Trump, Groenlandia e Cuba: la nuova geopolitica della pressione

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 1x 1Da quando #Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, la scena internazionale si è nuovamente confrontata con un metodo che il mondo conosce già bene: dichiarazioni spiazzanti, obiettivi radicali, linguaggio diretto e una diplomazia che somiglia più a una trattativa commerciale che a una strategia multilaterale.

Le sue idee – dall’interesse per la Groenlandia alla volontà di forzare un cambiamento politico a Cuba – sollevano una domanda centrale: Trump è un fattore di destabilizzazione globale o un leader che espone brutalmente equilibri già fragili?

L’idea di “ottenere” la #Groenlandia, che a molti appare surreale, va letta in chiave geopolitica.
L’Artico è oggi uno dei fronti più delicati del mondo: risorse minerarie, nuove rotte marittime, competizione con Russia e Cina. Trump usa un linguaggio brutale, ma il tema non è affatto fantasioso: è il modo in cui viene posto a rompere gli equilibri diplomatici tradizionali.

Il problema non è tanto l’obiettivo, quanto il metodo: dichiarazioni unilaterali che mettono sotto pressione alleati storici, come la Danimarca, e indeboliscono la fiducia nel sistema di alleanze occidentali.

Sul fronte cubano, Trump ha rilanciato una linea durissima: isolamento, pressione economica e l’obiettivo dichiarato di porre fine al comunismo castrista.
Qui il rischio è evidente: politiche di rottura che non tengono conto delle trasformazioni sociali interne all’isola e che rischiano di irrigidire il sistema anziché favorirne l’evoluzione.

Per l’America Latina, una #Cuba nuovamente al centro dello scontro ideologico rappresenta un ritorno a schemi del passato, più che una soluzione per il futuro,

Trump non ha mai nascosto il suo approccio: creare tensione per negoziare da una posizione di forza.
Questo stile, tuttavia, applicato alla politica globale produce un effetto collaterale pericoloso: l’incertezza permanente.

Mercati, alleati, governi e organizzazioni internazionali faticano a capire dove finisce la provocazione, dove inizia la decisione reale.

Ed è proprio questa ambiguità a generare instabilità.

Attribuire a Trump tutta la responsabilità sarebbe però riduttivo.
Le sue politiche mettono a nudo una realtà già esistente: crisi del multilateralismo, indebolimento delle istituzioni internazionali, ritorno delle logiche di potenza.

Trump non crea il caos dal nulla, ma lo utilizza come strumento politico.

Trump, in conclusione, non è necessariamente un pericolo imminente di guerra globale, ma è un fattore di stress costante per l’ordine internazionale.
La sua visione del mondo, fatta di rapporti di forza e accordi bilaterali, mina la stabilità costruita su regole condivise, senza però offrire un modello alternativo duraturo.

Il rischio maggiore non è una singola decisione su Groenlandia o Cuba, ma l’erosione progressiva delle certezze diplomatiche su cui si regge la pace globale.

E quando l’imprevedibilità diventa sistema, la stabilità mondiale smette di essere garantita.




Haiti è davvero un pericolo per la Repubblica Dominicana? Tra paura, realtà e propaganda

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In Repubblica Dominicana la domanda è ricorrente, quasi quotidiana: Haiti rappresenta un pericolo per il paese?
È una convinzione diffusa tra molti dominicani, alimentata da notizie drammatiche, insicurezza regionale e una storia condivisa fatta di diffidenza e traumi. Ma quanto c’è di reale e quanto di percepito?

È impossibile negarlo: #Haiti vive da anni una crisi profonda.
Instabilità politica, collasso istituzionale, violenza delle gang armate, povertà estrema e assenza di servizi essenziali hanno trasformato intere aree – soprattutto la capitale – in zone fuori controllo.

Questo genera un effetto diretto sulla #Repubblica Dominicana, l’unico paese con cui Haiti condivide una frontiera terrestre.

Il principale impatto sulla RD è migratorio. Migliaia di haitiani cercano lavoro, cure mediche o semplicemente sopravvivenza.
Per un paese relativamente piccolo come la Repubblica Dominicana, questa pressione è reale e difficile da gestire, soprattutto nei servizi sanitari, nell’edilizia e nell’agricoltura.

Ma è importante chiarire un punto chiave: non esistono prove di un piano di destabilizzazione o di una “invasione organizzata”.
La stragrande maggioranza dei migranti cerca lavoro, non conflitto.

Molti dominicani associano Haiti automaticamente a criminalità e violenza. Tuttavia la criminalità organizzata haitiana resta in gran parte interna ad Haiti, i principali problemi di sicurezza in RD restano locali, legati a traffici, corruzione e disuguaglianze interne

Alcuni episodi isolati vengono spesso amplificati mediaticamente, rafforzando una percezione di pericolo generalizzato che non corrisponde ai dati reali. La diffidenza non nasce oggi. È il risultato di una storia comune dolorosa, differenze linguistiche e culturali, decenni di narrazioni politiche che hanno usato “il pericolo haitiano” come strumento di consenso.

