Con gli alligatori contro la disperazione?

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image 13Donald Trump non smette mai di stupire — o forse, più tristemente, di spaventare. Dopo il muro, i dazi e le deportazioni, adesso arriva la prigione per migranti irregolari… con tanto di fossato e alligatori. No, non è un film distopico. È la realtà americana del 2025.

La proposta — o forse sarebbe meglio dire minaccia — è quella di costruire strutture di detenzione ai confini, dove gli irregolari non solo vengano rinchiusi, ma anche simbolicamente (e fisicamente) intimiditi da una cornice degna di una caricatura tirannica: recinti rinforzati, vigilanza armata e, appunto, alligatori. Una “soluzione finale” al problema migratorio che grida vendetta non solo al buon senso, ma ai più elementari diritti umani.

Perché è bene ricordarlo: gli “irregolari” non sono criminali. Non sono assassini, stupratori o terroristi, come qualcuno vorrebbe farci credere. Sono, nella stragrande maggioranza, uomini e donne in fuga dalla fame, dalla guerra, dalle dittature, dal disastro climatico o semplicemente dalla disperazione. Cercano, come ognuno di noi farebbe al loro posto, un futuro migliore. E invece vengono accolti come bestie, trattati come parassiti, spogliati della loro dignità.

Dov’è l’umanità? Dov’è la giustizia? E soprattutto: dov’è la Corte Interamericana dei Diritti Umani? Dov’è la voce forte e chiara dell’ONU? Possibile che una potenza mondiale possa tranquillamente violare trattati e principi fondamentali del diritto internazionale senza che nessuno intervenga?

L’idea di usare animali predatori come deterrente contro l’immigrazione è talmente aberrante da non meritare nemmeno discussione nel merito. È una barbarie. È tortura psicologica di massa. È una dichiarazione di guerra contro i poveri, contro i migranti, contro l’umanità stessa.

Ecco perché serve una risposta immediata, giuridica ma anche morale. I tribunali per i diritti umani devono intervenire. Non si tratta più di una questione interna agli Stati Uniti: riguarda l’idea stessa di civiltà che vogliamo difendere.

Se non alziamo la voce adesso, quando verrà il prossimo passo? Le mine antiuomo? I droni armati ai confini? La deportazione su zattere?

Non possiamo più restare a guardare. Perché oggi gli alligatori li mettono contro i disperati. Domani, magari, li metteranno contro di noi.




Sanzioni a chi? Il fallimento di una strategia miope

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1536x864 cmsv2 d3b519d1 09bd 5564 a757 4f807819777e 7702402È possibile che i nostri politici, quelli che siedono a Washington o a Bruxelles con l’aria di chi ha capito tutto, non abbiano ancora compreso una verità elementare? Le sanzioni economiche non funzionano. Anzi, peggiorano le cose. E colpiscono — guarda un po’ — sempre i più deboli.

Da anni assistiamo allo stesso copione: un regime autoritario compie qualcosa di inaccettabile, l’Occidente condanna, si indigna, e infine impone sanzioni “devastanti”. Poi ci si mette comodi ad aspettare che il “dittatore” di turno cada come una pera matura. Peccato che quella pera resti saldamente attaccata al ramo. E a marcire, semmai, è la vita quotidiana della gente comune.

Cuba è l’esempio più clamoroso. Sessant’anni di embargo americano, con l’appoggio più o meno complice dell’Europa. Risultato? I Castro (e ora Díaz-Canel) non solo non sono caduti, ma hanno trasformato il blocco in un’arma di propaganda interna. Intanto, i cubani fanno la fila per il pane, mancano i medicinali, e chi può fugge.

In Iran stessa storia: sanzioni su sanzioni da decenni. Eppure il regime degli ayatollah è ancora lì, con i suoi pasdaran, le sue repressioni e il suo disprezzo per i diritti umani. La classe dirigente si è arricchita grazie al contrabbando e al mercato nero. Le donne iraniane protestano con coraggio, ma noi, anziché sostenerle concretamente, pensiamo di aiutarle… bloccando le importazioni di tappeti persiani. Bravi.

