Narcotraffico e governi di sinistra: coincidenza, sistema o alibi ideologico?

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imagesColombia, Venezuela e Messico sono oggi considerati, a vario titolo, tra i principali epicentri del narcotraffico mondiale. Un dato che spesso viene sottolineato nel dibattito politico è che tutti e tre questi Paesi sono guidati da presidenti di area progressista, socialista o di sinistra. Da qui nasce una domanda tanto provocatoria quanto ricorrente: perché il narcotraffico prolifera nei Paesi governati dalla sinistra?

La risposta, come spesso accade, è più complessa di quanto suggeriscano le semplificazioni ideologiche.

Un problema che precede i governi

Il primo elemento da chiarire è che il narcotraffico non nasce con i governi di sinistra. In Colombia i cartelli erano potentissimi già negli anni ’80 e ’90, durante governi conservatori e liberali. In Messico la struttura dei grandi cartelli si è consolidata sotto amministrazioni del PRI e del PAN, ben lontane dal socialismo. In Venezuela, il traffico illegale ha trovato terreno fertile molto prima dell’era chavista.

Attribuire il fenomeno esclusivamente all’orientamento politico dei governi rischia quindi di essere storicamente scorretto.

Stati deboli e istituzioni fragili

Ciò che accomuna questi Paesi non è tanto l’ideologia, quanto la debolezza strutturale dello Stato. Dove le istituzioni sono fragili, la giustizia lenta o corrotta, le forze dell’ordine mal pagate e la burocrazia inefficiente, il narcotraffico trova spazio per infiltrarsi, comprare protezioni e sostituirsi allo Stato stesso.

In molti casi, i governi di sinistra sono arrivati al potere in contesti già compromessi, ereditando apparati statali incapaci di controllare territori vastissimi.

Retorica sociale e realtà economica

Un altro nodo critico è il divario tra retorica e realtà. I governi socialisti spesso promettono redistribuzione, giustizia sociale e lotta alla povertà, ma quando l’economia non cresce o le riforme falliscono, il narcotraffico diventa una fonte di reddito alternativa per migliaia di giovani senza prospettive.

In questo senso, il problema non è l’ideologia in sé, ma l’incapacità di tradurre i programmi sociali in opportunità reali e sostenibili.

Ambiguità e tolleranza

In alcuni casi – soprattutto in Venezuela – osservatori internazionali hanno denunciato zone grigie, quando non vere e proprie complicità, tra settori dello Stato e traffici illegali. Qui il narcotraffico non è solo un nemico, ma diventa parte di un’economia parallela che aiuta a mantenere consenso, controllo territoriale o flussi di denaro in assenza di risorse legali.

Ma anche questo non è un fenomeno esclusivo dei governi di sinistra: esempi simili esistono in Paesi governati dalla destra o da regimi autoritari di altro segno.

Una domanda mal posta

Chiedersi perché il narcotraffico proliferi nei Paesi socialisti rischia quindi di essere una domanda ideologica più che analitica. La questione centrale dovrebbe essere un’altra:
perché il narcotraffico prolifera dove lo Stato è debole, la povertà è diffusa, le istituzioni sono permeabili e il mercato globale della droga continua a essere alimentato soprattutto dai Paesi ricchi?

Finché la domanda di droga resterà altissima in Nord America ed Europa, e finché intere regioni del Sud del mondo rimarranno senza alternative economiche credibili, il narcotraffico continuerà a prosperare indipendentemente dal colore politico dei governi.

 




USA. Greene e l’affordability affondano Trump?

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images“Il presidente deve riconoscere che è un miliardario…. non può manipolare la gente dicendo loro che possono pagare le fatture…. e che l’economia riceve un voto di A++++”. Queste le parole della parlamentare repubblicana della Georgia Marjorie Taylor Greene, battagliera sostenitrice di Donald Trump per cinque anni. Nelle ultime settimane però la Greene ha preso le distanze dell’inquilino della Casa Bianca il quale l’ha etichettata di “traditrice”, “lunatica” aggiungendo che le toglierà l’endorsement.

La Greene ha additato il punto più debole dell’amministrazione Trump. L’economia, che Il 47esimo presidente si era sempre proclamato di gestire meglio di tutti per la sua esperienza imprenditoriale, è divenuto infatti il suo tallone di Achille. “L’affordability”, termine usato già dall’inizio del novecento, ma molto discusso di recente, si riferisce alle possibilità economiche di garantirsi uno standard di vita dignitoso. È stato usato molto efficacemente da Zohran Mamdani nella campagna elettorale che lo ha condotto alla vittoria di sindaco di New York il mese scorso.

Trump, però, ha definito “l’affordability” una bufala creata dai democratici. Quando lui ha detto in un’intervista a Dasha Burns di Politico che dà un voto di A++++ (voto equivalente a 110 e lode, lode, lode) all’economia esagerava e pochi lo hanno creduto. L’economia va bene per i miliardari come lui che dall’inizio del suo secondo mandato è riuscito ad ampliare il suo patrimonio da 4,3 a 7,3 miliardi, secondo calcoli della rivista Forbes. Per il resto degli americani la situazione è tutt’altro che promettente.

La Greene ha sottolineato la distanza fra Trump e gli elettori, incluso quelli della base di MAGA, additando agli aumenti dei costi, specialmente la mancata azione per rinnovare i sussidi per l’acquisto dell’assicurazione medica. Più di 24 milioni di americani vedranno costi esorbitanti nelle loro polizze perché i sussidi per l’Obamacare, il sistema di sanità stabilito da Barack Obama, scadono in questi giorni. La Greene ha anche additato al fatto che Trump dà tutte le indicazioni di essersi schierato con i ricchi come ci indicano le sue feste a Mar-a-Lago e gli incontri con i più facoltosi dell’America. La rinnovazione della East Wing alla Casa Bianca pagata da contributi di questi individui sottolinea anche il contrasto con gli elettori del ceto basso di MAGA minando in questo senso la coalizione che Trump era riuscito a creare.

