Com.It.Es, politica e partiti: facciamo chiarezza

830934446 28559685073686629 3135796983335041290 n
Continuo a leggere che “la politica e i partiti non devono entrare nei Com.It.Es.” e che solo le cosiddette liste civiche garantirebbero autonomia.
Ma forse prima di fare certe affermazioni bisognerebbe conoscere meglio come funziona la rappresentanza degli italiani all’estero.
I Com.It.Es. sono parte di un sistema che arriva fino al CGIE – Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, organo di consulenza del Governo e del Parlamento. I rappresentanti territoriali del CGIE vengono eletti con la partecipazione dei componenti dei Com.It.Es. Fonte (MAECI)
830934446 28559685073686629 3135796983335041290 n
E nel CGIE siedono anche rappresentanti indicati dai partiti politici. Nell’attuale composizione troviamo rappresentanti di Fratelli d’Italia, Partito Democratico, Forza Italia e Lega. (CGIE)
Quindi attenzione a non confondere le cose:
AUTONOMIA non significa assenza della POLITICA.
APARTITICITÀ non significa APOLITICITÀ.
Un Com.It.Es. deve rappresentare tutta la comunità e mantenere la propria autonomia. Ma sostenere che politica e partiti siano estranei al sistema Com.It.Es.–CGIE significa raccontare una realtà che non corrisponde alla struttura istituzionale.
E sulle famose “liste civiche” una domanda è legittima: basta non mettere il simbolo di un movimento per diventare improvvisamente estranei alla politica?
Perché avere rapporti con parlamentari o partiti è perfettamente legittimo. Quello che conta è dirlo con trasparenza e usare lo stesso metro per tutti.  Prima degli slogan, meglio conoscere le istituzioni.
E a chi vuole approfondire, consiglio di consultare direttamente il sito ufficiale del CGIE.
Non servono interpretazioni né slogan: basta conoscere le istituzioni, leggere la composizione del Consiglio e verificare i fatti. https://www.cgieonline.it/
L’apartiticità, da sola, non garantisce competenza, autonomia o risultati. Una guida con un orientamento politico dichiarato offre, invece, un programma riconoscibile e una responsabilità chiara: i cittadini possono valutarne gli impegni e giudicarne l’operato.



Da Pechino all’Iran: la diplomazia personale di Trump non porta i risultati sperati

2735

“La cena di questa sera alla Casa Bianca in onore del presidente Xi sarà spettacolare”. Queste sono state le parole di Donald Trump durante la visita del leader cinese a Washington. Nonostante gli eventi in pompa magna organizzati dal presidente statunitense per esaltare l’importanza della visita, tutti gli analisti, inclusi i leader del Partito Repubblicano, hanno espresso il proprio disappunto per la mancanza di risultati concreti. Si è trattato infatti di un Trump ricco di superlativi, che contrastano però con dichiarazioni poco amichevoli verso la Cina fatte dal presidente in passato. Si ricordano ovviamente le accuse a Joe Biden di essere debole con la Cina e quelle durante la pandemia, quando il presidente Usa parlava a lungo del virus “cinese” e di “Kung Flu” per suggerire che il virus fosse stato deliberatamente scatenato dai cinesi per colpire l’Occidente. Poi, nel suo secondo mandato, Trump ha scatenato la guerra dei dazi e per pochi mesi le minacce reciproche con la Cina e le ritorsioni dalle due parti hanno superato la soglia del 100%. Quando poi Trump è stato informato dai leader delle big tech che la Cina possiede un quasi monopolio di terre rare e materie prime indispensabili, ha fatto marcia indietro. Una volta che si è reso conto che la Cina aveva “carte” da giocare, Trump ha indietreggiato e con l’accordo di Busan del 2025 le acque si sono calmate. A questo ha fatto seguito la visita di Trump in Cina nel mese di maggio di quest’anno, dove Trump è stato accolto con grandi onori, che il presidente Usa ha ricambiato in maniera spropositata recentemente. Trump ha persino ricevuto Xi direttamente sul tarmac della Joint Base Andrews, evento rarissimo per un presidente americano, riservato a pochissimi individui.

2735

La scarsa sostanza dell’incontro è stata rilevata dai leader politici americani di entrambi i partiti. Il senatore John Cornyn del Texas ha detto che la Cina, la Russia, l’Iran e la Corea del Nord hanno formato un “asse” che si oppone agli Stati Uniti. Il senatore democratico Richard Blumenthal del Connecticut ha a sua volta evidenziato che la Cina assiste l’Iran, contribuendo ad uccidere soldati americani. Blumenthal ha aggiunto che gli americani dovrebbero essere scioccati dal trattamento riservato a Xi e che Trump dovrebbe dirgli di “smetterla” di aiutare l’Iran. Blumenthal si riferiva a spedizioni di equipaggiamento come localizzatori GPS, motori elettrici e componenti per motori aeronautici a duplice uso, civile e militare, che la Cina ha fatto all’Iran. Questi sarebbero stati usati dall’Iran in un attacco alla Giordania nel mese di luglio nel quale 3 soldati americani hanno perso la vita.

Trump si dichiara spesso il grande difensore dell’America, ma quando si trova davanti leader di Paesi tutt’altro che deboli dimostra la propria debolezza. La sua strategia sembra concentrarsi sull’adulazione, che invece di riceverla, la riversa su leader di regimi autoritari come Xi, ma anche Vladimir Putin e Kim Jong-Un. Questa sua strategia di diplomazia basata sui rapporti personali non gli porta frutti, come si è visto con la guerra in Ucraina, che lui aveva detto di poter far finire in un batter d’occhio. Il trattamento coi guanti bianchi riservato a Xi, Trump lo aveva già dimostrato a Putin quando i due si incontrarono in Alaska nel mese di luglio dell’anno scorso. Il presidente Usa non ottenne nessun risultato per una pace nel conflitto russo-ucraino. Le vittorie, se ci sono, si intravedono per gli interlocutori autoritari di Trump. Infatti la Cina, con i superlativi evocati da Trump, si conferma la potenza pari agli Usa. Inoltre, sotto qualche aspetto, Xi si è dimostrato lungimirante sulla questione del pericolo dell’intelligenza artificiale. Il leader cinese ha giustamente detto che bisognerà assicurarsi che l’intelligenza artificiale debba “sempre rimanere sotto il controllo degli esseri umani”. Ciò ha dimostrato un atteggiamento molto preferibile a quello di Trump, che non riconosce le preoccupazioni espresse sull’intelligenza artificiale, classificandole come una bufala simile a quella del cambiamento climatico.

L’incontro con Xi ha prodotto poco per Trump e l’America, eccetto per il fatto che i due leader hanno già programmato un altro vertice nel mese di novembre. Nel frattempo però la Cina continua ad ottenere qualche piccolo vantaggio, specialmente sulla questione di Taiwan. Gli Usa avevano approvato una vendita di armi da 14 miliardi di dollari ai taiwanesi, che Trump fino ad ora ha deciso di congelare vedendola come “un’ottima merce di scambio”. Quando la userà? Staremo a vedere. Nel frattempo però Trump continua ad insistere che la visita di Xi conferma ciò che lui vede come “enormi progressi, molto positivi per i due Paesi”. Si tratta di progressi che solo lui vede. Gli americani infatti non se ne accorgono, preoccupati del caro vita, il che spiegherebbe il fatto che secondo alcuni sondaggi solo il 29% approva il suo operato.




