Ashura a Milano e il paradosso dell’Italia che tace: identità in bilico, legge dimenticata

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imagesNel cuore di Milano si celebrano rituali islamici con donne velate e spazi separati, mentre ai discendenti italiani viene negata la cittadinanza. E la legge sul volto coperto? Dimenticata.

Leggo che lo scorso 6 luglio, a Milano, oltre 1.300 musulmani sciiti hanno sfilato per le vie del centro per commemorare l’Ashura, ricorrenza religiosa che rievoca il martirio dell’Imam Husayn. Una manifestazione pacifica — sì — ma carica di simboli e contraddizioni. Tra questi: donne velate, separate dagli uomini da un telo nero, in pieno spazio pubblico. Una scena che ha colpito molti cittadini, ma che ha lasciato indifferenti le istituzioni.

È in momenti come questo che ci si interroga sul senso di tolleranza e su quanto sia diventata, in certi casi, resa culturale.

L’Italia, Paese che ha bandito il crocifisso da alcune scuole per “non urtare la sensibilità altrui”, oggi permette riti religiosi pubblici dove le donne vengono emarginate visivamente, in contrasto non solo con il nostro spirito repubblicano, ma anche con leggi precise.

In Italia è vietato, per legge, circolare con il volto coperto in modo da rendere difficile l’identificazione. La norma risale alla Legge 22 maggio 1975, n. 152, comunemente nota come Legge Reale, all’articolo 5:

“È vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico.”

La legge è stata confermata e rafforzata nel tempo, persino con l’obiettivo di contrastare eventuali abusi legati al burqa o al niqab. Ma a Milano, durante la manifestazione, molte donne erano integralmente velate. Possibile che nessuno abbia notato questa violazione? O, peggio, che non si voglia più applicare la legge per paura di essere accusati di islamofobia?

Mentre si consente ogni forma di espressione pubblica a culture che non hanno nulla a che vedere con la nostra, ai discendenti degli italiani all’estero — milioni nel mondo — si chiudono le porte della cittadinanza. Con la nuova legge in discussione, i requisiti per il riconoscimento dello ius sanguinis diventano più rigidi, rendendo ancora più difficile per i figli e i nipoti degli emigrati italiani riottenere quel legame con la patria dei loro nonni.

Loro parlano italiano, celebrano i nostri santi, cucinano le nostre ricette, insegnano ai figli chi era Garibaldi. Ma per l’Italia, non sono italiani. Al contrario, chi arriva e non condivide nulla dei nostri valori ottiene spazio, voce, perfino rispetto legale — anche quando la legge verrebbe, teoricamente, violata.

Oriana Fallaci, inascoltata e derisa, lo aveva scritto vent’anni fa: l’Europa si sta trasformando in Eurabia. La profezia sembra essersi avverata. Le moschee crescono ovunque, i simboli cristiani arretrano, il presepe diventa “facoltativo” e il Natale si svuota di significato. Intanto, nelle nostre piazze si celebrano rituali lontani, mentre i nostri valori vengono messi all’angolo in nome di un relativismo che non ci chiede più di capire l’altro, ma di annullarci per non disturbarlo.

Non è xenofobia. È amor di patria. È difesa della nostra identità culturale e giuridica. È chiedere coerenza: se la legge vale per tutti, allora valga per tutti. Se la cittadinanza è un diritto, allora lo sia anche per chi ha sangue italiano nelle vene.

In nome della libertà, stiamo perdendo noi stessi.




50 milioni per Maduro? Ma per favore…

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683389c1f1141Leggo stamattina che gli Stati Uniti hanno deciso di alzare a 50 milioni di dollari la taglia su Nicolás Maduro, come se fosse un bandito del Far West. A chiunque fornisca informazioni utili alla sua cattura, ricompensa garantita. E confesso che mi è scappato un sorriso.

Perché diciamocelo: gli Stati Uniti sanno benissimo dov’è Maduro. Non è certo nascosto in una grotta nel deserto, né si sposta travestito da pastore andino. Vive protetto, certo, ma sotto gli occhi del mondo. I satelliti spia americani, in grado di contare le pecore nel giardino del Cremlino, sicuramente possono seguirne gli spostamenti da Caracas a Maracaibo, dalla sua residenza presidenziale a quella privata.

