Italiani all’estero: protagonisti invisibili, spettatori del potere che si celebra da solo

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imagesNella vita pubblica – e ancor più in quella comunitaria degli italiani all’estero – ci sono momenti in cui si raggiunge un risultato importante. E sono proprio quei momenti a diventare il banco di prova della maturità istituzionale e del senso di responsabilità collettiva.

Troppo spesso, però, accade l’esatto contrario.

C’è chi, di fronte a una vittoria che dovrebbe essere condivisa, sente il bisogno di rivendicarne la paternità esclusiva. Si affretta a sottolineare che senza il proprio intervento nulla sarebbe accaduto, oscurando – intenzionalmente o meno – l’impegno di altri attori: enti di tutela, associazioni, rappresentanze locali, membri della società civile. Si reclama riconoscimento, si cerca visibilità, si chiede di essere messi “su un piano diverso”, come se la risoluzione di un problema collettivo dovesse passare attraverso logiche personali di merito.

E spesso, paradossalmente, queste pretese arrivano proprio da chi ricopre incarichi retribuiti, con mezzi e canali privilegiati a disposizione. Da chi ha il potere di ottenere risposte più rapide, eppure si comporta come se fosse in cerca di gratitudine, quasi mendicando consenso da chi opera ogni giorno nel volontariato, con pochi strumenti ma tanto senso civico.

Ma la verità è che certi risultati non si ottengono grazie a un nome solo. Nascono dal lavoro silenzioso, paziente e continuo di più persone, che mettono a disposizione il proprio tempo, la propria rete, la propria esperienza. Spesso sono volontari o funzionari con risorse limitate e molte richieste. Spesso sono cittadini che non appaiono sui giornali, ma risolvono problemi reali.

Chi ha vissuto l’esperienza della chiusura e della successiva riapertura dell’Ambasciata d’Italia a Santo Domingo, oltre dieci anni fa, sa bene di cosa parlo. Anche allora si cercò di “marchiare” una conquista collettiva – frutto di una forte pressione corale e trasversale – come se fosse il successo di uno solo. Fu un brutto esempio. E certi atteggiamenti si ripresentano ancora oggi, ogni volta che c’è in gioco consenso, visibilità o ritorno politico.

A rendere ancora più sterile questo schema è il contorno: piccoli entourage che si muovono tra social e commenti, che diffondono slogan, cercano lo scontro, attaccano chi non si allinea, e tentano – in modo a volte persino machiavellico – di dividere anziché unire. La comunità italiana all’estero, invece, merita rispetto, ascolto e rappresentanza autentica. Non servono fan club, ma persone che lavorano insieme per uno scopo comune.

Rivendicare il merito esclusivo di un successo che coinvolge più soggetti non è solo una mancanza di eleganza istituzionale: è un errore etico e strategico. Perché mina la fiducia reciproca tra cittadini e istituzioni, e manda un messaggio distorto: che tutto dipenda da una firma o da un annuncio, e non da un lavoro di rete.

Il vero servizio alla collettività non ha bisogno di riflettori. Si misura nella capacità di includere, valorizzare, riconoscere il contributo altrui. E soprattutto nella consapevolezza che il bene comune – quello autentico – non si rivendica: si costruisce.




La politica pone fine all’amore fra Musk e Trump

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donald trump elon musk“Amo Donald Trump quanto un eterosessuale può amare un altro uomo”. Lo scrisse Elon Musk su X (già Twitter) nel febbraio scorso. Adesso però dopo la rottura fra i due il 47esimo presidente ha indicato che potrebbe fare deportare l’uomo più ricco del mondo che ha speso quasi 300 milioni di dollari per aiutarlo a vincere l’elezione. Infatti, il supporto a Trump è costato molto di più. Le attività di Musk in politica hanno fatto crollare il valore della Tesla e anche altre aziende di sua possessione.

Dopo la rottura del mese scorso Trump e Musk si sono coperti di insulti. Il padrone di Tesla, SpaceX e Starlink ha criticato aspramente la manovra di bilancio come “un’abominazione disgustosa” che avrebbe danneggiato l’occupazione, aumentato il deficit e il debito nazionale, e avrebbe anche colpito l’innovazione, specialmente con l’abrogazione di crediti per le auto elettriche. Musk ha anche aggiunto che senza di lui l’attuale presidente avrebbe perso l’elezione, suggerendo che Trump meriterebbe di subire l’impeachment. Trump da parte sua ha controbattuto rispondendo per le rime, minacciando di cancellare i contratti governativi con le aziende di Musk. Inoltre lo ha accusato di essere “impazzito” e di essere “un disastro”.