I consiglieri di Trump hanno capito la situazione e lo hanno incoraggiato a cambiare rotta, iniziando una serie di rally che ricordano la campagna elettorale. Nel primo di questi in Pennsylvania però il presidente ha dato pochi segnali di seguire i suggerimenti del suo staff. In Pennsylvania si è concentrato ad attaccare i migranti, specialmente i somali, ripetendo che l’affordability è un’invenzione dei suoi avversari politici.

Non sta funzionando come ci indicano i sondaggi. Il 56 percento degli americani, secondo un recente sondaggio dell’Economist/You Gov, crede che Trump stia usando la carica del presidente per i suoi guadagni personali mentre il 32 percento afferma il contrario. Inoltre il 56 percento sostiene che il presidente sta usando il ministero di Giustizia per vendicarsi dei suoi nemici come ci confermano i casi di James Comey e Laetitia James che abbiamo discusso in queste pagine. Per quanto riguarda il suo indice di gradimento un sondaggio dell’AP/NORC ci dice che solo il 36 percento approva il suo operato. E nel caso specifico dell’economia solo il 31 percento approva. Anche con la questione dell’immigrazione, un altro suo punto forte, gli ultimi sondaggi ci dicono che solo il 43 percento approva la sua politica.

Se Trump predica una cosa, dentro di sé saprà che la situazione è diversa. In un’intervista al Wall Street Journal il 47esimo presidente ha detto di avere creato la più grande economia ma ci vorrà tempo affinché gli americani se ne rendano conto. Il tempo però stringe e lui lo ha riconosciuto guardando avanti alle elezioni di midterm. Prevedendo una sconfitta in una o ambedue le Camere Trump ha contattato alcuni governatori repubblicani chiedendo loro di ridisegnare i distretti elettorali per crearne altri che possano aumentare le possibilità di vittoria repubblicana. Lo hanno fatto il Texas, il Missouri e il North Carolina, ma l’Indiana si è rifiutata, suggerendo alcune crepe nel suo controllo del Partito Repubblicano. Dall’altro lato però la California, il Maryland, e la Virginia, controllati dai democratici, stanno agendo per neutralizzare gli sforzi dei loro colleghi repubblicani. Tutto sommato l’impopolarità di Trump potrebbe costringere i candidati repubblicani al Senato e alla Camera a prendere le distanze dal presidente vedendolo come un ostacolo invece di un valore aggiunto. Nella sua intervista al Wall Street Journal Trump ha però suggerito che la sua politica economica forse non si tradurrà in vittorie politiche alle elezioni di midterm l’anno prossimo.




Italiani all’estero tra annunci e propaganda: il bilancio (deludente) della politica nostrana

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sin títuloNel corso di questa legislatura, il Parlamento ha approvato o avviato una serie di provvedimenti che riguardano direttamente gli italiani residenti all’estero: cittadinanza, fisco, sanità, rete consolare. Temi sensibili, spesso evocati come bandiere identitarie, ma raramente affrontati con una visione organica.

Se si prova ad andare oltre i comunicati stampa e i post celebrativi sui social network, il quadro che emerge è meno entusiasmante di quanto venga raccontato. Alcune misure vanno nella direzione giusta; altre risultano deboli, confuse o addirittura controproducenti. Nel complesso, la sensazione è quella di un’occasione in gran parte sprecata.

Partiamo da ciò che ritengo positivo e degno di nota.

La parte della normativa in materia di cittadinanza relativa al riacquisto della stessa, a favore degli ex cittadini nati in Italia o che sono stati residenti in Italia per almeno due anni continuativi e che abbiano perso la cittadinanza non oltre il 15 agosto 1992, rappresenta una misura giusta. Le dichiarazioni di riacquisto potranno essere presentate entro dicembre 2027. Non risolve tutti i problemi legati alla cittadinanza, ma costituisce uno dei pochi interventi coerenti e condivisibili dell’ultimo periodo. Qui il segnale politico è corretto, così come l’impianto della norma.

Di positivo, inoltre, va sottolineato l’impegno dell’On. Andrea Di Giuseppe nella battaglia contro il racket dei visti e nel contesto dello scandalo noto come “passaportopoli”. Iniziative personali che, in linea teorica, non dovrebbero incidere su un giudizio complessivo sull’operato della politica, ma che meritano di essere menzionate per il contributo dato nel portare alla luce dinamiche di cui da anni si parla sottovoce. Non più semplice vox populi, dunque, ma denunce che provengono da un parlamentare eletto all’estero. Dinamiche che, va detto, in alcuni Paesi, incluso quello in cui risiedo da oltre vent’anni, la Repubblica Dominicana, sono state troppo spesso tolerate, ignorate o addirittura hanno portato a soluzioni drastiche che hanno fatto più male ai cittadini che ai veri colpevoli.

Passiamo ora alle note negative. Note che, messe sulla bilancia insieme agli elementi positivi sopra citati, incidono in modo significativo sul giudizio finale.

Partiamo dall’acquisizione della cittadinanza per i nati all’estero. Una norma che non solo ha ristretto l’accesso allo ius sanguinis, scelta che può anche essere in piccola parte giustificabile, poiché la trasmissione della nazionalità senza limite generazionale era difficilmente sostenibile, ma che è stata ulteriormente irrigidita nel corso dell’iter parlamentare attraverso emendamenti che ne hanno peggiorato l’impianto, passando da un estremo all’altro.

Il risultato è una legge che complica la vita a migliaia di famiglie, su basi fondate sul luogo di nascita e/o di residenza di genitori e nonni e sull’assenza di una seconda nazionalità degli stessi. Questo genera incertezza giuridica e ha già prodotto un contenzioso rilevante, senza risolvere realmente il problema degli abusi che il Governo dichiara di voler contrastare. In un Paese come l’Italia, dove per troppi anni si è data priorità all’immigrazione (clandestina e non) e a un’integrazione spesso utopica, viene da chiedersi perché non si sia investito, piuttosto, su un invito concreto ad accogliere i nostri discendenti all’estero che vivono in contesti di difficoltà socio-economiche e politiche.

