Cittadinanza: un harakiri per i connazionali all’estero

cittadinanza italiana

cittadinanza italianaIl decreto -legge n. 36 del 28 marzo 2025, recante nuove norme sulla cittadinanza italiana, è stato varato, come è forse noto, quasi in sordina ed è stato poi convertito in legge, con procedura d’urgenza, lo scorso 20 maggio. È perciò cosa fatta.

Senza tema di esagerare, si può affermare che una iniziativa così fulminante appare quasi come una ”Bltitzkrieg”, ossia una guerra-lampo. Il cuore del provvedimento governativo è, infatti, a suo modo, rivoluzionario: Dallo scorso 28 marzo si è infatti cittadini italiani, secondo le nuove disposizioni, se si nasce in Italia da genitori italiani ovvero, nel caso di nascita all’estero, se i genitori o i nonni ( ma non più i bisnonni) sono nati in Italia. Oltre a ciò, diventa causa ostativa il possesso di un’altra cittadinanza.  In questo modo una platea indeterminata di cittadini iure sanguinis, stimata da taluni in almeno dieci milioni soltanto nella America Latina, viene privata automaticamente della possibilità di chiedere il riconoscimento della cittadinanza italiana. La legge per altro ha valore retroattivo, il che appare persino aberrante e contrario, comunque, ai principi di civiltà giuridica.

Perché il governo ha agito in maniera così contundente? Volendo scandagliare le motivazioni politiche all’origine dell’azione governativa, sembra lecito affermare che la nuova normativa riflette anzitutto lo stato di panico dell’Esecutivo per le conseguenze politiche di medio e lungo periodo connesse con la corsa alla cittadinanza italiana, in America latina e altrove.

In tal senso, le proiezioni statistiche appaiono purtroppo inquietanti. I sei milioni di concittadini all’estero, già triplicati nel corso degli ultimi 15 anni, potrebbero crescere secondo una progressione geometrica nei prossimi anni e decenni. Ciò significa che il Parlamento della Repubblica Italiana verrebbe eletto da milioni di connazionali, che hanno con l’Italia un rapporto obiettivamente tenue. Non sono tenuti, per esempio, a pagare le tasse nella Penisola, che è poi il fondamento della cittadinanza.

Ciò nondimeno, le nuove disposizioni sembrano violare il principio di irretroattività della legge come pure lo spirito, se non la lettera, della Carta costituzionale ( basti ricordare quanto afferma l’articolo 22 della Costituzione:” Nessuno può essere privato per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome”). È lecito, perciò, immaginare che spetterà alla Corte costituzionale di correggerne i difetti più evidenti.

 




Voto all’estero, diritto da difendere: perché serve una riforma vera

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imagesIl voto all’estero è una straordinaria conquista democratica, ma oggi è anche uno dei punti più fragili del nostro sistema elettorale. Grazie all’impegno e alla visione dell’ormai scomparso On. Mirko Tremaglia, la norma che fece approvare oltre un ventennio fa ha segnato una svolta epocale: per la prima volta, milioni di cittadini italiani residenti all’estero hanno potuto partecipare in modo diretto alla vita politica del Paese. Tuttavia, a distanza di quasi vent’anni dalle prime applicazioni, quella stessa legge mostra limiti evidenti e necessita di una riforma urgente, concreta, strutturata.

Nel mio ruolo istituzionale di membro di un ComItEs (Comitato Italiani all’Estero), ho avuto modo recentemente di interrogarmi pubblicamente sul senso della riforma sulla cittadinanza, che pure rappresentava un passo atteso da anni. Un passo che, per com’è stato concepito e approvato, rischia di tramutarsi in un boomerang per gli italiani all’estero. Lo stesso rischio lo corriamo ora se non affrontiamo seriamente anche il tema del voto per corrispondenza.

Da tempo si ripetono, puntualmente a ogni consultazione, segnalazioni di irregolarità: plichi elettorali mai arrivati, giunti in ritardo o consegnati a indirizzi sbagliati; schede recapitate a persone decedute; elettori costretti a improvvisare soluzioni alternative per esercitare il proprio diritto di voto. Si assiste addirittura alla creazione di centri di raccolta voti improvvisati, che, pur nati con l’intento di “aiutare”, finiscono col tradire lo spirito della legge.