E allora, a che serve questa taglia da film d’azione? Forse a guadagnare qualche titolo sui giornali, a dare l’illusione di una pressione crescente, o forse solo a far finta di fare qualcosa senza fare davvero niente.

Non sarebbe la prima volta che gli Stati Uniti decidono di “prelevare” qualcuno, senza troppi complimenti. È successo con Manuel Noriega a Panama nel 1989: bombardamenti, truppe d’assalto, e il generale portato a Miami come un pacco espresso. È successo con Osama Bin Laden, in un’operazione chirurgica con i Navy Seals che ha fatto il giro del mondo. È successo con Saddam Hussein, in modo meno elegante, ma con altrettanta determinazione.

Ma Maduro no. Lui resiste, governa, reprime, si fa fotografare, e resta lì. Non lo toccano. E viene da chiedersi: perché?

Forse perché, in fondo, Maduro è più utile dove si trova. Un nemico comodo, un pretesto perfetto per sanzioni, strategie geopolitiche, alleanze rafforzate con Colombia e Brasile, e per tenere il Venezuela nel limbo. Forse, come già accaduto con altri “nemici giurati”, la sua presenza serve più della sua assenza.

E allora lasciamoli pure offrire milioni per “informazioni riservate”. È teatro. Ma il pubblico, questa volta, non ci crede più.




Chi dimentica la lingua, dimentica se stesso

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imagesMi scrivono amici dal Canada, dagli Stati Uniti, dall’Argentina, dal Brasile. Mi raccontano di figli e nipoti di immigrati italiani che non parlano più italiano. Alcuni lo capiscono a malapena, altri non lo parlano affatto. Parlano inglese, francese, spagnolo — a seconda dei luoghi. È normale, mi dicono, è l’integrazione. Ma a me, scusatemi, questa parola — “integrazione” — comincia a suonare come un alibi.

Perché integrarsi non dovrebbe mai significare dimenticare chi siamo.

Mi è stato proposto più volte — per Fatti Nostri — di tradurre i nostri articoli in inglese o in spagnolo, per raggiungere anche quei discendenti di italiani che ormai parlano solo la lingua del paese in cui sono nati. Una proposta comprensibile. Ma io ho sempre detto di no.

Lo dico con chiarezza: chi vuole essere italiano, chi desidera il passaporto italiano, chi si sente parte della nostra storia — deve conoscere la nostra lingua.

La lingua non è un dettaglio burocratico. Non è un optional. È l’anima di un popolo. È lo strumento con cui pensiamo, ricordiamo, raccontiamo. È ciò che ci unisce — attraverso le generazioni e le distanze.

Senza la lingua, la “italianità” rischia di ridursi a una manciata di ricette, qualche canzone di Sanremo, la maglia azzurra della nazionale e un viaggio a Roma ogni dieci anni.

Ma non è solo colpa loro, dei giovani. È anche nostra. Noi adulti — nonni, zii, associazioni, comitati, media — abbiamo fatto abbastanza per trasmettere la lingua? Abbiamo creato spazi, occasioni, contenuti, scuole, giochi, libri, canali YouTube per far sì che un bambino di Montréal, di Rosario, di New York potesse sentire l’italiano come una lingua viva, sua?

Forse no.

Allora la domanda vera non è: “Traduciamo in inglese?”.
La domanda è: “Come facciamo a far rinascere il desiderio di parlare italiano tra i nostri figli e nipoti?”

La risposta non sarà una sola. Ma qualche idea possiamo cominciare a metterla in fila: corsi online gratuiti per bambini e ragazzi; contenuti divertenti e moderni in italiano, pensati per chi vive all’estero; gruppi di conversazione in famiglia, anche via Zoom; valorizzazione del passaporto italiano non come documento, ma come appartenenza culturale.

In un mondo dove tutto si mischia e si perde, difendere la lingua non è nostalgia: è resistenza.




Elezioni di midterm: Trump cerca di truccarle nei collegi elettorali del Texas

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imagesIl 2 gennaio 2021 dopo la fine dell’elezione presidenziale del 2020 Donald Trump telefonò al segretario di Stato della Georgia Brad Raffensperger chiedendogli di trovare 11.780 voti per poter sconfiggere Joe Biden nel “Peach State”. Raffensperger si rifiutò spiegando all’inquilino della Casa Bianca che l’elezione nel suo Stato era stata condotta in maniera legittima senza nessuna frode.

