Una proposta concreta per riformare il voto degli italiani all’estero

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pichler votoitalianiesteroDa oltre vent’anni il sistema di voto degli italiani residenti all’estero è oggetto di critiche, polemiche e segnalazioni di irregolarità. Negli anni, il dibattito pubblico si è spesso concentrato su ciò che non funziona, ma molto più raramente su come migliorare concretamente il sistema, nel rispetto dei principi costituzionali e delle reali condizioni in cui vivono le comunità italiane nel mondo.

Scrivo queste righe come cittadino italiano residente all’estero da molti anni, ma anche come persona che ha maturato un’esperienza diretta in ambito istituzionale, associativo ed elettorale.

Negli ultimi mesi sono tornate al centro del dibattito diverse ipotesi di riforma.

Tuttavia, molte di queste proposte rischiano di non tenere conto della realtà geografica, logistica e sociale degli italiani all’estero, soprattutto nei Paesi extra-UE, dove le distanze, le infrastrutture e la dispersione territoriale rendono difficilmente applicabili soluzioni rigide o uniformi.

Per questo motivo ho deciso di mettere nero su bianco una proposta organica di riforma del sistema di voto degli italiani residenti all’estero. Una proposta che nasce dall’esperienza diretta maturata sul campo, dal confronto costante con le comunità italiane all’estero e dall’osservazione concreta dell’intera filiera elettorale.

L’obiettivo è chiaro:

1. eliminare definitivamente il recapito porta a porta dei plichi;

2. rafforzare la sicurezza del materiale elettorale;

3. semplificare le procedure e rimettere l’elettore al centro del processo, senza compromettere la segretezza del voto.

Non si tratta di una soluzione “perfetta”, né di una proposta ideologica, ma di un contributo pragmatico e realistico, pensato per aprire un confronto serio.

La proposta verrà trasmessa alle istituzioni competenti e agli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero, ed è resa pubblicamente disponibile affinché possa essere letta, valutata e discussa.

Il confronto è necessario.

E, prima ancora, è necessario provare a costruire soluzioni.

TESTO COMPLETO DELLA PROPOSTA:

Premessa – Profilo del proponente

Mi chiamo Flavio Bellinato, cittadino italiano residente all’estero da molti anni.

Nel corso del tempo ho maturato un’esperienza diretta, continuativa e trasversale in ambito:

  • istituzionale, in qualità di membro del Com.It.Es. (Comitato Italiani all’Estero) di Panama (2016–2021) e di Santo Domingo (2021–attualmente), con ruoli di responsabilità all’interno di commissioni tematiche;

  • associativo, operando a stretto contatto con le comunità italiane residenti all’estero e raccogliendo in modo sistematico segnalazioni e criticità legate all’esercizio dei diritti civili e politici;

  • politico, partecipando attivamente a campagne elettorali e al dibattito pubblico sui temi della rappresentanza e del voto nella Circoscrizione Estero;

  • elettorale-operativo, avendo svolto, in occasione delle elezioni politiche del 2018, il ruolo di rappresentante di lista presso il Centro Polifunzionale di Castelnuovo di Porto, sede dei seggi della Circoscrizione Estero.

La presente proposta nasce dunque non da un approccio teorico o ideologico, ma dall’esperienza concreta maturata sul campo, dall’analisi delle criticità operative riscontrate nel tempo e dalle numerose segnalazioni provenienti dagli elettori italiani residenti all’estero, che troppo spesso faticano a riconoscersi in un sistema di voto percepito come fragile, complesso e poco trasparente

1. Perché superare l’attuale modello

Il voto per corrispondenza, così come oggi concepito dalla normativa vigente, presenta criticità strutturali ampiamente documentate, tra cui:

  • plichi non recapitati o recapitati in ritardo;

  • potenziali falsificazioni, intercettazioni, smarrimenti o utilizzi impropri;

  • progressiva perdita di fiducia da parte degli elettori;

  • rischio per la credibilità complessiva dei risultati elettorali finali.

Negli anni, tali criticità hanno contribuito ad alimentare sfiducia, contenziosi e astensione, senza che siano state introdotte riforme strutturali capaci di intervenire sulle cause profonde del problema.

2. Limiti delle proposte attualmente in discussione

L’inversione dell’opzione, se introdotta come intervento isolato, non supera le criticità del sistema, ma si limita a spostare sull’elettore l’onere di una scelta formale, lasciando immutata l’architettura del voto per corrispondenza domiciliare.

In particolare:

  • il plico continua a essere inviato per posta al domicilio dell’elettore;

  • restano invariati i rischi legati al recapito, alla tracciabilità e alla sicurezza;

  • non viene introdotto alcun controllo aggiuntivo sulla filiera logistica;

  • non si rafforza il rapporto diretto tra elettore e plico.

Se, inoltre, l’inversione dell’opzione venisse aggiunta a un modello riformato come quello qui proposto, essa rappresenterebbe un passaggio procedurale ulteriore, con il rischio concreto di:

  • aumentare la complessità del sistema;

  • generare confusione informativa;

  • incrementare l’astensione.

In sintesi, l’inversione dell’opzione non risolve il problema dell’invio per posta, e rischia di introdurre un filtro amministrativo aggiuntivo senza benefici proporzionati in termini di sicurezza o affidabilità.

I sistemi misti basati sulla coesistenza di voto in presenza e voto per corrispondenza domiciliare:

  • frammentano le procedure;

  • creano disparità percepite tra elettori;

  • aumentano la complessità organizzativa;

  • ampliano il rischio di contenzioso.

Il voto esclusivamente in presenza presso Consolati, se applicato in modo generalizzato, rischia di limitare l’effettivo esercizio del diritto di voto per una parte significativa degli elettori, imponendo spostamenti onerosi in termini di tempo, costi e accessibilità, incompatibili con una partecipazione democratica realmente inclusiva.

A ciò si aggiunge la difficoltà oggettiva, per molte sedi consolari, di gestire un elevato numero di votanti, sia per vincoli strutturali degli spazi, sia per criticità di natura logistica e per la limitata disponibilità di risorse umane, elementi che renderebbero complessa (se non impraticabile) un’applicazione efficace e ordinata di tale modello su larga scala.