Negli anni ho avuto modo di denunciare queste anomalie a livello istituzionale ed a mezzo stampa, riportando testimonianze, raccogliendo segnalazioni, sollecitando maggiore trasparenza e responsabilità. Ma il problema, come si è visto anche in occasione del recente referendum, è tutt’altro che superato. Anzi, in molte aree del mondo è addirittura peggiorato, a causa della disomogeneità dei servizi postali locali, della scarsa vigilanza sugli appalti affidati alle compagnie di distribuzione e, in alcuni casi, di un problema generalizzato che sfugge oggettivamente al controllo delle rappresentanze diplomatiche.

È qui che la responsabilità politica diventa ineludibile. Dal 2006 ad oggi, si sono succeduti governi di ogni colore e maggioranze di ogni tipo: centrodestra, centrosinistra, governi tecnici, populisti e di unità nazionale. Tutti, nessuno escluso, sono stati pienamente a conoscenza delle criticità del voto all’estero. Eppure, in quasi vent’anni, non sono stati in grado di approvare una riforma seria ed efficace. Si è preferito girare intorno al problema, con promesse vaghe e interventi parziali, rinviando sistematicamente ogni decisione. È un fallimento collettivo della politica italiana, che ha lasciato milioni di cittadini all’estero in balia di un meccanismo farraginoso, vulnerabile e talvolta umiliante.

È tempo che la politica italiana assuma un impegno concreto e trasversale per restituire dignità e affidabilità al voto estero. L’attuale governo ha l’opportunità storica di intervenire: la credibilità della partecipazione democratica dei nostri connazionali nel mondo passa anche da qui.

La legge Tremaglia ha avuto il grande merito di aprire le porte della democrazia italiana agli italiani all’estero. Ora, è dovere delle istituzioni aggiornare quel sistema, renderlo sicuro, accessibile, rispettoso del diritto di ogni cittadino.

La partecipazione non può essere lasciata all’improvvisazione, né affidata alla buona volontà di chi cerca soluzioni alternative. Deve essere garantita, tutelata, protetta. Come ogni altro diritto costituzionale.

 



Il voto all’estero? Ancora un miraggio

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referendum 1A ogni tornata elettorale o referendum, per noi italiani all’estero si ripete lo stesso copione. Un rituale frustrante. Il plico elettorale dovrebbe arrivare a casa, come promesso e come pagato dallo Stato italiano. E invece? Spesso non arriva proprio.

Parlo per esperienza diretta: io il plico conle schede dell’ultimo referendum non l’ho mai ricevuto. Né una telefonata, né un avviso, né un segno. Silenzio assoluto. E non sono disposto ad “andare a ritirarlo” in qualche punto di raccolta improvvisato.

Perché sì, in alcune zone della Repubblica Dominicana – dove vivo – le comunità italiane hanno tacitamente creato dei punti di distribuzione, che spesso sono dei bar. Il messaggero, pagato dall’azienda incaricata, lascia lì i plichi e chi vuole votare deve andare a prenderselo. Ma questo sistema è una forzatura. Andare a votare al bar è contro le regole, ed è soprattutto un insulto al diritto di voto.

L’impresa incaricata riceve soldi pubblici per una consegna domiciliare. Ma scarica il lavoro su corrieri locali, spesso senza alcun controllo. Risultato? Plichi che spariscono, elettori che rinunciano, democrazia che si svuota.

Negli anni passati almeno mi telefonavano. “È a casa?”, chiedevano. “Le posso lasciare il plico?”. Una minima forma di contatto umano. Ora neanche quello. Il nulla.

E l’alternativa proposta qual è? “Può richiedere un duplicato e passare a ritirarlo presso la sede diplomatica.”
Ah sì? Io che vivo a quasi 300 chilometri di distanza dovrei sobbarcarmi viaggio, spese e tempo perso per esercitare un mio diritto? E con me tanti altri italiani che vivono lontano dai consolati? Ma… per piacere! Diceva Totò: “Siamo uomini o caporali?”

È evidente che così non si può andare avanti. Servono alternative serie e funzionanti. Forse è il momento di ripensare tutto il meccanismo. Il voto elettronico? Il voto via web? È ora di parlarne seriamente.

Chi vive all’estero non è cittadino di serie B. E non può continuare ad affidare il proprio diritto di voto alla buona volontà di un messaggero sconosciuto o all’idea folle di dover fare chilometri per ottenere un duplicato.




