”. Dietro ogni richiesta d’asilo, dietro ogni notte passata in un centro di detenzione, c’è un essere umano con un sogno, con speranze non molto diverse da quelle di milioni di americani i cui antenati sono arrivati con una valigia di cartone o addirittura senza niente. È ironico e tragico che oggi qualcuno possa essere ucciso o arrestato per aver cercato di avvicinarsi a quel sogno di libertà e di opportunità che per secoli ha definito gli Stati Uniti.

In secondo luogo, l’uso di tattiche militarizzate — sparatorie, idranti, arresti di massa e operazioni nelle aree urbane — ha provocato reazioni durissime da parte delle comunità locali, delle autorità cittadine e di migliaia di cittadini che scendono in piazza per protestare. A Minneapolis il sindaco, il governatore e gruppi civici hanno chiesto trasparenza, giustizia e il ritiro degli agenti federali.

Gli Stati Uniti sono la nazione dei sogni: il sogno di chi arriva con poco, il sogno di chi lotta per costruirsi una vita dignitosa, il sogno di chi crede nella libertà come diritto fondamentale. Oggi più che mai, questo sogno è messo a dura prova da politiche che sembrano dimenticare che la maggioranza del popolo americano discende da immigrati che un tempo affollavano le stive delle navi, attraversavano deserti o valicavano montagne pur di arrivare su questa terra di promesse.

Condannare la violenza indiscriminata non significa essere “contro la legge” o “contro l’ordine”: significa piuttosto ricordare che la giustizia deve essere umana, non brutale; deve proteggere la dignità umana, non schiacciarla. Se una nazione perde la sua umanità nel nome dell’applicazione della legge, allora ciò che resta da proteggere non è il #sogno americano, ma un incubo di paura, divisione e ingiustizia.




Minneapolis, l’ICE e la paura che divide l’America

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21nat minnesota scene 1 mqpw articlelargeMinneapolis torna a essere uno specchio inquietante dell’America di oggi. Non è solo una città del Midwest: è il luogo dove, ancora una volta, sicurezza e diritti civili si scontrano frontalmente. Al centro della tempesta c’è l’Immigration and Customs Enforcement (ICE), l’agenzia federale incaricata di far rispettare le leggi sull’immigrazione. E attorno, una domanda che rimbalza dagli Stati Uniti all’Europa: bisogna davvero avere paura?

La risposta onesta è: dipende da chi sei.

Per il cittadino medio americano, che non ha nulla a che fare con i controlli migratori, #Minneapolis non è una zona di guerra. La vita quotidiana continua, i negozi aprono, i voli partono. Ma per chi vive nelle comunità più esposte – immigrati, attivisti, minoranze – la percezione è ben diversa. L’ICE non è più vista come un’agenzia amministrativa, bensì come un braccio armato dello Stato, capace di trasformare un controllo in un trauma collettivo.

Il problema non è solo ciò che accade, ma come accade. Operazioni condotte con modalità militari, agenti federali che agiscono in contesti urbani già segnati da ferite recenti, una comunicazione istituzionale fredda e spesso tardiva. In una città come Minneapolis, già simbolo di fratture profonde tra forze dell’ordine e cittadini, ogni errore pesa il doppio.

C’è poi un dato politico che non si può ignorare. Gli Stati Uniti sono entrati in una fase in cui l’immigrazione non è più solo una questione amministrativa o economica, ma un campo di battaglia identitario. La linea dura, rivendicata dalla Casa Bianca e sostenuta da una parte dell’elettorato, manda un messaggio chiaro: la legge prima di tutto. Ma quando la legge viene percepita come arbitraria o sproporzionata, il rischio è che l’autorità perda legittimità, anche agli occhi di chi vorrebbe rispettarla.

Ed è qui che nasce la paura vera. Non la paura immediata di uscire di casa, ma quella più sottile e corrosiva: la sfiducia. La sensazione che lo Stato non protegga tutti allo stesso modo. Che esistano cittadini di serie A e persone “tollerate” finché non diventano un problema politico.

