Trump, fra aspirazioni monarchiche e dittatoriali

licensed image

licensed image
WASHINGTON, DC – JANUARY 20: President Donald Trump signs executive orders in the Oval Office on January 20, 2025 in Washington, DC. Trump takes office for his second term as the 47th president of the United States. (Photo by Anna Moneymaker/Getty Images)

“Riusciamo a capire la differenza fra un re e un presidente?” Questa la domanda poco retorica della giudice liberal della Corte Suprema Sonia Sotomayor durante un incontro sull’educazione civica a New York organizzato dalla Facoltà di Giurisprudenza della New York University. La giudice ha continuato spiegando che una chiara comprensione della differenza permetterebbe agli americani di “essere più informati su ciò che è importante in una democrazia”.

La giudice Sotomayor non ha specificato a chi si riferisse ma ovviamente nel clima politico attuale il pensiero si rivolge immediatamente all’attuale presidente degli Stati Uniti che continua a pressare per conquistarsi poteri quasi assoluti che lo avvicinano a quelli di un monarca anche se il suo titolo sarebbe più di leader autoritario.

A differenza dei monarchi che ricevono il loro potere per il semplice fatto di essere nati figli in una certa famiglia, Trump si è conquistato i suoi poteri approfittando delle strutture democratiche. Sia nel primo che nel secondo mandato il tycoon è riuscito a convincere una lieve maggioranza di americani a consegnargli le chiavi della Casa Bianca. I suoi atteggiamenti autoritari erano già evidenti nei suoi primi quattro anni di presidenza ma sono divenuti chiarissimi nel suo secondo mandato. Trump ha ampliato i suoi poteri nel Paese prendendosi il controllo totale del suo partito che per adesso ha una lieve maggioranza nelle due Camere con le minacce di fare perdere i seggi a coloro che osano disobbedirgli. Mantiene il suo controllo sui parlamentari e senatori repubblicani con la sempre presente ombra di fare sfidare i “ribelli” alle primarie dove la sua influenza è sovrastante. Chiunque non gli sorride potrebbe in effetti commettere “suicidio” politico.

Il potere di Trump si avvicina anche a quello dei monarchi tradizionali perché il suo partito è riuscito a dominare anche la Corte Suprema degli Stati Uniti. Come si sa, il più alto organo della magistratura americana è composto da 6 giudici nominati da presidenti repubblicani, 3 dei quali proprio da Trump, mentre gli altri 3, nominati da presidenti democratici, che pendono a sinistra.

Trump non si vede come leader assoluto ma con frequenza ci dà chiare indicazioni di esserlo. In non poche occasioni ha detto che come presidente americano lui può fare quello che vuole e in un caso in particolare ha anche detto che non governa solo gli Usa ma anche il resto del mondo. Non è vero ovviamente ma quella sarebbe la sua aspirazione: governare come un monarca del passato con poteri assoluti o come uno dei dittatori odierni per i quali ha frequentemente espresso l’ammirazione. Va ricordato che il 47esimo presidente ha manifestato in non poche occasioni le qualità di Xi Jinping, Victor Orban, Kim Jong Un come “duri” che controllano interi Paesi, facendoci ricordare monarchi del passato.

I monarchi del presente però che hanno ereditato la loro corona, come il re Carlo che Trump vede di questi giorni nella sua visita alla Gran Bretagna, non hanno i poteri assoluti dei loro antenati poiché regnano in monarchie costituzionali. Se Trump anela al prestigio dei monarchi pensa ovviamente al passato e non ai nostri giorni perché i governanti delle monarchie attuali hanno una costituzione che delega il potere a individui eletti dal popolo.

Se da una parte Trump gode degli onori che di questi giorni i reali della Gran Bretagna gli hanno conferito con cerimonie degne di un re, sa benissimo che gli mancherà il suo potere perché alla fine del secondo mandato dovrà uscire dalla Casa Bianca, mentre i monarchi possono mantenersi la corona fin quando vivono. Oppure no. Il 22esimo emendamento della costituzione statunitense, ratificato nel 1951, limita i presidenti a solo due mandati. Trump però ha già sfidato tante altre leggi e non sorprenderebbe se tentasse di escogitare qualche escamotage per mantenersi al potere dopo la scadenza del suo secondo mandato.


Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.