In molti casi, la paura di Haiti serve anche a nascondere problemi interni dominicani, spostando l’attenzione su un nemico esterno.

Paradossalmente, il pericolo maggiore non è Haiti in sé, ma una gestione disordinata della frontiera, politiche emotive invece che strutturate, la mancanza di cooperazione internazionale

Senza soluzioni regionali e senza il supporto della comunità internazionale, la crisi haitiana continuerà a produrre effetti collaterali sulla RD.

La Repubblica Dominicana ha il diritto di proteggere i propri confini, ma anche la responsabilità di evitare che la paura si trasformi in disumanizzazione.
Sicurezza e diritti umani non sono opposti: sono due elementi che devono convivere.




Trump e la riluttanza di “boots on the ground” esclude il territorio Usa

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hq720“Apprezzo moltissimo che le 800 e più impiccagioni in programma siano state cancellate dalla leadership iraniana”.Con queste parole Donald Trump ha fatto pace con i leader iraniani responsabili della morte di migliaia di manifestanti, deludendo quelli a cui aveva promesso di mandare aiuti. Che tipo di assistenza non è mai stato chiarito anche se si era ipotizzato qualche bombardamento aereo. Inviare soldati in territorio iraniano o in altri Paesi, “boots on the ground”, non è lo stile di Trump. L’eccezione è stata ovviamente in Venezuela con il raid che ha catturato Nicolás Maduro senza però inviare soldati americani per un cambio di regime.

“Troops on the ground” però dentro gli Stati Uniti è uno dei modi aggressivi per controllare i suoi avversari interni. Nelle ultime settimane il presidente Usa ha concentrato le sue attenzioni allo Stato del Minnesota inviando quasi 3 mila agenti dell’Ice, Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia per il controllo delle frontiere e l’immigrazione. L’aggressività di questi agenti che ha sfociato nella morte di una manifestante, Renée Good, ha aumentato le tensioni, anche per il fatto che l’amministrazione Trump si è rifiutata di condurre un’indagine per determinare la causa, che i video divulgati farebbero pensare a un assassinio. Le aumentate tensioni hanno spinto Trump ad annunciare che potrebbe persino invocare l’Insurrection Act del 1807, usato rarissimamente, che permette al presidente di dispiegare forze armate americane in territorio Usa.

Nella campagna elettorale del 2016 Trump si è presentato come protettore dell’America e di non intervenire fuori degli Stati Uniti. In grande misura lo ha fatto, limitandosi all’uso della forza a bombardamenti aerei, che possono essere condotti da lontano, con pochissimi pericoli per i militari americani. Lo stile di Trump è sempre stato quello di incutere paura ma fino adesso non ha inviato soldati ad occupare o controllare territori esteri. Lo aveva minacciato in Groenlandia dove gli Usa hanno già una base con circa 200 soldati. Il fatto che 8 Paesi europei vi hanno inviato soldati in un’esercitazione avrà convinto Trump che aveva esagerato anche se non si prevedevano scontri fra truppe americane e quelle di alleati europei. Ciononostante Trump ha usato la minaccia per chiamare l’attenzione. Sembrava che si potesse accontentare con molto di meno di un totale controllo della Groenlandia anche se per alcuni giorni ha continuato ad insistere che vuole comprare il territorio artico.

La minaccia di prendersi la Groenlandia con le buone o con le cattive ha però suscitato resistenza specialmente con il suo annuncio di imporre dazi aggiuntivi del 10 percento che aumenterebbero al 25 percento fino a quando non avvenisse l’acquisto del territorio artico. Gli europei forse hanno finalmente capito che anche quando Trump raggiunge un accordo in realtà ha poco valore perché lui vorrà di più. Ursula Von der Leyen, la presidente della Commissione europea, ha infatti dichiarato che gli accordi vanno rispettati, suggerendo che questa volta Trump l’ha fatta grossa. Difatti, proprio al momento di scrivere siamo informati che il presidente Usa ha fatto marcia indietro. In un post sulla sua piattaforma Truth Social ha annunciato che un accordo con gli europei sulla Groenlandia è stato raggiunto e i dazi da lui minacciati sono cancellati. Forse gli europei avranno imparato una lezione: Trump non è così potente come si annuncia e forse la strada giusta è quella del confronto annunciata dal presidente francese Emmanuel Macron, dal primo ministro canadese Mark Carney, e dal governatore della California Gavin Newsom a Davos.