Poi è emersa una tregua in parte perché Musk ha capito di avere esagerato, offrendo una debole scusa. L’annuncio del partito di Musk, America Party, in questi giorni, però, ha riacceso le tensioni. L’idea del nuovo partito sarebbe di combattere l’eccessiva corruzione e il sistema bipartitico negli Usa. Musk ha promesso di usare le sue vaste risorse economiche per influenzare le elezioni di midterm del 2026 e quelle presidenziali del 2028. Ha anche aggiunto di vendicarsi di quei legislatori repubblicani responsabili per l’approvazione della manovra di bilancio appena approvata e firmata da Trump. Il piano del partito di Musk però è poco chiaro anche se ha messo a nudo che concentrerebbe i suoi sforzi su due o tre seggi al Senato e una decina alla Camera. L’idea sarebbe di ottenere abbastanza potere da mettere i bastoni fra le ruote a Trump, considerando le maggioranza risicata del Partito Repubblicano in ambedue le Camere.

L’attuale inquilino alla Casa Bianca ha risposto che i partiti minori non fanno parte del sistema americano. Non ha tutti i torti anche se secondo i sondaggi il 58 percento degli americani favorisce la presenza di un terzo partito. Storicamente, al livello presidenziale i partiti minori hanno avuto pochissimo successo anche se nel 1992 Ross Perot, candidato libertario, ricevette il 19 percento dei consensi. Va ricordato però che nell’elezione del 2024, l’allora candidato Trump è riuscito ad allearsi con Robert J. Kennedy Junior che correva per presidente come candidato in un partito minore. Eventualmente i due si sono accordati e Kennedy ha offerto il suo endorsement a Trump il quale lo ha “ricompensato” offrendogli la guida di Ministro alla Sanità.

Anche Musk fu ricompensato da Trump il quale gli diede carta bianca di apportare tagli alle spese governative come direttore per tre mesi del DOGE, il dipartimento di efficienza governativa. I successi di Musk sono stati poco soddisfacenti nonostante i molti danni causati da tagli indiscriminati.

L’imprenditore sudafricano è considerato un genio da alcuni analisti e ovviamente il suo successo economico lo potrebbe confermare. Per quanto riguarda la sua intelligenza politica, però, si tratta di un’altra cosa. Persino il nome scelto America Party potrebbe essere un problema poiché nelle elezioni dello Stato di New York il nome America e i suoi derivati non possono essere usati nelle elezioni. Da non dimenticare anche l’insoddisfazione degli investitori della Tesla con il rinnovato interesse politico di Musk. Il Consiglio Amministrativo è preoccupato come ci rivela il ribasso del 7% di Tesla dopo l’annuncio del nuovo partito.

I quattrini sono parte integrale della politica americana ma non garantiscono necessariamente successi alle urne. Ce lo conferma l’elezione del giudice alla Corte Suprema del Wisconsin nel mese di maggio. Musk spese più di 20 milioni di dollari per fare eleggere il candidato repubblicano Brad Schimel il quale però fu sconfitto dalla democratica Susan Crawford. Considerando il patrimonio di Musk che si aggira sui 230 miliardi non sarà stato un grosso colpo ma ci dice qualcosa sul capitalismo sfrenato che permette ad alcuni individui di togliersi gli sfizi di nozze a Venezia di Jeff Bezos, i viaggi nello spazio, e anche quelli politici. Forse ha ragione “il comunista” Zohran Mamdani, il vincitore delle primarie democratiche a sindaco di New York. In un’intervista alla Nbc ha detto che “i miliardari non dovrebbero esistere” perché viviamo in un periodo di “tanta disuguaglianza”.




Servizi Consolari e la solitudine digitale degli italiani all’estero

legge cittadinanza

legge cittadinanzaNegli ultimi anni si è parlato molto di “digitalizzazione dei servizi consolari”, quasi fosse la panacea di tutti i mali. Ma per milioni di italiani all’estero, la realtà è ben diversa: prenotare un appuntamento online resta, in determinati periodi e soprattutto in alcuni Paesi, una vera e propria impresa. Portali come Prenot@mi o i sistemi gestiti da concessionari privati risultano spesso inaccessibili, malfunzionanti, poco intuitivi nell’utilizzo richiesto e, in molti casi, completamente saturi per mesi. Non si tratta più di episodi isolati, ma di una crisi strutturale che ostacola l’accesso ai servizi essenziali.