Non spettatori ma protagonisti: l’Italia davanti alla crisi russo-polacca

shaed

shaedDopo i droni russi sulla Polonia, l’Europa è a un bivio. L’Italia deve decidere da che parte stare.

Gli sconfinamenti russi nello spazio aereo polacco hanno fatto scattare un campanello d’allarme che in Europa non suonava così forte da decenni. La domanda che circola, non solo nelle cancellerie ma anche nei bar e nelle case degli italiani all’estero, è semplice e brutale: siamo davvero alla vigilia della Terza Guerra Mondiale?

La risposta, per quanto scomoda, è: dipende da noi. Non dal Cremlino soltanto, non dalla Casa Bianca soltanto, ma da come l’Europa e la NATO sapranno gestire la tensione. Il rischio di escalation è reale, perché ogni incidente tra Mosca e Varsavia tocca l’articolo 5 del Trattato Atlantico: l’idea che un attacco a un membro sia un attacco a tutti. Basta una scintilla per accendere un incendio incontrollabile.

L’Europa oggi è divisa tra chi invoca fermezza assoluta e chi predica cautela. La Polonia, memore della sua storia, non può permettersi esitazioni: sente sul collo il fiato russo. La Germania teme il crollo definitivo dei rapporti economici. La Francia si muove a zig-zag tra autonomia strategica e ombre americane. In questo mosaico, l’Italia sembra un comprimario, ma in realtà potrebbe essere molto di più.

L’Italia non è una superpotenza militare, ma è una superpotenza diplomatica potenziale: la sua credibilità internazionale, la tradizione di mediazione nel Mediterraneo, i legami storici con Russia e Ucraina le conferiscono un margine di manovra che altri non hanno. In questi momenti di alta tensione non serve solo chi manda caccia e missili, ma chi tiene aperti i canali di dialogo.

Roma dovrebbe assumersi il coraggio di proporre una via europea alla de-escalation, senza per questo abbandonare la solidarietà atlantica. L’Italia può ricordare che l’Europa non può vivere per sempre sull’orlo di un abisso: un continente che spende più per armarsi che per costruire rischia di smarrire la sua identità.

Gli italiani, in patria e all’estero, devono comprendere che il rischio non è astratto: una guerra in Polonia non resterebbe confinata a Est. Investire nella pace non significa ingenuità, ma lungimiranza. Per questo, la politica italiana dovrebbe uscire dal torpore e alzare la voce, non per urlare slogan, ma per proporre soluzioni.

In altre parole: non siamo ancora alla Terza Guerra Mondiale. Ma se l’Italia e l’Europa continueranno a inseguire gli eventi invece che guidarli, potremmo scoprire troppo tardi che la Storia ha già scelto per noi.




Unificazione dei criteri consolari: una proposta per semplificare la vita agli anziani

db5c7b1f 062c 422d 8e6d 2ca16d9cfd15

db5c7b1f 062c 422d 8e6d 2ca16d9cfd15C’è un piccolo grande mistero che riguarda noi italiani all’estero. In Colombia, chi ha superato i 65 anni può recarsi al Consolato senza prenotare online con il sistema “Prenot@mi”, che spesso comporta lunghe attese davanti al computer e slot difficili da trovare. È una misura di buon senso: non tutti i nostri connazionali più anziani hanno dimestichezza con internet, e la salute non sempre consente di seguire procedure complicate.

A Santo Domingo, invece, la regola è diversa. L’esenzione è stata prima fissata a partire dai 70 anni e recentemente portata a 75. Una differenza significativa rispetto a Bogotá, dove la soglia è fissata dieci anni prima.

Guardando i numeri, la cosa appare curiosa: in Colombia gli iscritti all’AIRE sono oltre 21 mila, in Repubblica Dominicana circa 10 mila. Verrebbe da pensare che, dove la comunità è più numerosa e quindi più complessa da gestire, i criteri dovessero essere più restrittivi; e che, al contrario, dove siamo meno, si potessero concedere facilitazioni più ampie.

Questo confronto solleva qualche domanda. Siamo davvero più “giovanili” e “in salute” dei nostri connazionali di Bogotá? O forse si è scelto di interpretare in modo diverso le regole, tenendo conto di specificità locali e di esigenze organizzative interne?