Ruanda e Algeria: alleanza tra nazioni isolate e promotrici del separatismo nel continente africano

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imagesLa recente uscita del Ruanda dalla Comunità Economica degli Stati dell’Africa Centrale (ECCAS) segna un momento significativo nella geopolitica del continente africano. Kigali ha giustificato la sua decisione con motivazioni logistiche e amministrative, sostenendo che la collocazione geografica del paese sarebbe più compatibile con altri blocchi economici regionali. Tuttavia, dietro le motivazioni ufficiali si celano dinamiche molto più complesse che vanno analizzate con attenzione. Questa mossa rappresenta un segnale chiaro di rottura con le istituzioni multilaterali africane e si inserisce in un quadro di progressivo isolamento del Ruanda a livello regionale e continentale.

Parallelamente, negli ultimi anni si è rafforzato un asse politico-diplomatico tra il Ruanda e l’Algeria. Un’intesa che può apparire sorprendente alla luce della distanza geografica e delle differenti traiettorie storiche, ma che si spiega molto bene se si osservano i comportamenti politici comuni e le visioni geopolitiche convergenti di questi due paesi. Ruanda e Algeria stanno infatti consolidando una cooperazione strategica che si fonda su interessi condivisi e una comune postura di sfida nei confronti dell’ordine africano attuale.

La promozione del separatismo come strumento geopolitico

Uno degli elementi chiave che accomuna i due paesi è il sostegno, diretto o indiretto, a movimenti separatisti in aree strategiche del continente. Il Ruanda è da anni accusato, in particolare dalla Repubblica Democratica del Congo (RDC), di sostenere gruppi armati come il M23, che operano nelle province orientali congolesi, alimentando un conflitto che ha provocato migliaia di vittime e milioni di sfollati. Kigali ha sempre respinto formalmente queste accuse, ma rapporti delle Nazioni Unite e testimonianze indipendenti confermano un coinvolgimento più che sospetto del governo ruandese nelle dinamiche belliche della regione dei Grandi Laghi.

L’obiettivo strategico non è solo il controllo di risorse naturali (come minerali rari, coltan e oro), ma anche l’indebolimento dell’integrità territoriale della RDC, uno Stato vasto e potenzialmente influente che però fatica a imporsi come attore stabile e coeso. In questo contesto, la politica ruandese sembra puntare a mantenere una zona d’influenza nell’est del Congo, usando la leva del separatismo per frammentare il nemico storico e aumentare la propria proiezione regionale.

Similmente, l’Algeria è il principale sponsor del Fronte Polisario, il movimento indipendentista che rivendica l’autodeterminazione del popolo saharawi nel Sahara Occidentale, territorio conteso con il Marocco. Algeri fornisce da decenni appoggio politico, militare e logistico al Polisario e ospita nel proprio territorio i campi profughi saharawi di Tindouf. Anche in questo caso, la promozione del separatismo viene usata come strumento per contrastare un avversario regionale, il Marocco, con il quale l’Algeria ha rapporti storicamente tesi e conflittuali.

Due paesi emarginati dall’ordine africano

Il comportamento geopolitico di Ruanda e Algeria ha avuto come effetto un progressivo isolamento in ambito continentale. L’Algeria, pur essendo una potenza energetica e militare nel Maghreb, ha visto diminuire il proprio peso nelle dinamiche diplomatiche africane, anche a causa della chiusura istituzionale, della mancanza di riforme politiche e della sua visione di politica estera fortemente ancorata alla logica della Guerra Fredda. Il rifiuto del dialogo con il Marocco e l’insistenza su un approccio intransigente sul dossier saharawi hanno ridotto la capacità algerina di giocare un ruolo di mediazione nel continente.

D’altra parte, il Ruanda, una volta celebrato come modello di sviluppo post-conflitto e di modernizzazione istituzionale, sta conoscendo un crescente isolamento come dimostrano le  tensioni con la RDC e le ingerenze militari

L’uscita dalla ECCAS è solo l’ultimo segnale di un allontanamento da piattaforme multilaterali in cui Kigali non riesce più a imporre la propria agenda.

Questa marginalizzazione non è solo il frutto di scelte altrui, ma è in larga misura autoindotta. Entrambi i paesi sembrano preferire una politica estera bilaterale, costruita su alleanze selettive e rapporti di forza, piuttosto che su logiche cooperative e multilaterali. In questo senso, la crescente intesa tra Algeria e Ruanda può essere vista come una sorta di “patto tra isolati”, due attori che trovano forza nel reciproco sostegno per rafforzare le rispettive posizioni regionali, pur andando controcorrente con il movimento di untià africano.