Più buoni un cavolo

captura

Sicurezza: i numeri meno rassicuranti dell’Italia post pandemia

captura

Ma il Covid non avrebbe dovuto renderci più buoni? E i pomeriggi passati sul balcone a chiacchierare con i vicini e a cantare con tutto il vicinato non avrebbero dovuto riportare alla luce il nostro lato più umano e sensibile? Secondo i numeri del Viminale, la risposta a entrambe le domande è no. Nel 2024 in Italia sono stati segnalati 2,38 milioni di reati, il 3,4% in più rispetto al 2019, ultimo anno prima della pandemia. Passata la paura, insomma, siamo tornati alla normalità (quella che Biante aveva riassunto sul frontone del tempio dell’oracolo a Delfi con quattro algide parole: «la maggioranza è cattiva»). E i numeri continuano a crescere. Rispetto al 2023 sono aumentati i furti in abitazione (+4,9%), i furti di autovetture (+2,3%), i furti con strappo (+1,7%), i furti con destrezza (+0,6%), le rapine (+1,8%), i reati legati agli stupefacenti (+3,9%), le violenze sessuali (+7,5%), le lesioni dolose (+5,8%) e i danneggiamenti (+1,6%). Sono numeri del 2024, certo, ma resta il fatto che avevamo promesso di uscirne migliori quando invece avevamo soltanto confuso la paura con la bontà.




Il bando di Trump ai giornalisti della Cnn, MS Now e Politico: il giudice Kelly ripristina l’accesso

images

“Non stiamo chiudendo la Cnn. Non c’è una marea di poliziotti o soldati che buttano giù le porte di MS Now. Semplicemente, non possono svolgere le loro funzioni da uno spazio di lavoro alla Casa Bianca”. Con queste parole il segretario di Stato Marco Rubio ha cercato di minimizzare il bando imposto da Donald Trump ai giornalisti della Cnn, di MS Now e del sito web Politico.

images

Il bando di ingresso ai giornalisti di queste tre testate è stato giustificato da Trump con il fatto che scrivono e pubblicano “costantemente” “FINZIONI e MENZOGNE” (maiuscole del presidente) e mettono dunque in pericolo la sicurezza nazionale. Il presidente ha continuato spiegando che tutte le storie pubblicate su di lui sono negative e che i suoi grandi successi vengono “sminuiti”. La Casa Bianca ha anche citato uno studio di un gruppo conservatore, Media Research Center, secondo cui nei primi 100 giorni della presidenza Trump il 92% delle storie pubblicate sono state negative. Trump, in effetti, non gradisce il lavoro dei media e ha cercato di farla pagare ad alcune di queste reti, mandando allo stesso tempo un messaggio intimidatorio a tutta la stampa.

Attaccare i media è qualcosa che Trump ha fatto e continua a fare. Quando non gradisce articoli o interviste che crede lo mettano in cattiva luce, spesso etichetta giornalisti e altri opinionisti come fake news. In un fuorionda durante un’intervista del 2016 concessa a Lesley Stahl della Cbs, Trump spiegò che i suoi attacchi ai giornalisti mirano a “screditarli”, in modo tale che, quando scrivono cose negative su di lui, nessuno li crederà. Questi atteggiamenti verso i media sono stati confermati in numerose occasioni, come si vede dai suoi toni spesso sopra le righe e a volte persino volgari con giornalisti che a lui non piacciono, soprattutto con le donne. Non è raro che si rifiuti di rispondere a una giornalista, accusandola davanti a tutti di lavorare per reti di fake news.

Il bando alla Cnn, MS Now e Politico rientra in questi suoi atteggiamenti verso i media che lui non considera accondiscendenti. Il problema, questa volta, però è che le tre testate non sono rimaste isolate, poiché anche i loro colleghi hanno reagito con solidarietà. Dopo la causa intentata a Trump da queste tre testate, le quali sostengono che sia stato violato il Primo Emendamento, una cinquantina di altri gruppi mediatici hanno fatto quadrato, presentando una memoria di amicus curiae. La lista include media di una grande varietà ideologica, tra cui Fox News, Vox, il Washington Post, l’Associated Press, il Wall Street Journal, il New York Times ecc. Bret Baier, conduttore di Fox, ha anche dichiarato che non trasmetteranno immagini di Trump che non vengano dal pool, il gruppetto di media che segue il presidente, di fatto boicottandolo. Ma anche altre reti, come la National Public Radio (Npr), hanno deciso di non mandare in onda l’audio di Trump negli eventi alle Nazioni Unite, dove il presidente ha fatto un discorso. Persino alla stessa Casa Bianca, in uno spazio riservato ai giornalisti, è stato esposto un cartello che afferma: “Sosteniamo l’AP, la Cnn, MS Now e Politico”. La cronista della Pbs Liz Landers, nel suo servizio sulla visita del presidente cinese Xi Jinping, ha mostrato immagini del mese di maggio, quando Trump visitò la Cina, invece di quelle della visita attuale a Washington, di fatto boicottando il presidente, in solidarietà con i colleghi presi di mira dal Tycoon.

La denuncia delle tre testate messe al bando dalla Casa Bianca è stata assegnata al giudice Timothy J. Kelly, nominato da Trump nel suo primo mandato, il quale, proprio ieri, aveva deciso di rimandare la sua decisione per alcuni giorni. Dopo le pressioni dei legali delle tre testate Kelly ha deciso di ripristinare temporaneamente l’accesso della Casa Bianca ai giornalisti. All’inizio sembrava che Trump non avesse intenzione di seguire l’ordine del giudice ma le ultimissime informazioni ci dicono che l’accesso sia stato recuperato. In un caso analogo, il giornalista della Cnn Jim Acosta aveva denunciato Trump quando, nel 2018, gli fu tolto il suo pass d’ingresso alla Casa Bianca dopo un intervento molto acceso con il presidente. Un giudice federale, però, glielo ripristinò e poi le acque si calmarono. La stessa cosa è successa adesso. Ma nonostante la sconfitta Trump avrà in un certo senso vinto perché ha messo in guardia i media. D’altra parte, però, la reazione di solidarietà da parte di media di diverse ideologie ci fa sperare che il Primo Emendamento continuerà a essere tutelato. Come disse Acosta nel 2018, non si può permettere alla “verità di divenire menzogna e alla menzogna di divenire verità” poiché i giornalisti esistono per riportare le informazioni in maniera accurata, “senza riguardo per chi è al comando, senza paura né obbligo di fare favori” ai potenti.