Ciò che conta, in fondo, è che i nostri anziani non vengano messi in difficoltà. Per un settantunenne residente da anni in Repubblica Dominicana, non è semplice dover affrontare piattaforme digitali e passaggi burocratici che altrove non vengono richiesti.

Forse la soluzione migliore sarebbe una maggiore armonizzazione delle regole, per semplificare la vita a chi ha già dato molto e non sempre ha le energie per inseguire slot e password. Non si tratta di fare confronti o classifiche, ma di garantire a tutti i connazionali all’estero praticità e rispetto.

La burocrazia, si sa, non è sempre flessibile. Ma un piccolo gesto di attenzione in più potrebbe fare la differenza per molti dei nostri connazionali più anziani.




Gaza, un orrore senza fine

dac8cbc0 0baf 4859 8f87 a37696f58e18

dac8cbc0 0baf 4859 8f87 a37696f58e18“Tutto ciò che l’uomo ha imparato dalla storia, è che dalla storia l’uomo non ha imparato niente” (G. W.F. Hegel).

Perché migliaia di bimbi innocenti, decine e decine di migliaia di uomini e donne, da più di un anno, vengono trucidati nel silenzio irreale del mondo? Perché? Che cosa ci ha insegnato la storia? Perché nessuno ne ha memoria? Perché nessuno vede l’atrocità dei morti abbandonati nelle piazze, i pianti disperati dei bambini, le urla delle madri e delle donne che piangono figli e mariti massacrati dalle bombe?

A Gaza la guerra continua senza sosta e senza nessuna visione politica, mentre la popolazione civile paga un prezzo inimmaginabile. Dopo mesi di disumana barbarie, il conflitto rischia di diventare il più duraturo della storia di Israele, in un contesto internazionale caratterizzato da incertezze, silenzi e priorità diverse.

Nessun paese al mondo verrebbe autorizzato a comportarsi come il governo israeliano nella striscia di Gaza senza subire le relative conseguenze politiche. La metodica distruzione di un luogo con oltre due milioni di civili, la fame di un popolo assediato come strumento di guerra, un numero esorbitante di morti civili accertati, il divieto alla stampa internazionale di entrare nella striscia di Gaza, con i giornalisti diventati obiettivi.

Sradicare Hamas dalla striscia è lo scopo dichiarato, nonostante mesi e mesi di guerra senza risultati, durante i quali Israele ha utilizzato tutta la sua forza militare distruttiva proveniente dall’arsenale americano: un disastro umanitario  interamente causato dall’uomo, il risultato diretto della politica ufficiale israeliana, che potrebbe scegliere di cambiare migliorando considerevolmente la vita degli abitanti di Gaza, oppure continuare questa politica crudele e senza giustificazioni, condannando quasi due milioni di persone a una vita di povertà assoluta, di carestia e di condizioni disumane.

Dall’ottobre 2023, il regime israeliano è direttamente responsabile di genocidio nella striscia di Gaza: non si contano le uccisioni di decine di migliaia di persone, i danni fisici e mentali, la massiccia distruzione di case e infrastrutture civili, la fame, l’evacuazione forzata e l’impedimento degli aiuti umanitari, sistematicamente perpetrati nell’ambito di un attacco  progettato per la distruzione di ogni condizione di vita.

Israele continua senza sosta ad attaccare nonostante gli innumerevoli avvertimenti della comunità civile internazionale e le crescenti prove inconfutabili delle sue conseguenze letali: ciò dimostra, senza tema di smentita,  l’intenzione della leadership politica e militare israeliana di sradicare ogni esistenza palestinese a Gaza.

La guerra condotta dal governo di Netanyahu getta di fatto una pesante ombra sullo Stato di Israele, rendendolo responsabile di uno dei più efferati massacri nel dopoguerra, nella stragrande maggioranza civili, tra cui un numero impressionante di donne e bambini.

Eppure, colpevolmente distratti e preoccupati da troppi altri avvenimenti, la reazione globale è ai limiti dell’inesistente, e per questo ingiustificabilmente complice.




Perché l’Europa ha paura della pace in Ucraina

images

imagesDa più di due anni assistiamo, impotenti, a un conflitto che ha cambiato il volto del continente. Eppure, ogni volta che si pronuncia la parola “pace”, cala un silenzio imbarazzato. Perché l’Europa sembra non volerla davvero?