USA. Continua il braccio di ferro tra Harvard e Trump

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2025 04 21t213757z 1744662645 rc2kyda9ohat rtrmadp 3 usa trump harvard“Vedere Harvard che prende una posizione per la difesa della libertà causa ispirazione”. Queste le parole di Kareem Abdul-Jabbar, l’ex cestista e allenatore di pallacanestro americano, in un recente discorso. L’ex stella della NBA ha continuato spiegando che la posizione di Harvard forma un grande contrasto con tutti i miliardari, le aziende legali, i media, i politici e altre università che si sono piegati davanti agli attacchi di Donald Trump.

Lo scontro fra Trump e il prestigioso ateneo dura da quasi due mesi. L’inquilino alla Casa Bianca le sta provando tutte ma la Harvard University continua a resistere nonostante le ovvie difficoltà considerando le leve del potere presidenziale che rasentano quelle di un regime autoritario.

Gli attacchi di Trump a Harvard, iniziati nel mese di aprile, furono inclusi in una lettera in cui la Casa Bianca esigeva notevoli cambiamenti nelle operazioni dell’ateneo. Con una risposta negativa da Harvard, il 47esimo presidente impose il congelamento di fondi per 2 miliardi di dollari che poi furono aumentati a 3 miliardi. Secondo Stephen Miller, l’ultra conservativo consigliere di Trump, Harvard è da anni responsabile di attività “illegali basate sulla discriminazione razziale contro i cittadini americani”. Inoltre Trump ha accusato Harvard di dare precedenza a studenti stranieri invece di ammettere studenti americani. La Casa Bianca ha persino accusato Harvard di essere antisemita e ha minacciato di togliere fondi alla prestigiosa università per darli a scuole tecniche che attirano studenti alla ricerca di programmi per lavori specializzati invece di lauree accademiche.

Harvard, a differenza di altre università come la Columbia University di New York, ha deciso di non obbedire alle minacce del presidente e di sfidarlo con denunce. Fino adesso sembra che l’ateneo numero 1 in America e anche a livello mondiale, secondo il Center for World University Ranking (CWUR), stia avendo successi con i giudici. Trump però continua i suoi attacchi e sta minacciando di negare visti a studenti stranieri che desiderano studiare a Harvard. Le minacce sono potenzialmente pericolose. Il 31 percento degli studenti a Harvard sono stranieri. Questi individui contribuiscono in moltissimi modi, a cominciare dall’aspetto economico poiché pagano le rette complete, parti delle quali vengono poi usate per borse di studio per studenti americani. Inoltre gli studenti stranieri contribuiscono notevolmente all’economia americana. Il numero di studenti stranieri nelle università americane ha raggiunto 1,1 milioni di unità, contribuendo 44 miliardi di dollari all’economia americana, generando 378 mila posti di lavoro.

I contributi degli studenti stranieri vanno al di là delle finanze poiché non poche delle aziende note a tutti sono state influenzate da contributi vitali di studenti stranieri. Alcune di queste includono Google, Tesla, SpaceX, Nvidia,WhatsApp, Instagram, Moderna ecc. Queste aziende sarebbero probabilmente state fondate in altri Paesi se le politiche anti-studenti stranieri di Trump fossero esistite in passato. La presenza di questi studenti e ricercatori stranieri in America contribuisce anche a migliorare le ricerche condotte dalle università americane in tanti campi come medicina, tecnologia, e difesa. I fondi del governo che Trump vuole tagliare a Harvard e altri atenei non sono dunque carità ma notevoli investimenti che migliorano la qualità della vita e la sicurezza del Paese. Le ricerche richiedono molto tempo e non generano profitti immediati richiesti dalle corporation. La collaborazione tra governo e università è dunque indispensabile. Trump non riesce a capire non solo le cose basiche sui dazi ma investire per il futuro non rientra nei suoi programmi. I suoi bisogni sono immediati e richiedono costanti vittorie per soddisfare le sue esigenze e imporre il suo volere non solo a Harvard ma anche a tante altre istituzioni che abbracciamo i media, la politica, le aziende, il sistema giudiziario e le belle arti.

Uno degli attacchi sferrati da Trump è stato di accusare Harvard di essere antisemita per le manifestazioni pro-Palestina avvenute nel campus, qualcosa che ovviamente ha coinvolto tante altre università. Bisogna sempre ricordare che quando Trump accusa si tratta spesso di una proiezione del suo stato d’animo e della sua politica. Un sondaggio di quest’anno condotto dal National Survey of Jewish Voters ci dice infatti che il 52 percento degli elettori di religione ebraica considera Trump anti-semita. Inoltre il 72 percento lo vede come pericoloso e il 64 percento disapprova l’operato dell’attuale presidente.