Anche sul fronte dell’opposizione è legittima una critica: la retorica utilizzata da alcuni esponenti dimentica quanto sostenuto in passato sullo stesso tema. È noto, del resto, che una parte consistente della sinistra considera lo ius soli la vera priorità; non a caso, proprio di recente, vi è stata una battaglia politica e referendaria per ridurre drasticamente i tempi di acquisizione della cittadinanza per residenza, portata avanti dalla sinistra. Su questo tema, la politica nel suo complesso merita un giudizio nettamente negativo.

L’On. Di Giuseppe, sul proprio profilo Facebook, rivendica maggiori risorse alle unità diplomatiche. È vero che sono stati previsti stanziamenti aggiuntivi, ma non si può certo parlare di risultati storici. Non esiste una riforma organica della rete consolare, non esiste un piano strutturale di potenziamento del personale, né una revisione dei servizi in funzione di una comunità AIRE che negli ultimi vent’anni è più che raddoppiata. Gli stanziamenti servono soprattutto a evitare il collasso di un sistema già sotto pressione, non a trasformarlo. Anche qui, la distanza tra propaganda e realtà è evidente.

La misura sull’IMU per gli italiani residenti all’estero (per ora approvata solo alla Camera), limitata agli immobili situati nei comuni sotto i 5.000 abitanti, rappresenta un miglioramento rispetto al passato. Piuttosto di niente, meglio “piuttosto”, ma resta un intervento circoscritto a una platea ridotta. La competizione politica che ne è seguita, da destra a sinistra, con titoli trionfalistici e rivendicazioni di merito esclusivo, ha prodotto più disinformazione che chiarezza. Spesso si è omesso il carattere limitato della norma, alimentando aspettative sproporzionate rispetto all’impatto reale. Anche in questo caso, più comunicazione che sostanza.

Il capitolo che però ha recentemente acceso maggiormente il dibattito (con tanto di approvazione, anche in questo caso, per ora solo alla Camera), dopo quello sulla cittadinanza, riguarda l’accesso al Servizio Sanitario Nazionale per i residenti all’estero. L’introduzione di un contributo fisso di 2.000 euro annui nasce da un’impostazione semplicistica e priva di una reale logica sanitaria. Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, l’On. Di Giuseppe stima che almeno il 40% degli iscritti AIRE aderirebbe alla misura, generando un gettito compreso tra i 3 e i 4 miliardi di euro. Numeri che appaiono, per usare un eufemismo, eccessivamente ottimistici. A ciò si aggiunge l’idea che la misura ridurrebbe il numero di connazionali che evitano l’iscrizione all’AIRE per timore di perdere l’accesso al SSN.

La politica ha sempre escluso l’accesso al SSN ai residenti all’estero sulla base di un unico criterio: “pagare le tasse in Italia vivendo in Italia”. Ora si propone un contributo fisso di 2.000 euro, inferiore al costo medio pro capite della sanità per un residente (circa 3.500 euro), senza alcuna proporzionalità rispetto al reddito, Paese di residenza, situazione socio-economica e professionale degli interessati, all’appartenenza a fasce più deboli, né rispetto ai contributi già versati o tuttora versati, come nel caso dei pensionati.

Ancora una volta, non si tiene conto del valore che gli italiani nel mondo rappresentano per il Paese, né del contributo che molti di loro offrono indirettamente all’economia nazionale: dalla promozione del Made in Italy al turismo di ritorno, tutt’altro che scontato se non adeguatamente incentivato, fino alle esportazioni favorite dalla presenza delle nostre comunità all’estero, che continuano a investire nel sistema Italia e a credere nel Paese di origine.

Il risultato è una misura che non è equa, e difficilmente verrà utilizzata da chi vive stabilmente fuori dall’Unione Europea e già sostiene costi elevati per assicurazioni sanitarie private, viaggi e alloggio. A poterne beneficiare saranno probabilmente solo coloro che necessitano di farmaci o terapie il cui costo annuo all’estero risulta significativamente superiore rispetto al contributo che verrebbe pagato, in particolare nel caso di malattie croniche, degenerative o autoimmuni. La misura rischia dunque di rivelarsi un flop e di produrre l’effetto opposto a quello dichiarato: un costo potenzialmente superiore per lo Stato rispetto alle entrate previste.

Maggioranza e opposizione continuano a rimpallarsi slogan sui social network, ma basta leggere i commenti sotto molti post per capire che non tutti “abboccano”. Una parte crescente dell’opinione pubblica ha compreso il gioco. Certo, la propaganda funziona ancora con chi fa tifo a prescindere o non entra nel merito delle misure. Ma è proprio su questa superficialità che la politica costruisce consenso, sacrificando l’analisi e la qualità delle riforme.

L’opposizione, che paradossalmente è maggioranza tra gli eletti all’estero, ha votato insieme alla maggioranza i provvedimenti su IMU e sanità alla Camera, nonostante i loro evidenti limiti logici.

Il MAIE (Movimento Associativo Italiani all’Estero), dal canto suo, continua a dichiararsi oppositore di queste misure, pur rimanendo alleato di Noi Moderati e in coalizione con il governo. In Sud America questa strategia potrà funzionare, ma nelle altre ripartizioni rischia di indebolire seriamente il movimento. Rivendicare di essere gli unici difensori degli italiani all’estero stando al governo, senza incidere realmente sui provvedimenti, non rappresenta un biglietto da visita efficace, soprattutto se si considera che durante i governi Conte I e II il MAIE disponeva di un peso politico ben più rilevante, anche grazie ai numeri risicati al Senato.