Trump le provò tutte per ribaltare l’elezione del 2020 senza però riuscirci ma adesso sta agendo per truccare l’elezione di midterm il prossimo anno usando il Texas come leva. Il governatore del “Lone Star State” Greg Abbott, a differenza di Raffensperger, ha accettato la richiesta di truccare l’elezione nel suo Stato. Con una probabile sconfitta all’elezione di midterm Trump ha chiesto a Abbott di ridisegnare i collegi elettorali nel Texas per racimolare 5 seggi che potrebbero spianare la strada a mantenere la maggioranza repubblicana alla Camera.

Nell’elezione del 2024 i repubblicani hanno conquistato non solo la Casa Bianca ma anche maggioranze risicate in ambedue le Camere. Alla Camera Bassa i repubblicani hanno una leggera maggioranza (219-212 con 4 seggi vacanti). Maggioranza strettissima per legiferare ma il pericolo più grave per Trump sarebbe il controllo dei democratici dopo l’esito elettorale di midterm. Per prevenire una tale eventualità il 47esimo presidente ha escogitato una maniera spregiudicata di ridisegnare i collegi elettorali. Rispondendo a un giornalista se lui vuole ridisegnare tutti i collegi elettorali Trump ha risposto “No, solo un semplice ridisegno per conquistare cinque seggi”.

I collegi elettorali vengono ridisegnati in tutti gli Stati solo ogni dieci anni dopo il censimento. I cambiamenti demografici costringono gli Stati ai cambiamenti demografici che ampliano il numero dei seggi agli Stati con incrementi di popolazione togliendoli a quelli la cui popolazione diminuisce. Il ridisegno dei collegi elettorali in Texas è semplicemente una mossa per mantenere il potere al livello nazionale. I legislatori democratici texani però hanno deciso di boicottare la sessione legislativa speciale convocata dal governatore. Cinquantasei dei 62 legislatori statali hanno abbandonato temporaneamente il Texas e non si sono presentati alla Camera eliminando il quorum, ossia la presenza di 2 terzi dei legislatori per le sessioni onde evitare l’approvazione di nuove mappe elettorali. Il governatore Abbott ha annunciato che devono ritornare in Texas e fare il loro dovere. Infatti ha minacciato di farli arrestare. Ha persino contattato la Fbi per vedere se possono arrestarli poiché la polizia del Texas non lo può fare in Illinois, Massachusetts e New York dove i “criminali” si sono trasferiti temporaneamente.

Questi boicottaggi di legislatori democratici statali del Texas non sono una cosa nuova. Nel 2003 e poi nel 2021 avvennero simili situazioni con i legislatori fuggiti dal loro Stato ma poi alla fine i repubblicani prevalsero. Rispondendo a una domanda del conduttore del programma PBS Newshour Geoff Bennett, il parlamentare democratico texano James Talarico ha riconosciuto che in passato la loro strategia non ha funzionato completamente ma che la loro azione ha minimizzato i danni. Questa volta però vi sono contraccolpi nazionali. I governatori di Stati liberal hanno annunciato che se il Texas ridisegnerà i collegi elettorali anche loro faranno la stessa cosa per avvantaggiare il loro partito. In particolare spiccano i governatori Gavin Newsom della California e dell’Illinois JB Pritzker, ambedue ansiosi di sfidare i repubblicani anche perché potrebbero essere candidati alla presidenza nel 2028.

Ridisegnare i collegi elettorali in California sarebbe più complicato del Texas perché il sistema adottato dal Golden State concede il compito a una commissione indipendente creata per garantire elezioni democratiche. Newsom però ha espresso intenzione di bypassare la commissione, lavorare con la legislatura nella sessione del 14 agosto e poi indire un referendum all’elezione del 4 novembre. Il piano di Newsom prevede modifiche che trasformerebbero 5 seggi da repubblicani a democratici, in effetti neutralizzando quelli programmati da Abbott nel Texas.