Per gli italiani che guardano dagli Stati Uniti o dall’Europa, Minneapolis è un campanello d’allarme. Non perché domani esploderà il caos, ma perché mostra cosa succede quando sicurezza e umanità smettono di parlarsi. La repressione senza dialogo non spegne le tensioni: le accumula. E prima o poi, presentano il conto.

Allora, bisogna avere paura?
No, non del vicino di casa o della città che crolla. Ma sì, bisogna avere paura di un clima in cui il conflitto diventa la norma e l’eccezione diventa la regola. Perché quando la paura entra nelle istituzioni, non si ferma ai confini di una città. Attraversa gli Stati, gli oceani, e arriva anche da noi.

Minneapolis oggi non è solo una notizia americana. È una domanda aperta sul futuro delle democrazie occidentali: quanto siamo disposti a sacrificare in nome della sicurezza? E soprattutto: chi paga davvero quel prezzo?




Trump non gradisce il brillante discorso di Carney a Davos”

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1536x864 cmsv2 c6ea2975 acac 5779 83a1 5abc5f29fcad 9625798“Caro Primo Ministro Carney: Con questa lettera la informo che il Board of Peace ritira l’invito al Canada di divenire membro di ciò che sarà il più prestigioso Board of Leaders che sia mai stato creato”. Con queste parole Donald Trump ha disinvitato il Canada dal nuovo gruppo lanciato all’incontro di Davos che dovrebbe risolvere il conflitto a Gaza e quelli in altri Paesi. Non si tratta di una grossa perdita per Carney poiché la nuova creatura di Trump è stata etichettata da alcuni come un gruppo di “super furfanti” per la preponderanza di regimi autoritari dei 19 Paesi che hanno aderito.

Trump era contrariato in buona parte per il memorabile discorso fatto a Davos da Carney che è stato ricevuto con una rarissima standing ovation. Anthony Scaramucci, ex consigliere di Trump, ha dichiarato che il presidente Usa rispetta il discorso di Carney. Il primo ministro canadese ha asserito che il sistema economico mondiale è a un “punto di rottura”, suggerendo, senza però menzionare il nome, che Trump sia responsabile. Per Carney le medie potenze sapevano già che i big boys usavano le regole per i loro vantaggi ma in passato tutti potevano prosperare. Il presidente americano ha tolto la maschera con le sue dichiarazioni senza filtri, sostenendo che i grandi poteri si possono prendere ciò che vogliono nella loro sfera di potere. Nel caso degli Usa si tratta delle Americhe con il rilancio della Monroe Doctrine ribattezzata da Trump come la Don Doctrine.

Il presidente Usa ha dichiarato che voleva controllare la Groenlandia e che lo avrebbe fatto con le buone o con le cattive. La sorprendente reazione muscolare dell’Europa che ha anche incluso i partiti di destra tipicamente alleati di Trump, come le Rassemblement National di Le Pen e Bardella francese e l’Afd di Alice Weidel tedesca, ha costretto il presidente Usa a indietreggiare non solo dal completo controllo della Groenlandia ma anche dalla sua minaccia di aumentare i dazi agli otto Paesi europei che avevano partecipato all’esercitazione militare in Groenlandia.

Se Trump ha fatto marcia indietro ha però continuato con le sue minacce dirette al Canada. Nel suo discorso a Davos il 47esimo presidente si è diretto a Carney dicendo che “il Canada vive alle spalle degli Stati Uniti”. Secondo Trump, il Canada riceve molti benefici dagli Usa e dovrebbe dimostrare “gratitudine”. Da ricordare che Trump ha anche detto che il Canada è roba da poco e che dovrebbe divenire il 51esimo Stato americano, creando fortissime reazioni negative da canadesi di sinistra ma anche di destra. Carney da parte sua ha risposto direttamente che “il Canada e gli Stati Uniti hanno costruito un’eccezionale partnership in economia, in sicurezza e in ricchi scambi culturali”. Il Canada, ha continuato Carney, non vive a causa degli Usa ma prospera per il semplice fatto di “essere canadesi”. Carney ha ovviamente ragione. I due Paesi condividono un confine di quasi 9 mila chilometri spesso descritto come il più lungo confine del mondo senza difesa, dove in grandissima misura non esistono impedimenti di attraversare da un Paese all’altro. Il confine Usa al sud invece, come si sa, è fonte di problemi a causa della pressione di ingressi da un Paese relativamente povero verso uno economicamente molto forte.