La riluttanza di Trump di coinvolgere soldati americani in conflitti esteri soddisfa quell’ala del movimento MAGA che preferisce risolvere i problemi interni degli Usa. Per Trump questi problemi vengono in buona parte risolti con le “boots on the ground” dell’Ice, che appaiono armati con attrezzature militari per combattere migranti e manifestanti disarmati dentro il territorio Usa. Trump vuole apparire di dominare in maniera schiacciante e i video delle milizie dell’Ice lo rassicurano abbastanza dal distrarre l’attenzione da ciò che sembra dominare l’interesse degli americani—il rilascio dei file di Epstein e soprattutto la questione dell’affordability, il carovita, temi che lui vuole mettere a tacere. E infatti ci sta riuscendo con le discussioni sulla Groenlandia che assorbono tutto l’ossigeno mediatico. Ciononostante i sondaggi ci rivelano che la strategia di Trump è solo parzialmente efficace. Secondo un recentissimo sondaggio dell’Economist/YouGov solo il 37 percento degli americani approva l’operato di Trump.




Modifica normativa IMU 2026, da abolire al più presto!

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sin títuloRiceviamo e pubblichiamo.

Incredulo e sbigottito, mi trovo a lasciare un breve commento sulla modifica della normativa #IMU per gli italiani all’estero a partire dal 2026.

A mio parere, si tratta sostanzialmente di una “boiata pazzesca” , di una classica risposta insensata all’ esigenza degli #italiani all’estero, mai veramente colta e mai presa in seria considerazione, affrontata  solo per evidenziare ipocritamente una  particolare attenzione , dando sfogo ad un attivismo di comodo .

Essa  e’ da annoverare,  sostanzialmente, tra le piu’ classiche prese per i fondelli  perpetrata nei confronti  di tutti gli italiani all’estero . Essi infatti  vedono , a loro insaputa,  senza alcun loro diretto coinvolgimento, approvare una normativa IMU concepita  e presentata da parte di un loro  inqualificato e opportunista rappresentante eletto all’estero unitamente all’ apporto di tutti gli altri parlamentari , nella logica dell’interesse dei partiti e non certamente dei loro elettori. A pretesto , si e’ voluto  fare ricorso a questo espediente per  cercare di risolvere il devastante e progressivo spopolamento dei piccoli comuni come se tale misura possa concretamente  dare un contribuire in tal senso, creando inutili ed illusorie aspettative, adottando  una misura discriminatoria  ed iniqua nei confronti di tutti gli italiani all’estero.

Essa  sferra   una vera mazzata a coloro che, nel tempo e  con il concorso di piu’  generazioni,  hanno  investito la maggior parte dei loro risparmi nella costruzione e nella tenuta dei loro immobili in Italia , frutto del loro lavoro all’estero,  privilegiando quei pochi in possesso dei restrittivi requisiti richiesti.

Una normativa del tutto  punitiva, miope ed insensata, da abolire al piu’ presto!. Essa anziche’ favorire l’investimento  dei risparmi  degli italiani all’estero e del mantenimento del  loro possesso  del loro patrimonio  immobiliare  su tutto il territorio italiano, li allontana ancora di piu’,  penalizzandoli  fortemente .Ma a lungo andare e a ben vedere , anche  quei piccoli comuni  per i quali tale misura puo’ sembrare apparentemente vantaggiosa non ne trarranno un beneficio sostanziale.

Sul piano affettivo e non solo, la distanza tra gli italiani all’estero, anche grazie a tale misura, iniqua ed ingrata, diventa sempre maggiore,  favorendone il distacco graduale e progressivo.

Non e’ proprio il caso di entrare nel suo merito:  non resta che augurarsi che il tempo per un suo annullamento  scorra velocemente.

Cari onorevoli rappresentanti  degli italiani all’estero, prima di presentare le vostre proposte , sarebbe il caso di sottoporle all’attenzione dei vostri elettori piu’ che ai vostri partiti.   Avete dato  dimostrazione , con tale modifica , di non essere all’altezza di rappresentarli dignitosamente e di non poter godere della loro  cieca fiducia . La vostra  vostra inettitudine e’ palese.

Abbiate il coraggio di ammetterlo!

Nello Passaro




Il “2026 Billionaire Tax Act” non spaventa tutti i miliardari in California

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ca bta main+on+grey“Veramente non ci ho pensato nemmeno una volta….Abbiamo scelto di vivere nella Silicon Valley e qualunque tassa verrà applicata…. Nessun problema”. Con queste parole Jensen Huang, l’Amministratore Delegato di Nvdia, rispondeva alla tassa proposta nel “2026 Billionaire Tax Act”, il referendum che aumenterebbe la patrimoniale del 5 percento. Huang dovrebbe pagare 7,5 miliardi alla California considerando il suo patrimonio di 155 miliardi.

La misura è in corso di preparazione e richiede la raccolta di 875 mila firme che la qualificherebbero per l’elezione di novembre di quest’anno. La campagna è condotta in grande misura dalla sezione Ovest del Service Employees International Union (SEIU), un sindacato nazionale che rappresenta principalmente lavoratori nel settore della sanità. Se alla fine sarà approvata dagli elettori californiani imporrebbe una tassa straordinaria del 5 percento ai residenti del Golden State con patrimoni di un miliardo o più. Questi individui potrebbero pagare la tassa immediatamente o spalmarla in cinque anni. Raccoglierebbe 100 miliardi di dollari che verrebbero spesi per la sanità (90 percento) e il resto per la pubblica istruzione. Susanne Jimenez, la presidente del SEIU, ha spiegato il bisogno considerando i tagli del governo federale e il fatto che 3,4 milioni di californiani potrebbero perdere il diritto al Medi-Cal, la sanità per i poveri.