La repubblicana Salazar dissente dalla politica sull’immigrazione: la tacita approvazione di Trump

sin título

“Signor Presidente, la sua politica sul controllo dell’immigrazione è stata esagerata. Faccia attenzione a ciò che le dicono i suoi consiglieri”. Con queste parole in un annuncio di campagna politica, la parlamentare repubblicana Maria Elvira Salazar (27º distretto della Florida) ha preso le distanze dalla politica sull’immigrazione di Donald Trump. Non è raro sentire reazioni molto dure dal presidente quando qualcuno dissente dal suo operato. In questo caso, però, Trump ha evidentemente parlato in privato con la parlamentare, la quale è rimasta molto soddisfatta asserendo che si è trattato di “una conversazione fantastica”. La Salazar ha spiegato in un’intervista alla CBS che il presidente è stato molto cortese e i due hanno raggiunto un accordo per il successo del loro partito alle elezioni di medio termine del 3 novembre.

sin título

La Salazar era stata prudente e aveva concentrato il suo dissenso sui collaboratori di Trump invece di addossargli personalmente la colpa per la politica molto aspra sui migranti. Anche il presidente attuale aveva in un certo senso fatto marcia indietro alcuni mesi fa, dopo gli scontri degli agenti dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) con i manifestanti nello Stato del Minnesota nel mese di gennaio. Va ricordato che due americani persero la vita senza indagini serie per scoprire se gli agenti fossero colpevoli, come apparirebbe dai video. Il presidente a quei tempi decise di licenziare Greg Bovino, leader del Border Patrol, e Kristi Noem, segretaria della Homeland Security, vedendoli in un certo senso come responsabili. Trump diede l’incarico della Noem a Markwayne Mullin, il quale ha sotto molti aspetti cambiato la politica aggressiva. Il danno, però, era già fatto. I sondaggi ci dicono che l’immigrazione, uno dei punti forti di Trump nella campagna elettorale, è diventata un handicap politico per lui. Un sondaggio della Fox News ci dice infatti che il 53% degli americani crede che l’amministrazione Trump sia andata troppo pesante con l’immigrazione. Per gli elettori democratici la cifra raggiunge l’87%, mentre per gli importantissimi elettori indipendenti la cifra raggiunge il 60%. Per gli elettori registrati al Partito Repubblicano si tratta quasi di un pareggio, con il 48% che non approva. Per quanto riguarda gli elettori ispanici, il 70% non è soddisfatto della politica immigratoria di Trump.

L’accusa della Salazar ha dunque centrato il bersaglio e Trump sembra averlo capito. Il distretto della Salazar, a Miami, include la contea con più immigrati di tutto il Paese, molti dei quali venezuelani e cubani. Quindi ne va anche della sopravvivenza politica della Salazar. Infatti nel 2024 vinse il suo seggio con 15 punti di vantaggio. Al momento attuale i sondaggi la piazzano leggermente avanti rispetto alla sua avversaria Elliot Rodriguez, anche lei di origini cubane, con un margine di soli 3 punti (51% vs. 48%).

Nell’intervista alla CBS la Salazar ha reiterato le sue opinioni sull’immigrazione e sulle deportazioni di massa che hanno colpito in maniera spropositata i suoi elettori di Miami. La Salazar ha aggiunto che dei 50 mila detenuti dall’ICE nel mese di luglio il 50 percento non aveva commesso alcun reato, smentendo la propaganda politica di Trump sulla pericolosità dei migranti. Mullin, però, ha controbattuto che l’ICE dà la precedenza agli arresti di coloro che hanno commesso reati, ma ha anche ribadito che anche quelli il cui semplice reato è stato di trovarsi nel Paese senza documenti meritano di essere deportati. Per Mullin, il solo fatto di entrare negli Usa senza permesso è un reato e merita la deportazione, anche se la legge americana lo vede come un “misdemeanor”, un reato minore analogo a una violazione del codice stradale. Mullin avrà ragione, ma dal punto di vista politico ciò che gli elettori hanno creduto — ossia che Trump avrebbe deportato i criminali pericolosi — non è stato messo in pratica. I sondaggi sfavorevoli lo confermano e rappresentano un problema politico non solo per la Salazar, ma anche il rischio di una probabile sconfitta dei repubblicani alle elezioni di medio termine. Trump lo avrà capito ed ecco perché ha cambiato la leadership della politica immigratoria. Difatti da alcuni mesi si sente parlare poco delle retate in corso, che tuttavia avvengono, ma in maniera poco visibile, lontano dalle testate giornalistiche. Ma gli americani hanno già formato un’idea della gestione dell’immigrazione di Trump, come pure della sua politica economica e di quella estera, e difficilmente cambieranno idea. Siamo a una quarantina di giorni dal 3 novembre e in alcuni Stati, come la Virginia, si è cominciato a votare mediante il voto anticipato. Il campanello d’allarme della Salazar è probabilmente squillato troppo tardi non solo per lei, ma anche per i suoi colleghi nei seggi contesi che determineranno la maggioranza alla Camera e al Senato.




Repubblica Dominicana: perché più della metà dei lavoratori è ancora nell’economia informale?

gjnvwsefrxgrdykyy9pqolwavoz9guxm5hr1ftrprgbbfoovu0p o1vyr0x4d87dntuxr9wnp93 d9slwvtiflf6vcb7ywj rwznkwmhgfrhgruhmpc8na4zgu4zhyzopohikbrt0qtdbnk4sfxyudxeteir1mmumd2myftnhgakybe2kakubz xnz8bolxb

Controlli, tasse, burocrazia e milioni di piccoli lavoratori autonomi: perché lo Stato non riesce a portare una parte molto più grande dell’economia dentro le regole?

gjnvwsefrxgrdykyy9pqolwavoz9guxm5hr1ftrprgbbfoovu0p o1vyr0x4d87dntuxr9wnp93 d9slwvtiflf6vcb7ywj rwznkwmhgfrhgruhmpc8na4zgu4zhyzopohikbrt0qtdbnk4sfxyudxeteir1mmumd2myftnhgakybe2kakubz xnz8bolxb

foto Diario Libre

C’è un dato che dovrebbe far riflettere chiunque guardi all’economia della Repubblica Dominicana: nel 2025 il 54,1% degli occupati risultava inserito nell’economia informale.

Significa che più della metà dei lavoratori non aveva una piena collocazione nel sistema formale secondo i criteri utilizzati dalle statistiche sul mercato del lavoro.

Il dato, tuttavia, va aggiornato: nel primo trimestre del 2026 la quota di occupazione informale è scesa al 47,8%, mentre quella formale è salita al 52,2%. È un miglioramento importante, ma non cancella la dimensione del fenomeno.

E allora nasce una domanda molto semplice:

perché lo Stato non riesce a controllare in maniera più capillare l’economia informale e a portare una parte molto maggiore di queste attività nella legalità?

La risposta non è semplice. E forse il problema è proprio che l’informalità è diventata una componente strutturale dell’economia dominicana.

Non si tratta soltanto di venditori ambulanti

Quando si parla di economia informale, si tende a pensare immediatamente al venditore per strada, al piccolo negozio senza registrazione, al lavoratore che offre servizi senza contratto.

Ma il fenomeno è molto più vasto.

Comprende lavoratori autonomi, microimprese familiari, piccoli commercianti, artigiani, lavoratori occasionali e, in alcuni casi, persone che lavorano per imprese formalmente costituite ma senza ricevere tutte le tutele previste dal sistema.

È quindi molto difficile immaginare un esercito di ispettori che possa controllare quotidianamente milioni di attività.

E soprattutto non tutti gli informali sono nella stessa situazione.

C’è chi evade deliberatamente le regole e chi, semplicemente, non avrebbe probabilmente la possibilità economica di sostenere tutti i costi della formalizzazione.

Il primo problema: quanto costa essere in regola?

È probabilmente questo uno dei punti centrali.

Una piccola attività che entra nel sistema formale deve confrontarsi con imposte, contributi, registrazioni, permessi, contabilità, obblighi nei confronti dei lavoratori e una serie di procedure amministrative.

Una ricerca dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sui micronegocios dominicani ha rilevato che tra i fattori associati alla scelta di rimanere informali vengono indicati proprio il livello delle imposte, la complessità delle procedure, il costo della registrazione, i numerosi requisiti e l’aumento dei costi del lavoro dopo la formalizzazione.