3. Obiettivi della proposta

La proposta qui delineata mira a:

  • garantire l’effettivo esercizio del diritto di voto a tutti i cittadini italiani residenti all’estero;

  • ridurre al minimo i rischi di irregolarità e interferenze;

  • rafforzare trasparenza, tracciabilità e fiducia nel sistema di voto;

  • semplificare il modello operativo, rendendolo uniforme, proporzionato e comprensibile.

4. Criterio generale: superamento del voto domiciliare

La proposta si fonda su un principio chiaro e uniforme: nessun voto viene più recapitato al domicilio dell’elettore.

Tutti gli elettori residenti all’estero esercitano il diritto di voto recandosi fisicamente presso un punto logistico designato, superando definitivamente il modello “porta a porta”, che rappresenta uno dei principali fattori di vulnerabilità del sistema attuale.

Il superamento del voto domiciliare consente di:

  • ridurre drasticamente i passaggi intermedi;

  • rafforzare la certezza del ritiro e della restituzione del plico;

  • garantire parità di trattamento tra tutti gli elettori.

5. Modalità di voto

Il voto avviene, per tutti gli elettori residenti all’estero, tramite punti logistici fisici autorizzati, gestiti da operatori privati accreditati, selezionati dal MAECI mediante gara o convenzione.

Tali punti logistici sono costituiti, a titolo esemplificativo, da:

  • uffici postali;

  • operatori di servizi postali privati che adottano la modalità di “fermo posta”;

  • strutture logistiche dotate di una rete di filiali distribuite sul territorio dello Stato estero.

Procedura di voto

Il plico elettorale non viene recapitato a domicilio.

L’elettore, munito di documento di identità valido:

  • si reca presso il punto logistico assegnato;

  • ritira il plico elettorale;

  • esprime il voto in piena segretezza (anche in loco, se lo desidera);

  • restituisce il plico presso lo stesso punto logistico.

Il punto logistico di riferimento viene comunicato preventivamente all’elettore tramite la piattaforma FAST IT.

Il periodo di voto deve avere una durata sufficiente a garantire la partecipazione di tutti gli elettori. Deve inoltre essere stabilita una data massima per la riconsegna dei plichi ai Consolati da parte degli operatori accreditati.

Il cittadino italiano iscritto all’AIRE e avente diritto al voto può verificare per tempo la propria iscrizione negli elenchi elettorali tramite FAST IT.

A tal fine, è necessario stabilire una data limite per eventuali accertamenti, antecedente alla stampa e preparazione dei plichi elettorali in Italia.

6. Modello logistico, tracciabilità e attivazione del voto

Caratteristiche dei plichi elettorali

I plichi:

  • sono stampati e imbustati esclusivamente in Italia;

  • sono dotati di sistemi anti-contraffazione;

  • includono codici univoci (QR code o barcode) destinati esclusivamente alla tracciabilità logistica del plico.

Tali codici non consentono in alcun modo l’identificazione del contenuto del voto, né permettono di risalire alla scelta elettorale dell’elettore, nel pieno rispetto dei principi costituzionali di segretezza, libertà e personalità del voto.

Attivazione del voto da parte dell’elettore

L’attivazione del voto avviene esclusivamente su iniziativa dell’elettore, tramite la piattaforma FAST IT.

In particolare:

  • il plico, una volta reso disponibile presso il punto logistico, risulta inizialmente non attivato;

  • l’elettore che ritira il plico procede alla sua attivazione personale tramite FAST IT, associando il plico alla propria identità digitale al solo fine di certificare l’esercizio del diritto di voto;

  • solo a seguito di tale attivazione il plico entra nel circuito ufficiale di tracciabilità.

I plichi non attivati entro una data limite restano esclusi dal processo elettorale.

Ruolo degli operatori logistici

Gli operatori logistici autorizzati:

  • non gestiscono il voto;

  • non svolgono alcuna funzione elettorale;

  • non partecipano all’attivazione del voto.

Essi si limitano a:

  • ricevere i plichi dai Consolati;

  • consegnarli agli elettori previa identificazione;

  • ricevere i plichi già votati;

  • registrare eventi logistici certificati (ad esempio: “disponibile per il ritiro”, “ritirato”, “restituito”, “spedito”).

Tali eventi vengono trasmessi a un sistema centrale gestito dal MAECI, che aggiorna gli stati visibili all’elettore tramite FAST IT.

Gli operatori non hanno accesso ai dati personali dell’elettore, non conoscono il contenuto del plico e non possono interferire in alcun modo con il flusso del voto.

7. Istruzioni di voto

La proposta introduce istruzioni di voto:

  • contenute all’interno del plico;

  • consultabili anche online;

  • semplificate, uniformi e facilmente comprensibili.

Ciò consente di migliorare la qualità dei voti espressi e ridurre il numero di schede nulle o contestate.

8. Scrutinio e trasparenza

Lo scrutinio avviene in Italia.

È necessario definire regole uniformi e chiare in merito alle modalità di spoglio e alla validità dei voti, al fine di garantire coerenza, trasparenza e fiducia nel risultato finale.

Conclusione

La presente proposta non pretende di rappresentare una soluzione perfetta, ma una soluzione equilibrata, proporzionata e realisticamente attuabile, fondata sui principi costituzionali, sull’esperienza concreta e su un’analisi pragmatica delle criticità esistenti.

Essa intende superare l’attuale immobilismo, offrendo una base seria e strutturata per un confronto istituzionale costruttivo e per un progressivo rafforzamento della credibilità del voto degli italiani residenti all’estero.

 




Il nuovo imperialismo: l’operazione USA in Venezuela e l’ordine mondiale che cambia

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imagesNegli ultimi giorni il mondo ha assistito a un evento dal forte impatto geopolitico: un’operazione militare statunitense ha portato alla cattura del dittatore venezuelano Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores, trasportati negli Stati Uniti per rispondere di accuse penali. È la prima volta in decenni che Washington porta a termine una simile azione in America Latina, scatenando dibattiti sulla legittimità, il ruolo degli USA nella regione e il possibile ritorno di un nuovo imperialismo nord-americano.