E poi ci sono il Venezuela, la Siria, la Corea del Nord. E la Russia, ovviamente. Nessuno di questi paesi ha cambiato atteggiamento per colpa delle sanzioni. Semmai, si è chiuso ancora di più. E ha trovato nuovi alleati in giro per il mondo: Cina, Turchia, India. Le sanzioni finiscono così per indebolire le relazioni internazionali dell’Europa, senza scalfire minimamente i regimi che vorrebbero punire.

Ma allora, perché continuiamo? Per ignoranza? Per servilismo? O per ipocrisia? Si dice: “dobbiamo dare un segnale”. Ma chi lo riceve, quel segnale? Il popolo cubano, che vive con dieci dollari al mese? Le madri venezuelane, che non trovano latte nei supermercati? I giovani iraniani, che vorrebbero solo studiare, lavorare, respirare?

È ora di finirla con questa diplomazia da salotto, fatta per pulirsi la coscienza davanti alle telecamere. Le sanzioni non portano libertà. Portano solo miseria. E chi le impone lo sa benissimo.

Vogliamo davvero sostenere i popoli oppressi? Allora cambiamo metodo. Dialoghiamo con la società civile, apriamo canali di comunicazione, sosteniamo chi lotta per i diritti dall’interno. Perché un regime si combatte con le idee, con la cultura, con il coraggio — non con il blocco delle rimesse o la chiusura di un conto bancario.

E soprattutto, smettiamola di prendere in giro noi stessi. Non si difendono i diritti umani colpendo chi non ha mai avuto il potere di violarli.




Trattare con Maduro? Quando il fine non giustifica i mezzi

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img 2384Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato la nomina di Luigi Vignali come Inviato Speciale per seguire la drammatica situazione di quindici cittadini italiani detenuti in Venezuela, tra cui il cooperante Alberto Trentini, prigioniero da mesi senza accuse chiare e con forti sospetti di violazione dei diritti umani.

Ma c’è un punto politico da chiarire subito: l’Italia, insieme all’Unione Europea, non riconosce il governo di Nicolás Maduro, considerato frutto di un colpo di mano elettorale. Roma ha invece riconosciuto ufficialmente Edmundo González come presidente eletto dal popolo venezuelano, in un voto finalmente ritenuto credibile dalla comunità internazionale.

E allora sorge una domanda inevitabile:
Come può un governo che non riconosce Maduro trattare con Maduro per liberare i suoi cittadini?

Siamo davanti a un paradosso: l’Italia non può ignorare i suoi cittadini detenuti ingiustamente, alcuni in condizioni al limite della sopravvivenza. Ma per ottenere qualcosa, deve trattare con un regime che ufficialmente non riconosce.

In altre parole: l’Italia può, deve o vuole scendere a patti con un dittatore che considera illegittimo?

E se lo fa, cosa può offrire?

Cosa potrebbe chiedere Maduro

Non è difficile immaginare che il regime venezuelano voglia legittimazione diplomatica implicita, punti a concessioni economiche (vedi caso USA-Chevron), oppure cerchi visibilità internazionale, per rompere l’isolamento.

Qualunque contatto, anche informale, potrebbe essere usato da Caracas come propaganda politica interna: “vedete? anche l’Italia tratta con noi”.

Una trattativa è necessaria, ma non deve per forza tradursi in compromessi pericolosi. L’Italia potrebbe agire in modo puramente umanitario, usando canali neutrali, come il Comitato internazionale della Croce Rossa o la mediazione della Chiesa, coordinarsi con l’opposizione democratica venezuelana, oggi legittimata, per facilitare il rilascio, coinvolgere l’Unione Europea, affinché la pressione sia multilaterale e non interpretabile come riconoscimento bilaterale di fatto.

La strategia peggiore sarebbe cedere al ricatto politico: rilasci in cambio di legittimità. Sarebbe uno schiaffo non solo alle vittime, ma anche al popolo venezuelano che ha finalmente voltato pagina alle urne.
Peggio ancora, l’Italia rischierebbe di contraddirsi e perdere credibilità sul fronte internazionale, proprio mentre si profila un nuovo equilibrio in America Latina.