In altre parole, per una grande azienda la formalità è normalmente parte naturale dell’attività.

Per un piccolo commerciante che guadagna poco, può essere percepita come un costo difficile da sostenere.

Il caso delle Mipymes

Il problema diventa ancora più evidente quando si guarda alle micro, piccole e medie imprese.

Secondo i dati della Encuesta Nacional de las Mipymes 2022-2023, citati da Diario Libre, circa l’85,2% delle Mipymes risultava informale. Tra gli ostacoli più frequentemente indicati dalle imprese compare il peso delle imposte, seguito da problemi legati ai servizi e dalle procedure con la Tesoreria della Seguridad Social.

E qui emerge una contraddizione.

Lo Stato ha interesse a formalizzare queste imprese perché una maggiore formalità significa più lavoratori protetti, più contributi, maggiore trasparenza e una base fiscale più ampia.

Ma se il passaggio alla formalità viene percepito dall’imprenditore come un costo superiore ai vantaggi immediati, il controllo da solo rischia di non essere sufficiente.

Perché allora non controllare tutto?

Perché controllare tutto avrebbe un costo enorme.

Immaginiamo di voler verificare sistematicamente ogni piccolo negozio, ogni venditore ambulante, ogni officina, ogni ristorante, ogni lavoratore autonomo, ogni impresa familiare e ogni datore di lavoro.

Servirebbero più ispettori, più funzionari, più sistemi informatici e una capacità di incrociare continuamente informazioni fiscali, lavorative e commerciali.

E comunque rimarrebbe una parte dell’economia difficile da controllare.

L’informalità può nascere e scomparire rapidamente: oggi una persona vende un prodotto, domani offre un servizio, dopodomani non ha più quell’attività.

Non è una fabbrica con un indirizzo e un numero di dipendenti facilmente verificabile.

Ma il controllo serve

Questo non significa che lo Stato debba rinunciare ai controlli.

Al contrario.

Un’impresa che fattura milioni e utilizza lavoratori senza registrarli non può essere trattata allo stesso modo di una persona che vende occasionalmente qualche prodotto per mantenere la famiglia.

Il controllo dovrebbe quindi essere selettivo e intelligente.

Più attenzione alle imprese strutturate che operano sistematicamente fuori dalle regole e maggiore assistenza alle microattività che potrebbero entrare nella formalità se le procedure fossero più semplici.

È una differenza fondamentale.

L’informalità può anche convenire

C’è poi un aspetto meno evidente.

L’informalità può essere una necessità, ma in alcuni casi può anche diventare conveniente.

Un’attività non registrata può evitare determinate imposte e costi amministrativi. Un datore di lavoro può evitare contributi e altri obblighi. Un consumatore può ottenere un prezzo più basso.

Si crea così una sorta di economia parallela nella quale diversi soggetti possono avere un vantaggio immediato.

Il problema è che il costo viene spostato nel futuro.

Il lavoratore rischia di non avere una pensione adeguata, una copertura assicurativa o una piena protezione sociale.

Lo Stato incassa meno.

E l’impresa informale ha maggiori difficoltà ad accedere al credito, crescere e diventare competitiva.

Diario Libre ha recentemente sottolineato proprio questa doppia natura dell’informalità: per milioni di persone rappresenta una forma di sopravvivenza e di mobilità economica, ma allo stesso tempo genera vulnerabilità sociale e fiscale.

Un dato che fa riflettere

C’è un altro elemento interessante.

Tra gennaio e marzo 2026 l’economia dominicana ha creato 118.631 nuovi posti di lavoro rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Ma ben 98.127 di questi nuovi posti, l’82,7%, sono stati classificati come informali.

Questo significa che il problema non riguarda soltanto il passato.

Anche mentre l’economia cresce e vengono creati nuovi posti di lavoro, una parte molto consistente della nuova occupazione nasce ancora fuori dal sistema formale.

È forse questo il dato più importante.

Perché un lavoratore dovrebbe formalizzarsi?

Qui si arriva al cuore della questione.

Non basta dire a un lavoratore o a un piccolo imprenditore: “Devi metterti in regola”.

Bisogna anche potergli rispondere alla domanda:

“Che cosa ci guadagno?”

Se la risposta è soltanto “pagherai più tasse e avrai più controlli”, sarà difficile convincere milioni di persone.

Se invece la formalizzazione significa accesso al credito, pensione, assicurazione sanitaria, protezione sul lavoro, possibilità di lavorare con aziende più grandi, partecipare agli appalti pubblici e far crescere legalmente la propria attività, allora il discorso cambia.

La formalità deve diventare un vantaggio, non soltanto un obbligo.

Lo Stato ha già cominciato a muoversi

Non sarebbe corretto dire che il Governo non sta facendo nulla.

La tendenza dei dati mostra infatti una riduzione dell’informalità rispetto al 57,6% del 2022. Nel 2025 era scesa al 54,1% e nel primo trimestre 2026 è arrivata al 47,8%, secondo i dati riportati dal Banco Central.

Sono segnali che indicano una progressiva crescita dell’occupazione formale.

Il problema è la velocità del cambiamento.

Con quasi metà degli occupati ancora nell’informalità, il processo è tutt’altro che concluso.

Il vero nodo è la convenienza

Forse quindi la domanda iniziale va leggermente modificata.

Non soltanto: “Perché lo Stato non controlla di più?”

Ma: “Perché diventare formali non è ancora abbastanza conveniente per una parte così grande dell’economia?”

È una domanda che porta direttamente al sistema fiscale, alla burocrazia, al costo del lavoro, alla produttività delle microimprese e alla qualità dei servizi pubblici.

Uno studio dell’OIL sui micronegocios mostra proprio quanto siano diffuse le percezioni secondo cui tasse più basse, procedure più semplici e minori costi potrebbero spingere più attività verso la registrazione formale.

Controllare sì, ma soprattutto trasformare

La Repubblica Dominicana ha quindi davanti due strade che non devono necessariamente essere alternative.

La prima è controllare e sanzionare chi opera deliberatamente fuori dalle regole, soprattutto quando si tratta di imprese capaci di rispettare gli obblighi ma che scelgono di non farlo.

La seconda è rendere più facile e conveniente la transizione verso la formalità per milioni di piccoli operatori.

Servono meno burocrazia, procedure semplici, costi proporzionati alle dimensioni dell’attività, accesso al credito e vantaggi concreti per chi decide di regolarizzarsi.

È significativo che anche rappresentanti del settore imprenditoriale abbiano chiesto di rendere la formalizzazione più semplice. Nel giugno 2026 il Consiglio di Sviluppo Economico e Sociale di Santo Domingo ha indicato proprio la necessità di avanzare verso un modello nel quale formalizzarsi sia più facile.

Una domanda che riguarda tutti

Ridurre l’informalità non significa semplicemente aumentare il gettito fiscale.

Significa costruire un mercato del lavoro nel quale più persone abbiano pensione, assicurazione, protezione e possibilità di migliorare la propria condizione.

Significa anche permettere a migliaia di piccole imprese di crescere senza rimanere per sempre piccole perché operano ai margini del sistema.

E significa, infine, rendere più efficace l’azione dello Stato.

Perché un Paese nel quale quasi metà dei lavoratori si trova ancora nell’economia informale non ha soltanto un problema di evasione o di controlli.

Ha un problema di modello economico.

E forse la vera sfida non è riuscire a scoprire tutti gli informali.

È riuscire a creare le condizioni perché sempre meno persone abbiano bisogno di esserlo.