L’offensiva: dinamiche e motivazioni

Secondo le ricostruzioni delle principali testate internazionali, l’operazione – definita Operation Absolute Resolve – è stata pianificata nei minimi dettagli e realizzata da forze d’élite statunitensi con il supporto di intelligence e assetteria navale e aerea. È stata condotta senza l’approvazione espressa del Congresso statunitense e ha provocato decine di morti tra i militari e civili venezuelani, mentre i comandi USA non hanno registrato perdite.

La Casa Bianca, guidata dal presidente Donald Trump, ha giustificato l’azione con motivi di sicurezza nazionale: Maduro è accusato di “narco-terrorismo” e di gestire reti criminali che, secondo Washington, agiscono su scala internazionale. Tuttavia, già da mesi gli Stati Uniti avevano intensificato la loro presenza militare nel Mar dei Caraibi con la cosiddetta Operation Southern Spear, ufficialmente finalizzata a contrastare il traffico di droga, ma che ha coinvolto anche il blocco di navi petroliere e l’intercettazione di greggio venezuelano.

Dietro la narrazione ufficiale, emerge con chiarezza un interesse strategico ed economico. Il Venezuela possiede le più vaste riserve petrolifere al mondo, e Washington ha espresso l’intenzione di controllare la produzione e gli investimenti nel settore energetico, inglobando infrastrutture chiave attraverso compagnie statunitensi.

Reazioni: fra sollievo, paura e condanna

Le risposte alla cattura di Maduro sono polarizzate. In Venezuela vi è chi accoglie la fine del regime di Caracas come un’opportunità di cambiamento, ma pure chi denuncia l’aggressione come una violazione senza precedenti della sovranità nazionale. Analisti come Jon Lee Anderson (New Yorker) si domandano come reagiranno i venezuelani all’aumento dell’ingerenza statunitense e se ciò potrà alimentare nuove tensioni sociali.

Nel frattempo, nell’arena internazionale, la mossa di Washington ha suscitato condanne da parte di numerosi governi e organismi multilaterali. Russia, Cina e vari paesi latino-americani hanno definito l’operazione una violazione del diritto internazionale. Anche l’ONU si è detta “profondamente allarmata”, sottolineando il rischio di creare un precedente per l’uso della forza nelle relazioni internazionali.

Allo stesso tempo, alcuni leader regionali vicini all’ideologia di Trump hanno espresso sostegno all’azione come mezzo per ripristinare “democrazia e libertà”, mentre altre nazioni insistono sulla soluzione pacifica e multilaterale delle controversie.

Il petrolio come nodo centrale

Elemento fondamentale di questo nuovo scenario è il petrolio. Negli ultimi anni le relazioni tra Caracas e Washington erano già state segnate da sanzioni, blocchi e interferenze nel mercato energetico. Dopo la cattura di Maduro, Trump ha ribadito che gli Stati Uniti mirano a gestire le riserve di petrolio venezuelane, attirando investimenti per la ricostruzione dell’industria e garantendo l’accesso dei propri gruppi energetici ai pozzi e alle infrastrutture.

Questa prospettiva – lungi dall’essere semplice retorica – riflette un interesse di lungo periodo. Come dimostra la storia dell’impegno statunitense nel settore petrolifero venezuelano, l’accesso alle risorse energetiche ha da sempre costituito un asse strategico dell’influenza USA nella regione.

Verso quale futuro?

Molti osservatori ricordano analogie storiche: la cattura di Manuel Noriega a Panama nel 1989 resta un esempio di intervento militare statunitense con obiettivi politici ed economici chiari. Oggi alcuni analisti vedono nella mossa contro Maduro la nascita di una forma moderna di imperialismo, in cui la proiezione di potere si combina con l’espansione di interessi economici globali.

Mentre in Venezuela si avviano negoziati diplomatici per mediare tra il governo provvisorio, l’opposizione e Washington, la situazione rimane fluida. Le implicazioni politiche, sociali e umanitarie di questa fase determineranno non solo il destino del Venezuela, ma anche l’equilibrio dei rapporti fra Stati Uniti, America Latina e il resto del mondo.

 




Venezuela: crisi politica e intervento degli Stati Uniti

bandiere getty

bandiere gettyAll’inizio di gennaio 2026 il #Venezuela si trova in una fase di sconvolgimento politico senza precedenti: il presidente Nicolás Maduro e sua moglie sono stati catturati da un’operazione militare statunitense a Caracas il 3 gennaio. L’azione, confermata da fonti internazionali, ha portato alla detenzione dei due a New York, dove dovranno rispondere di accuse federali legate a narcotraffico e attività criminali — accuse che loro negano.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato che gli USA intenderanno “guidare” e controllare il Venezuela per un periodo non specificato, manifestando l’intenzione di gestire la transizione politica ed economica del paese.

Esperti e analisti parlano di uno scossone storico alla politica venezuelana, con implicazioni profonde sul futuro della governance, sulla stabilità interna e sui rapporti internazionali. Il contesto è delicatissimo, con tensioni tra Stati Uniti e altri attori globali come Cina e Mosca.

Dopo l’arresto di Maduro, il Supremo Tribunale di Giustizia venezuelano ha nominato Delcy Rodríguez come presidente ad interim. Figura di spicco del chavismo, Rodriguez mantiene legami con il vecchio regime ma ha anche espresso disponibilità a dialogare con gli Stati Uniti sotto forte pressione politica esterna.

La legittimità della sua leadership è però fortemente contestata, specie dalla comunità internazionale, e resta incerta la capacità del suo governo di garantire stabilità in un clima di forte polarizzazione politica e sociale.

Il Venezuela, storicamente dipendente dal petrolio, si trova ora di fronte a un ulteriore shock economico. Dopo anni di calo della produzione e di infrastrutture in rovina, la situazione è resa più complessa dall’intervento statunitense nel controllo delle risorse energetiche.

L’amministrazione USA ha sequestrato petroliere e annunciato piani per vendere fino a 50 milioni di barili di greggio sul mercato globale, con i proventi gestiti dagli USA in apposite casse di governo, secondo i piani illustrati dal Segretario di Stato Marco Rubio.