La verità è che la pace fa paura. Fa paura ai governi che temono di passare alla storia come deboli, pronti a “regalare” vittorie a Mosca. Fa paura alle industrie che oggi stanno facendo affari d’oro con la corsa agli armamenti. Fa paura a chi ha chiesto sacrifici enormi ai cittadini – bollette alle stelle, nuove dipendenze energetiche – e ora non saprebbe come giustificarli se tutto finisse domani.

Ma soprattutto, fa paura perché obbligherebbe l’Europa a guardarsi allo specchio: scopriremmo di non avere una politica estera comune, di essere ancora troppo dipendenti da Washington e incapaci di definire da soli i nostri interessi strategici.

Eppure, una via d’uscita esiste. Continuare a inviare armi senza una prospettiva politica significa solo allungare l’agonia. L’Europa dovrebbe avere il coraggio di proporre un piano di pace europeo, autonomo, che preveda tre punti chiave:

  1. Garanzie di sicurezza reciproche, con un sistema che protegga l’Ucraina ma non trasformi la Russia in un nemico eterno.

  2. Un nuovo equilibrio energetico, che non riporti indietro le lancette al gas russo, ma nemmeno lasci l’Europa prigioniera delle importazioni americane.

  3. Un grande piano di ricostruzione per l’Ucraina, sul modello del Piano Marshall, che trasformi la guerra in un’occasione di sviluppo e integrazione economica.

L’alternativa è semplice e crudele: altri anni di trincee, di morti e di macerie.

Ma c’è un ultimo nodo: quanto conta davvero la posizione europea se domani Donald Trump e Vladimir Putin decidessero di mettersi d’accordo e imporre la loro “pace”? La risposta è amara: in questa partita l’Europa pesa come il due di picche.

Ed è proprio questa irrilevanza il vero pericolo: perché senza un’Europa capace di decidere da sola, la pace non sarà mai né giusta né duratura.




Il P.A.F.U. per l’Ucraina

images

imagesRiceviamo  e pubblichiamo.

Dopo il nulla di fatto dell’incontro Trump-Putin sull’Ucraina, torna a circolare in Italia il tentativo di diplomazia “dal basso” lanciato due mesi fa da cittadini e intellettuali volenterosi, coordinati dal filosofo Damiano Migliorini. I politici propongono slogan, ma non idee concrete: l’iniziativa si propone di far giungere alle orecchie dei “grandi” queste proposte per intavolare un reale percorso negoziale. La proposta di pace si articola in 8 punti, sui quali si discute molto in questi giorni:

1. Cessate il fuoco nell’attuale linea del fronte, restituzione dei caduti, dei prigionieri e dei bambini;

2. I territori attualmente occupati (Crimea, parte di Kherson, parte di Zaporizhzhia, parte del Donetsk, Luhansk) dovranno essere demilitarizzati. Diventano temporaneamente autonomi, gestiti democraticamente sotto la sorveglianza di un contingente formato da militari degli attuali paesi BRICS (Russia esclusa), con mandato ONU. Questi territori, dopo adeguate bonifiche e ricostruzioni, saranno chiamati, tra 25-30 anni a un referendum libero e democratico, sorvegliato e gestito dall’ONU, per decidere se: (a) continuare ad essere autonomi; (b) tornare all’Ucraina in forma confederata. Per la Crimea è possibile eventualmente ipotizzare uno scenario istituzionale come quello Nord-Irlandese.

3. Raggiunto il cessate il fuoco e sospesa la legge marziale, libere elezioni in Ucraina, rigidamente sorvegliate da ispettori internazionali.

4. Gestione della centrale nucleare di Zaporizhzhia da parte di un ente terzo, che si impegna a fornire energia sia ai nuovi territori autonomi, sia all’Ucraina.

5. Adesione “territoriale” dell’Ucraina all’Unione Europea, con clausola di salvataggio (intervento delle nazioni europee) in caso di invasione esterna, tramite stipula di trattati integrati con i 27. Questi trattati si configurano come “garanzie di sicurezza” rispetto all’inviolabilità futura del territorio ucraino. Per l’adesione economica e giuridica all’UE, si adotteranno in seguito le procedure standard (ma velocizzate) previste per l’ingresso dei Paesi nell’UE.

6. Non adesione dell’Ucraina alla Nato (in cambio del punto 5.) ma possibilità di sviluppare il proprio esercito in collaborazione con i partner Occidentali.

