Italiani all’estero: protagonisti invisibili, spettatori del potere che si celebra da solo

Nella vita pubblica – e ancor più in quella comunitaria degli italiani all’estero – ci sono momenti in cui si raggiunge un risultato importante. E sono proprio quei momenti a diventare il banco di prova della maturità istituzionale e del senso di responsabilità collettiva.
Troppo spesso, però, accade l’esatto contrario.
C’è chi, di fronte a una vittoria che dovrebbe essere condivisa, sente il bisogno di rivendicarne la paternità esclusiva. Si affretta a sottolineare che senza il proprio intervento nulla sarebbe accaduto, oscurando – intenzionalmente o meno – l’impegno di altri attori: enti di tutela, associazioni, rappresentanze locali, membri della società civile. Si reclama riconoscimento, si cerca visibilità, si chiede di essere messi “su un piano diverso”, come se la risoluzione di un problema collettivo dovesse passare attraverso logiche personali di merito.
E spesso, paradossalmente, queste pretese arrivano proprio da chi ricopre incarichi retribuiti, con mezzi e canali privilegiati a disposizione. Da chi ha il potere di ottenere risposte più rapide, eppure si comporta come se fosse in cerca di gratitudine, quasi mendicando consenso da chi opera ogni giorno nel volontariato, con pochi strumenti ma tanto senso civico.
Ma la verità è che certi risultati non si ottengono grazie a un nome solo. Nascono dal lavoro silenzioso, paziente e continuo di più persone, che mettono a disposizione il proprio tempo, la propria rete, la propria esperienza. Spesso sono volontari o funzionari con risorse limitate e molte richieste. Spesso sono cittadini che non appaiono sui giornali, ma risolvono problemi reali.
Chi ha vissuto l’esperienza della chiusura e della successiva riapertura dell’Ambasciata d’Italia a Santo Domingo, oltre dieci anni fa, sa bene di cosa parlo. Anche allora si cercò di “marchiare” una conquista collettiva – frutto di una forte pressione corale e trasversale – come se fosse il successo di uno solo. Fu un brutto esempio. E certi atteggiamenti si ripresentano ancora oggi, ogni volta che c’è in gioco consenso, visibilità o ritorno politico.
A rendere ancora più sterile questo schema è il contorno: piccoli entourage che si muovono tra social e commenti, che diffondono slogan, cercano lo scontro, attaccano chi non si allinea, e tentano – in modo a volte persino machiavellico – di dividere anziché unire. La comunità italiana all’estero, invece, merita rispetto, ascolto e rappresentanza autentica. Non servono fan club, ma persone che lavorano insieme per uno scopo comune.
Rivendicare il merito esclusivo di un successo che coinvolge più soggetti non è solo una mancanza di eleganza istituzionale: è un errore etico e strategico. Perché mina la fiducia reciproca tra cittadini e istituzioni, e manda un messaggio distorto: che tutto dipenda da una firma o da un annuncio, e non da un lavoro di rete.
Il vero servizio alla collettività non ha bisogno di riflettori. Si misura nella capacità di includere, valorizzare, riconoscere il contributo altrui. E soprattutto nella consapevolezza che il bene comune – quello autentico – non si rivendica: si costruisce.