Il risultato immediato è un quadro di forte incertezza economica, con rischi per le entrate statali, la spesa sociale e l’economia reale. La comunità finanziaria internazionale osserva con attenzione, ipotizzando possibili ripercussioni sui mercati e flussi di investimenti in America Latina.

La rimozione di #Maduro non ha azzerato le tensioni interne. Secondo alcune cronache, gruppi paramilitari legati al chavismo continuano a influenzare la sicurezza in alcune aree urbane, contribuendo a un clima di forte insicurezza e intimidazione. Le dinamiche interne restano fluide, con molte incognite su come evolverà il controllo reale del territorio da parte delle autorità ufficiali.

Prospettive e scenari futuri

Le domande aperte sono molteplici:

transizione politica: il ruolo degli organismi internazionali e delle opposizioni nella definizione di un processo elettorale trasparente resta cruciale;

economia: la gestione delle risorse petrolifere e l’eventuale apertura a investimenti stranieri potrebbero segnare una lenta ricostruzione;

geopolitica: l’azione degli Stati Uniti rischia di accentuare le tensioni con potenze come Cina e Russia e potrebbe trasformare il Venezuela in un epicentro di competizione strategica regionale.

Il Venezuela, quindi, è oggi in uno snodo critico tra crisi istituzionale, instabilità economica e ingerenze geopolitiche. La caduta di Maduro per mano statunitense ha inaugurato una fase di grande volatilità, con impatti potenziali non solo per Caracas ma per l’intera America Latina. Le prossime settimane saranno decisive per capire se la transizione potrà prendere la forma di un percorso democratico inclusivo o se le tensioni interne ed esterne renderanno ancora più complesso il futuro del paese.

 




Il chavismo ha i giorni contati? Sei mesi decisivi per il futuro del Venezuela

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imagesIl tempo, questa volta, non sembra giocare a favore del chavismo. Con Delcy Rodríguez alla guida del Paese come presidente ad interim, la Costituzione venezuelana impone limiti chiari e difficilmente aggirabili: in caso di assenza temporanea del capo dello Stato, il mandato ad interim non può superare i sei mesi. Oltre quel termine, si entra apertamente in una zona extra-costituzionale.

È un dettaglio giuridico solo in apparenza. In realtà, è il vincolo più stringente che il chavismo abbia affrontato negli ultimi vent’anni

Sei mesi, non uno di più

L’articolo 233 della Costituzione è netto:

l’assenza temporanea consente un’interim di 90 giorni,

prorogabili una sola volta fino a un massimo di 180 giorni.

Dopo, non ci sono scappatoie legali. Se la presidenza viene dichiarata vacante in modo permanente, le elezioni devono essere convocate entro 30 giorni.
Tradotto: il calendario politico è già partito, e non può essere fermato senza rompere apertamente l’ordine costituzionale.

Perché stavolta è diverso

A differenza del passato, il contesto è cambiato su tre punti fondamentali:

Osservatori internazionali veri, non simbolici, con accesso al processo elettorale.

L’opposizione organizzata, pronta a mostrare e pubblicare gli atti di seggio (le “actas”), rendendo verificabile ogni voto.

Un limite temporale invalicabile, che riduce drasticamente la possibilità di rinvii tattici.

In queste condizioni, la tradizionale strategia del controllo opaco del risultato diventa molto più difficile, se non impossibile.

Il fattore internazionale

Anche sul piano esterno, lo scenario è mutato. Gli Stati Uniti – oggi guidati da Donald Trump – possono preferire stabilità e interlocutori affidabili, ma non possono legittimare un processo elettorale smentito da prove documentali e osservatori internazionali.

Il pragmatismo di Washington ha un limite: la negabilità politica. Se i verbali parlano chiaro, ignorarli avrebbe un costo diplomatico troppo alto.

Il vero bivio del chavismo

Il chavismo si trova davanti a tre sole opzioni:

Accettare elezioni reali entro i tempi costituzionali, rischiando seriamente la sconfitta.

Forzare il quadro legale, rinviando o svuotando il voto, con il rischio di isolamento internazionale.

Non votare affatto, aprendo una crisi istituzionale senza precedenti.

Nessuna di queste strade è indolore.

La domanda non è più se il chavismo sia in difficoltà, ma se sia ancora in grado di controllare l’esito del processo senza rompere la legalità.
Con sei mesi come limite massimo, osservatori internazionali e atti di seggio pubblici, il tempo del potere indefinito sembra finito.

Se si voterà davvero, l’opposizione parte favorita.
Se non si voterà, il Venezuela entrerà in un’altra fase di instabilità profonda.

In entrambi i casi, una certezza emerge: questa volta l’orologio corre contro il chavismo.




L’arresto di Maduro: distrazione dai guai interni di Trump?

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images“Questo è proprio quello che molti in MAGA avevamo votato per fare finire”. Così la parlamentare di ultra destra Marjorie Taylor Greene mentre commentava il coinvolgimento di Donald Trump negli affari del Venezuela. “Ci eravamo sbagliati di grosso” ha continuato la Greene, dissentendo dal presidente Usa dal quale negli ultimi mesi ha preso le distanze, dopo essere stata fedelissima sostenitrice dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

La Greene ha ragione ma forse dimentica gli eventi di Trump nel suo primo e secondo mandato che lo hanno visto intervenire con attacchi militari in Iran, Yemen, Siria, Iraq, Nigeria ed altri. Il presidente Usa non ha dunque mantenuto la sua promessa di isolare gli Usa concentrando i suoi sforzi sugli affari dell’americano medio con le sue scorribande in politica estera. L’ultimo episodio dell’arresto di Nicolás Maduro ha portato alcuni frutti politici per Trump specialmente per l’allontanamento dei guai in politica interna con sondaggi in caduta libera e le ombre dei file di Epstein che lo hanno assillato negli ultimi mesi.