Ed è forse proprio sui numeri al Senato nella prossima legislatura che il MAIE sta giocando una partita importante. Il cosiddetto “campo largo” non appare così distante dal centrodestra nei sondaggi e i rapporti interni alla maggioranza non sono sempre lineari. Da qui al 2027, scadenza naturale della legislatura, in uno scenario di equilibrio instabile e con un centro privo di una guida forte, il movimento guidato dall’ex Sottosegretario agli Esteri Ricardo Merlo potrebbe tentare di ritagliarsi un ruolo. Ma per farlo non basta stravincere in Sud America: diventa essenziale giocare le proprie carte anche nelle altre ripartizioni, in particolare in Nord America, dove alle ultime due elezioni politiche il MAIE ha raccolto tra l’8% e il 10% dei consensi. Per farlo gli serve un “treno” politico credibile. L’alleanza con Noi Moderati presuppone una candidatura nel centrodestra, ma resta aperta una domanda: come convincere l’elettore più attento, della credibilità di candidati MAIE in una lista di governo, dopo tante critiche all’operato dell’esecutivo e di scarsa incidenza sulle decisioni parlamentari?

Per tutte le ragioni di cui sopra, il mio personale giudizio complessivo sulla politica nostrana, su questi temi, è negativo. Da sinistra a destra, passando per il centro. Troppa propaganda, poca visione, riforme frammentarie e spesso incoerenti. Il tema della cittadinanza ha complicato la vita a migliaia di persone; la sanità è stata affrontata con un approccio tecnicamente debole; le misure fiscali sono state sovra-raccontate.

Gli italiani all’estero meritano politiche serie, proporzionate e sostenibili. Non annunci, non slogan, non gare di merito. Finché questo non sarà compreso, il rischio è che ogni “risultato” venga percepito sempre più come un esercizio di comunicazione, più che come una risposta concreta ai problemi reali.

FLAVIO BELLINATO

Italiani Oltreconfine




La verità sull’esenzione IMU sotto i 5.000 abitanti

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imagesLa verità sull’esenzione IMU sotto i 5.000 abitanti: una proposta che dice molto più di quello che sembra.
Più che chiedersi “chi governa l’Italia”, questa vicenda rivela una realtà molto più profonda:
da anni i partiti italiani – di destra e di sinistra – non si preoccupano davvero degli italiani all’estero.
Per molti, purtroppo, contiamo solo quando serve qualche titolo sui giornali.
La proposta sull’esenzione IMU, infatti, è stata presentata dal PD senza spiegare da dove prendere i fondi per renderla realmente valida per tutti gli iscritti AIRE.
Una di quelle classiche proposte “da opposizione”: la presenti sapendo che non governi, ti fai bello con l’annuncio, e poi lasci agli altri il compito di trovare coperture e soluzioni concrete.
Ma queste cose si fanno quando si è in maggioranza, non quando si vuole giocare al solito gioco delle tre carte.
Il testo è poi passato alla Camera anche con i voti della maggioranza, ma per un motivo molto semplice:
👉 portarlo al Senato, dove finalmente sarà possibile presentare emendamenti seri.
Perché così com’è, questa misura è solo un contentino inutile che lascia fuori la stragrande maggioranza degli italiani all’estero.
E permettetemi una nota ironica, ma perfettamente calzante:
questa politica rischia di diventare come la scena di Antonio La Trippa, che promette case a tutti… pur sapendo che non esistono.
Noi no.
Gli italiani all’estero preferiscono serietà: meno slogan, più fatti.
Ora aspettiamo il Senato.
Lì si vedrà chiaramente chi vuole davvero aiutare gli italiani nel mondo e sopratutto con quali fondi…
e chi vuole solo fare propaganda



Perché Trump non manda i SEALs a prendere Maduro?

fotoarte trump y maduro

fotoarte trump y maduroLa verità è che il problema non è Maduro: è la mafia che governa con lui

Ogni volta che si parla di Venezuela, qualcuno dice:
“Ma se Trump volesse davvero, manderebbe i SEALs e in dieci minuti Maduro sarebbe a Guantánamo.”

Ed è vero: sul piano operativo, gli Stati Uniti avrebbero la capacità di catturare Maduro.
Sul piano legale, potrebbero giustificarlo come arresto di un narcotrafficante internazionale.
E sul piano politico, esiste già un presidente legittimamente eletto che potrebbe essere insediato subito, con il popolo in strada a festeggiare.

La narrazione secondo cui “crollerebbe il caos” è solo metà della verità.
La parte che nessuno dice è un’altra:
il vero problema non è Maduro.
Il vero problema è la mafia che governa con lui.

Se domani catturano Maduro, chi resta?

Diosdado Cabello – il vero capo politico-militare del chavismo, accusato da più Paesi di narcotraffico.

Padrino López – l’uomo che controlla l’esercito e decide chi vive e chi muore.

Delcy Rodríguez – la mente burocratica del regime, abilissima a mantenere reti internazionali.

Jorge Rodríguez – il grande manipolatore mediatico e negoziale.

Reverol, El Aissami, Bernal, e tutto l’apparato del Cartel de los Soles.

Maduro è sostituibile.
Loro no.
Sono la struttura che tiene in piedi il regime.

Per questo ogni discorso su un “blitz risolutivo” è ingenuo: per liberare il Venezuela, bisognerebbe decapitare tutto il gruppo di potere, non un solo uomo.

La grande menzogna internazionale è che il Venezuela “non avrebbe un’alternativa”.
Non è vero.

Il Venezuela ha già: un presidente legittimamente eletto secondo gran parte della comunità internazionale; un’Assemblea riconosciuta; un mandato popolare chiarissimo per liberarsi del chavismo.

Il giorno in cui Maduro cadrà, il popolo non scapperà, non si nasconderà:
riempirà le strade.

Lo si è visto nel 2019, lo si è visto nel 2017, lo si è visto mille volte:
i venezuelani non aspettano altro che il regime cada per tornare a vivere.