Il problema, tuttavia, va ben oltre l’interfaccia di un sito web. La digitalizzazione, da sola, non può sostituire la presenza umana. Le sedi consolari continuano a soffrire una cronica carenza di personale, con uffici spesso sovraccarichi, costretti a scegliere a chi dare la priorità tra mille urgenze. La tecnologia può certamente agevolare alcune procedure, ma non può prendere decisioni, valutare situazioni particolari, né tantomeno sostituire la responsabilità istituzionale che ogni sede dovrebbe assumersi nei confronti della propria comunità.

A complicare ulteriormente il quadro vi è un divario generazionale ancora troppo sottovalutato. Migliaia di cittadini italiani anziani si trovano spaesati di fronte a un sistema digitale che non conoscono, privi delle competenze e del supporto necessari per orientarsi. I patronati e gli uffici di assistenza possono offrire un aiuto prezioso, ma non possono e non devono diventare un filtro obbligato tra il cittadino e lo Stato.

Nel frattempo, crescono il malcontento e la frustrazione: cittadini che attendono mesi per un passaporto, famiglie che non riescono a registrare i figli nati all’estero, anziani costretti a rinunciare a un diritto perché incapaci di dialogare con una macchina. Il tutto mentre la politica italiana continua ad annunciare riforme ed emendamenti senza affrontare concretamente il vero nodo: l’organico insufficiente, la formazione inadeguata, la mancanza di una visione umana e inclusiva della pubblica amministrazione, e una burocrazia cieca, priva di empatia verso le difficoltà che i connazionali oltreconfine affrontano ogni giorno nel tentativo di accedere a servizi basilari e fondamentali.

L’aumento dell’organico ha certamente un costo. E ci troviamo in un periodo storico in cui, purtroppo, le priorità di spesa dello Stato sono altre. Senza contare che, anche in Italia, si è costretti a fare i conti con budget sempre più penalizzanti in quasi tutti gli ambiti fondamentali della vita pubblica: istruzione, sanità, welfare, solo per citarne alcuni. Ciononostante, esistiamo anche noi — italiani all’estero — e rappresentiamo una realtà che contribuisce in modo significativo al sistema Italia. La scelta di espatriare, spesso dettata da necessità economiche, lavorative o familiari, non implica una mancanza di amore verso la propria terra d’origine.

L’Italia ha sempre offerto molto sotto molti punti di vista, ma è evidente che, almeno negli ultimi vent’anni, si è assistito a un progressivo impoverimento delle opportunità. Lo conferma il saldo migratorio: anno dopo anno, il numero di connazionali che lasciano il Paese supera quello di chi rientra, e tra coloro che partono troviamo sempre più giovani, professionisti e famiglie intere.

Modernizzare sì, ma con responsabilità. La tecnologia deve essere uno strumento al servizio della comunità, non un ulteriore ostacolo. Perché dietro ogni click mancato, c’è una persona che aspetta risposte.




Trump attacca il “comunista” Mamdani

mamdani misinfo

mamdani misinfo“Il presidente degli Stati Uniti ha minacciato di volermi arrestare, togliermi la cittadinanza, mettermi in un centro di detenzione e deportarmi. Non perché ho commesso reati ma perché mi rifiuto di permettere all’Ice di terrorizzare la nostra città”.

Con queste parole Zohran Mamdani ha risposto a Donald Trump che aveva annunciato l’arresto di Mamdani perché in questo Paese “non vogliamo comunisti”. Mamdani, come si sa, è il vincitore delle primarie democratiche per la carica di sindaco di New York la cui elezione si terrà nel mese di novembre.

La vittoria di Mamdani ha sorpreso molti e il fatto che si è definito socialista democratico ha fatto scalpore. Trump lo ha elevato a “comunista” per renderlo più pericoloso. Il presidente Usa attuale è ossessionato con le deportazioni e proprio in questi giorni ha minacciato di deportare persino Elon Musk, ex amicone che lo ha aiutato notevolmente nell’elezione del 2024. In un certo senso la definizione di socialista democratico non avrebbe dovuto scioccare poiché Mamdani non è il primo ad usare l’etichetta. Va ricordato che anche Bernie Sanders, senatore del Vermont, Alexandria Ocasio-Cortez, parlamentare di New York, e Rashida Tlaib, parlamentare del Michigan fanno parte dei Democratic Socialists of America. Mamdani, però, è anche musulmano e quindi un altra “macchia” che lo rende pericoloso nella mente di Trump.