7. Dichiarazione di neutralità (armata) dell’Ucraina sul modello finlandese (pre-adesione Nato). Inserimento in Costituzione di un articolo simile all’Art. 11 della Costituzione italiana.

8. Riconoscimento del russo come seconda lingua ufficiale in Ucraina; sul modello di altre nazioni europee bilingue.

Si tratta di una proposta di pace che segue un principio chiave della nonviolenza: di fronte allo stallo militare, vista l’inutile strage di militari e civili, per giungere a una pace si devono cercare dei compromessi che non siano umilianti per le parti in causa nel conflitto. Su chi ricada la responsabilità di una terribile invasione è chiaro a tutti, ma dopo anni di conflitto, le soluzioni massimaliste non sono possibili, da entrambe le parti.

Questa proposta, si trova scritto nel sito che la promuove (https://peaceagreementukraine.wordpress.com/), non è di qualcuno in particolare e non è “dogmatica”: vuole essere un punto di partenza della discussione. È firmata idealmente da tutte le persone che la stanno condividendo con ogni mezzo disponibile sui social. Tutto gratuitamente. L’obiettivo è una pace giusta per le future generazioni. Ciascuno può contribuire visitando il sito e facendo conoscere l’iniziativa.

Per il gruppo P.A.F.U.

(Peace Agreement For Ukraine)

Damiano Migliorini

 




Alaska. Trump-Putin, “molto rumore per nulla”

img 2452

img 2452“Molto rumore per nulla” è una delle tragicommedie più conosciute di William Shakespeare, la cui trama si basa su una serie di inganni, sia in cattiva fede che operati, invece, con le migliori intenzioni; e a questa distinzione corrisponde una differenza di tono e di stile all’interno dell’opera stessa.

Dal teatro si arriva inaspettatamente, o conseguentemente, alla politica internazionale: il vertice in Alaska tra Putin e Trump; i due leader hanno parlato di grandi progressi (senza dire quali) e si sono detti comunque molto fiduciosi anche in mancanza di un accordo per il cessate il fuoco in Ucraina.

Per Trump, Putin non vuole il cessate il fuoco ma un accordo di pace comprensivo. Il Presidente russo ha ribadito le sue condizioni avvertendo, nel contempo,  Zelensky e l’Europa e invitando Trump a Mosca in un altro vertice a breve.

Il Presidente americano ha dichiarato che l’incontro è stato altamente produttivo, con, a suo dire, molti punti di comune accordo, addirittura, sempre a suo dire, tantissimi, sicuramente la maggior parte di cui si è parlato, con un grosso distinguo su un paio di temi importanti in cui non c’è stata convergenza, pur in presenza di alcuni progressi sostanziali.

“Non c’è accordo finché l’accordo non c’è”, ha aggiunto, riservandosi di parlarne con gli alleati europei e con Zelensky. Colloqui telefonici che, successivamente, ci sono poi stati, anche se non è chiaro se e quali progressi siano stati effettivamente fatti.

Il tutto ci riporta ad un’altra opera teatrale, “Il giuoco delle parti” di Luigi Pirandello, il cui tema principale è il gioco delle apparenze e delle relazioni interpersonali, in cui i protagonisti degli incontri sono indiscussi maestri. Rimane solo di sapere chi sia il più bravo, cosa che a me personalmente è sempre stata chiara.




Reggaeton & decibel: quando il pericolo per i bambini è doppio (udito e cervello)

95664268 4d85 4b3b 95e2 953ec699b830

95664268 4d85 4b3b 95e2 953ec699b830Dopo l’uscita dell’Associazione Spagnola di Pediatria, che ha sconsigliato di portare bambini piccoli a concerti con volumi eccessivi, c’è un dettaglio che rischia di passare inosservato: alcuni eventi non sono pericolosi solo per l’udito… ma anche per il gusto musicale.

Prendiamo i concerti di certi idoli del reggaeton o dell’“urbano”: Bad Bunny, Anuel AA, Ozuna, e compagnia. Volumi da frullatore industriale, testi poetici come un post su Instagram, e un “tum-tum-tum” in loop che ti fa pensare di essere finito in una lavatrice in centrifuga.