Luigi Vignali avrà un compito arduo: muoversi su un filo sottile tra diplomazia e coerenza politica.
La sfida non è solo liberare 15 connazionali. È farlo senza sporcare la bandiera della democrazia.




Festività a rotelle: quando in Repubblica Dominicana anche le feste fanno le valigie

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hq720In tutto il mondo civile — o presunto tale — le festività hanno una data fissa. Il 1° maggio? Festa dei Lavoratori. Il 19 marzo? San Giuseppe, Festa del Papà. E guai a chi le tocca. In Repubblica Dominicana, invece, no: qui le feste non stanno ferme. Qui le feste… si spostano.

Non si tratta di scioperi, né di improvvisi ripensamenti religiosi. È semplicemente un’abitudine, tutta caraibica e ben radicata, di “mobilitare” le festività per farle cadere strategicamente di lunedì. Così si crea un bel “fin de semana largo” — cioè un fine settimana lungo — per la gioia dei turisti, degli albergatori e di chi può permettersi una gita fuori porta. Gli altri? Al lavoro, con il sorriso (più o meno).

Prendiamo il 1° maggio, ad esempio. In Italia, in Francia, in Argentina e in buona parte del mondo, quel giorno è sacro: bandiere rosse, concertoni, manifestazioni, grigliate. Qui no. Qui il 1° maggio è un giorno come un altro: ci si alza, si va in ufficio, si timbra il cartellino. La Festa dei Lavoratori, paradossalmente, si lavora. Poi, qualche giorno dopo, ecco la magia: la festa arriva, vestita di lunedì, e tutti al mare come se nulla fosse.

Anche la Festa della Mamma cambia look: invece della seconda domenica di maggio (come da tradizione mondiale), qui viene celebrata l’ultima domenica del mese. Forse per dare tempo ai figli ritardatari di organizzarsi? Un colpo di genio.

Ma il capolavoro assoluto è la Festa del Papà. In quasi tutto il mondo si celebra il 19 marzo, ma non in Repubblica Dominicana. Qui, i papà vengono festeggiati l’ultima domenica di luglio. Quest’anno, proprio dopodomani. Un ottimo pretesto per una grigliata in più, magari con qualche birra fresca e un po’ di bachata in sottofondo. San Giuseppe capirà.

La logica? Turistica, certo. Economica, ovvio. Ma anche poetica, se vogliamo: in fondo, che male c’è a spostare una festa se questo aiuta a goderla meglio? In un mondo che corre troppo in fretta, forse è giusto rallentare. E magari farlo il lunedì.

Morale della favola?
In Repubblica Dominicana anche le feste hanno il passaporto, e non esitano a fare le valigie per regalarti un lungo weekend di sole, sabbia e sancocho.

E allora buon fine settimana lungo a tutti… e auguri, papà! Anche se in ritardo. O in anticipo. O boh.




Il caso Epstein e la denuncia di Trump al Wall Street Journal: Murdoch tiene duro

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webp“Questa causa è stata fatta non solo a nome del vostro presidente favorito, IO, ma anche per continuare la difesa di TUTTI gli americani che non tollerano gli abusi dei Fake Media”. Con queste parole Donald Trump ha spiegato ai suoi sostenitori, usando maiuscole per enfasi, la sua querela al Wall Street Journal (WSJ). Il giornale stava per pubblicare una lettera con disegno osceno inviata dal tycoon a Jeffrey Epstein quando i due erano grandi amici. Nelle ultime settimane l’affaire Epstein è riemersa a galla per le discussioni di alcuni membri del movimento MAGA delusi che tutti i dettagli del finanziatore pedofilo non siano stati pubblicati. Epstein, va ricordato, è stato condannato nel 2019 e poi si è suicidato in carcere. Epstein aveva una lista di individui che avrebbero partecipato nei suoi viaggi alla sua isola privata e si crede che questi suoi amici abbiano anche loro avuto rapporti con minorenni. Trump, che aveva rotto con Epstein nel 2004, potrebbe essere in qualche modo coinvolto come ci suggeriscono i suoi tentativi di mettere a tacere la discussione.