Immigrazione haitiana in RD: la contraddizione che nessuno vuole vedere

m 7hezh3i5skcx1p3o0x21i4e euaysdvqxxpdmwzcdpbm9raun27zxaevvjrwwg0kbbptlnjvpbpm0k928jqj0cyvbpwwijeixg5r7el89l6edddk8765emantrffqghrtfmo0 gppfvpv yf9dnl8cz6yu9m8zrc8zdfobxibjhrrthkuxixmzq tul03i

Il dibattito sull’immigrazione irregolare in Repubblica Dominicana si concentra spesso su chi arriva. Ma esiste anche l’altra faccia del fenomeno: la domanda di manodopera, di abitazioni e di servizi che parte dalla società dominicana.

m 7hezh3i5skcx1p3o0x21i4e euaysdvqxxpdmwzcdpbm9raun27zxaevvjrwwg0kbbptlnjvpbpm0k928jqj0cyvbpwwijeixg5r7el89l6edddk8765emantrffqghrtfmo0 gppfvpv yf9dnl8cz6yu9m8zrc8zdfobxibjhrrthkuxixmzq tul03i

In Repubblica Dominicana la presenza haitiana è da tempo uno degli argomenti più discussi.

Se ne parla nei bar, nei programmi radiofonici e televisivi, sui giornali e soprattutto sui social network. Una parte dell’opinione pubblica manifesta preoccupazione per il numero degli haitiani presenti nel Paese, soprattutto quando si tratta di persone prive di documenti o di immigrati che lavorano nell’economia informale.

Ma c’è una domanda che viene posta molto meno frequentemente: chi permette loro di lavorare e chi permette loro di vivere nel Paese?

Perché l’immigrazione irregolare non è soltanto una questione di frontiere. È anche un fenomeno economico e sociale che può esistere perché dall’altra parte esiste una domanda.

Chi li assume?

La Dirección General de Migración lo ha detto con chiarezza: chi assume un lavoratore straniero ha l’obbligo di verificare e regolarizzare la sua situazione migratoria.

Nel maggio 2026 la DGM ha ricordato alle imprese e anche ai privati che impiegano stranieri, compresi lavoratori domestici e agricoli, che devono rispettare le procedure previste dalla legge. In quel momento l’organismo aveva già sanzionato 112 imprese per l’impiego di lavoratori privi di documenti, con multe comprese tra 15 e 20 salari minimi a seconda della gravità dell’infrazione.

Non è quindi soltanto una questione di chi attraversa illegalmente la frontiera.

È anche una questione di chi offre un lavoro senza chiedere che quella persona abbia la posizione migratoria necessaria.

E il fenomeno non riguarda soltanto l’edilizia. Agricoltura, turismo, servizi, lavori domestici e altre attività fanno ricorso alla manodopera straniera. La stessa DGM ha precisato che un permesso di lavoro temporaneo deve essere accompagnato da un contratto registrato presso il Ministero del Lavoro e dalla registrazione alla Tesoreria della Sicurezza Sociale.

Perché il lavoro irregolare conviene?

La risposta è soprattutto economica.

Un lavoratore assunto regolarmente ha un contratto, deve essere registrato e ha diritto alle forme di protezione previste dalla legge. Un lavoratore impiegato informalmente può invece costare meno al datore di lavoro.

Questo crea una situazione paradossale.

Da una parte si lamenta la presenza di lavoratori stranieri irregolari. Dall’altra, esiste un mercato del lavoro disposto ad assumerli proprio perché sono disposti ad accettare condizioni che spesso un lavoratore regolare potrebbe non accettare.

La DGM ha spiegato che l’impiego di stranieri non autorizzati può comportare multe e ha collegato il fenomeno anche all’evasione fiscale e alla violazione dei diritti del lavoro.

E chi affitta loro le case?

Il meccanismo non riguarda soltanto il lavoro.

Una persona che vive in un Paese ha bisogno di un’abitazione. E anche in questo caso esiste un mercato.

Il governo dominicano ha già riconosciuto il problema. Nel 2025 il presidente Luis Abinader annunciò tra le misure contro l’immigrazione irregolare la possibilità di introdurre sanzioni per i proprietari di abitazioni o locali commerciali che affittassero i loro immobili a persone con status migratorio irregolare.

Il punto è significativo: lo Stato può controllare la frontiera, ma non può impedire l’ingresso di un mercato interno che offre lavoro e alloggio a chi è entrato o rimane nel Paese senza la posizione prevista dalla legge.

Una domanda scomoda

Ed è qui che il dibattito dovrebbe diventare più completo.

Se un dominicano affitta una stanza o una casa a una persona priva di documenti e un altro dominicano le offre un lavoro senza contratto, non è corretto attribuire tutta la responsabilità dell’immigrazione irregolare alla persona che è arrivata.

Questo non significa naturalmente che chi entra illegalmente nel Paese non abbia responsabilità per la violazione delle norme migratorie.

Significa che il fenomeno ha due lati.

C’è chi offre la propria forza lavoro e cerca un modo per sopravvivere. E c’è chi quella forza lavoro la domanda, spesso proprio perché costa meno.

L’economia dominicana ha bisogno di questa manodopera?

La domanda è particolarmente importante perché alcuni settori dell’economia dominicana fanno ampio ricorso alla manodopera straniera.

Una recente discussione sulla Resolución 001-2026 della DGM ha coinvolto proprio i settori dell’agricoltura, dell’edilizia e del turismo. Alcuni produttori agricoli hanno considerato positivamente la maggiore formalizzazione, chiedendo però procedure di regolarizzazione sufficientemente flessibili per evitare che i lavoratori finiscano nell’economia informale.

Questo introduce una contraddizione difficile da ignorare.

Se un settore economico ha bisogno di lavoratori stranieri, ma una parte di quei lavoratori non possiede la documentazione necessaria, la soluzione non può essere soltanto espellere i lavoratori.

Bisogna anche intervenire sul mercato che li assume.

Altrimenti il meccanismo si riproduce.

Un lavoratore viene espulso, un altro attraversa la frontiera, qualcuno lo assume e il ciclo ricomincia.

Il problema della domanda

È questo forse l’aspetto meno discusso dell’immigrazione haitiana nella Repubblica Dominicana.

Normalmente l’attenzione si concentra sull’offerta: quanti haitiani entrano, quanti vengono deportati, quanti sono privi di documenti.

Ma esiste anche la domanda.

Domanda di lavoratori nei cantieri.

Domanda di manodopera agricola.

Domanda di personale domestico.

Domanda di lavoratori nei servizi.

E domanda di abitazioni a basso costo.

Finché queste domande continueranno a essere soddisfatte anche attraverso canali informali, sarà difficile eliminare completamente l’immigrazione irregolare.

Non tutti i dominicani sono coinvolti

Naturalmente sarebbe sbagliato trasformare questa osservazione in un’accusa generale.

Non tutti i dominicani assumono lavoratori stranieri. Non tutti affittano abitazioni a persone senza documenti. E molti datori di lavoro rispettano le procedure previste dalla legge.

Ma il fenomeno esiste, ed è sufficientemente concreto da avere provocato sanzioni, controlli e interventi della Dirección General de Migración.

Nell’agosto 2026, per esempio, la DGM ha effettuato controlli in oltre 20 esercizi commerciali a Santo Domingo Este, dove sono stati individuati 24 cittadini haitiani in situazione migratoria irregolare che lavoravano o soggiornavano negli esercizi controllati.