L’idea che “non ci sarebbe una transizione” è una fantasia di chi non vuole che cambi nulla.

È scomodo da dire, ma vero:

A Cuba conviene che il Venezuela resti sotto controllo.

A Russia e Iran conviene mantenere un avamposto anti-USA.

Ai cartelli della droga conviene una frontiera senza legge.

A molti politici stranieri conviene un Venezuela eterno “caso umanitario” su cui costruire campagne.

E così Maduro resta.
Non perché il popolo lo voglia.
Non perché sia forte.
Ma perché la sua cupola criminale garantisce affari a mezzo pianeta

Se Trump domani cattura Maduro e basta, non cambia nulla.
Cabello sale al potere.
O Padrino López.
O Rodríguez.
O chiunque altro della cupola.

Se davvero gli USA volessero liberare il Venezuela, dovrebbero catturare tutta la catena di comando; neutralizzare i cartelli che la sostengono; impedire a Cuba e a Russia di intervenire; insediare subito il presidente legittimo.

Un’operazione di questo tipo non è impossibile.
È semplicemente enorme.

E richiede una decisione storica, non un colpo di teatro.

Maduro è solo il volto pubblico.
Il vero chavismo è una mafia che controlla armi, oro, petrolio, traffici e propaganda.

Per liberare il Paese non basta un blitz, non basta una sanzione, non basta un negoziato.

Serve una scelta politica internazionale che finora nessuno ha avuto il coraggio di prendere fino in fondo.

I venezuelani festeggerebbero?
Sì, senza dubbio.
Inondarebbero le strade come hanno già fatto mille volte.
Ma per arrivare a quel giorno bisogna spezzare non un regime, ma un’intera organizzazione criminale con ramificazioni globali.

E questo, oggi, è il vero motivo per cui nessuno — nemmeno Trump — ha ancora premuto il grilletto.




Trump sfida la legalità in politica interna e estera: i casi di Comey, James e Hegseth

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sin título“Sono incoraggiato dalla vittoria di oggi e anche grato dalle preghiere e supporto che ho ricevuto da molte parti del Paese”. Con queste parole , ha commentato la decisione del giudice federale Cameron McGowan Currie di archiviare il processo in cui era accusato di falsa testimonianza e intralcio ai lavori del Congresso. Il giudice ha anche archiviato il caso di Laetitia James, procuratrice dello Stato di New York, accusata di frode bancaria e falsa testimonianza. Il giudice non ha considerato il merito delle accuse ma ha raggiunto la sua decisione perché la procuratrice del distretto orientale della Virginia Lindsey Halligan era stata nominata da Donald Trump illegalmente. Erik Siebert, il procuratore che aveva preceduto la Halligan, si era rifiutato di incriminare Comey e James perché non riteneva ragionevole l’incriminazione e fu costretto a dimettersi. La scelta di Halligan, un’avvocata di Trump senza nessuna esperienza in casi criminali, si è dunque rivelata una mossa sbagliata ed illegale.

Il ministro di Giustizia di Trump Pam Bondi ha annunciato che ricorrerà all’appello e quindi i casi non sono completamente risolti. Le mosse potenzialmente illegali di Trump non finiscono però con il caso di Comey e James, due nemici del presidente. Il primo aveva scatenato le indagini su Trump durante il suo primo mandato che condussero al Russiagate. La James da procuratrice di New York aveva condotto il processo su Trump accusato di frode bancaria e falsa testimonianza. A conclusione del processo nel mese di febbraio del 2024 Trump fu condannato a risarcire lo Stato di 450 milioni di dollari ma la Corte D’Appello ha invalidato la multa anche se ha convalidato la veridicità della frode.

Nonostante la sconfitta subita nei casi di Comey e James la politica di Trump continua a scuotere la legalità in politica estera e anche interna. In effetti il 47esimo presidente si inventa emergenze per usare la forza dichiarando guerra, usando i suoi poteri presidenziali. Lo ha fatto con le sue aggressioni alle città americane governate da democratici inveendo contro la criminalità e la difesa degli agenti dell’Ice, Immigration and Customs Enforcement, che secondo lui vengono attaccati da manifestanti. La magistratura ha in grande misura imposto freni agli evidenti abusi di Trump ma il clima di paura si è manifestato nelle comunità di migranti e anche nella mente di cittadini che si sentono preoccupati di dovere dimostrare con documenti di essere nel Paese legalmente.

Questo clima di tensione si è anche manifestato nella guerra di Trump ai narcotrafficanti come ci dimostrano gli attacchi a imbarcazioni nel Mar dei Caraibi. La soluzione di Trump è stata di distruggere queste imbarcazioni sospettate di trasportare droga anche se nessuna prova obiettiva è stata fornita. Fino ad oggi 22 imbarcazioni sono state distrutte con un totale di 83 vittime. Nel mondo di Trump se lui accusa ciò vuol dire essere condannati. Adesso però cominciano a venire a galla informazioni che la cosiddetta guerra ai narcotrafficanti presenta fratture. Il Washington Post ha recentemente pubblicato un articolo citando due fonti interne secondo cui l’attacco alla prima imbarcazione il 2 settembre non fu distrutta con il primo missile. Due sopravvissuti aggrappati ai relitti dell’imbarcazione sono poi stati uccisi con un secondo attacco, e proprio al momento di scrivere siamo informati che si trattava infatti di quattro attacchi in totale. Secondo il Washington Post Peter Hegseth, il ministro di Difesa o Guerra, come preferisce autodefinirsi, avrebbe dato l’ordine di “ucciderli tutti” ordinando il lancio di altri tre missili.