Parte del problema è però dovuto alla campagna di cospirazione caldeggiata dallo stesso Trump durante le elezioni nelle quali aveva accusato gli amici di sinistra di Epstein di pedofilia. Inoltre le cospirazioni sostenevano che questi individui controllavano l’America ed erano colpevoli dei delitti più orrendi. Non si sanno tutti i dettagli ma la situazione è stata aggravata dal fatto che Matt Bondi, il ministro di Giustizia di Trump, aveva dichiarato che la lista dei clienti di Epstein esiste e si trova sulla sua scrivania. Perché dunque non rivelare i nomi?

L’interesse di Trump di mettere tutto a tacere adesso però si è scontrato con la base di MAGA la cui insoddisfazione è stata promossa da ex membri nell’orbita del presidente come Steve Bannon, Tucker Carlson, Laura Loomer, e Elon Musk. Adesso però con la denuncia di Trump al WSJ, il cui proprietario è il magnate Rupert Murdoch, questi cospirazionisti hanno rallentato, vedendo nel padrone di Fox come capro espiatorio. Il padrone di X, Tesla, Starlink, e SpaceX ha persino dichiarato che il contenuto della lettera sembra inverosimile per Trump. Murdoch avrebbe potuto impedire la pubblicazione della lettera incriminante di Trump ma ha deciso di lasciare la decisione a Emma Tucker, la direttrice del giornale. Il WSJ, com’è noto, pende a destra e di solito, supporta la politica del presidente per quanto riguarda la linea editoriale. La sezione delle notizie, però, è molto rispettata per la sua indipendenza e credibilità. Ciononostante anche nei suoi editoriali il WSJ ha preso le distanze dalla politica economica di Trump specialmente per quanto riguarda la questione dei dazi.

Murdoch non ha bloccato la pubblicazione della lettera di Trump nonostante la denuncia di un miliardo di dollari. Con ogni probabilità la denuncia consiste solamente di una minaccia che il padrone del WSJ e di Fox News non avrà preso bene. Murdoch e Trump non saranno buonissimi amici ma i due si sono aiutati a vicenda. La Fox News, per esempio, è la rete televisiva di casa del presidente, ma allo stesso tempo la presenza di Trump aumenta lo share della televisione a cavo.

Trump è riuscito a costringere parecchie reti televisive a piegarsi al suo volere. Paramount ha patteggiato con il presidente risarcendolo di 16 milioni di dollari per un’intervista di 60 Minutes a Kamala Harris che era stata modificata dall’originale, secondo Trump. Ha ricevuto anche 15 milioni di dollari dalla Abc, di proprietà della Walt Disney Corporation, per un’intervista di George Stephanopoulos nella quale il presidente era stato accusato di stupro. Negli ultimi tempi Trump ha anche minacciato di denunciare il New York Times e Cnn. E i proprietari del Washington Post e del Los Angeles Times, Jeff Bezos e il dott. Patrick Soon-Shiong, avevano bloccato l’endorsement dei loro giornali a Kamala Harris nell’elezione del 2024, contraddicendo i rispettivi consigli editoriali.

Se Murdoch non si è piegato, dunque, sarebbe da ammirare, eccetto per il fatto che la sua Fox News, ha poco “news” e molta propaganda che ha beneficiato Trump. Non sorprende dunque che parecchi dei collaboratori nell’amministrazione del presidente abbiano lavorato alla Fox News. Il WSJ però ha avuto la libertà di agire in maniera professionale come ci dimostra la pubblicazione della lettera di Trump. Continua anche a rivelare notizie potenzialmente pericolose per l’attuale inquilino della Casa Bianca. Al momento di scrivere veniamo informati che il WSJ ha pubblicato un articolo secondo cui Trump era stato informato dalla Bondi nel mese di maggio che il suo nome appare parecchie volte in documenti nel caso di Jeffrey Epstein. Si comincia a capire perché Trump ha cercato in tutti i modi di mettere a tacere il caso di Epstein. A dargli man forte in questa direzione è appena arrivata la notizia che un giudice in Florida

ha respinto la richiesta di pubblicare le trascrizioni delle deposizioni al gran giurì nelle indagini sul finanziere pedofilo Epstein. Una commissione alla Camera, dominata da parlamentari repubblicani, ha però approvato un mandato di comparizione per i documenti nel caso di Epstein. Rimaniamo sintonizzati.