Fu proprio la questione dei file a causare la rottura fra la Greene e Trump poiché la parlamentare della Georgia si era dichiarata paladina delle donne abusate da Epstein che per anni fu anche noto amico di Trump. I due infatti si trovarono spesso insieme a feste e altri eventi sociali dagli inizi degli anni 80 ma poi verso il 2004 l’amicizia venne meno per ragioni economiche ma anche per altri motivi che includerebbero il “furto” di un’impiegata di Trump da Mar-a-Lago da parte di Epstein. Come si sa, Epstein fu arrestato e condannato per abusi sessuali e traffico internazionale di minori, e morì di apparente suicidio nel 2019 in un carcere di New York. Trump le tentò tutte per bloccare il rilascio dei file di Epstein e in un caso in particolare minacciò la Greene al telefono strillandole le preoccupazioni che “alcuni dei suoi amici potrebbero essere danneggiati” dal rilascio dei file. Difficile capire chi sarebbero gli amici di Trump ma forse si riferiva a se stesso?

Il raid in Venezuela con la cattura di Maduro ha fatto scomparire dalle notizie il caso di Epstein. Ha anche messo a tacere le preoccupazioni dell’americano medio sulle questioni economiche dove Trump versa in condizioni tutt’altro che brillanti. Solo il 31 percento approva il suo operato nel campo che lui ha sempre presentato come il suo cavallo di battaglia date le sue esperienze imprenditoriali. Il caso Venezuela ha anche ammutolito la scadenza dei sussidi governativi per l’acquisto dell’assicurazione medica che comporterà aumenti stratosferici per i sette milioni di americani che sono in procinto di scegliere la polizza per il 2026.

Gli americani rimangono perplessi sul sequestro di Maduro. Il 36 percento approva, il 25 % non sa, e il 39 percento è contrario, secondo un sondaggio di YouGov del 4-5 gennaio. Ma ad annerire di più la questione, un sondaggio della Reuters/Ipsos del 4-5 gennaio è la preoccupazione che gli Stati Uniti andranno a finire troppo coinvolti in Venezuela (72% sì, 24% no). Inoltre il sondaggio di YouGov ci informa che gli americani non approvano la gestione di Trump del Venezuela (46 no, 39 sì) e per quanto riguarda la gestione delle forze armate in Venezuela i numeri sono ancora peggiori per Trump (51 no, 39 sì).

Al momento non si sa con precisione quali siano le intenzioni di Trump che cambiano da un giorno all’altro anche se le minacce ad altri leader latinoamericani emergono. In particolare Trump ha additato Gustavo Petro, presidente della Colombia, che ha alzato la voce contro l’intervento statunitense in Venezuela. Trump ha però anche fatto dichiarazioni contraddittorie sulla vice presidente Delcy Rodriguez, vice di Maduro, che è divenuta presidente interim. La prima dichiarazione della Rodriguez è stata dura con la richiesta della liberazione del presidente Maduro. Il giorno dopo ha fatto una dichiarazione più conciliante, asserendo che il Venezuela vuole cooperare con gli Stati Uniti, suggerendo che forse non ha in mano il completo supporto delle forze armate che contrasterebbero una possibile invasione di truppe americane. Comunque vada, Trump, invece di concentrarsi sui bisogni degli americani come aveva dichiarato nel suo slogan MAGA, sembra essersi rifugiato in politica estera, dove il presidente Usa ha quasi mano libera di azione, senza considerare il bisogno di consultare il Congresso. Ci saranno conseguenze ma per adesso non si parla di questioni di politica interna. E quello per Trump è una vittoria anche se rappresenta un tradimento al movimento MAGA.




FOCUS – Un chiaro messaggio al mondo e ad ogni sovranità nazionale

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3c9738a3 a873 489f 9d2e 45554f7786e1Quando si parla di un blitz per catturare un Capo di Stato in carica, che si tratti di Nicolás Maduro o di qualunque altro leader, non si sta discutendo di una qualsiasi azione di polizia internazionale. Anche perché, in questo caso, non c’è nessun mandato che ne giustifichi il rapimento. L’atto di guerra, perché di questo si tratta, che ha portato al sequestro di Maduro è contrario ad ogni norma del Diritto internazionale, perciò è, senza alcun dubbio, da considerarsi criminale e perseguibile dalla comunità internazionale. A dichiararlo illegittimo è l’Articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite, che stabilisce il divieto fondamentale per i membri dell’ONU, i quali “devono astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, o in qualsiasi altro modo contrario ai fini dell’ONU”.

In base a questo principio, è vietata ogni aggressione e qualsivoglia acquisizione territoriale tramite la forza e, soprattutto, tutte le azioni che possano compromettere la sovranità e l’autonomia di una nazione. Perciò, in primis, chi applaude all’azione di guerra ordinata dal Presidente Trump non solo sbaglia perché l’atto è privo di fondamenti giuridici, ma diventa complice di un crimine: nel momento stesso in cui gli USA affermano che Maduro non è più il “legittimo” presidente e quindi non merita alcuna protezione, si sta creando una norma basata esclusivamente sul puro arbitrio. Una norma che chiunque altro potrebbe usare, anche contro lo stesso Trump.

Se la cattura forzata di un leader diventa una prassi normale e giustificabile, niente impedirebbe, per esempio, a Putin di emettere un mandato di cattura per Zelensky, dichiarandolo responsabile dell’escalation della guerra in Ucraina, oppure di rapire un ex o l’attuale presidente americano. La Russia potrebbe accusare Biden dell’allargamento della NATO a Est, farlo rapire e processarlo a Mosca. La Corea del Nord potrebbe rapire Trump per legittima difesa. Per assurdo, ma mica tanto, la stessa Danimarca potrebbe farlo, visto che Trump minaccia di annettere con la forza la Groenlandia. Se si accetta che gli Stati Uniti possano definire Maduro un “narcotrafficante” per scavalcare ogni articolo dell’Onu, bisogna poi accettare che l’Iran dichiari un presidente americano un “criminale di guerra” per le sanzioni che affamano il suo popolo e per i bombardamenti sui civili.

In questo assurdo probabile scenario, ogni leader mondiale potrebbe diventare un bersaglio mobile e, di conseguenza, ogni visita di stato all’estero, per logica, potrebbe trasformarsi in una missione suicida. E non è assolutamente possibile accettare questo.