Gli analisti militari e legali hanno rilevato che se si tratta di una guerra bisogna seguire le leggi stabilite dalla Convenzione di Ginevra, firmata anche dagli americani. Secondo il manuale di guerra americano “gli ordini di sparare su naufraghi sarebbe ovviamente illegale”. Hegseth ha dichiarato però che l’ammiraglio Frank Bradley, il comandante dell’operazione, ha agito legalmente e che ha fatto il suo lavoro molto bene. Il supporto di Hegseth a Bradley, però, è agrodolce poiché lo addita come responsabile della decisione finale. In effetti, Hegseth ci dice che lui non ha fatto nulla di male.

La questione di ordini illegali nelle forze armate era già nell’aria ed era stata il soggetto di un video pubblicato da sei legislatori veterani di forze armate o di servizi segreti, capitanati dal senatore democratico dell’Arizona Mark Kelly. Nel filmato i sei legislatori reiterano che la fedeltà dei soldati numero uno è alla costituzione e che non devono obbedire ordini che considerano illegali. Trump ha attaccato il video minacciando i partecipanti di sedizione e alto tradimento. Infatti, il senatore Kelly potrebbe essere richiamato in servizio per affrontare la corte marziale. Il monito di Kelly e degli altri cinque legislatori sugli ordini potenzialmente illegali è adesso in primo piano. Ecco perché la commissione bipartisan al Senato e alla Camera sulle forze armate ha aperto un’inchiesta per fare chiarezza se qualcuno ha commesso un crimine di guerra.

La questione dei narcotrafficanti e la distruzione di imbarcazioni nei Caraibi e la guerra di Trump alla droga trasportata negli Usa si scontra però con la grazia concessa dal presidente Usa a Juan Orlando Hernández. L’ex presidente dell’Honduras era stato condannato in America a 45 anni di carcere per avere facilitato l’importazione di centinaia di tonnellate di cocaina. Trump ha spiegato la grazia asserendo che Hernández “era stato trattato molto male”. E tutti quegli americani che avranno sofferto per i reati di Hernández?

La condotta di Trump con la legalità conferma ciò che molti cittadini vedono come un sistema di giustizia per la gente comune e un altro per i potenti. Importerà agli americani la condotta legalmente dubbia di Trump? Forse molto meno della loro situazione economica che continua a peggiorare come ci rivelano gli ultimi sondaggi sull’operato di Trump. L’indice di gradimento di Trump è sceso al 36 percento secondo il più recente sondaggio di Gallup, una cifra poco più alta del 34 percento dopo gli assalti al Campidoglio il 6 gennaio 2021.




Gli Stati Uniti interverranno in Venezuela? Tra pressioni, retorica e scenari reali

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sin títuloNegli ultimi giorni la tensione tra Washington e Caracas ha raggiunto livelli inediti. L’amministrazione di Donald J. Trump ha intensificato le sue azioni contro il regime di Nicolás Maduro: raid contro imbarcazioni sospettate di narcotraffico, dispiegamento navale e militare nei Caraibi, coinvolgimento di agenzie d’intelligence come la CIA in operazioni segrete in territorio venezuelano.

Il bilancio: attacchi mirati a traffico di droga e al presunto gruppo criminale Cartel de los Soles — definito “organizzazione terroristica” dagli USA. Ma per molti esperti ciò non ha solo finalità antidroga: potrebbe rappresentare una strategia per aumentare la pressione su Maduro e forzare un cambiamento di regime.

Perché un intervento sembra una possibilità concreta

  • Le autorità USA hanno già compiuto azioni militari “kinetiche”: colpito imbarcazioni, autorizzato la CIA a operare all’interno del Venezuela, e dispiegato mezzi e truppe nei Caraibi.

  • Il rifiuto di Washington a considerare legittima l’elezione di Maduro e il rifiuto di un piano di transizione graduale indicano che gli USA non sono disposti a trattare su un “passaggio morbido” del potere.

  • La narrativa americana — unendo narcotraffico, terrorismo e dittatura — giustifica una “pressione continua”, che in questo contesto può facilmente degenerare in un’azione più ampia.

Ma esistono forti deterrenti e rischi elevati

  • Un intervento diretto significherebbe un salto di gravità: un’invasione o operazione di terra colpirebbe la sovranità venezuelana, generando grande opposizione interna e rischi per la stabilità regionale. Caracas ha già dichiarato che «risponderà a qualsiasi momento, in qualsiasi modo».

  • Dal punto di vista internazionale, una mossa del genere sarebbe molto controversa e potrebbe isolare ulteriormente gli USA sul piano diplomatico.

  • Anche dentro gli Stati Uniti ci sono voci critiche: la proposta bipartisan recentemente avanzata nel Congresso cerca di limitare l’autorità del presidente per compiere attacchi senza un chiaro mandato.

La vera domanda: a cosa servirebbe un intervento?

Secondo analisti geopolitici, non sarebbe tanto il petrolio del Venezuela il motivo principale — nonostante le numerose riserve — bensì la strategia di regime change, in un contesto in cui Caracas resta un alleato strategico di potenze rivali come Russia e Cina.

Inoltre, la “guerra alla droga” viene usata come casus belli: colpire gruppi criminali riconosciuti come narco-terroristi dà una giustificazione pubblica alle operazioni militari.

Che cosa può succedere nei prossimi mesi

  • Gli Stati Uniti potrebbero limitarsi a ulteriore pressione diplomatica e sanzioni, cercando di far crollare il regime dall’interno — una strada più plausibile vista la delicatezza di un’invasione.

  • Ma l’escalation militare non è da scartare: con la flotta già schierata e le autorità USA pronte a usare la forza contro presunti traffici, un’operazione mirata, magari contro obiettivi specifici, non è da escludere.

  • Un intervento ampio — con truppe di terra — appare però meno probabile a breve termine, a causa dei costi politici e dei rischi immediati per la stabilità regionale.

Per chi osserva da vicino la situazione latino-americana — come molti nostri lettori italiani nei Caraibi e nelle Americhe — è importante capire che non si tratta più solo di retorica o minacce ipotetiche. Gli Stati Uniti hanno già attivato strumenti militari, di intelligence e di pressione contro il Venezuela.