Altri vedono un Mamdani sindaco della Grande Mela con apprensione ma per diverse ragioni che emergono dalla sua piattaforma. Il consiglio editoriale del Washington Post, che negli ultimi tempi ha sterzato a destra sotto la spinta del padrone Jeff Bezos, ha recentemente pubblicato un editoriale additando a un possibile ritorno disfunzionale di New York. Vengono citati il piano di Mamdani di creare trasporti pubblici gratuiti, asili nido e scuole per l’infanzia gratis, il blocco degli incrementi agli affitti, la creazione di supermercati gestiti dal comune, investimenti per la costruzione di 200 mila appartamenti, e l’aumento del salario minimo da 16,50 a 30 dollari l’ora da mettersi in vigore dal 2030. Mamdani finanzierebbe questi progetti aumentando le imposte sul reddito alle imprese dal 7,2 all’11 percento, cifre che raggiungerebbero il livello del vicino New Jersey. Inoltre Mamdani aumenterebbe le tasse del 2 percento ai redditi di residenti che guadagnano più di un milione di dollari.

La piattaforma di Mamdani consiste dunque di un attacco frontale ai problemi di New York, una città nella quale possono vivere solo i ricchi. L’idea sarebbe di rendere la Grande Mela più vivibile con una leggera ridistribuzione delle risorse economiche. Mamdani ha anche detto che i miliardari non dovrebbero esistere, causando preoccupazione al sistema finanziario. Difficile dargli torto considerando l’ostentazione di sperperi come quello visto recentemente dalle nozze di Bezos a Venezia, un esempio eclatante del divario tra ricchi che possono soddisfare qualunque piccolo desiderio e le classi basse che stentano ad arrivare a fine mese. Da aggiungere la legge sul bilancio approvata dal Senato e proprio al momento di scrivere della Camera, che include tagli fiscali alle fasce più ricche e toglierà l’assicurazione medica a una quindicina di milioni di americani. In effetti, una legge che sottolinea il divario tra classi abbienti e i poveri promossa da Trump.

Al di là del Washington Post, Mamdani ha anche causato preoccupazioni all’establishment del Partito Democratico. Non sorprende dunque che leader come Chuck Schumer, senatore democratico di New York e Hakeem Jeffries, leader democratico alla Camera, non abbiano alzato la voce per gli attacchi di Trump a Mamdani. La governatrice dello Stato di New York Kathy Hochul, però, lo ha difeso, dichiarando che 20 milioni di cittadini dello Stato prenderanno le difese per un loro concittadino minacciato di deportazione. Altri leader come Ocasio-Cortez e Sanders hanno difeso Mamdani offrendogli anche il loro endorsement per l’elezione di novembre.

Mamdani ha vinto le primarie democratiche sconfiggendo il rivale dell’establishment Andrew Cuomo (56% vs. 44%), ex governatore dello Stato di New York, il quale si era dovuto dimettere nel 2021 accusato di avere molestato sessualmente una dozzina di donne. Il caso è stato archiviato ma ovviamente rimane un candidato “macchiato” il quale però ha dato indicazioni che rimarrà nella corsa come candidato indipendente. L’altro probabile rivale diretto di Mamdani è l’attuale sindaco Eric Adams, anche lui macchiato di corruzione. Infatti era stato indagato dal dipartimento di Giustizia dell’amministrazione di Joe Biden ma poi si è avvicinato a Trump la cui amministrazione ha deciso di sospendere il caso.

Diventerà Mamdani il primo sindaco musulmano di New York? Tanto può cambiare da qui a novembre ma al momento, il 33enne carismatico parlamentare dello Stato di New York, ha tutte le carte in regola per sconfiggere i due probabili avversari.




“Se Maometto non va alla montagna…” — Perché non portare il Consolato agli italiani lontani da Santo Domingo?

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sede 300x225Negli anni passati, quando la sede della nostra ambasciata competente era a Panama, era prassi che un funzionario si spostasse periodicamente a Santo Domingo per facilitare le pratiche consolari, in particolare per il rilascio o rinnovo dei passaporti. All’epoca, il cittadino residente nella Repubblica Dominicana non poteva certo prendere un aereo per Panama solo per ottenere un documento, quindi la mobilità del funzionario era praticamente obbligatoria.

Tuttavia, quel sistema è un esempio virtuoso da seguire anche oggi. Oggi che l’Ambasciata è presente a Santo Domingo, molte comunità italiane – in particolare quelle di Puerto Plata e Las Terrenas, distanti circa 300 chilometri – si trovano a dover affrontare viaggi lunghi e costosi per semplici adempimenti amministrativi come la raccolta delle impronte digitali per il passaporto. Si tratta spesso di persone anziane, famiglie con bambini o cittadini con difficoltà a spostarsi e che, sovente, devono mettersi in viaggio ad orari impossibili per arrivare in tempo all’appuntamento.

Il paradosso è evidente: il governo dominicano ha adottato un sistema di outreach efficace, inviando propri funzionari nei diversi distretti per facilitare le pratiche ai cittadini dominicani. E noi?