D’altro canto, la storia ci insegna che sempre, dietro la grande propaganda morale, si nascondono sistematicamente degli interessi più o meno dichiarati. Se il rapimento giudiziario diventa lecito, possibile e giusto, questo diventerà l’arma per l’espropriazione delle risorse altrui. E se lo fanno gli USA, perché non dovrebbero farlo anche Mosca e Pechino? Se si legittima l’uso della forza contro il governo di uno Stato, si sta dando il via libera a una nuova era di imperialismo giuridico.

La cattura di Maduro può anche sembrare una vittoria per la moralità a breve termine, ma è un suicidio politico per la stabilità a lungo termine che soltanto un megalomane poteva partorire. Questo non significa difendere i crimini commessi da Maduro, i quali possono essere giudicati solo dal Diritto internazionale e non certo da Trump e dagli USA; e vale per qualsiasi Stato, compresi gli Stati Uniti. E la legge non può essere un’arma autorizzata, perché quell’arma sarà usata da tutti contro tutti gli altri.

 




Trump apprezza il difficile compito dello speaker: Johnson stenta a mantenere uniti i parlamentari uniti

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65396cfd5e43c“Credo che Mike Johnson sia un grande speaker. Poche persone avrebbero potuto fare quel lavoro”. Con queste parole Donald Trump dimostrava il suo supporto al presidente della Camera che negli ultimi tempi ha ricevuto critiche non solo dai democratici ma anche da alcuni membri del Partito Repubblicano.

E non si tratta solo di parole che mettono in dubbio la leadership di Johnson. L’incapacità dello speaker di leggere le intenzioni dei membri del suo partito è emersa chiaramente nel caso del rilascio dei file di Epstein. I democratici avevano richiesto un voto al riguardo ma Johnson li aveva ignorati come era nel suo potere poiché lo speaker decide la sottomissione al voto di proposte legislative. C’è però la strada della “discharge petition”, una procedura di raccogliere firme dei parlamentari per forzare la mano dello speaker. Nel caso dei file di Epstein, come abbiamo scritto in queste pagine, 4 parlamentari repubblicani hanno firmato la petition fornendo l’assist ai democratici per raggiungere il totale di 218, la cifra necessaria per procedere al voto. Il presidente Trump era contrario e aveva minacciato quattro dei parlamentari che hanno firmato la petition. Una volta che il presidente si era reso conto di avere perso, ha dato il via libera e la mozione fu approvata all’unanimità eccetto per uno. Johnson non aveva capito o aveva ignorato i desideri dei parlamentari del suo partito. La stragrande maggioranza del voto favorevole influenzò il voto al Senato che approvò la legge anche all’unanimità e Trump fu costretto a firmarla.

Adesso un’altra discharge petition è stata programmata sui sussidi ad Obamacare, la riforma sulla sanità approvata dall’amministrazione di Barack Obama nel 2010, che scadono tra pochi giorni. Senza il rinnovo di questi sussidi le polizze di assicurazione medica aumenterebbero in maniera stratosferica per il 7 percento degli americani che si appresta a decidere l’acquisto dell’assicurazione per il 2026. Anche questa volta lo sprono iniziale è emerso dai democratici con quattro firme di parlamentari repubblicani. Questi includono 3 della Pennsylvania —Brian Fitzpatrick, Ryan Mackenzie e Robert Bresnahan— e Mike Lawler di New York. Hakeem Jeffries, il leader della minoranza democratica alla Camera, ha richiesto un voto immediato ma Johnson ha detto che ciò avverrà la prima settimana di gennaio del 2026.

Come nel caso dei file di Epstein Johnson sta cercando di ritardare tutto sperando che altri eventi ottengano precedenza. Ma il tempo stringe perché la scelta dell’assicurazione per l’anno prossimo deve essere fatta proprio in questi giorni. Con ogni probabilità il voto che ripristinerebbe i sussidi sarà approvato alla Camera. Si crede che altri repubblicani voteranno per la proposta come è successo nel caso dei file di Epstein. Assumendo un voto favorevole alla Camera la strada al Senato sarà in salita in parte perché la Camera Alta ha già votato di non approvare l’estensione dei sussidi. Inoltre il senatore John Thune, presidente del Senato, si è dichiarato contrario perché, secondo lui, Obamacare “è una legge piena di abusi con frode e sprechi”. Non si sa come Thune abbia raggiunto questa conclusione. La legge di Obamacare esiste da 15 anni e gli americani la apprezzano (59 percento favorevoli, 25 no). Anche l’estensione dei sussidi a Obamacare è favorita dal 65 percento.

Questi numeri dovrebbero creare tensione ai repubblicani e infatti il parlamentare Don Bacon, repubblicano del Nebraska, ha dichiarato di non capire perché “non si è votato per l’estensione”, aggiungendo che i democratici useranno la questione della sanità come “una mazza” contro i repubblicani. Infatti, per i democratici mantenere la questione in primo piano rappresenta una carta vincente: se riescono a fare approvare l’estensione ai sussidi potranno cantare vittoria per la loro pressione. In caso contrario useranno il voto per ricordare agli elettori chi è responsabile per gli aumenti che in non pochi casi avranno fatto perdere loro l’assicurazione per i costi troppo elevati.

I repubblicani alla Camera sono dunque messi male in buona parte per la maggioranza risicata che rende il lavoro di Johnson molto difficile. Nel secondo mandato di Trump infatti le due Camere hanno ceduto il loro potere a Trump che ha in grande misura governato mediante ordini esecutivi bypassando il potere legislativo. Non ha esagerato Nancy Pelosi, ex speaker, quando ha detto alla Abc che i repubblicani con Trump hanno “abolito” la Camera. Adesso non pochi repubblicani si rendono conto che la loro inattività metterà in pericolo la loro poltrona. Johnson ha spiegato le sue ragioni per la sua precaria situazione dovuta alla maggioranza risicata che viene messa in pericolo con la defezione di quattro parlamentari. Non corre per adesso lo stesso pericolo di Kevin McCarthy, il suo predecessore che due anni fa fu rimosso a causa della ribellione di alcuni repubblicani che si allearono coi democratici. Ma la sua situazione rimane precaria e diverrà ancora più difficile quando alle elezioni di midterm dell’anno prossimo, secondo tutte le aspettative, i democratici conquisteranno la maggioranza alla Camera. Allora Johnson non perderà solo il suo incarico di speaker ma anche la leadership del suo partito con eventuali conseguenze poco allettanti anche per Trump.