Italia ed Algeria: un legame troppo stretto

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algeria italiaLa recente gaffe diplomatica di Algeri al vertice Italia-Algeria del 23 luglio solleva alcune riflessioni sulle attuali dinamiche geopolitiche e sul ruolo dell’Italia in esse. L’ambiguità nelle dichiarazioni ufficiali, in particolare sulla questione del Sahara Occidentale, evidenzia una certa incoerenza nelle posizioni e rischia di compromettere la credibilità delle relazioni internazionali italiane.

L’Algeria, con la dichiarazione del suo presidente Tebboune, ha messo in evidenza una visione chiara a favore del diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi, un tema che l’Italia, pur sostenendo gli sforzi delle Nazioni Unite per una soluzione politica, ha omesso dalla sua dichiarazione congiunta. Questa divergenza non è solo un incidente diplomatico, ma potrebbe essere vista come un segno della fragilità di una posizione italiana che sembra non voler prendere una posizione chiara su uno dei temi più spinosi in Nord Africa.

L’Italia si trova a una sorta di incrocio geopolitico difficile. Se da un lato la cooperazione con l’Algeria ha radici storiche e strategiche, dall’altro, l’alleanza con una nazione politicamente instabile e con una visione ambigua sugli sviluppi globali, come il conflitto in Ucraina e le sfide in Medio Oriente, potrebbe precludere all’Italia il posizionamento ideale nel panorama internazionale. L’Italia rischia di restare isolata proprio mentre il mondo si riorganizza in nuove alleanze e blocchi di potere.

Purtroppo, l’Italia non sta facendo abbastanza per distinguersi come una voce forte e chiara nei temi internazionali. Questo comportamento ambiguo potrebbe portarla a perdere il favore dei suoi alleati tradizionali e a minare la sua posizione di mediazione in importanti contesti regionali, come l’Africa e il Mediterraneo. A lungo termine, l’alleanza con l’Algeria, pur storicamente significativa, potrebbe rivelarsi controproducente se l’Italia non prende posizione sulle sfide globali, rischiando di rimanere ancorata a una visione ristretta che la isola dal resto del mondo.

In definitiva, mentre l’Italia cerca di rafforzare i legami con l’Algeria, sarebbe opportuno che fosse più trasparente e coerente nelle sue dichiarazioni e nelle sue posizioni diplomatiche. L’isolamento, infatti, non giova a nessuna nazione che vuole essere un attore influente sulla scena internazionale.




Il Venezuela prende ostaggi stranieri: la diplomazia del ricatto per tenere in piedi Maduro

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C’è una verità amara che va detta senza mezzi termini: il regime di Nicolás Maduro in Venezuela ha trasformato l’arresto arbitrario di stranieri in un’arma politica. Non si tratta più solo di repressione interna o di censura contro l’opposizione; oggi Caracas gioca una partita internazionale pericolosa, utilizzando cittadini stranieri come ostaggi nella speranza di ottenere concessioni diplomatiche, alleviare le sanzioni e, in ultima analisi, sopravvivere al collasso politico ed economico che lo assedia da anni.

L’allarme lanciato dagli Stati Uniti nei giorni scorsi — un invito esplicito ai propri cittadini a non recarsi in Venezuela — è solo l’ultimo segnale di un sistema ormai al limite, che non si fa più scrupolo nemmeno di sequestrare, con pretesti giudiziari, viaggiatori, imprenditori o giornalisti stranieri, per poi usarli come pedine in scambi di prigionieri o negoziati sotterranei. Non è un’esagerazione: decine di casi documentati mostrano come i detenuti vengano trattenuti in condizioni precarie, senza prove credibili, né processo equo, mentre le autorità invocano la “sicurezza nazionale” per giustificare l’ingiustificabile.