L’aumento alle casse del tesoro californiano è confermato dall’analista dello Stato che però indica altresì la perdita di milioni di dollari a lungo andare se i miliardari decidessero di trasferirsi altrove. È questa la preoccupazione del governatore Gavin Newsom che lo ha spinto ad opporsi alla proposta. Difatti l’idea del referendum è emersa perché la legislatura e il governatore non avevano mostrato interesse. Succede spesso che quando il governo non agisce il meccanismo dei referendum con la raccolta di firme è messo in moto da alcuni gruppi che hanno le risorse per dirigersi direttamente agli elettori. Se il referendum sarebbe approvato il governatore non potrebbe imporre il suo veto.

Newsom ha paura che la proposta spingerebbe miliardari ad abbandonare la residenza del Golden State. Il governatore democratico ha spiegato che ci sono 50 Stati e ovviamente esiste concorrenza fra di loro per attirare miliardari. Difatti alcuni notissimi miliardari hanno indicato che poco a poco ridurranno o trasferiranno completamente le loro attività ad altri Stati. Alcuni di loro come Larry Page e Peter Thiel hanno dato segnali in questa direzione. Se la tassa verrà approvata, Page, cofondatore di Google, con un patrimonio di 258 miliardi dovrebbe pagare 12 miliardi. Thiel, un imprenditore e cofondatore di PayPal, con un patrimonio di 27,5 miliardi dovrebbe sborsarne 1,2. Certo si potrebbe facilmente dire che con i miliardi che rimangono loro potrebbero vivere molto bene in qualunque Stato, incluso la California.

Se il referendum verrà approvato avrebbe anche il beneficio di ridurre la disuguaglianza economica in California e apporterebbe un minimo di giustizia fiscale. Secondo il California Budget & Policy Center, infatti, i californiani con reddito di 13.900 dollari annui pagano il 10,5 percento in tasse statali e locali. Da contrastare con l’8,7 percento pagato da individui con redditi di 2 milioni.

Abbandoneranno la California i 200 miliardari per la possibilità che dovranno pagare una patrimoniale del 5 percento? Forse. Oppure bisognerebbe preoccuparsi di un problema molto più serio come la perdita del diritto alla sanità per milioni di persone? Bernie Sanders, il senatore socialista democratico del Vermont, opta per la seconda scelta. Infatti, il senatore ha indicato che promuoverà una simile iniziativa a livello nazionale con strada sicuramente difficile. Risolverebbe però la questione della concorrenza dei diversi Stati di “accaparrarsi” i miliardari. Ro Khanna, parlamentare della California del Sud, con idee simili a quelle di Sanders, ha però colto il bersaglio. “Si tratta di valori” ha detto Khanna, concludendo che “i miliardari possono pagare una patrimoniale per garantire la sanità ai lavoratori californiani”. Difficile dargli torto.




Si scioglie il ghiaccio e appare una miniera. Ecco perché Trump vorrebbe la Groenlandia

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sin títuloLo scioglimento accelerato dei ghiacci artici non è solo una delle immagini simbolo della crisi climatica globale. È anche un fenomeno che sta cambiando gli equilibri economici e geopolitici del pianeta. In questo contesto si inserisce l’interesse, mai realmente scomparso, degli Stati Uniti per la Groenlandia, tornato d’attualità con le posizioni di Donald Trump.

Con il ritiro dei ghiacciai, vaste aree della Groenlandia stanno diventando accessibili per la prima volta. Sotto il permafrost emergono giacimenti minerari di enorme valore strategico:

terre rare (fondamentali per elettronica, batterie, tecnologie militari e transizione energetica), uranio, rame, nichel, cobalto, ferro e altri metalli critici.

Si tratta di risorse oggi concentrate in gran parte in Cina o in Paesi politicamente instabili. Controllare — o almeno influenzare — l’accesso a queste materie prime significa ridurre la dipendenza strategica e rafforzare il proprio peso globale.

L’interesse americano non è nuovo. La Groenlandia ospita già una storica presenza militare statunitense ed è considerata una piattaforma chiave per il controllo dell’Artico e delle nuove rotte commerciali che si stanno aprendo con lo scioglimento dei ghiacci.

L’idea, espressa apertamente da Trump in passato e mai del tutto smentita, di “acquisire” la Groenlandia va letta quindi non come una provocazione folkloristica, ma come una mossa legata a: sicurezza nazionale, competizione con Cina e Russia, controllo delle risorse del futuro.

Il paradosso è evidente: il riscaldamento globale rende economicamente sfruttabili territori che prima erano inaccessibili. Il ghiaccio che si scioglie non solo libera nuove miniere, ma rende più semplici le infrastrutture, i trasporti e le attività estrattive.