Los Angeles prova “The Olympic Wage”, il salario minimo di 30 dollari

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503714330 1237358058401078 8229698867669871954 n“È una giornata vergognosa quando i leader eletti di Los Angeles decidono di presentare una mozione per rimuovere stipendi guadagnati con il sudore ai lavoratori meno pagati”. Con queste parole Yvonne Wheeler, presidente del sindacato Los Angeles Federation of Labor, ha attaccato il consiglio comunale di Los Angeles che ha votato il mese scorso per ritardare l’aumento del salario minimo a 30 dollari l’ora al 2030 invece del 2028 come era stato stabilito nel mese di maggio.

La Wheeler ha ovviamente ragione ma ciò non elimina gli aspetti positivi dell’aumento del salario minimo a 30 dollari, il più alto degli Stati Uniti. L’aumento si applica solo ai lavoratori nel settore alberghiero e dell’aeroporto di Los Angeles. La data del 2028 era stata stabilita per coincidere con i giochi olimpici e infatti l’ordinanza del mese di maggio era stata nominata “Olympic Wage” (Salario olimpico).

L’aumento del salario minimo a trenta dollari è stato programmato con aumenti graduali dall’attuale 22,50 a 30 da raggiungersi nel mese di luglio del 2028 ma i tempi si allungheranno di due anni. L’ordinanza include altre esclusioni poiché si applica ai lavoratori di alberghi con 60 o più camere e quelli che lavorano all’aeroporto. Non tocca il salario minimo della metropoli che rimane a 17,80 dollari l’ora.

Il consiglio comunale ha fatto un compromesso per fare piacere alle aziende che come sempre si oppongono agli aumenti dei salari. In effetti, le aziende avevano tentato di fare ribaltare l’ordinanza tentando la strada di un referendum ma non sono riusciti a raccogliere abbastanza firme. Los Angeles è una città progressista con un’amministrazione democratica che promuove cause liberal dal cambiamento climatico, immigrazione, diritti della comunità LGBTQ+, e ovviamente il salario minimo. La politica liberal della metropoli ha ovviamente attirato l’attenzione dell’amministrazione di Donald Trump che nel mese di luglio ha inviato la guardia nazionale con la scusa di assistere le retate sui migranti.

Il salario minimo riflette queste tendenze progressiste della città. Il costo della vita, però, in California e nelle città come San Francisco e Los Angeles, è molto alto. Anche con un salario di 30 dollari l’ora sarebbe difficile vivere comodamente. Lavorando 40 ore settimanali con stipendi di 30 dollari in un anno intero si guadagnerebbe 64 mila dollari lordi (57 mila netti circa dopo avere pagato le tasse federali e quelle californiane). L’affitto di un bilocale costerebbe sui 24 mila dollari annui. L’aggiunta dei costi di trasporto, cibo, sanità, spesso non inclusa dai datori di lavoro, ed altre spese renderebbe una vita dignitosa alquanto difficile. Attualmente la situazione è ovviamente peggiore per la maggioranza dei lavoratori a Los Angeles con il salario minimo attuale di 17,80 dollari. Secondo alcuni calcoli il 30 percento dei lavoratori della Contea di Los Angeles guadagna stipendi che si aggirano sui 20 dollari o meno. L’aumento a 30 dollari non influenzerebbe molti di questi individui ma in un certo senso qualunque aumento stimola la pressione verso l’alto per tutti i lavoratori. Coloro che non guadagnano 30 dollari perché lavorano in altri settori esclusi dalla “Olympic Wage” cercherebbero di cambiare lavoro. Inoltre l’aumento a 30 dollari metterebbe pressione alle aziende non incluse ad aumentare gli stipendi per non perdere dipendenti.

Aumentare il salario minimo federale attuale di 7, 25 dollari, stabilito nel 2007, non interessa ai repubblicani che controllano le due Camere legislative e anche la Casa Bianca. Ciononostante dalla sua campagna presidenziale e anche dopo il senatore Bernie Sanders ha continuato il bisogno di aumentarlo a 15 dollari. Il 63 percento degli americani è favorevole a questo aumento. In mancanza di azione federale parecchi Stati e città individuali hanno approvato aumenti che vanno oltre il minimo federale. La California, stato liberal, ha iniziato ad aumentare il salario minimo progressivamente dall’amministrazione del governatore Jerry Brown nel 2016 da 10,50 all’attuale 16,50 dollari l’ora. Alcune città vanno oltre questo minimo statale come West Hollywood dove la paga minima raggiungerà 20,25 dollari. E per i lavoratori del settore fast food con un minimo di 26 dipendenti con 100 sedi a livello nazionale il salario minimo è stato stabilito a 20 dollari l’ora. Per i lavoratori del settore sanitario il salario minimo è stato stabilito a 25 dollari l’ora.

Il salario minimo a 30 dollari che si raggiungerà a Los Angeles nel 2030 è un altro passo avanti considerando le disuguaglianze economiche allarmanti raggiunte negli ultimi anni dove i cento miliardari più ricchi controllano più della metà delle risorse finanziarie del Paese.




Voto all’estero e referendum: il problema non sono gli italiani, ma vent’anni di inerzia politica

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imagesLe recenti dichiarazioni di Antonio Di Pietro sul voto degli italiani all’estero hanno riacceso un dibattito che, in realtà, non è mai stato risolto. Un dibattito antico, noto e documentato, che la politica italiana conosce da almeno vent’anni, ma che torna ciclicamente alla ribalta solo quando diventa funzionale a una contingenza elettorale.

Il contesto è quello del referendum confermativo sulla riforma della giustizia – separazione delle carriere e doppio CSM – che dovrà essere celebrato entro pochi mesi. Sarà un referendum senza quorum, deciso esclusivamente dalla maggioranza dei voti validi espressi. Ed è proprio qui che il voto estero torna ad assumere un peso determinante.