Il messaggio di Maduro è chiaro: “Se mi isolate, prendo ostaggi. Se volete liberarli, dovete parlare con me.”
Una strategia tanto cinica quanto efficace, che mette in imbarazzo governi stranieri, crea tensioni diplomatiche e, nei casi peggiori, alimenta illusioni di legittimità internazionale a un governo sempre più isolato.

Ma fino a quando il mondo resterà in silenzio davanti a questa diplomazia del ricatto?
Fino a quando i governi occidentali si limiteranno a “sconsigliare viaggi” invece di pretendere il rispetto del diritto internazionale e la liberazione immediata di persone che non hanno commesso alcun crimine?

Il Venezuela è oggi un Paese dove la giustizia è subordinata alla convenienza politica, e dove essere stranieri può significare diventare una merce di scambio.
Ignorarlo significa essere complici.
È tempo che la comunità internazionale smetta di chiudere un occhio e cominci a far sentire, con fermezza, la propria voce. Perché un regime che prende ostaggi per sopravvivere ha già superato ogni limite di tolleranza.

immagine tratta dal web




E il maschicidio? Un grido (ironico) di parità!

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a2076b11 4a0b 42c1 a13b fd1d0a970858L’Italia ha fatto un passo importante: il Senato ha approvato all’unanimità il Ddl che introduce finalmente il reato di femminicidio nel nostro codice penale. Un segnale forte, giusto, necessario.

Ma permettetemi una domanda, non provocatoria, ma democratica:
E il maschicidio?

Già, perché se è giusto proteggere le donne (e lo è, su questo nessuna ironia), non sarà ora di tutelare anche gli uomini vittime di compagne armate di padella, sarcasmo e WhatsApp aperti per caso?

Parità di genere, no?

Viviamo in tempi di parità, o almeno così ci raccontano. E allora perché non pensare a una legge simmetrica, che tuteli anche il povero maschio italico, smarrito tra le richieste emotive della partner, il senso di colpa per non aver capito da solo cosa ha fatto di male, e le scarpate metaforiche (e talvolta reali)?

Maschicidio: definizione e ipotesi di reato

Perché “maschicidio” non è solo l’estremo gesto (che purtroppo può accadere), ma anche una lenta, silenziosa eliminazione dell’autostima e dell’identità maschile, a colpi di: “Lascia stare, lo faccio io, che tanto tu non sei capace”. “Non sei come il mio ex”,“Ti sei dimenticato l’anniversario… di quando ci siamo scambiati il primo sguardo!”

Vogliamo parlare delle serate in cui lui guarda la Champions League e lei passa davanti in vestaglia dicendo: “Davvero è più interessante di me?”
OMICIDIO PSICOLOGICO. Codice rosso, altroché.

Cosa dovrebbe prevedere la legge?

Ecco qualche articolo possibile della futura (e auspicabilmente ironica) legge sul maschicidio:

Art. 1 – Reato di pressione emotiva continua
Chiunque sottoponga l’uomo a interrogatori in stile FBI come: “Ma tu mi ami?” ripetuto a distanza di 12 minuti, è punito con la reclusione in una stanza con suocera e reality show.

Art. 2 – Manipolazione culinaria
Chi modifica la dieta del compagno a sua insaputa, introducendo tofu al posto della porchetta e camomilla al posto della birra, rischia fino a 3 anni di detenzione in una grigliata di serie B.

Art. 3 – Tortura via chat
Inviare 27 messaggi consecutivi senza ricevere risposta e poi scrivere: “Ah, sei sparito?”, configura tentato maschicidio.

Art. 4 – Abuso di serie TV
Obbligare un uomo a guardare 72 puntate di Bridgerton senza possibilità di appello è reato penale.
Con aggravante se lui voleva solo vedere Fast & Furious 15.

Ironia sì, ma riflessione anche

Scherzi a parte: il femminicidio è una tragedia reale e sociale che andava affrontata anche sul piano normativo. Ma se proprio vogliamo parlare di parità, facciamolo fino in fondo.
Difendiamo tutti – uomini e donne – da ogni tipo di violenza, anche quella sottile, psicologica, invisibile. E ogni tanto, ridiamoci su. Perché l’ironia è l’ultimo diritto che nessuno ci ha ancora tolto.