E nello stesso periodo la giustizia dominicana ha condannato tre persone a 15 anni di carcere per traffico di migranti haitiani irregolari, in un caso nel quale venivano utilizzate anche abitazioni per nascondere le persone trasportate.

Qui siamo naturalmente di fronte a un fenomeno diverso e più grave, quello del traffico di migranti. Ma dimostra ancora una volta che attorno alla migrazione irregolare esiste una rete di persone che offre servizi, trasporto, lavoro o alloggio e che può guadagnare economicamente dalla situazione.

Frontiera e mercato interno

Il controllo della frontiera rimane una responsabilità fondamentale dello Stato. La Repubblica Dominicana ha il diritto di stabilire chi può entrare, chi può rimanere e a quali condizioni può lavorare.

Ma il controllo migratorio non può fermarsi alla frontiera.

Se il Paese vuole ridurre realmente l’immigrazione irregolare, deve controllare anche chi la rende economicamente possibile.

Il datore di lavoro che assume una persona senza documenti deve sapere che rischia una sanzione.

Il proprietario che mette a disposizione un immobile deve rispettare le norme.

E chi organizza il trasporto clandestino di persone deve rispondere davanti alla giustizia.

È una questione di coerenza.

Regolarizzare dove serve, controllare dove necessario

C’è infine un altro elemento da considerare.

Non tutti gli stranieri presenti nel Paese si trovano nella stessa situazione. Ci sono residenti regolari, lavoratori con permessi, persone in attesa di regolarizzazione e persone entrate o rimaste illegalmente.

Mettere tutti nello stesso gruppo rende più difficile affrontare il problema.

La stessa DGM ha ribadito nel 2026 che i lavoratori stranieri devono avere contratti regolari e che i permessi temporanei non autorizzano attività informali.

Il punto, quindi, potrebbe essere proprio questo: meno spazio all’irregolarità e più trasparenza.

Se l’economia dominicana ha bisogno di una parte della manodopera straniera, quella necessità dovrebbe essere affrontata attraverso canali regolari, con contratti, contributi, controlli e responsabilità per i datori di lavoro.

La domanda che raramente viene fatta

Alla fine, la domanda più semplice è anche quella che raramente entra nel dibattito.

Quando qualcuno dice: “Ci sono troppi haitiani in Repubblica Dominicana”, sarebbe legittimo chiedergli:

“E quanti di loro lavorano per un dominicano? E quanti vivono in una casa affittata da un dominicano?”

Non perché questo elimini le responsabilità di chi entra illegalmente nel Paese.

Ma perché ricorda una cosa elementare: un mercato esiste quando qualcuno offre e qualcun altro domanda.

E l’immigrazione irregolare non è soltanto una questione di persone che arrivano.

È anche una questione di persone che, in Repubblica Dominicana, offrono loro un lavoro, un alloggio o un servizio e sono disposte a farlo anche fuori dalle regole.

Se si vuole ridurre davvero il fenomeno, dunque, bisogna guardare da entrambe le parti della frontiera.




L’ombra di Trump sui media americani: l’autocensura di Kimmel nel caso di Talarico

jimmy kimmel 690x362

“Siamo stati presi di mira dalla FCC per il reato di aver intervistato candidati politici… nonostante il fatto che per anni noi e tanti altri talk show abbiamo accolto numerosi candidati, compreso il candidato Donald Trump”. Così Jimmy Kimmel ha spiegato la ragione per cui l’intervista realizzata con James Talarico, candidato democratico a un seggio al Senato per il Texas, è stata trasmessa su YouTube invece che nel suo programma serale sulla ABC. Kimmel ha continuato spiegando che la decisione di bypassare il suo programma regolare è dovuta alla preoccupazione della ABC per possibili ritorsioni, specialmente nei confronti delle stazioni affiliate in Texas.

jimmy kimmel 690x362

Le regole della FCC (Federal Communications Commission), l’agenzia federale che stabilisce la politica delle comunicazioni via radio, televisione, ecc., richiedono che, se un candidato politico viene intervistato, il suo avversario abbia il diritto di ricevere lo stesso trattamento. I programmi trasmessi la mattina e in seconda serata avevano sempre goduto di un’esenzione che permetteva loro di bypassare la regola. Le nuove regole emesse dalla FCC sotto la guida di Brendan Carr, il presidente nominato da Trump, sostengono che le interviste ai candidati politici non rientrino più in quell’esenzione. Per paura di ritorsioni, dunque, Kimmel ha deciso di condurre l’intervista ma di renderla pubblica sul canale YouTube, in effetti autocensurandosi per evitare grattacapi legali. In uno strano senso Talarico ci ha guadagnato, poiché l’intervista su YouTube è stata visionata da più di 8,3 milioni di utenti, mentre se fosse stata trasmessa dal programma “Jimmy Kimmel Live” della ABC avrebbe raggiunto al massimo di 3 milioni di telespettatori.

Non era la prima volta che Talarico veniva preso di mira dalla FCC. Nel mese di febbraio del corrente anno anche la sua intervista al “The Late Show With Stephen Colbert” creò una situazione analoga. I legali della CBS avvertirono il conduttore che l’intervista con Talarico non era possibile, costringendo Colbert a seguire la strada della trasmissione su YouTube. In questo caso Talarico ci guadagnò ancora di più, perché si registrarono 85 milioni di visualizzazioni rispetto alle probabili 2,5 milioni se fosse stata trasmessa sulla CBS.

Sembra proprio che l’amministrazione Trump e la FCC stiano prendendo di mira il candidato democratico che se la vedrà con Ken Paxton per uno dei seggi del Texas al Senato questo novembre. Infatti, nonostante i pochissimi successi dei democratici al Senato nel Lone Star State, sembra che Talarico abbia ottime possibilità di sconfiggere Paxton. Difatti, anche il presidente Trump, che gli ha fatto vincere le primarie repubblicane con il suo endorsement, ha avuto parole poco entusiaste su Paxton. In un recente discorso all’anomala Convention repubblicana tenutasi in Texas in vista delle elezioni di medio termine, l’inquilino della Casa Bianca ha cercato di incoraggiare i texani a votarlo. Trump ha detto che Paxton “non si veste bene, forse non parla esattamente bene, e non è l’uomo più attraente”, ma nonostante tutto merita di essere eletto. I sondaggi, però, piazzano Talarico con un vantaggio di 3 punti su Paxton.

Ma al di là della questione di Talarico, le azioni della CBS e della ABC ci fanno capire che le pressioni di Trump costringono le reti televisive ad autocensurarsi per non incorrere in problemi legali. Il presidente degli Stati Uniti è molto aggressivo con le sue frequenti denunce, che in passato avviava da solo, ma adesso usa le leve del governo americano per le sue battaglie legali. A volte coloro che vengono attaccati scelgono la via dei patteggiamenti, come ha fatto ABC News nel caso del conduttore George Stephanopoulos, nel quale a Trump sono stati risarciti 15 milioni di dollari. In altri casi, come quelli del New York Times, del Wall Street Journal e della BBC, Trump è stato sconfitto, anche se continua frequentemente con appelli interminabili. Questa litigiosità di Trump, che da presidente non gli costa nulla poiché il Ministro della Giustizia Todd Blanche è il suo ex avvocato personale e si comporta in modo accondiscendente, diventa pesante per coloro che vengono presi di mira. I costi possono comportare ingenti risorse finanziarie che pochi media possono permettersi. In alcuni casi si tratta di risorse molto limitate, ma in altri, riguardanti i media corporativi, i contratti con il governo di alcune filiali possono subire controlli e in alcuni casi essere del tutto cancellati. In effetti, non è raro, come nel caso di Stephanopoulos, cedere per evitare i rischi di grossissime perdite in altre aree. La decisione di Kimmel di postare la sua intervista con Talarico rientra in questa dinamica. Si tratta di una forma di autocensura che continua ad indebolire i media ed erodere la libertà di stampa, alimentando un clima di paura che ci allontana dai principi democratici.