Questo trasforma la #Groenlandia da periferia remota del mondo a snodo centrale della nuova geopolitica artica.

La Groenlandia, formalmente parte del Regno di Danimarca ma dotata di ampia autonomia, guarda con prudenza allo sfruttamento minerario. Da un lato c’è la promessa di sviluppo economico e occupazione; dall’altro forti timori ambientali e la volontà di non diventare un semplice terreno di competizione tra grandi potenze.

Anche l’Unione Europea osserva con attenzione: le terre rare groenlandesi sono considerate strategiche per la transizione energetica europea, ma senza le implicazioni militari che caratterizzano l’approccio statunitense.

Ridurre l’interesse di Trump per la Groenlandia a una boutade significa non cogliere la portata del cambiamento in corso. Dietro quella che sembrava una frase fuori luogo c’è una realtà molto concreta: il ghiaccio si scioglie, le risorse emergono e il controllo dell’Artico diventa una delle grandi partite del XXI secolo.

In questo scenario, la Groenlandia non è più solo un’isola coperta di ghiaccio, ma una miniera a cielo aperto e una pedina strategica nel nuovo ordine globale.




Venezuela: cosa è cambiato davvero dopo l’arresto di Nicolás Maduro

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imagesLa cattura di Nicolás Maduro e di sua moglie da parte delle forze statunitensi nei primi giorni di gennaio 2026 — un evento senza precedenti per il Venezuela — ha scosso l’America Latina e ha aperto una fase di grande incertezza politica e sociale nel Paese.

La svolta è arrivata con un’operazione militare guidata dagli Stati Uniti nella notte del 2–3 gennaio 2026, con bombardamenti e raid su Caracas che hanno portato alla cattura di Maduro, trasferito poi negli Stati Uniti per rispondere di accuse federali legate a narcotraffico e terrorismo.

Alla guida del Venezuela rimane Delcy Rodríguez, presidente ad interim della Repubblica, figura chiave dell’apparato chavista. Anche se Maduro non è più in Venezuela, gli analisti sottolineano che gran parte delle istituzioni di potere — esercito, sistema giudiziario e apparato statale — sono ancora controllate da élite fedeli al suo regime o ai suoi alleati storici.

In pratica, un cambio di facciata ma non di sistema politico: il potere reale – soprattutto militare – resta nelle mani di chi ha gestito il Paese per anni.

Uno dei primi effetti concreti della fase post-Maduro è stata la liberazione di alcuni prigionieri politici, compresi oppositori e attivisti incarcerati durante gli anni più duri della repressione chavista. Questo gesto è stato presentato dal governo provvisorio come “un passo verso la pace e la riconciliazione nazionale”, ma resta limitato e osservato con cautela da ONG e famiglie dei detenuti.

Tuttavia, fonti indipendenti e testimoni riferiscono che la repressione e il controllo sociale non sono scomparsi: il clima resta teso e molti cittadini non osano esprimere apertamente disaccordo, anche per paura delle conseguenze.

Malgrado l’evento straordinario dell’arresto di Maduro, l’economia venezuelana resta in grave crisi, con alta povertà, inflazione fuori controllo e problemi strutturali nel settore petrolifero — la principale fonte di reddito del Paese.

Inoltre, le sanzioni internazionali — in particolare quelle statunitensi sul petrolio e sulle istituzioni statali — restano in vigore e non sono state revocate con l’arresto del presidente. Per ora non ci sono segnali di un’inversione di questa politica punitiva, che continua a limitare l’accesso ai mercati internazionali e gli investimenti esteri.

L’arresto ha diviso l’opinione pubblica internazionale:

Alcuni governi latinoamericani e parte dell’opposizione venezuelana hanno festeggiato la caduta di Maduro come una svolta positiva verso la fine di un governo autoritario.

Altri Paesi — fra cui Russia e Cina — hanno duramente condannato l’intervento statunitense, parlando di violazione del diritto internazionale e della sovranità nazionale.

Questa divisione ha reso l’America Latina un campo di tensione geopolitica, con implicazioni che vanno oltre il Venezuela.

Nonostante l’uscita di scena di Maduro, non si è aperta una transizione democratica chiara e credibile. Gli esperti sottolineano che:

Senza elezioni libere e trasparenti non si può parlare di vero cambiamento democratico.

Le istituzioni di potere restano in gran parte immutate.

La popolazione continua a vivere sotto il peso della crisi economica e dei traumi sociali accumulati negli anni.

L’arresto di Nicolás Maduro, quindi, ha segnato un evento storico, ma non ha trasformato in modo decisivo la realtà quotidiana del Venezuela. La leadership è cambiata sulla carta, ma il controllo di fondo delle forze armate e delle istituzioni permane, l’economia è ancora in rovina e le sanzioni esterne restano un freno. Per i venezuelani la transizione verso una società più libera e prospera rimane un obiettivo lontano — e carico di incognite.