La deportazione di massa: Trump frena per supportare le aziende agricole?

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maga 700x336“Il presidente Trump è un grande sostenitore degli agricoltori americani… e si impegna ad assicurare che abbiano la necessaria manodopera per mantenere la loro prosperità”. Con queste parole la portavoce della Casa Bianca Abigail Jackson ha cercato di mettere a tacere le lamentele degli agricoltori americani, grandi finanziatori della campagna elettorale di Donald Trump, che i raid sull’immigrazione stiano danneggiando le loro attività aziendali.

La stragrande maggioranza dei braccianti agricoli, come si sa, sono residenti stranieri, secondo stime dello United States Department of Agricolture. Si crede che vi siano più di 2,5 milioni di braccianti agricoli nel Paese. Si calcola che il 70 percento di questi lavoratori sono nati fuori degli Usa e il 50 percento di loro non ha documenti di residenza legale. Fanno lavori molto duri che gli americani rifiutano anche per il fatto che i salari sono bassissimi. Storicamente si è cercato di convincere gli americani a servire da manodopera nei campi ma senza nessun successo. Nel 2011 aziende agricole dell’Alabama tentarono di assumere americani per la raccolta ma questi individui non resistettero oltre una giornata di lavoro. Una legge approvata dallo Stato della Georgia nel 2011 sull’immigrazione causò la scomparsa di più di 5000 lavoratori con perdite economiche di parecchie centinaia di milioni di dollari all’economia.

Stupisce la reazione della Segretaria del Dipartimento di Agricoltura Brooke Rollins, la quale ha indicato che si potrebbero usare i beneficiari del programma di Medicaid, la sanità per i poveri, per costringerli a lavorare nei campi. Al di là del lavoro pesantissimo la stragrande maggioranza di questi individui hanno già un lavoro o per altri motivi non sono idonei al lavoro fisico.

Tutti sanno benissimo che i braccianti agricoli sono indispensabili e Trump ha dato segnali di riconoscere il loro valore per i padroni delle aziende agricole ai quali è indebitato per il loro supporto nell’elezione. Infatti, ha dichiarato che c’è gente che lavora nei campi da 14 o 15 anni e non possono “essere cacciati” in malo modo. Il presidente Usa ha continuato a spiegare che coopererà con gli agricoltori e i leader del settore del turismo conferendo loro “la responsabilità di affrontare la situazione”. Trump non ha chiarito in che cosa consiste questa responsabilità sui migranti ma la Casa Bianca ha annunciato la creazione di un nuovo gruppo, The Office of Immigration Policy. Dovrebbe eliminare la burocrazia per fare ottenere permessi di lavoro a individui fuori del Paese onde supportare le aziende con i loro bisogni di manodopera. Non si tratta di una vera soluzione poiché il programma già esiste in maniera molto limitata perché troppo oneroso per le ditte. In questo programma i lavoratori stranieri hanno dei diritti mentre i lavoratori già in America attuali ottengono meno diritti e paghe spesso più basse. In effetti, alle aziende conviene il sistema attuale di immigrazione. L’immigrazione non autorizzata fa il loro gioco. Ecco perché in grande misura le retate dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia incaricata dei controlli alle frontiere e l’immigrazione, hanno evitato i campi agricoli, eccetto in California. Ma anche qui ci potrebbero essere degli ostacoli alle retate. La giudice federale Maame Ewusi-Mensah Frimpong ha proprio in questi giorni emesso un’ingiunzione contro le retate indiscriminate dell’Ice. La giudice ha chiarito che i migranti non possono essere presi di mira solo per il “colore della loro pelle, per la lingua che parlano”. Gli agenti dell’Ice devono inoltre garantire l’accesso agli avvocati in caso di arresti. L’ingiunzione è temporanea e si applica solo alla California perché la Corte Suprema ha recentemente chiarito che le decisioni dei giudici dei distretti federali non possono applicarsi a tutto il Paese eccetto in casi di “class action suits”.