Nella Repubblica Dominicana la campagna elettorale non finisce mai: il 2028 è già cominciato

uwvay9e1hbtdofdhncdepxoqgs0ft1ftb8awyg8wb nc 6xyghsnux 8qlwpesna6gqu ikbpjeh1rm8 w5xms7qxtdntenn2vqbyhncathzyfw0j7dlkewmv0yzmtj xo10qcq4lxlbk6qj8n0hjz9 olzqtzt4xdr40ex64agelrwtf4148eyp0vw6p9

Mancano ancora quasi due anni alle elezioni presidenziali, ma partiti e aspiranti candidati sono già al lavoro. In un Paese dove la politica occupa gran parte del dibattito pubblico, la competizione per il 2028 è già iniziata.

 uwvay9e1hbtdofdhncdepxoqgs0ft1ftb8awyg8wb nc 6xyghsnux 8qlwpesna6gqu ikbpjeh1rm8 w5xms7qxtdntenn2vqbyhncathzyfw0j7dlkewmv0yzmtj xo10qcq4lxlbk6qj8n0hjz9 olzqtzt4xdr40ex64agelrwtf4148eyp0vw6p9

Nella Repubblica Dominicana la politica è uno dei principali argomenti di discussione quotidiana. Se ne parla nei bar, alla radio, in televisione, sui giornali e sempre più sui social network e su Internet.

Ma c’è un aspetto particolare della vita politica dominicana: la campagna elettorale sembra non finire mai.

Quando un’elezione si è appena conclusa, cominciano già le discussioni sulla successiva. Si analizzano i risultati, si contano le forze interne ai partiti, si cercano alleanze e soprattutto iniziano a circolare i nomi dei possibili candidati.

È quello che sta accadendo adesso, a poco meno di due anni dalle elezioni presidenziali del 21 maggio 2028.

Il calendario ufficiale è ancora lontano

Formalmente, la campagna elettorale del 2028 non è ancora iniziata.

La Junta Central Electoral ha però già preparato il calendario del prossimo ciclo elettorale. Le primarie dei partiti dovranno svolgersi entro il 3 ottobre 2027, mentre entro il 31 ottobre dovranno essere realizzate le convenzioni, le assemblee o le consultazioni previste dalle organizzazioni politiche.

Le elezioni municipali sono fissate per il 20 febbraio 2028 e quelle presidenziali e congressuali per il 21 maggio 2028. Un eventuale secondo turno presidenziale si terrebbe il 25 giugno.

Per la JCE, dunque, il processo ha già un calendario preciso. Per i partiti, invece, la partita è già cominciata molto prima delle scadenze ufficiali.

Il PLD ha già cominciato a contarsi

Nel Partido de la Liberación Dominicana (PLD) è prevista per il 18 ottobre 2026 una consultazione interna tra gli aspiranti alla candidatura presidenziale.

Non sarà ancora la primaria ufficiale prevista per il 2027, ma rappresenterà comunque un primo momento per misurare i rapporti di forza all’interno del partito.

È un esempio significativo di quanto presto sia iniziata la preparazione delle prossime elezioni.

Nel PRM gli aspiranti sono già in movimento

Ancora più evidente è la situazione nel Partido Revolucionario Moderno (PRM), dove diversi dirigenti stanno già costruendo il proprio spazio in vista della futura candidatura presidenziale.

I nomi che circolano sono diversi e comprendono Carolina Mejía, David Collado, Raquel Peña, Guido Gómez Mazara, José Ignacio Paliza e altri dirigenti.

In questi giorni la stampa dominicana registra una crescente attività degli aspiranti, con sostegni pubblici, adesioni e dichiarazioni che vengono interpretate come segnali della competizione interna. Diario Libre ha parlato di una corsa che, nel PRM, sembra essere iniziata con largo anticipo rispetto alla convenzione.

Anche in questo caso, tuttavia, è ancora presto per parlare di candidature definitive.

La Fuerza del Pueblo deve ancora decidere

La situazione è differente nella Fuerza del Pueblo, dove il quadro della candidatura presidenziale non è ancora formalmente definito.

Il partito di Leonel Fernández dovrà affrontare nei prossimi mesi la discussione sulla propria candidatura e sulle modalità con cui arrivare alla scelta.

Anche qui, quindi, il processo è già iniziato politicamente, ma non ancora formalmente secondo il calendario delle candidature.

Perché la campagna comincia così presto?

La risposta è in parte nella particolare struttura della politica dominicana.

Per aspirare alla candidatura presidenziale non basta arrivare al momento delle primarie. Occorre costruire per tempo una rete di dirigenti, militanti e sostenitori, visitare le province, partecipare a riunioni, ottenere appoggi e rendere riconoscibile il proprio nome.

La politica interna ai partiti diventa così una campagna permanente.

E non riguarda soltanto i candidati alla presidenza. Lo stesso meccanismo si riproduce a livello parlamentare e municipale, dove la costruzione delle candidature può iniziare molto prima del voto.

Il problema degli incarichi pubblici

C’è poi un’altra caratteristica della politica dominicana che contribuisce a rendere permanente il rapporto tra partiti, militanti e potere.

È il clientelismo politico, cioè la pratica di collegare l’accesso a incarichi o posti nella pubblica amministrazione alla fedeltà politica e al sostegno elettorale.

È un fenomeno denunciato da anni nel Paese e tornato recentemente al centro del dibattito. Un editoriale di Diario Libre ha osservato che la distribuzione di posti pubblici tra persone che hanno partecipato alle campagne elettorali continua a rappresentare una delle questioni problematiche dell’amministrazione statale.

Lo stesso giornale ha recentemente definito il clientelismo una pratica attraverso la quale la nomina può diventare una forma di ricompensa per lealtà politiche.

Il problema, naturalmente, non è che un militante politico possa avere le competenze necessarie per ricoprire un incarico. Il problema nasce quando la militanza diventa più importante della preparazione professionale e il posto pubblico viene considerato una ricompensa per il lavoro svolto durante la campagna elettorale.

È una distinzione importante: un’amministrazione pubblica ha bisogno anche di persone con esperienza politica, ma dovrebbe avere come criterio fondamentale la competenza necessaria per svolgere bene la funzione.

La politica come professione permanente

Ed è forse proprio qui che si comprende meglio perché, nella Repubblica Dominicana, la campagna elettorale possa sembrare non finire mai.

La competizione non riguarda soltanto il giorno del voto. Comincia molto prima: nella costruzione delle candidature, nella ricerca degli appoggi, nella distribuzione degli incarichi, nella formazione delle squadre politiche e nella preparazione della campagna successiva.

Quando un’elezione termina, inizia praticamente il lavoro per quella dopo.

Il risultato è un sistema nel quale la politica occupa uno spazio enorme nella vita quotidiana del Paese.