Durante un’iniziativa pubblica a Napoli, Di Pietro ha lanciato un allarme durissimo:

«Qui non stiamo parlando di elezioni parlamentari, dove una decina di parlamentari non sposta le maggioranze. Qui è un Sì o un No.» E ancora: «Quei due milioni di voti possono spostare la percentuale e portare a una vittoria truccata.»

Secondo l’ex magistrato, «ci sono gruppi organizzati appartenenti a specifici partiti politici e sindacati che, con questo sistema del voto all’estero, stanno già organizzando le liste, le schede, le buste.»

Denunce gravi, che ovviamente meritano attenzione. Ma è proprio qui che occorre distinguere tra la necessità di una riforma seria e il rischio di una narrazione pericolosa, nella quale il connazionale all’estero rischia di perdere un diritto per il modo in cui la politica, nel suo complesso, ha affrontato male questo specifico tema nel corso degli ultimi vent’anni.

Il voto per corrispondenza, così com’è oggi, non funziona. È vulnerabile, disomogeneo, spesso inefficiente. Lo sanno i cittadini, lo sanno i Comitati degli Italiani all’Estero (Com.It.Es.), lo sa il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE), lo sanno i Consolati, lo sa la politica e l’opinione pubblica in generale.

Tuttavia, trasformare il voto degli italiani all’estero in un problema da gestire in emergenza, a ridosso del voto, è potenzialmente sbagliato. Lo stesso Di Pietro propone una soluzione drastica: «Si applica al referendum lo stesso metodo di voto che si applica alle elezioni europee», ovvero il voto in presenza presso consolati e ambasciate.

Una proposta che, però, appare eccessivamente semplicistica, se si considerano le distanze geografiche enormi di molte circoscrizioni extraeuropee, dove raggiungere un consolato può significare viaggi di centinaia o migliaia di chilometri.

C’è poi un dato storico che non può essere ignorato: il primo voto all’estero, introdotto con la legge Tremaglia, fu decisivo proprio per la vittoria della coalizione di cui Di Pietro faceva parte. Quel sistema di voto, oggi messo sotto accusa, è lo stesso che allora venne difeso, valorizzato e legittimato politicamente.

Quella che mi piace definire la “21ª Regione” italiana, seconda solo alla Lombardia per numero di cittadini residenti, continua inoltre a essere sottorappresentata in Parlamento, con un numero di eletti non proporzionale alla platea rappresentata. È una creatura della politica italiana, non un’anomalia generata dagli elettori.

Il punto, dunque, non è ridurre le possibilità di voto degli italiani all’estero, ma riformare il sistema seriamente, con tempo, metodo e responsabilità. Non all’ultimo minuto, dimenticando che per oltre vent’anni più di un attore politico ha preferito criticare a convenienza, senza intervenire in modo strutturale quando ce n’era bisogno.

Con un referendum così importante alle porte, è legittimo e auspicabile che nei diversi territori si creino strumenti di controllo indipendenti, osservatori di circoscrizione, comitati ad hoc e iniziative civiche volte a vigilare sulla trasparenza delle operazioni di voto (come lo stesso Di Pietro sta annunciando). Su questo punto, tutti i cittadini onesti non possono che essere d’accordo.

Dopo vent’anni di immobilismo, la politica può portare avanti riforme improvvisate a ridosso del voto. Ne ha la facoltà. Però qualsiasi decisione presa con fretta e senza valutarne le conseguenze a livello logistico per elettori e seggi, ha i suoi svantaggi. In questo caso, quanto propone Di Pietro, rischia di lasciare moltissimi connazionali senza possibilità di poter votare.

Il problema non sono gli italiani all’estero. Il problema è chi, da vent’anni, ha scelto di non risolvere l’annosa questione del sistema di voto all’estero.




Maduro istituisce il “Premio Nobel venezuelano per la Pace”. E vince… Maduro

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maduro 4 635x358 1In un Paese dove manca tutto, perfino l’ironia rischiava di diventare merce rara. Ma Nicolás Maduro ha deciso di rimediare. Con un atto di geniale creatività istituzionale, il dittatore venezuelano ha annunciato la nascita del “Premio Nobel venezuelano per la Pace”.
E, per evitare sospetti di brogli, ha fatto subito chiarezza: il primo vincitore è lui stesso.

La cerimonia, sobria come un comizio elettorale e intensa come una diretta di propaganda, si è svolta tra bandiere, applausi comandati e sorrisi ministeriali a tempo. Maduro ha ricevuto il premio con evidente emozione, ringraziando se stesso per “l’impegno instancabile a favore della pace, della stabilità e della felicità del popolo venezuelano”. Un popolo che, per l’occasione, non ha potuto partecipare perché impegnato a fare la fila per beni di prima necessità.

Secondo il comunicato ufficiale, il premio riconosce “la capacità straordinaria del presidente di mantenere la pace interna”. Pace intesa, naturalmente, come assenza di proteste visibili, ottenuta grazie a una combinazione di controlli, divieti e una creativa interpretazione dei diritti civili.

Fonti governative spiegano che la giuria era composta da personalità di altissimo profilo:
– il ministro dell’Informazione,
– il ministro dell’Informazione aggiunto,
– e il ministro che informa gli altri due.
Tutti unanimi nel giudicare Maduro “il candidato ideale, se non l’unico”.

Il dittatore ha poi dedicato il premio “a tutti coloro che credono nella pace”, specificando che si tratta di coloro che credono nella sua pace, possibilmente in silenzio. Ha inoltre auspicato che il riconoscimento diventi annuale, lasciando intendere che la concorrenza resterà, per ora, limitata.

Dall’estero, il Comitato Nobel di Oslo ha fatto sapere di non essere stato informato dell’iniziativa, ma di apprezzare “l’originalità del gesto”, ricordando però che, di solito, non ci si assegna il Nobel da soli. Un dettaglio che, a Caracas, viene considerato secondario.

Nel frattempo, il Venezuela continua a vivere tra inflazione galoppante, emigrazione di massa e tensioni sociali. Ma ora c’è una certezza in più:
la pace è salva, almeno sulla carta intestata del regime.

E chissà: se l’esperimento funzionerà, il prossimo passo potrebbe essere il Premio Pulitzer venezuelano per il giornalismo indipendente, assegnato direttamente alla televisione di Stato.