Non sarebbe più logico ed equo che fosse il Consolato a muoversi, organizzando giornate itineranti nelle aree con una presenza significativa di italiani? In molti Paesi europei ed extraeuropei questo accade già: laddove le distanze sono importanti, si pianificano missioni consolari per garantire un servizio più umano e accessibile.

E non si chiede certo che ciò avvenga con frequenza mensile: anche una sola missione consolare ogni sei mesi, programmata e annunciata con anticipo, sarebbe più che sufficiente. Il cittadino, conoscendo la scadenza del proprio passaporto, può benissimo organizzarsi per tempo. La soluzione è semplice, pratica e già collaudata altrove.

Non si tratta solo di efficienza, ma anche di rispetto e attenzione verso chi rappresenta l’Italia all’estero. Portare il Consolato nei territori dove vivono i nostri connazionali è un segno concreto di vicinanza e riconoscimento.

L’auspicio è che anche la nostra Ambasciata in Repubblica Dominicana possa valutare questa possibilità con spirito pratico e sensibilità istituzionale.




Gli scontri verbali tra Ocasio-Cortez e Trump

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WASHINGTON, DC – JANUARY 20: President Donald Trump signs executive orders in the Oval Office on January 20, 2025 in Washington, DC. Trump takes office for his second term as the 47th president of the United States. (Photo by Anna Moneymaker/Getty Images)

“Signor presidente, non si arrabbi con me, sono solo una ragazza sciocca…..se la dovrebbe prendere con quelli che le hanno consigliato di bombardare l’Iran e tradire il popolo americano e la nostra costituzione….. e trascinarci in guerra”. Con queste parole la parlamentare Alexandria Ocasio-Cortez si è rivolta al presidente Donald Trump in un messaggio postato su X (già Twitter). Ocasio-Cortez stava reagendo con tono parzialmente ironico agli attacchi subiti dal 47esimo presidente. Trump l’aveva attaccata ferocemente accusandola di essere “stupida…. la più cretina parlamentare…” per avere invocato l’impeachment dell’inquilino alla Casa Bianca. Il tentativo di impeachment è stato introdotto alla Camera sponsorizzato dai parlamentari Shri Thanedar (Michigan) e Al Green (Texas) ma come era prevedibile non è stato approvato (344 no, 79 sì).

Gli attacchi offensivi dalla bocca di Trump fanno parte del suo arsenale e non sorprendono nessuno. L’attuale presidente Usa vede nemici dappertutto e usa la sua piattaforma Truth Social ma anche i media tradizionali per i suoi attacchi spregiudicati e spesso volgari. Risparmia pochissimi. Dopo i bombardamenti alle installazioni nucleari iraniane Trump ha attaccato ferocemente ambedue l’Israele e l’Iran per avere violato la tregua che lui aveva annunciato. “Fondamentalmente abbiamo due Paesi che sono in guerra da tanto tempo…. e non sanno che c…o stanno facendo”.

Ovviamente non potevano mancare gli attacchi a Zohran Mamdani, il candidato progressista che ha appena vinto le primarie democratiche del Partito Democratico per l’elezione a sindaco di New York. Trump ha postato su Truth Social che i democratici hanno scelto un “lunatico comunista al 100 percento e ha la strada aperta per divenire sindaco” della Grande Mela. In un altro messaggio, Trump ha ripreso ad attaccare con insulti Ocasio-Cortez mirando il suo veleno anche su Jasmine Crockett, parlamentare democratica del Texas. Nel suo post Trump ha suggerito che le due parlamentari dovrebbero candidarsi a presidente e vicepresidente nel 2028. Sarebbe una bella squadra, ha concluso Trump, aggiungendo che con tutti questi comunisti “siamo fottuti”.

Gli avversari politici per Trump sono nemici da coprire di insulti ma nemmeno membri del suo partito vengono risparmiati. Il parlamentare Thomas Massie, ultra conservatore del Kentucky, che ha votato contro l’agenda di Trump e ha dichiarato che i bombardamenti contro l’Iran dovevano essere approvati dal Congresso, ha ricevuto le “carezze” del presidente. Trump lo ha etichettato “debole, un perdente… e un barbone” e ha minacciato di bloccare la sua rielezione. Infatti, l’attuale presidente ha già dichiarato che Massie sarà sfidato da un candidato prescelto per le primarie repubblicane. Se Massie dovesse perdere le primarie sarebbe quasi certamente fuori dal Congresso nel 2026.