Nelle elezioni di midterm del 2018 durante il primo mandato presidenziale di Trump i repubblicani persero 40 seggi alla Camera. Non si prevedono perdite simili nel 2026. Il 47esimo presidente però sta cercando di correre ai ripari. Sa benissimo che con i democratici in controllo correrebbe il pericolo di numerose indagini sul suo operato che continua giorno dopo giorno a infrangere non solo norme ma abusare il suo potere che non pochi vedono rasentare a una dittatura. Lo può fare in questi giorni perché i repubblicani alla Camera e i loro colleghi al Senato hanno abdicato le loro responsabilità obbedendo in grandissima misura ai dettami di Trump. Il governo dell’attuale presidente Usa rompe tutte le norme e istituzioni che a lui interessano poco. I democratici hanno poca scelta e devono rispondere per le rime spingendo la nazione a una continua polarizzazione tra i due partiti. Come si sa il Paese è diviso in due e le elezioni sono vinte con piccolissimi margini. Ciò avviene non solo al livello presidenziale dove i tradizionali “swing states”, Stati in bilico determinano l’esito finale. Ma anche al livello dei seggi alla Camera e al Senato gli esiti sono in grandissima misura già predeterminati dalle divisioni inerenti. Il ridisegno dei seggi elettorali aumenta la polarizzazione riducendo le vittorie di candidati potenzialmente moderati che sarebbero propensi ai compromessi, indispensabili nel funzionamento della democrazia. Non si ottiene dunque cooperazione ma guerra continua, proprio quello che vuole Trump. Come ha detto il parlamentare Talarico i collegi elettorali andrebbero definiti dal governo federale secondo regole che promuovano la democrazia. Al momento ciò sembra irrealizzabile.




Italiani all’estero: dimenticati, ignorati, sottorappresentati

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download 1Lo sapevate che oltre 6 milioni di italiani vivono stabilmente all’estero?
Esattamente: secondo l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE), a gennaio 2024 erano 6.385.000 gli italiani iscritti, con un aumento costante negli ultimi vent’anni. Un esercito di italiani che lavora, studia, investe, costruisce ponti culturali ed economici con il mondo intero.
Eppure, nel dibattito politico nazionale, questi cittadini sono spesso trattati come fantasmi.

In Italia, i cittadini con passaporto italiano sono molti di più di quanto si pensi. Milioni di persone originarie del Nord Africa, dell’Europa dell’Est e dell’Asia hanno acquisito la cittadinanza italiana negli ultimi decenni. Nulla da eccepire, è un diritto. Ma se è vero che si può diventare italiani “per naturalizzazione”, è altrettanto vero che chi nasce italiano e continua a esserlo, anche all’estero, non può essere trattato come un cittadino di serie B.

E invece accade questo: chi vive all’estero ha meno rappresentanza, meno servizi, meno ascolto.

Nel 2006 esisteva un Ministero per gli Italiani nel Mondo. È stato poi assorbito dal Ministero degli Esteri, sotto una generica “Direzione generale per gli italiani all’estero”.
Il risultato? Più burocrazia, meno attenzione. I consolati arrancano, i servizi digitali sono obsoleti, le comunità italiane sparse nei cinque continenti si sentono dimenticate.

Ripristinare un ministero ad hoc non sarebbe un privilegio: sarebbe giustizia.
Non servono grandi strutture, ma una regia politica chiara, dedicata esclusivamente agli italiani fuori dall’Italia, capace di coordinare politiche per l’assistenza, la cultura, l’impresa, l’istruzione, la sanità, i pensionati all’estero e la rappresentanza istituzionale.

Se confrontiamo i 6,3 milioni di italiani all’estero con i circa 58 milioni di residenti in Italia, ne risulta che più di un italiano su 10 vive fuori dai confini nazionali.
Più del 10%!
Eppure, nel Parlamento italiano, gli eletti all’estero sono soltanto 12 deputati e 6 senatori, su un totale di 600 parlamentari. Una percentuale ridicola!

Con una rappresentanza proporzionale, dovremmo parlare di almeno 60 parlamentari eletti all’estero, non 18.
E qualcuno osa ancora sostenere che gli italiani all’estero “non pagano le tasse”?

La balla più grande che si racconta è questa: “Gli italiani all’estero non pagano le tasse, quindi non hanno diritto a pretendere rappresentanza.”