Trump deve risolvere il nudo dell’immigrazione perché nella campagna elettorale ha promesso la deportazione di massa di migranti. I padroni delle aziende agricole e degli altri settori che dipendono dai lavoratori migranti immaginavano che si trattasse solo di retorica. Infatti, Stephen Miller, il Vice Capo di Gabinetto alla Casa Bianca, l’artefice della politica sui migranti di Trump, è riuscito a prendere alla lettera le parole del suo capo. Forse un po’ troppo. L’attuale inquilino alla Casa Bianca ha persino scherzato che Miller sarebbe contento se dei 340 milioni di americani ne rimanessero solo 100 milioni purché tutti avessero l’aspetto fisico simile del suo consigliere. Miller infatti aveva aumentato la quota di arresti di migranti da 1000 a 3000 al giorno, costringendo gli agenti dell’Ice ad arresti indiscriminati in qualunque posto vi potessero essere individui da arrestare. Poco importa se con frequenza vengano arrestati individui che alla fine risulteranno cittadini americani.

Il dilemma di Trump è che la base del suo partito vorrebbe una politica durissima sui migranti auspicata da Miller. Dall’altro lato il presidente Usa riconosce che si deve scontrare con la realtà e dovrà frenare gli eccessi di arresti perché non può ignorare i suoi finanziatori che hanno contribuito alla sua riconquista della Casa Bianca. Le ultimissime indicazioni ci suggeriscono che si potrebbe allontanare almeno in alcuni casi dalla sua base e da Miller come sta avvenendo adesso con il caso dello scandalo dell’ex finanziere Jeffrey Epstein, morto in carcere. La base MAGA di Trump vuole che il Dipartimento di Giustizia rilasci tutte le informazioni sulla vicenda. Il presidente però si rifiuta asserendo che la situazione è una “bufala….” che i suoi “sostenitori passati ci hanno creduto in pieno”. Trump dovrebbe riuscire a mantenere tutto segreto ma anche parecchi leader repubblicani vogliono fare chiarezza. Alla fine Trump dovrà scegliere ad addossare la colpa a qualcuno. In questo caso il capro espiatorio potrebbe essere Matt Bondi, il ministro di Giustizia di Trump, che fino adesso ha difeso, ma quando una patata diventa troppo bollente, il 47esimo presidente si lava le mani, temendo anche che vi siano filmati compromettenti, poiché lui era grande amico di Epstein.




Wimbledon: Alcaraz con il Re. Sinner con la racchetta (e basta)

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felipe wimbledon 14081059A Londra, nella finale di Wimbledon, sugli spalti del mitico Centre Court c’era anche lui: Sua Maestà il Re di Spagna Felipe VI, elegante, sorridente, patriottico. Non era lì per una visita diplomatica, ma per tifare Carlos Alcaraz, il giovane talento iberico pronto a difendere il titolo. Applausi, entusiasmo, bandiere. La Spagna c’era, col cuore e col protocollo.

E l’Italia?
Beh… Jannik Sinner in campo, da solo. Nessun ministro, nessun sottosegretario, neppure un ambasciatore a stringergli la mano o a farsi immortalare in tribuna. Mancava solo il cartello “autogestione”.

Non fraintendeteci: Sinner non ha bisogno di sostegni istituzionali per servire a 200 all’ora o mettere a segno rovesci millimetrici. Ma un po’ di presenza simbolica non guasterebbe. Non ogni giorno un italiano arriva in fondo a Wimbledon. Anzi, mai, nella storia. Perché Sinner è il primo italiano a raggiungere il numero uno del ranking ATP.

Ma a quanto pare, per il governo italiano è più importante una finale di Coppa Italia o una partita benefica allo stadio Olimpico.

E mentre Felipe applaudiva il suo campione, noi ci chiedevamo:
– Nessuno disponibile? Nemmeno un onorevole in vacanza a Londra?
– Nemmeno una comparsata in stile “non ci capisco nulla ma sono italiano anche io”?
– Troppo lontano Wimbledon da Roma, forse?

In attesa di una futura stretta di mano al Quirinale (quando tutto sarà finito e rigorosamente postumo), Sinner si consola col suo talento. E con il sostegno del pubblico. Quello vero.