Trump però riserva i più duri assalti per i politici che non sono nati negli Usa. La parlamentare Ilhan Omar del Minnesota, nata in Somalia, con idee molto vicine a quelle di Ocasio-Cortez, ha ricevuto il veleno più forte. Trump l’ha accusata di non fare altro che “lamentarsi del nostro Paese, ma che il Paese Fallito da dove lei viene, è fradicio di Crimine e Povertà” (maiuscole di Trump). Poi Trump è ritornato a Ocasio-Cortez suggerendo che “dovrebbe ritornare a casa, a Queens e mettere a posto le strade sporche, disgustose e piene di crimine”. Ocasio-Cortez ha riposto su X che lei viene dal “Bronx” e che è proprio il presidente che viene da Queens. Infatti, ha ragione perché Trump ha passato i primi tredici anni della sua vita nel Queens. Ocasio-Cortez ha concluso che il presidente “dovrebbe sapere che quelli del Bronx gliele possono suonare senza nessuna difficoltà ai ragazzi del Queens”, aggiungendo, ironicamente “Con tutto il rispetto”.




Controcorrente: Israele-Iran

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464466426 9070828952936398 7304759627822394535 nChe balle ci stanno raccontando sul conflitto ISRAELE-IRAN? Se seguiamo le narrazioni dei giornalisti compiacenti deduciamo che Israele sta stravincendo, che l’Iran e’ in ginocchio e che e’ questione di giorni la capitolazione degli iraniani.Proviamo a ragionare con i numeri,questo ci aiutera’ a comprendere correttamente. La guerra costa agli israeliani 725 milioni di dollari al giorno,per un paese di 10 mln di abitanti la guerra non potrà andare oltre pochi mesi. Militarmente Israele non e’ in grado di bombardare l’Iran ,sono dovuti intervenire gli americani perché gli aerei israeliani non riuscivano a bucare il sistema antiaereo Iraniano, al contrario i missili ipersonici iraniani stanno devastano molte città israeliane volutamente non sottolineati dalla stampa compiacente. Il sistema antimissile Iron Dom israeliano non è in grado di respingere i missili ipersonici, questa è musica per le orecchie russe: tradotto in Italiano semplice significa che la NATO non ci protegge dai missili ipersonici russi,in 5 minuti un missile arriva direttamente dalla Russia a Roma o a Milano,Palermo fate voi.Primo effetto della guerra è stato l’impennata del prezzo del petrolio con grande beneficio per Putin e danno per tutti gli altri.
Tempi duri ci dobbiamo aspettare, niente sarà più come prima il sodalizio Trump-Netanyahu non so dove ci porterà.



Che ci si fermi in tempo prima che sia tardi

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3917d33f a521 4518 a424 f2a95b482824Mentre scorrono i titoli delle agenzie giornalistiche sulla crisi in Medio Oriente tra Israele e Iran, con l’intervento americano e le minacce di ritorsioni da parte di Teheran, mi sembra di rivedere dei film già visti, oltre che risentire quelli invece raccontati: testimonianze familiari di guerra e storie personali, assai più tramandate oralmente che scritte, che narrano le esperienze di individui e famiglie durante i conflitti bellici e che offrono una prospettiva intima e toccante degli effetti della guerra sulla vita quotidiana, sulle relazioni familiari e sulle conseguenze psicologiche e sociali. Come si viveva durante i bombardamenti, la fame, la mancanza di beni di prima necessità, le difficoltà nel trovare cibo e riparo, la paura, la perdita, la separazione ma anche l’aiuto e la solidarietà non solo all’interno della propria famiglia. Racconti anche miei personali, naturalmente non vissuti, ma mai dimenticati, presenti da sempre nei ricordi familiari per le conseguenze della guerra, oltre che per le privazioni anche per la perdita di parenti stretti, nel mio caso di due fratelli di mio padre, mai conosciuti, di cui uno riposa a Redipuglia e l’altro dichiarato disperso in Russia, aspettato invano dalla loro madre, mia nonna, morta di crepacuore nel ‘56 e anch’essa da me mai conosciuta. Storie tramandate di generazione in generazione, importanti per comprendere la storia, in questo caso gli effetti della guerra, e per preservare la memoria di coloro che hanno avuto la sventura di averla vissuta. Momenti, senza dubbio e per fortuna, lontani ma di nuovo oggi improvvisamente diventati attuali: in queste ultime ore, il mondo ha assistito a un’escalation bellica senza precedenti: gli Stati Uniti, per ordine del Presidente Trump, hanno colpito tre siti nucleari in Iran con bombe bunker buster, preceduti e seguiti da centinaia di missili lanciati reciprocamente da Israele e da Teheran che, per altro, promette “conseguenze eterne”, nell’ambito di una tensione diventata via via globale. Nel bel mezzo del rumore delle armi, della distruzione e della perdita di vite umane, l’unica possibilità di soluzione è quella di dare forza alla voce della diplomazia, non abbiamo altro che il tavolo dei negoziati come unico luogo in cui porre fine a questa crisi. Tutti noi, uomini e donne, di qualsiasi parte della terra, cittadini, politici, professionisti, esseri umani, non possiamo voltarci dall’altra parte e ignorare la portata di ciò che sta accadendo. In un mondo connesso, nessuna guerra è lontana, può essere, in un attimo, proprio davanti alla porta della nostra casa. L’unica vera domanda che dovremmo porci, tutti, a partire da chi governa, è questa: è stato fatto abbastanza per prevenire tutto questo? La storia la stiamo scrivendo noi, ora.