Falso! Chi ha proprietà, redditi o pensioni in Italia, paga regolarmente tasse allo Stato italiano. Ma soprattutto: la cittadinanza non si misura in base alla fiscalità.
Un italiano è italiano, punto. Non si è cittadini “a tempo parziale”.

E poi, diciamolo: le tasse pagate in Italia servono a coprire servizi pubblici — scuola, sanità, trasporti — che gli italiani all’estero non utilizzano. Non pesano sul sistema. Anzi, spesso lo alleggeriscono.

È ora di dire basta alla retorica vuota e agli slogan elettorali. Gli italiani all’estero non sono turisti della patria: sono ambasciatori naturali dell’Italia, legati profondamente alla cultura, alla lingua, ai valori del nostro Paese.

Serve una nuova stagione di riconoscimento e dignità.
Serve una rappresentanza parlamentare proporzionata.
Serve un Ministero dedicato.
Serve, in una parola, rispetto.

 




Se gli italiani avessero parlato italiano… oggi l’Argentina parlerebbe italiano?

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6330a482 99c4 488d 8564 b3fb265de1e8Un gioco di storia controfattuale, ma non troppo.

Tra il 1870 e il 1960, circa 3 milioni di italiani sono emigrati in Argentina. Un’ondata imponente che ha lasciato un’impronta profonda nella cultura, nella cucina, nei cognomi e perfino nella cadenza dello spagnolo rioplatense. Eppure, a distanza di oltre un secolo, resta una domanda curiosa:
e se tutti quegli italiani avessero parlato l’italiano standard invece dei loro dialetti, oggi l’Argentina parlerebbe italiano?

Una Babele italiana

La verità è che gli italiani che sbarcarono a Buenos Aires e a Rosario parlavano tutto… tranne che italiano. C’erano genovesi, napoletani, piemontesi, siciliani, veneti. Ognuno con il suo idioma, spesso incomprensibile agli altri. L’italiano unificato era la lingua della scuola e dell’élite, ma non del popolo.

Così, nelle case si parlavano i dialetti. Nei mercati, si gesticolava in napoletano o in lunfardo (che tanto deve ai veneti). E i figli? I figli imparavano subito lo spagnolo. L’italiano vero non lo imparavano quasi mai.

L’occasione mancata?

Alcuni storici e linguisti si sono chiesti: se invece gli italiani avessero parlato una lingua comune – l’italiano standard – e l’avessero trasmessa ai figli, l’Argentina avrebbe potuto adottarlo come seconda lingua?
Non sarebbe stato impossibile: l’influenza demografica e culturale italiana è stata enorme, al punto che ancora oggi la metà degli argentini ha origini italiane.

Del resto, il Paraguay ha due lingue ufficiali, il guaraní e lo spagnolo. In Svizzera se ne parlano quattro. In Canada, due. L’Argentina avrebbe potuto diventare uno dei pochi paesi ufficialmente bilingui dell’America Latina. E con l’italiano come seconda lingua, avrebbe avuto un ponte diretto con l’Europa.

Un’occasione educativa

Oggi l’italiano è studiato in molte scuole argentine, ma resta una lingua straniera. Eppure, è parte dell’identità di milioni di famiglie. Forse è ancora tempo di riscoprirla non solo come lingua “degli avi”, ma come lingua del futuro.

Chissà, se i nostri bisnonni avessero avuto un po’ più di scuola, e un po’ meno bisogno di arrangiarsi, magari oggi in Argentina leggeremmo i giornali in due lingue. Anche questo è uno dei piccoli grandi “se” della storia.




Basta con le inaugurazioni a orologeria

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71lsesesial. ac sl1500 C’è una pratica che resiste ostinatamente nel tempo, come una reliquia del passato che nessuno ha il coraggio di mettere in discussione: l’inaugurazione ufficiale delle opere pubbliche con taglio del nastro, discorsi, sorrisi di circostanza e immancabile foto accanto alla targa.

Quante volte abbiamo visto strade, ponti, scuole, ospedali o perfino semplici marciapiedi già completati e perfettamente funzionanti, restare chiusi per giorni, settimane, a volte mesi, solo perché si “aspetta il presidente”, “il ministro è impegnato”, “l’agenda non combacia”? E nel frattempo la gente attende, i benefici vengono rimandati, e tutto resta in stand-by per una questione puramente di immagine.