 




Il “premio” delle menzogne all’Anno 2025: PolitiFact snobba Trump

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imagesDonald Trump ha vinto il “premio” per la menzogna dell’anno nel 2015, 2017, e nel 2019. Quest’anno è stato sconfitto nella graduatoria di PolitiFact, un’agenzia indipendente no profit di fact-checking che valuta la veridicità di dichiarazioni da parte di politici e figure pubbliche. Per il 2025 la situazione è stata talmente complessa che PolitiFact ha deciso di non identificare una menzogna fatta da una persona individuale e conferire il premio a tutto l’anno, dichiarando il 2025 l’anno delle menzogne.

Il riconoscimento della menzogna dell’anno è iniziato nel 2009 e nel corso degli anni, oltre a Trump, altri individui molto noti hanno ricevuto “l’onore”. Questi includono Sarah Palin, vice candidata presidenziale repubblicana nel 2008, Mitt Romney, candidato presidenziale repubblicano nel 2012, Barack Obama, presidente USA 2009-2017, e Vladimir Putin. Nel 2025 però il compito di PolitiFact è diventato molto più complesso considerando l’aumento del numero delle menzogne. Katie Sanders, direttrice di PolitiFact al Poynter Institute for Media Studies, in un’intervista alla Public Broadcasting System (Pbs), ha spiegato la decisione di non premiare una “Menzogna dell’Anno” ma di concedere l’onore a tutto l’anno dichiarando il 2025 “L’anno delle menzogne”.

La Sanders ha spiegato che alcuni candidati per l’onore dell’anno erano stati considerati finalisti. Una è stata l’asserzione di Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano, che nel mese di luglio ha detto che non esisteva “fame” a Gaza. Un’altra menzogna candidata al premio è stata l’asserzione di Trump che il caso dei file di Epstein era una bufala creata da James Comey, ex direttore dell’Fbi, e gli ex presidenti democratici Obama e Joe Biden. E un’altra candidata al premio anche di Trump che ogni attacco alle imbarcazioni nei Caraibi “salva 25.000 vite americane”.

Per determinare se un’asserzione equivale a menzogna PolitiFact usa diverse strategie che includono l’inaccuratezza, le omissioni, la manipolazione volontaria, e le teorie di complotto. Si considerano anche ambedue ideologie politiche in Usa per mantenere la loro obiettività. Ecco come si spiega il fatto che oltre a Obama anche nomi di spicco del Partito Democratico come Hakeem Jeffries, leader dei democratici alla Camera, e il governatore dell’Illinois J. B. Pritzker, sono anche stati considerati per alcune asserzioni non veritiere. Il problema però è il numero delle asserzioni del presidente Usa che ne spara a raffica e PolitiFact non ha le risorse per esaminarle tutte. Da ricordare che il Washington Post fece proprio questo con Trump nel suo primo mandato dal 2017 al 2021. Furono calcolate 30 mila asserzioni che entravano nella categoria di menzogne o asserzioni fuorvianti.

Trump ha usato l’espressione “iperbole veritiera” nel suo libro del 1987 “The Art of the Deal” per chiarire le sue asserzioni sproporzionate come “una forma innocente di esagerazione” ma anche come “forma efficace di comunicare”. Quindi ciò ci spiega un po’ le sue costanti sparate. Rispondendo a una richiesta di PolitiFact dove si trova la linea di demarcazione tra “iperbole veritiera” e “asserzioni false” la Casa Bianca ha risposto raggirando la domanda. La portavoce di Trump Kush Desai ha detto che “la fiducia degli americani sui media è ai livelli più bassi” e che per quanto riguarda la “disinformazione i media dovrebbero guardarsi allo specchio invece di dirigere il loro dito al presidente Trump”. La Desai non ha tutti i torti poiché la fiducia degli americani sui media si trova al 28 percento anche se bisogna notare che tante altre istituzioni non ricevono voti migliori.

Nell’intervista alla Pbs la Sanders ha chiarito che la disinformazione non viene semplicemente dalla Casa Bianca, additando a un altro grave pericolo: l’uso dell’intelligenza artificiale per creare immagini e contenuti fuorvianti, creando dubbi su ciò che è reale o no. Ha completamente ragione. L’ascesa delle piattaforme e delle reti sociali hanno creato una cacofonia di messaggi permettendo a chiunque di pubblicare notizie potenzialmente credibili ma spesso impossibili da verificare o almeno richiedenti di un po’ di ricerca per determinare la veridicità. Uno dei problemi è ovviamente che anche i media tradizionali fanno anche uso delle piattaforme e reti sociali per divulgare i loro contenuti mescolando informazioni legittime con altre potenzialmente false o fuorvianti che sfuggono al fact-checking. Più prevalgono questi tipi di notizie più mettono in pericolo la realtà condivisa che ci permette di agire a partecipare nel sistema democratico. Ci vorrebbero regole ma ai regimi autoritari e altri aspiranti tali stabilire queste regole non entra nemmeno nella discussione. Il lavoro di PolitiFact e altre agenzie di fact-checking continuerà a divenire sempre più difficile erodendo sempre più le democrazie.