Un intervento diretto non è inevitabile, ma appare sempre più possibile — soprattutto se le autorità venezuelane continueranno a essere indicate come sponsor di narcotraffico e terrorismo, e se le opzioni diplomatiche falliranno.

In un contesto tanto volatile, l’unica certezza è che la comunità internazionale — e chi vive tra Repubblica Dominicana, Caraibi e Sudamerica — dovrà seguire con estrema attenzione ogni sviluppo.




“Se l’Europa vuole la guerra…”, la provocazione di Putin e la vera domanda: l’UE è pronta?

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2025 12 02t163a043a24z 90571902Vladimir Putin ha lanciato un messaggio chiaro e inquietante: «Se l’Europa vuole la guerra, noi siamo pronti».
Dietro questa dichiarazione — aggressiva, quasi cinematicamente bellicista — c’è la strategia di un uomo che non nega l’intenzione di sottomettere militarmente l’Europa se — secondo la sua logica — il “blocco occidentale” dovesse decidere di affrontarlo.

Putin non sta semplicemente “scaldando i muscoli”: sta cercando di imporre una narrativa — ripetendola più volte — per dipingere l’Europa come aggressore, e sé stesso come difensore. Un ricatto geopolitico che, pur partendo da una posizione di forza (militare, energetica, mediatica), mira soprattutto a spaccare la coesione interna dell’Europa e a indebolirne la determinazione.

Nei fatti, tuttavia, la domanda da porsi non è se la Russia sia pronta, ma se l’Europa, con le sue fratture, i suoi interessi nazionali divergenti e lo scetticismo interno, sia davvero disposta a trasformare la minaccia in un confronto — militare o economico — fino in fondo.

Da un lato, Bruxelles e le capitali europee hanno in questi mesi cercato di rafforzare la loro posizione: nuovi stanziamenti difensivi, sostegno all’Ucraina, passi verso l’indipendenza energetica.
Dall’altro, la retorica unitaria vacilla di fronte a interessi nazionali divergenti, opinioni pubbliche divise e dubbi sull’efficacia di una risposta militare diretta. Questo crea spazi — forse calcolati da Mosca — di indecisione, contraddizione e possibile cedimento politico.

Per paesi come l’Italia — saldamente dentro l’UE e legati alla storia e alla diplomazia europea — la sfida è duplice: trovare la forza di difendere i principi di sovranità, legge internazionale e diritto, senza cadere in una retorica militarista che rischia di alimentare nuove guerre. A Roma, più che altrove, la prudenza dovrebbe prevalere sul clamore.

Quanto può resistere l’Europa — con le sue divisioni energetiche, economiche, sociali — all’offensiva di ‘guerra ibrida’ (militare, economica, informativa) avviata da Mosca? Questa è la vera scommessa.

La dichiarazione di Putin non è un capriccio né un voler “dialogare con il coltello sul tavolo”: è un test. E come ogni test, richiede una risposta: decisa, unita, coerente.

L’Europa può scegliere fra due strade:

  • accettare la minaccia, dividendosi, ripiegandosi su interessi nazionali — in questo caso rischia di finire soggiogata, lentamente;

  • reagire con coesione, politica estera condivisa, solidarietà concreta — in questo caso può avere la speranza di difendere non solo confini geografici, ma valori fondamentali.

E a noi italiani — lettori e osservatori di mondo — tocca decidere da che parte stare.




MAGA comincia a sfuggire di mano a Trump: il dissenso dei parlamentari Massie e Greene

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images“Donald Trump vi può proteggere nei distretti conservatori adesso…. ma nel 2030 non sarà presidente e voi avrete votato per la protezione dei pedofili”. Queste le parole del parlamentare repubblicano con tendenze libertarie Thomas Massie del Kentucky mentre esortava i suoi colleghi a votare per il rilascio dei file di Epstein. Il voto quasi unanime (427-1) è eventualmente avvenuto, esito rarissimo in questi tempi. È un indizio che i repubblicani hanno già iniziato a capire che possono esercitare una certa indipendenza poiché Trump dà chiari segnali di essere già anatra zoppa.

Il voto sui file di Epstein è emerso dalla “discharge petition”, una mossa alla Camera che richiede una semplice maggioranza di firme dei parlamentari per costringere lo speaker alla sottomissione di un voto. Tutti i parlamentari democratici l’avevano firmata ma sono stati quattro repubblicani a forzare la mano dello speaker Mike Johnson che alla fine ha anche lui votato sì nonostante aver bloccato il voto per 36 giorni.

Massie ha criticato Johnson asserendo che “lo speaker è stato trascinato mentre dava calci e strillava….. si tratta di un riequilibrio del popolo contro il ramo esecutivo”. Massie ha ragione poiché anche nel movimento MAGA, (Make America Great Again) lo slogan di Trump, emergono crepe alla coalizione politica repubblicana.

Oltre a Massie anche Nancy Mace (Carolina del Sud), Lauren Boebert (Colorado) e Marjorie Taylor Greene (Georgia) hanno firmato la “discharge petition”. La Greene è stata la più battagliera perché al di là dell’affaire Epstein ha preso le distanze dal presidente sottolineando che i valori di MAGA sono stati traditi. Questi includono il principio fondamentale di America First, prima gli Americani. La Greene ha asserito che il presidente passa molto tempo occupandosi della politica estera che al movimento MAGA importa poco. La bellicosità di Trump in Venezuela, il supporto dell’economia in Argentina, la situazione in Ucraina e i rapporti amichevoli con i Paesi arabi non rientrano negli interessi dell’americano medio per la Greene.

La politica interna è stata messa in secondo piano, sostiene la Greene, specialmente per quanto riguarda ciò che preoccupa l’americano medio. Include il costo dell’assicurazione medica che né Trump né i repubblicani alla Camera hanno affrontato. È paradossale che queste preoccupazioni fanno anche parte dell’agenda politica dei democratici che hanno causato lo shutdown, la chiusura dei servizi non essenziali del governo per 43 giorni.