Ma a chi serve, davvero, questa messa in scena?

Aprire un’opera pubblica quando è pronta dovrebbe essere un atto automatico, quasi banale. Se una strada è finita, che si apra al traffico. Se una scuola è completata, che gli alunni vi entrino. Non servono trombe e tappeti rossi per un diritto che appartiene ai cittadini e non ai politici di turno.

Dietro queste inaugurazioni ritardate c’è un’idea antica: che l’opera pubblica sia un favore concesso dall’alto, un regalo da esibire con il nome del ministro inciso sulla pietra. Ma non è così. Le opere sono pagate con le tasse dei contribuenti. Sono doveri dello Stato, non regali da festeggiare con i flash dei fotografi.

Naturalmente, un’inaugurazione ha un valore simbolico, serve a comunicare il completamento di un progetto. Ma quando il simbolo prende il posto della sostanza, si crea un danno: si perde tempo, si alimenta il culto della personalità, e si distoglie l’attenzione dal vero protagonista, che è il servizio pubblico, non chi lo inaugura.

In un Paese moderno, efficiente e rispettoso dei cittadini, le opere si aprono quando sono pronte. Senza fronzoli, senza attese, senza passerelle. Basta con le inaugurazioni a orologeria.




La vera privacy? È nella testa. Non su internet

la verdadera privacidad está en tu mente, no en la red

la verdadera privacidad está en tu mente, no en la redIn un mondo sempre più iperconnesso, parlare di privacy è diventato quasi una moda. Si invocano leggi, si clicca su consensi, si installano VPN e si leggono regolamenti come il GDPR, ma la verità è che la privacy – quella vera – non esiste più. O almeno, non nel modo in cui pensiamo.

Oggi ogni nostra azione digitale è tracciata: una ricerca su Google, un post sui social, un acquisto online. Tutto finisce archiviato da qualche parte, su un server lontano, spesso fuori dal nostro controllo. E allora la domanda è inevitabile:

Possiamo davvero parlare di privacy se ogni nostro clic è osservato, analizzato, profilato?

La contraddizione moderna: vogliamo privacy, ma ci esponiamo in ogni istante

Viviamo in una società che grida “privacy” ma condivide tutto: dai pensieri alle foto di famiglia, dai pasti ai dati sanitari. E nel frattempo, leggiamo sempre meno.
Le statistiche parlano chiaro: i libri vendono meno, gli articoli si leggono a metà (quando va bene), e le persone si informano attraverso titoli sensazionalistici e video di 30 secondi.

Questa è la vera emergenza: più smettiamo di leggere, meno saremo liberi. E meno avremo privacy.

Perché leggere non è solo un atto culturale: è un gesto di autonomia. Quando leggi, accumuli sapere dentro di te, nel tuo cervello. E quello, nessuno può rubartelo.

Il sapere è l’ultimo spazio veramente privato

In rete, nulla è davvero tuo. Neanche le foto “private”, che restano salvate chissà dove.
Ma il tuo sapere, ciò che hai imparato con la fatica dello studio, delle letture, delle esperienze, quello sì che è tuo. Quello è privacy.

“Un cervello che legge è come una cassaforte: nessuno può aprirla se non decidi tu.”

Non c’è algoritmo, né hacker, né governo che possa entrare nei tuoi pensieri se non li rendi pubblici. È questa la forma più pura di libertà e riservatezza.

Se smettiamo di leggere, smetteremo anche di pensare con la nostra testa

Ed è proprio qui che sta il paradosso: più smettiamo di leggere, più diventiamo dipendenti da quello che ci viene detto, da quello che ci viene “servito” online.
E più ci affidiamo agli altri per capire il mondo, più rinunciamo alla nostra privacy mentale.

Perché la vera privacy non è un’impostazione del telefono.
È la capacità di non dover dipendere da altri per capire, pensare, decidere.

Il sapere come scudo

Chi legge, riflette. Chi riflette, diventa autonomo.
E chi è autonomo non ha bisogno di cercare risposte su Google per ogni dubbio, né di affidare le proprie scelte a influencer, intelligenze artificiali o “esperti” da social.

Il sapere non è solo potere.
È l’unica privacy che ti resta, in un mondo che vuole sapere tutto di te.