Quaresima e Ramadan 2026: un ponte di fede e convivenza

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gettyimages 538116332 4 2Nel 2026, la coincidenza temporale tra la Quaresima cristiana e il mese sacro del Ramadan islamico non è soltanto un fatto del calendario religioso: può essere letta come un messaggio simbolico potente, un ponte di dialogo tra le fedi, capace di parlare al mondo contemporaneo segnato da conflitti, polarizzazioni e incomprensioni. Quando due tradizioni spirituali così diverse per storia e linguaggio si ritrovano a vivere nello stesso tempo liturgico un periodo di digiuno, preghiera e conversione interiore, si apre uno spazio di senso che va oltre la semplice casualità astronomica.

La Quaresima, per i cristiani, è un cammino di quaranta giorni che conduce alla Pasqua. È un tempo di penitenza, di silenzio e di ritorno all’essenziale, in cui il credente è invitato a interrogarsi sul proprio rapporto con Dio, con gli altri e con se stesso. Il Ramadan, per i musulmani, è il mese in cui il Corano è stato rivelato al Profeta Muhammad ed è vissuto come un tempo di intensa disciplina spirituale: il digiuno dall’alba al tramonto, la preghiera, la carità e l’autocontrollo sono strumenti per purificare il cuore e rafforzare la coscienza della presenza di Dio (taqwā).

Se guardiamo in profondità, queste due esperienze condividono un nucleo comune: l’invito alla trasformazione interiore. Digiunare non significa solo astenersi dal cibo, ma imparare a dominare i propri desideri, riconoscere la fragilità umana e riaprire lo sguardo verso l’altro, in particolare verso chi soffre. Questa convergenza spirituale, vissuta simultaneamente nel 2026, può diventare un segno visibile di una comune sete di senso che attraversa le religioni.

In un mondo spesso dominato dalla narrazione dello “scontro di civiltà”, la sovrapposizione di Quaresima e Ramadan può essere interpretata come una contro-narrazione: non lo scontro, ma la risonanza. Cristiani e musulmani, pur pregando in modi diversi e rivolgendosi a Dio con nomi e simboli differenti, condividono in quei giorni un ritmo simile di vita: il rallentamento, la sobrietà, la centralità della preghiera, l’attenzione ai poveri. Questo sincronismo può favorire una maggiore empatia reciproca, perché rende visibile ciò che spesso resta nascosto: l’umanità condivisa che abita l’esperienza religiosa.

Dal punto di vista del dialogo interreligioso, il 2026 offre un’occasione concreta, non astratta. Non si tratta solo di incontri ufficiali tra leader religiosi, ma di un dialogo “dal basso”, vissuto nelle famiglie, nei quartieri, nelle scuole e nei luoghi di lavoro. Un cristiano che osserva la Quaresima può riconoscere nel collega musulmano che digiuna durante il Ramadan una disciplina spirituale affine; un musulmano può vedere nel cammino quaresimale del vicino cristiano una ricerca sincera di purificazione e di bene. Questa reciproca consapevolezza è il primo passo verso il rispetto autentico.

C’è anche una dimensione profetica in questa coincidenza. Entrambe le tradizioni insistono sul fatto che il digiuno, se non è accompagnato dalla giustizia e dalla carità, perde il suo valore. Il profeta Isaia, nella Bibbia, denuncia il digiuno ipocrita che ignora l’oppressione del povero; il Corano ricorda che il vero scopo del digiuno è crescere nella rettitudine e nella misericordia. Vissuti insieme nello stesso tempo storico, Quaresima e Ramadan possono lanciare un messaggio comune all’umanità: la spiritualità autentica non separa, ma responsabilizza; non chiude, ma apre.

In un’epoca segnata da guerre, migrazioni forzate e crisi climatiche, questo messaggio diventa ancora più urgente. Il digiuno condiviso, anche se non vissuto nello stesso modo, può essere letto come un gesto simbolico di solidarietà con chi è privato del necessario, non per scelta ma per costrizione. La preghiera, elevata contemporaneamente da milioni di cristiani e musulmani, può essere interpretata come un coro plurale che invoca pace, giustizia e riconciliazione.

Un esempio concreto di questa armonia è il Marocco, dove questa coincidenza non è un evento raro, ma una realtà vissuta di generazione in generazione. In questa nazione araba e musulmana, i cristiani hanno piena libertà di vivere la loro fede, partecipare alla vita liturgica e celebrare i sacramenti, mentre convivono con la comunità musulmana che osserva il Ramadan. Qui la sovrapposizione del digiuno e della preghiera non è solo simbolica, ma tangibile: una dimostrazione che, anche in contesti religiosi differenti, la convivenza pacifica e il rispetto reciproco sono possibili.