Ne parlano gli elettori, i partiti, i mezzi di comunicazione e naturalmente i social network. Ogni dichiarazione di un dirigente può diventare un segnale. Ogni nuova adesione può essere interpretata come un passo verso una candidatura. Ogni nomina può essere letta anche in chiave politica.

Il 2028 è già qui

Mancano ancora molti mesi al voto. E tra oggi e il 2028 possono cambiare alleanze, candidature, equilibri interni e perfino le strategie dei partiti.

Ma una cosa è già evidente: la campagna elettorale del 2028 è cominciata nella pratica molto prima che arrivasse il momento previsto dalla legge.

La JCE ha già il suo calendario. I partiti hanno iniziato a preparare le proprie squadre. Gli aspiranti candidati cercano consensi. E gli elettori, volenti o nolenti, hanno già ricominciato ad ascoltare parlare della prossima elezione.

Perché nella Repubblica Dominicana, più che la politica, sembra non finire mai la campagna elettorale.




Tra posti di lavoro e minacce globali: Trump ignora la sfida dei Data Center e dell’IA

images

“I data center sarebbero utili a qualunque comunità. Si tratta di posti di lavoro, salari e tasse più basse”. Così il presidente Donald Trump si è schierato a favore della costruzione dei data center, strutture indispensabili per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

images

Il presidente Usa, come spesso accade, mette in primo piano gli aspetti economici, senza considerare le altre preoccupazioni che la proliferazione dei data center suscita tra molti americani. Il 69% degli americani, infatti, è contrario alla costruzione di data center nella propria comunità, mentre solo il 31% è favorevole. L’opposizione attraversa anche gli schieramenti politici: è contrario l’81% dei democratici, ma anche il 57% dei repubblicani. Tra gli indipendenti, gli oppositori arrivano al 71%.

Questa opposizione trasversale ai data center e all’intelligenza artificiale (IA) emerge anche dalle posizioni di due figure politiche collocate agli antipodi. Da una parte Steve Bannon, ex stratega e collaboratore di Donald Trump, esponente dell’ultradestra; dall’altra il senatore Bernie Sanders, leader della sinistra democratica. Entrambi condividono forti perplessità sulla proliferazione dei data center e sui rischi legati all’intelligenza artificiale.

I data center sono le strutture fisiche che consentono il funzionamento dei sistemi di intelligenza artificiale. Il loro consumo energetico è enorme e mette sotto pressione le reti elettriche locali. Inoltre, secondo i critici, la crescente domanda di energia rischia di rallentare la transizione verso le fonti rinnovabili. Per il loro funzionamento, i server hanno bisogno anche di ingenti quantità di acqua per evitare il surriscaldamento. Un problema particolarmente rilevante nelle aree degli Usa già colpite dalla scarsità idrica.

A questi problemi si aggiungono i rifiuti prodotti dalle apparecchiature elettroniche, che possono contenere metalli e materiali tossici. Ma per molti americani la preoccupazione più immediata riguarda il lavoro. L’americano medio teme infatti che l’intelligenza artificiale possa eliminare milioni di posti di lavoro. Dario Amodei, cofondatore e AD di Anthropic, l’azienda di IA che ha creato i modelli Claude, ha sostenuto che il 50% dei posti di lavoro di livello base potrebbe scomparire nei prossimi cinque anni, con un possibile aumento della disoccupazione dal 10 al 20%.

Ancora più inquietanti sono i timori legati alla sicurezza. Alcuni Paesi potrebbero utilizzare l’intelligenza artificiale per scopi militari, mentre altri potrebbero sfruttarla con finalità terroristiche. Esiste però una preoccupazione ancora più radicale: che i modelli di IA possano arrivare ad agire autonomamente, sottraendosi al controllo degli esseri umani.

Un episodio di questo genere sarebbe avvenuto tra maggio e luglio del 2026. La vicenda, associata a Hugging Face, ha alimentato il timore di attacchi informatici non direttamente orchestrati da esseri umani. Un gruppo di modelli di IA aveva ricevuto istruzioni per risolvere un problema all’interno di una “sandbox”, un ambiente isolato. I modelli, però, avrebbero aggirato alcuni dei parametri imposti, agendo in maniera autonoma nel tentativo di raggiungere l’obiettivo.

È proprio questa possibilità a preoccupare maggiormente gli esperti: che sistemi sempre più sofisticati possano sviluppare comportamenti non previsti dai loro creatori. Il timore è che, senza guardrail e regole condivise a livello globale, l’IA possa arrivare a danneggiare gli esseri umani o, in prospettiva, a sostituirli in una parte crescente delle attività.

Il nuovo allarme è stato lanciato da tre ricercatori che lavoravano nella società dei fratelli Amodei, Anthropic, una delle aziende che ha già espresso dubbi sull’impiego dell’IA per obiettivi militari e si è scontrata con l’amministrazione Trump.

Ma la preoccupazione per i rischi dell’IA è emersa anche dalle dichiarazioni di Jacob Coxon, ricercatore che aveva lasciato OpenAI per collaborare con Anthropic. Dopo aver rassegnato le dimissioni anche da Anthropic, Coxon ha dichiarato che «le persone che sviluppano l’AI credono sinceramente che potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio».

Il vero punto di svolta, secondo questa prospettiva, arriverebbe se l’IA diventasse capace di migliorarsi autonomamente. L’episodio di Hugging Face, sostengono i suoi critici, avrebbe già mostrato un assaggio di questo rischio: gli agenti di IA avrebbero dimostrato la capacità di coordinarsi tra loro per raggiungere un obiettivo, arrivando persino a non seguire i comandi degli esseri umani.

Servirebbero dunque paletti a livello nazionale, ma negli Stati Uniti le aziende coinvolte nello sviluppo dell’IA si oppongono a una regolamentazione più stringente, citando soprattutto la concorrenza della Cina. Un timore che non può essere liquidato facilmente, ma che apre una questione più ampia: come regolamentare una tecnologia che non conosce confini nazionali?

Alcuni analisti sostengono infatti che la risposta ai rischi dell’IA dovrebbe essere globale, richiamando l’iniziativa del presidente americano Dwight Eisenhower. In un discorso alle Nazioni Unite, Eisenhower affrontò il problema della proliferazione nucleare e spinse per la creazione di organismi internazionali capaci di gestire la minaccia. Da quella spinta nacquero anche iniziative come la creazione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA).

Il precedente nucleare, tuttavia, mostra anche i limiti della cooperazione internazionale: una dozzina di Paesi ha comunque sviluppato proprie armi nucleari. Ed è proprio la minaccia nucleare che il presidente americano Trump ha indicato come una delle ragioni dell’intervento militare nel Golfo Persico, sostenendo la necessità di impedire all’Iran di ottenere armi nucleari.

Trump, però, non sembra intenzionato a promuovere una regolamentazione dell’IA né a livello nazionale né internazionale e continua a rilanciare proposte e dichiarazioni controverse. Una delle ultime è stata la promessa di versare 5.000 dollari a ogni cittadino adulto se i repubblicani manterranno il controllo sia della Camera dei rappresentanti sia del Senato alle prossime elezioni di medio termine, a novembre.

Il contrasto è evidente: mentre crescono i timori per l’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro, sull’ambiente e sulla sicurezza, la Casa Bianca continua a puntare sull’espansione della tecnologia. La vera domanda, quindi, non è più se l’IA cambierà l’America e il mondo ma quanto velocemente avverrà e che ne sarà della nostra umanità.