Forse dovremmo smetterla di pensare alla privacy solo come un diritto da difendere con le leggi.
Forse dovremmo cominciare a difenderla con la cultura, con la lettura, con il desiderio di sapere e custodire dentro di noi qualcosa che nessuno potrà mai vedere, né rubare.

In un mondo che ti spinge a condividere tutto, la vera ribellione è tenere qualcosa per sé.
E quel qualcosa, oggi più che mai, è la conoscenza.

Vuoi più privacy? Allora leggi di più. E condividi di meno.




Gli haitiani supereranno i dominicani? C’è chi dice entro pochi anni… nella stessa Repubblica Dominicana

famiglie braceros

famiglie bracerosSe ne parla nei colmados, nei programmi radio, perfino nei circoli politici: “Continuano ad arrivare, fanno molti figli… presto saranno più di noi.” Il riferimento è, ovviamente, agli haitiani residenti in territorio dominicano.

Non è più solo un timore diffuso o una battuta da strada. Secondo alcune stime non ufficiali, entro pochi anni gli haitiani presenti nella Repubblica Dominicana potrebbero superare i dominicani stessi, almeno in certe regioni. Una previsione che genera dibattito, polemiche e – per alcuni – anche allarme.

I numeri ufficiali parlano di circa 800.000 haitiani nel Paese, ma diverse ONG e osservatori indipendenti stimano che il numero reale superi già abbondantemente il milione. In alcune province, soprattutto agricole e di frontiera, la presenza haitiana sarebbe ormai pari o superiore a quella dominicana.

Il motivo? Un mix di fattori. Da un lato, un flusso migratorio costante, che cresce a causa della crisi cronica in Haiti. Dall’altro, un tasso di natalità molto più alto tra le famiglie haitiane, spesso giovani, numerose, e residenti in condizioni precarie. Molti figli nascono sul suolo dominicano, ma restano senza documenti, invisibili alle statistiche ufficiali.

Nel frattempo, la popolazione dominicana invecchia. Le nascite calano, molti giovani emigrano, e le famiglie scelgono di avere uno o due figli, non di più.

Il risultato è uno squilibrio crescente che in alcune zone rurali o periferiche ha già modificato la composizione demografica.

Siamo davvero a un passo dal “sorpasso”? Nessuno ha la certezza dei numeri. Ma il dibattito è apertissimo. Serve guardare in faccia la realtà, con serietà e senza slogan: una buona politica migratoria, servizi pubblici equi, integrazione sociale e rispetto della legalità. È da lì che passa il futuro della convivenza sull’isola.




Dollari senza oro: la grande illusione?

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c729905ethumbnail 1024x512Pare che gli Stati Uniti abbiano emesso una quantità di dollari di gran lunga superiore al valore dell’oro custodito a Fort Knox. Non è una novità, ma in un mondo che comincia a guardare con crescente diffidenza alla carta moneta americana, la domanda torna a galla: cosa accadrebbe se i creditori internazionali — Cina, Arabia Saudita, Giappone, per citarne alcuni — chiedessero di essere pagati non in dollari, ma in oro?

La risposta è semplice e inquietante: non potrebbero. Da oltre cinquant’anni, il dollaro non è più convertibile in oro. Il cosiddetto gold standard è stato abolito nel 1971. Da allora, la moneta americana — come quasi tutte le altre — si regge solo sulla fiducia. Ma la fiducia, si sa, non è eterna.

Se domani una crisi dovesse scuotere i mercati e i detentori di debito americano decidessero di farsi saldare in qualcosa di più concreto, gli USA non avrebbero abbastanza oro neppure per cominciare a pagare. La proporzione è impietosa: meno del 3% dei dollari emessi è “coperto” da riserve auree. Il resto è… carta.

In tempi di inflazione, di guerre e di instabilità globale, le banche centrali stanno tornando all’oro. Lo comprano, lo accumulano, lo considerano rifugio sicuro. E se un giorno questa tendenza dovesse trasformarsi in un rigetto collettivo del dollaro, il rischio non sarebbe solo finanziario: sarebbe geopolitico.

Forse è tempo di chiederci: siamo davvero pronti a vivere in un mondo dove la moneta di riferimento globale è basata su nulla, e dove un default americano non è più solo un’ipotesi scolastica, ma una possibilità reale?