Infine, la coincidenza del 2026 invita anche a una riflessione teologica più profonda: forse Dio, nel mistero del tempo, permette queste sovrapposizioni per ricordare che le religioni non sono mondi chiusi, ma vie che, pur restando distinte, possono incrociarsi senza annullarsi. Il ponte di dialogo non chiede di rinunciare alla propria identità, ma di viverla con umiltà, consapevoli che l’altro non è una minaccia, bensì un compagno di ricerca.

In questo senso, Quaresima e Ramadan insieme diventano un segno di speranza. Un invito a credere che, anche in un mondo frammentato, esiste uno spazio comune dove il silenzio, il digiuno e la preghiera possono parlare un linguaggio universale: quello del cuore umano in cammino verso il bene.




Il tramonto della globalizzazione e la ricomparsa degli imperi

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1a53f1b6 5cf3 42da 88a8 f490fedf0983La globalizzazione, il complesso processo di integrazione tra paesi, mercati, culture e persone a livello mondiale, guidato da tecnologia, liberalizzazione degli scambi e trasporti, quel sogno idilliaco di uno scambio senza confini e, per questo, sostenuto da una pace perpetua garantita dal commercio, ha ufficialmente cessato di esistere. Al suo posto, c’è, con scontata evidenza, la restaurazione di tre grandi superpotenze: Stati Uniti, Cina e Russia, la cui tendenza attuale è quella di estendere la loro influenza ovunque possibile, spesso richiamando alla memoria antichi modelli storici di imperi. In questo scenario, le fondamenta dell’ordine internazionale stanno scricchiolando paurosamente, facendo vacillare tante certezze consolidate ormai diventate purtroppo anacronistiche. Il mondo del 2026 è diventato una giungla con richiami feroci ad una storia che credevamo passata e da dimenticare, dove chi non si siede a tavola finisce per diventare una pietanza da divorare. L’Europa è solo un commensale distratto, convinto di partecipare, mentre è come un vagone prossimo al deragliamento, sganciato e privo della necessaria locomotiva. La geografia è in continuo e radicale cambiamento. Entro un decennio o poco più, l’oceano artico sarà quasi completamente navigabile, aprendo vie d’acqua fino a ieri inimmaginabili e riducendo drasticamente le distanze tra i porti del Nord Europa e la Cina di quasi il 50% rispetto alle rotte del Canale di Suez. L’Artico è diventato praticamente il prossimo terreno di scontro del nuovo millennio: qui, tra il freddo ed il silenzio di spazi immensi ed incontaminati, il rumore degli interessi geopolitici è ormai assordante. Non si tratta solo di mera logistica ma di un vero e proprio caos economico: la rotta marittima del nord conta già da tempo la presenza della Russia con la sua flotta di rompighiaccio nucleari. E anche Pechino, con pari audacia geografica, ha già individuato la sua nuova via della seta, pardon, del ghiaccio. La Groenlandia, nasconde, infatti, nel suo sottosuolo il 25% delle terre rare mondiali, indispensabili nelle tecnologie verdi e nella difesa missilistica. E gli Stati Uniti, in grave e colpevole ritardo strategico, per evitare l’inesorabile sorpasso industriale della Cina, stanno cercando di recuperare il terreno perduto, sostanzialmente ad ogni costo, anche a rischio di scatenare un’altra guerra mondiale. In realtà, il vero potere della Cina non risiede tanto nel possesso delle materie prime, ma nella loro raffinazione. Infatti, Pechino controlla i tre quarti del mercato globale delle terre rare perché ha accettato di sporcarsi le mani, in buona sostanza quello che gli altri paesi non vogliono fare: raffinare questi minerali significa avere la certezza assoluta di distruggere l’ambiente ignorando anche la sicurezza ed i diritti umani. La possibilità che la Groenlandia possa essere trasformata in una sorta di Cina in miniatura è di un cinismo a dir poco spaventoso, ma anche logicamente e spietatamente geniale, un modo tragico ma efficace degli americani per spostare l’inquinamento e lo sfruttamento in una zona lontana ma allo stesso tempo vicina ed in grado di essere controllata adeguatamente, allo scopo di cercare di spezzare la dipendenza da Pechino e, per questo, disposti praticamente a tutto, compreso l’uso della forza militare, per ottenere ciò che esige la logica dell’impero. L’Artico ci viene raccontato come una terra di nessuno, ma, in realtà, è parte di un ecosistema fragile, per cui un qualsiasi errore può significare un disastro ambientale irreversibile per l’intero pianeta e che gli americani non hanno minimamente nessuna intenzione di considerare, ciecamente attenti solo ai propri interessi nazionali. Se l’Europa non sarà in grado di affrontare questa sfida ponendo la questione artica come parte integrante della sua strategia geopolitica, unendo oltre alla difesa, l’economia ed il rispetto per le popolazioni locali, si ritroverà in un mondo dove, al posto del ghiaccio, sarà irrimediabilmente sorta la presenza e la minaccia asiatica o americana, praticamente dentro i confini di casa. L’Artico è la cartina di tornasole del nostro futuro: freddo, conteso, vulnerabile ma estremamente vitale ed importante.