Il presidente TACO? La domanda sgradita per Trump

visita di zelensky negli stati uniti d'america

visita di zelensky negli stati uniti d'america

“È una domanda malevola. Non la ripeta mai. Io non mi tiro indietro, si tratta di una strategia negoziale”. Con queste parole Donald Trump ha ripreso la giornalista Megan Casella della Cnbc che aveva chiesto al presidente la sua opinione sul termine “TACO” (acronimo per Trump Always Chickens Out, Trump si tira sempre indietro per paura).

Difficile sapere se Trump cambi rotta con frequenza per paura o per altre ragioni. Con ogni probabilità le sue azioni partono da situazioni poco realistiche e altrettanto poco considerate. Sulla questione dei dazi non ci voleva un genio per capire che vi sarebbero state ritorsioni da altri Paesi. Trump aveva sopravvalutato il suo potere quando annunciò che tutti i Paesi del mondo si stavano apprestando a trovare accordi ed erano persino pronti a baciargli “il c…lo” per l’opportunità di incontrarsi con lui.

Pochissimi Paesi si sono presentati alle negoziazioni ma dopo le sue minacce di dazi gli effetti sull’economia sono emersi subito. I mercati borsistici persero il 15 percento prevedendo tempi burrascosi. Trump alla fine se ne rese conto e sospese i dazi offrendo una boccata d’ossigeno all’economia. Il caso più eclatante è stato quello della Cina che annunciò i propri dazi sui prodotti americani che sarebbero equivalsi a un embargo commerciale tra i due Paesi.

Trump però non sapeva che la Cina ha un quasi monopolio su risorse minerarie indispensabili per l’industria automobilistica, la difesa, l’energia ecc. Dopo parecchie settimane il presidente statunitense ha annunciato un accordo con la Cina i cui dettagli non sono stati resi noti completamente. Alcuni analisti hanno però interpretato l’accordo come una resa di Trump, costretto ad accettare condizioni vantaggiose alle Cina. In effetti, Trump ha dovuto fare marcia indietro.

Una simile situazione si sta elaborando con la stretta sui migranti condotta dall’Ice, l’agenzia statunitense per i controlli alle frontiere e l’immigrazione. Sotto la guida di Stephen Miller, l’ultra conservatore consigliere di Trump, si era creata una quota di arrestare 3000 migranti al giorno, obiettivo che non è stato raggiunto. Miller ha sgridato alcuni leader di Ice ordinando loro ad andare a fare retate in luoghi che prima erano evitati per la questione della pubblicità negativa. Le retate nella zona di Los Angeles e le susseguenti manifestazioni, in grande misura pacifica, sono state interpretate falsamente da Trump come insurrezione. Il presidente Usa ha preso, forse illegalmente, il comando della Guardia Nazionale della California dispiegandola nella zona di Los Angeles. Non completamente soddisfatto, Trump ha persino mandato centinaia di Marines a Los Angeles per mantenere la pace, mossa completamente fuori dal comune perché i soldati americani non sono addestrati per controllare manifestazioni di civili.

L’Ice ha arrestato centinaia di persone a Los Angeles che in effetti erano lavoratori, indispensabili per l’economia americana. Poi si sono verificate retate anche nel settore agricolo dove la stragrande maggioranza della manodopera non ha documenti legali. L’Ice però non distingue fra quelli che hanno documenti legali o no. Il problema però è che i padroni dell’industria agricola, i quali hanno supportato Trump nell’elezione, hanno protestato, chiarendo che la perdita dei lavoratori significherebbe la distruzione della produzione del cibo. Un concetto talmente basico ma che Trump non ha considerato eccetto per le informazioni fornitegli dalla sua segretaria dell’Agricoltura Brooke Rollins. Nella sua piattaforma Truth Social l’inquilino della Casa Bianca ha riconosciuto il problema e ha indicato che bisognava “prendersi cura degli agricoltori, gli alberghi, e altri luoghi dove hanno bisogno di personale”. Tutto sembrava indicare una marcia indietro e difatti agenti dell’Ice avevano ricevuto l’ordine di cambiare rotta. Miller però ha pressato e si è avuto di nuovo un altro cambio di rotta. Le retate nei campi agricoli e altri settori critici continueranno.