Il problema è che, se un bambino viene esposto fin da piccolo a queste… ehm… “melodie”, rischia l’assuefazione. Un po’ come lo zucchero: all’inizio storci il naso, poi non puoi più farne a meno, e il palato (o in questo caso l’orecchio) si rovina per sempre.
Il risultato? A vent’anni saprà riconoscere un beat di reggaeton a tre isolati di distanza, ma confonderà i Pink Floyd con un brand di abbigliamento.

Invece di piazzarli sotto un subwoofer da 5.000 watt mentre un tizio urla parolacce per tre ore, mettete su qualcosa che li faccia crescere bene:

  • Eagles, per capire che le armonie esistono.

  • Joe Cocker, per sentire cosa significa emozione in una voce.

  • Creedence Clearwater Revival, per insegnare che tre accordi possono essere geniali.

  • Pink Floyd, per mostrare che la musica può farti viaggiare senza bisogno di effetti speciali stroboscopici.

Un concerto di reggaeton per un neonato è pericoloso. Ma non solo perché può danneggiare l’udito.
Il vero rischio è che, crescendo, lo consideri musica.




Inni nazionali, il cuore e il tempo che cambia

81pwzbbohrl

81pwzbbohrlSo di andare controcorrente. Ma sento il bisogno di dirlo: gran parte degli inni nazionali – dalla Marsigliese all’Inno di Mameli e a molti altri – appartiene a un altro tempo. Sono stati scritti in epoche di guerre e rivoluzioni, quando la priorità era galvanizzare il popolo, infondere coraggio ai soldati, unire la nazione contro un nemico comune. Le parole sono solenni, piene di retorica e di riferimenti bellici; le melodie sono marce, pensate per accompagnare eserciti e parate militari.

Oggi il contesto è cambiato. Le sfide del presente sono altre: la pace, la cooperazione internazionale, la difesa dell’ambiente, la solidarietà tra i popoli. Ma i testi e le musiche ufficiali che ci rappresentano di fronte al mondo continuano a raccontare un passato glorioso, ma lontano.

Eppure, quando ascolto l’Inno di Mameli, non riesco a restare indifferente. Mi faccio forza sulle mie vecchie gambe stanche, mi alzo in piedi e mi emoziono, sempre, perché mi parla della mia patria lontana, delle mie radici, di un’appartenenza che porto dentro. Quelle note, per me, hanno il profumo delle piazze italiane, il rumore delle feste di paese, la memoria di momenti in cui sentirsi “italiani” era motivo di orgoglio e condivisione. È un legame che va oltre la musica o le parole: è memoria, è identità.

Proprio per questo, credo che porsi la domanda non sia un atto di irriverenza, ma di amore. Possiamo amare e rispettare i nostri inni come testimonianza del passato, e allo stesso tempo chiederci se siano ancora lo specchio fedele del presente. Forse un giorno potremo pensare a parole e melodie che parlino anche delle sfide e delle speranze di oggi, che sappiano unire non solo nel ricordo di ciò che siamo stati, ma anche nella visione di ciò che vogliamo diventare.

Un inno nazionale non è solo un pezzo di storia: è la nostra voce ufficiale davanti al mondo. E una voce, per essere viva, deve avere il coraggio di parlare anche al futuro.




Italia: turismo in crisi

stabilimenti balneari spiaggia mare ansa2
stabilimenti balneari spiaggia mare ansa2Girano sui social immagini di spiagge semideserte e con stupore ci si chiede come mai sia possibile un fatto del genere.
Dal 2020 ad oggi il potere d’acquisto degli italiani è calato del 10 % , nel mentre i prezzi degli alberghi, delle strutture, dei ristoranti sono mediamente aumentati del 40%. Questo spiega ampiamente come la classe media sia stata penalizzata.
Dopo il Covid gli italiani hanno ripreso a fare turismo, hanno accumulato risparmi che hanno loro permesso di spendere di più di quanto erano soliti spendere, la legge della domanda e dell’offerta ha fatto il resto. Nel mentre il personale di cucina, di sala etc non ha avuto nessun beneficio, i soliti stipendi da fame, orari impossibili, straordinari non pagati, regole ampiamente disattese. A far da tampone ci sono sempre più addetti stranieri che accettano di lavorare alle condizioni che gli italiani non accettano, da questo si capisce che tutto il business dell”accoglienza” è funzionale a reperire manodopera a basso costo e a scassare definitivamente quello che resta ancora dello stato sociale in relazione alla salute ed alla previdenza.