Nonostante la sua giustificata difesa Carney sa benissimo che l’imprevedibilità di Trump richiede una nuova strategia. Per ridurre la dipendenza degli Usa che raggiunge il 70 percento dell’export canadese Carney ha già siglato accordi con la Cina che includono la riduzione dei dazi dal 106 percento a solo 6 percento all’importazione di auto elettriche, in effetti eliminandoli, aprendo il mercato canadese a questa industria anche se impone il limite a 49 mila unità per il 2026 che aumenteranno a 700 mila nel 2030. Trump ha minacciato di imporre dazi del 100% al Canada ma tutti sanno che le sue parole vanno prese cum grano salis.

Il governatore della California Gavin Newsom ha commentato l’accordo della Cina col Canada sull’importazione delle macchine elettriche come prova della “spericolata” politica estera di Trump. Newsom ha aggiunto che la “rottura di alleanze che durano da più di 80 anni” è una cosa eccezionale causata da Trump.




Centro America, una regione sotto pressione (ma non ferma)

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Il Centro America vive una fase complessa, fatta di tensioni sociali, fragilità economiche e cambiamenti climatici, ma anche di tentativi concreti di resistenza e adattamento. Dalla frontiera panamense al Guatemala, passando per Honduras, El Salvador e Costa Rica, la regione resta uno snodo decisivo tra Nord e Sud del continente americano.

Migrazioni: il flusso non si ferma

Il tema dominante resta quello delle migrazioni. Il corridoio che attraversa Panama continua a essere uno dei passaggi più critici per migliaia di persone dirette verso il Nord. I governi locali cercano di gestire l’emergenza con risorse limitate, mentre la pressione internazionale – soprattutto dagli Stati Uniti – spinge verso politiche di contenimento più rigide. Il risultato è una gestione spesso emergenziale, che lascia irrisolte le cause profonde: povertà, violenza e instabilità.

Clima ed economia: il nodo dell’acqua e del cibo

Il cambiamento climatico non è più una minaccia astratta. La siccità che ha colpito il Canale di Panama ha mostrato quanto l’economia regionale dipenda dall’equilibrio ambientale. Meno piogge significano meno transiti, meno entrate e più pressione sulle finanze pubbliche. In parallelo, l’agricoltura – pilastro per milioni di famiglie – soffre l’alternanza di siccità e piogge estreme, con effetti diretti sui prezzi dei generi alimentari.

Politica e società: proteste e stanchezza

In Guatemala, le tensioni politiche restano alte. Proteste cicliche, accuse di corruzione e sfiducia nelle istituzioni alimentano un clima di stanchezza sociale. Situazioni simili si ritrovano in Honduras ed El Salvador, dove sicurezza e ordine pubblico sono spesso usati come bandiere politiche, mentre l’economia continua a dipendere in larga parte dalle rimesse degli emigrati.

Le eccezioni che resistono

Non mancano però segnali diversi. La Costa Rica continua a investire su turismo sostenibile, ambiente e stabilità istituzionale, restando un punto di riferimento regionale. Anche a Panama, nonostante le difficoltà, si discute sempre più di diversificazione economica e di gestione più moderna delle risorse naturali.

Uno sguardo d’insieme

Il Centro America oggi non è una regione “in crisi permanente”, ma un’area sotto pressione costante, dove ogni problema – migrazioni, clima, politica – si intreccia con gli altri. Le scelte dei prossimi mesi saranno decisive: senza investimenti sociali e cooperazione internazionale, il rischio è di continuare a gestire solo le emergenze, rincorrendo i problemi invece di prevenirli.

Per chi guarda dall’Europa o dalle comunità italiane all’estero, il Centro America resta un osservatorio privilegiato: qui si anticipano dinamiche che, prima o poi, toccheranno anche il resto del mondo.