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Negli ultimi anni si è parlato molto di “digitalizzazione dei servizi consolari”, quasi fosse la panacea di tutti i mali. Ma per milioni di italiani all’estero, la realtà è ben diversa: prenotare un appuntamento online resta, in determinati periodi e soprattutto in alcuni Paesi, una vera e propria impresa. Portali come Prenot@mi o i sistemi gestiti da concessionari privati risultano spesso inaccessibili, malfunzionanti, poco intuitivi nell’utilizzo richiesto e, in molti casi, completamente saturi per mesi. Non si tratta più di episodi isolati, ma di una crisi strutturale che ostacola l’accesso ai servizi essenziali.
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Che balle ci stanno raccontando sul conflitto ISRAELE-IRAN? Se seguiamo le narrazioni dei giornalisti compiacenti deduciamo che Israele sta stravincendo, che l’Iran e’ in ginocchio e che e’ questione di giorni la capitolazione degli iraniani.Proviamo a ragionare con i numeri,questo ci aiutera’ a comprendere correttamente. La guerra costa agli israeliani 725 milioni di dollari al giorno,per un paese di 10 mln di abitanti la guerra non potrà andare oltre pochi mesi. Militarmente Israele non e’ in grado di bombardare l’Iran ,sono dovuti intervenire gli americani perché gli aerei israeliani non riuscivano a bucare il sistema antiaereo Iraniano, al contrario i missili ipersonici iraniani stanno devastano molte città israeliane volutamente non sottolineati dalla stampa 
Mentre scorrono i titoli delle agenzie giornalistiche sulla crisi in Medio Oriente tra Israele e Iran, con l’intervento americano e le minacce di ritorsioni da parte di Teheran, mi sembra di rivedere dei film già visti, oltre che risentire quelli invece raccontati: testimonianze familiari di guerra e storie personali, assai più tramandate oralmente che scritte, che narrano le esperienze di individui e famiglie durante i conflitti bellici e che offrono una prospettiva intima e toccante degli effetti della guerra sulla vita quotidiana, sulle relazioni familiari e sulle conseguenze psicologiche e sociali. Come si viveva durante i bombardamenti, la fame, la mancanza di beni di prima necessità, le difficoltà nel trovare cibo e riparo, la paura, la perdita, la separazione ma anche l’aiuto e la solidarietà non solo all’interno della propria famiglia. Racconti anche miei personali, naturalmente non vissuti, ma mai dimenticati, presenti da sempre nei ricordi familiari per le conseguenze della guerra, oltre che per le privazioni anche per la perdita di parenti stretti, nel mio caso di due fratelli di mio padre, mai conosciuti, di cui uno riposa a Redipuglia e l’altro dichiarato disperso in Russia, aspettato invano dalla loro madre, mia nonna, morta di crepacuore nel ‘56 e anch’essa da me mai conosciuta. Storie tramandate di generazione in generazione, importanti per comprendere la storia, in questo caso gli effetti della guerra, e per preservare la memoria di coloro che hanno avuto la sventura di averla vissuta. Momenti, senza dubbio e per fortuna, lontani ma di nuovo oggi improvvisamente diventati attuali: in queste ultime ore, il mondo ha assistito a un’escalation bellica senza precedenti: gli Stati Uniti, per ordine del Presidente Trump, hanno colpito tre siti nucleari in Iran con bombe bunker buster, preceduti e seguiti da centinaia di missili lanciati reciprocamente da Israele e da Teheran che, per altro, promette “conseguenze eterne”, nell’ambito di una tensione diventata via via globale. Nel bel mezzo del rumore delle armi, della distruzione e della perdita di vite umane, l’unica possibilità di soluzione è quella di dare forza alla voce della diplomazia, non abbiamo altro che il tavolo dei negoziati come unico luogo in cui porre fine a questa crisi. Tutti noi, uomini e donne, di qualsiasi parte della terra, cittadini, politici, professionisti, esseri umani, non possiamo voltarci dall’altra parte e ignorare la portata di ciò che sta accadendo. In un mondo connesso, nessuna guerra è lontana, può essere, in un attimo, proprio davanti alla porta della nostra casa. L’unica vera domanda che dovremmo porci, tutti, a partire da chi governa, è questa: è stato fatto abbastanza per prevenire tutto questo? La storia la stiamo scrivendo noi, ora.


Da alcuni giorni la terra trema nel nord della Repubblica Dominicana. Si tratta di scosse telluriche con magnitudo comprese tra i 4 e i 5 gradi della scala Richter, avvertite soprattutto nelle province costiere che si affacciano sull’oceano Atlantico. L’epicentro è localizzato in mare aperto, a nord dell’isola, lungo la faglia settentrionale che separa la placca nordamericana da quella caraibica.