Per il suo cambiamento da super battagliera difensora di Trump a una critica diretta, il presidente l’ha “scomunicata” come fa con tutti quelli che lo abbandonano. L’attuale presidente ha apostrofato la Greene di “lunatica” e “traditrice” aggiungendo che i suoi sondaggi sono in caduta libera. La Greene ha capito che forse le primarie nel suo distretto in Georgia sarebbero difficili senza l’appoggio del presidente e ha deciso di dimettersi dalla Camera ma solo alcuni giorni dopo di divenire eleggibile per la pensione parlamentare. La Greene ha concluso però che non solo lei è stata messa da parte ma anche i sostenitori del movimento MAGA. E come spesso succede con politici attaccati da Trump anche lei è stata minacciata da alcuni sostenitori del presidente attuale.

La Greene ha anche criticato il sostegno di Trump sull’intelligenza artificiale (IA) che con ogni probabilità metterebbe in pericolo posti di lavoro per i sostenitori del movimento MAGA. In questo aspetto anche altre voci si sono fatte sentire sul pericolo di effetti negativi dell’IA. Alcuni stati sia liberal che conservatori hanno già approvato leggi che imporrebbero alcuni controlli all’IA. Il governatore della Florida Ron De Santis, la governatrice Sara Huckabee dell’Arkansas e il senatore Josh Hawley del Missouri hanno espresso la loro preoccupazione per la crescita sfrenata dell’IA che causerebbe la perdita di posti di lavoro soprattutto con l’automazione. De Santis ha anche annunciato un pacchetto di leggi per il suo stato che mitigherebbe la crescita dell’IA vedendola come potenziale causa di un calo economico. Trump invece si è dichiarato grande sostenitore dell’IA e si oppone a leggi statali che imporrebbero dei freni. Questi repubblicani che la vedono diversamente si avvicinano anche a una presa di posizione tipica dell’agenda politica dei democratici.

Le crepe nel movimento MAGA e i dissensi di individui che fino adesso sono stati grandi sostenitori di Trump vanno capiti anche in un’ottica realista della situazione politica e elettorale. Le recenti elezioni di quest’anno hanno rivelato che i repubblicani sono stati bastonati dagli elettori con presagi poco ottimisti alle elezioni di midterm dell’anno prossimo. Inoltre i sondaggi presentano un quadro tutt’altro che rassicurante per Trump. Solo il 38 percento degli americani approva il suo operato e per quanto riguarda la sua condotta dell’affaire Epstein la cifra scende al 20 percento. Persino tra gli elettori repubblicani l’approvazione di Trump su Epstein raggiunge solo il 44%. Essere legati alla politica di Trump comincia ad apparire poco sicuro anche se il presidente continua ad usare il suo potere per intimorire i ribelli. Lo abbiamo visto proprio in questi giorni dove i legislatori repubblicani dell’Indiana si erano rifiutati di ridisegnare i distretti elettorali per favorire il loro partito. Dopo le pressioni di Trump e le sue minacce hanno cambiato idea. Trump sarà ferito ma il suo bastone continua ad intimorire.




AIRE, tassa da 2.000 euro: Di Giuseppe e Di Sanzo tradiscono gli italiani all’estero. Solo il MAIE difende davvero chi ha meno

medici ospedale lapresse1280

medici ospedale lapresse1280C’è un dato che non si può più ignorare: mentre milioni di italiani all’estero si indignano per la nuova tassa da 2.000 euro per accedere alla sanità italiana, due deputati eletti negli USA — Andrea Di Giuseppe e Christian Di Sanzo — hanno sostenuto o permesso questa norma iniqua.

La domanda è brutale ma inevitabile:
stanno rappresentando gli italiani nel mondo o stanno difendendo la loro poltrona negli Stati Uniti?

Una tassa che massacra i poveri, non i ricchi

Negli USA o in Canada 2.000 euro possono essere fastidiosi, ma non devastanti.
Nel resto del mondo, invece, questa cifra significa sei mesi di stipendio.
In Repubblica Dominicana, in Messico, in Perù, in Ecuador, in Filippine, in Marocco… significa esclusione totale.

Questa misura non è solo ingiusta.
È una discriminazione economica mascherata da “contributo”.

E i deputati eletti negli USA l’hanno proposta e appoggiata. Punto.

Mentre altri parlamentari si nascondevano dietro calcoli elettorali, il MAIE è stato l’unico a votare contro questa vergogna.

Ha difeso tutti gli italiani all’estero:

  • quelli ricchi,
  • quelli della classe media,
  • e soprattutto quelli che vivono con 300 dollari al mese.

Una cosa semplice: nessun italiano è di serie B.
Una cosa che qualcuno in Parlamento sembra aver dimenticato.

Di Giuseppe e Di Sanzo: rappresentanti o proprietari del collegio USA?

Perché favorire una tassa che colpisce soprattutto chi vive in Paesi con stipendi bassi?
La risposta la sanno tutti:

perché quei cittadini non votano negli USA e non determinano la rielezione dei loro “onorevoli”.

Così nasce l’impressione — ormai diffusissima — che i due deputati eletti in Nord America stiano “pascolando il proprio orticello”, coccolando il loro blocco elettorale privilegiato e ignorando milioni di connazionali nel resto del mondo.

Non è rappresentanza:
è manutenzione del cadreghino.

La rappresentanza AIRE non può essere un privilegio personale

È arrivato il momento di dirlo chiaramente: chi siede in Parlamento per rappresentare gli italiani all’estero deve difendere tutti, non solo i più forti, non solo chi vive negli USA, non solo chi ha redditi alti.

Il voto del MAIE lo ha dimostrato: c’è chi rappresenta davvero e chi rappresenta solo se stesso.

Gli italiani nel mondo meritano verità, coraggio e rispetto.
Non calcoli elettorali travestiti da riforme.