Le ultime informazioni sono poco chiare ma i danni saranno ovvi. L’America non può sostenere la sua economia senza la manodopera fornita dai migranti. I danni sono già avvenuti perché non pochi lavoratori hanno iniziato a non presentarsi ai posti di lavoro temendo le retate dell’Ice. Come nel caso dei dazi Trump non capisce alcune questioni fondamentali nonostante si sia sempre presentato come un businessman. Un imprenditore che non riconosce l’indispensabile contributo dei lavoratori al successo dell’azienda e eventualmente al funzionamento basico dell’economia che guida la potenza numero uno al mondo dovrebbe essere preoccupante. I sondaggi riflettono questa visione: secondo un sondaggio solo il 37 percento degli americani approva l’operato di Trump sull’economia, il 33 percento considera i dazi positivi, e il 41 percento degli americani vede l’operato totale del presidente in termini positivi.

Come spesso fa quando le cose non vanno bene il 47esimo presidente assegna la colpa ad altri. Trump ha aspramente criticato Jerome Powell, presidente della Federal Reserve Bank, etichettandolo “uno stupido”, perché non ha abbassato i tassi di interesse. Secondo il presidente Usa, Powell “sta facendo perdere una montagna di soldi al Paese”. Trump, senza rendersene conto, proietta il suo operato. L’aspetto più positivo della sua politica sarebbe di fare marcia indietro come ha fatto con i dazi. Farà lo stesso con i migranti quando la loro assenza si farà sentire in maniera più profonda e le corporation che lo hanno supportato gli apriranno gli occhi?




Scosse telluriche nel nord della Repubblica Dominicana: cosa sta succedendo?

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cDa alcuni giorni la terra trema nel nord della Repubblica Dominicana. Si tratta di scosse telluriche con magnitudo comprese tra i 4 e i 5 gradi della scala Richter, avvertite soprattutto nelle province costiere che si affacciano sull’oceano Atlantico. L’epicentro è localizzato in mare aperto, a nord dell’isola, lungo la faglia settentrionale che separa la placca nordamericana da quella caraibica.

Al momento non si segnalano danni né a persone né a infrastrutture. Tuttavia, il fenomeno sta generando preoccupazione tra la popolazione, specie per la frequenza e la percezione ravvicinata delle scosse.

Una zona sismicamente attiva

Va detto che la Repubblica Dominicana si trova in una zona geologicamente attiva, e non è affatto raro che si verifichino piccoli movimenti tellurici. La placca caraibica, infatti, si muove costantemente rispetto a quella nordamericana, e questo continuo sfregamento accumula tensione nelle rocce che poi viene liberata sotto forma di terremoti.

Gli esperti dell’Istituto Sismológico e di altri centri di monitoraggio internazionale stanno seguendo con attenzione l’evolversi della situazione, ma rassicurano: al momento non ci sono segnali di un evento maggiore imminente.

Scosse tra 4 e 5 gradi: cosa significano?

Una magnitudo di 4 o 5 gradi è considerata moderata. Può essere percepita dalla popolazione, far vibrare oggetti nelle abitazioni o spaventare, ma raramente provoca danni strutturali. In più, il fatto che l’epicentro si trovi in mare riduce ulteriormente il rischio.

Ciononostante, è sempre bene mantenere un atteggiamento informato e prudente.

Prepararsi senza allarmismi

La prevenzione resta la miglior forma di difesa. Alcuni semplici consigli:

  • informarsi presso fonti ufficiali (non catene WhatsApp);
  • sapere dove si trovano le uscite di emergenza nella propria abitazione o scuola;
  • preparare un piccolo kit con torcia, acqua, medicinali di base e documenti importanti;
  • non correre o usare ascensori in caso di scossa.

Dobbiamo preoccuparci?

Preoccuparsi no, ma prestare attenzione, sì. Le scosse recenti sembrano essere parte di un normale “rilascio di energia” lungo la faglia settentrionale. Tuttavia, in un paese con memoria sismica come il nostro (basti ricordare il terremoto di Puerto Plata del 2003), ogni segnale della terra deve essere ascoltato con rispetto.

La buona notizia è che i sistemi di monitoraggio funzionano, la popolazione è vigile, e le istituzioni sono allertate. Non servono né panico né indifferenza, ma consapevolezza.