Gli attacchi di Trump a Harvard e le altre università americane recheranno danni specialmente per la questione dei visti agli studenti stranieri che potrebbero essere limitati per possibili post sui social che non siano di gradimento all’attuale inquilino della Casa Bianca. Alla fine però la battaglia con Harvard si risolverà. L’ateneo più prestigioso al mondo esiste da centinaia di anni e continuerà per molti altri. Il suo coraggio di resistenza è, come ha detto Abdul-Jabbar, fonte di ispirazione. Trump, invece, fra qualche anno uscirà dalla scena politica e verrà ricordato per le sue politiche disastrose non solo verso le università ma nel suo ruolo di abbandonare il ruolo di leader del Paese nel mondo.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.




Trump mette in pericolo la sicurezza personale dei giudici

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us president donald trump 240714509 16x9 0“Mandare una pizza a un giudice o al figlio di un giudice a nome del mio figlio assassinato con un messaggio intimidatorio di fare la fine di Daniel Anderl?” Queste le parole della giudice Esther Salas del New Jersey in un’intervista alla Public Broadcasting System (Pbs) in cui reiterava il clima di paura dei magistrati americani con l’amministrazione di Donald Trump. Va ricordato che 5 anni fa uno scalmanato ha visitato la residenza della giudice Salas uccidendo il figlio e ferendo il marito. Nell’intervista la Salas ha additato alla retorica minacciosa di Trump verso i magistrati che alimenta gli attacchi ai giudici.

La tecnica intimidatoria di inviare pizze ai domicili di giudici opposti alle politiche di Trump è divenuta comune. In tempi recenti parecchie centinaia di pizze sono state ricevute da giudici mandate da individui che suggeriscono di fare attenzione perché i loro indirizzi sono noti. I mandanti sono individui influenzati dalla retorica incendiaria del presidente.

Questi attacchi ai magistrati continuano e anche al momento di scrivere quando gli Usa celebrano il Memorial Day, la festa dei caduti, il presidente Usa ha rilasciato un altro messaggio in lettere maiuscole attaccando i giudici. Trump ha diretto la sua ira ai “giudici … che proteggono gli spacciatori, gli stupratori, i membri delle gang…. permettendo loro di continuare i loro reati”.

L’atmosfera di tensione per i magistrati continua ed è alimentata da decisioni giudiziarie che non sono gradite dall’attuale inquilino alla Casa Bianca. Il clima è buio anche per il fatto che la protezione dei giudici è affidata agli US Marshals, un corpo di polizia agli ordini del ministero di Giustizia, il cui capo è Pam Bondi, fedelissima di Trump, la quale agisce come un avvocato personale del presidente. La tensione è all’ordine del giorno e si teme che gli US Marshals non farebbero di tutto per la protezione dei giudici federali. La protezione dei giudici della Corte Suprema è affidata a una forza di sicurezza speciale. In un recente incontro di magistrati a Washington si è discusso di togliere il compito agli US Marshals e organizzare la protezione con una forza di sicurezza indipendente simile a quello che protegge la Corte Suprema. Sarebbe sotto il controllo del giudice della Corte Suprema John Roberts invece di dipendere del ministero di Giustizia che è visto come dipendente dei capricci dell’attuale inquilino della Casa Bianca e del suo ministro di Giustizia.

Il ministro di Giustizia è nominato dal presidente ma dovrebbe agire in maniera indipendente dai desideri del presidente in carica. In casi eccezionali il ministro di Giustizia dovrebbe persino indagare il presidente stesso. È avvenuto nella primo mandato di Trump quando il ministro di Giustizia, repubblicano, iniziò le indagini sulle interferenze straniere nell’elezione del 2016. Queste indagini sfociarono poi nella nomina del procuratore speciale Robert Mueller che condusse al Russiagate. Anche l’ex ministro di Giustizia nell’amministrazione di Joe Biden, Merrick Garland, fece scattare indagini sul presidente che lo aveva nominato per la faccenda di documenti top secret che non erano stati restituiti al governo. Nel caso di Bondi si tratta di un ministro di Giustizia che non solo segue la linea politica di Trump ma lo fa in modo completamente sfacciato attaccando i giudici con un linguaggio che evoca quello del suo capo. In un’intervista alla Fox News la Bondi ha aspramente criticato il giudice James Boasberg accusandolo di “interferire” nelle politiche del governo. Il peccato di Boasberg? Il giudice aveva minacciato legali di Trump di “oltraggio alla Corte” per non avere obbedito ai suoi ordini di non deportare alcuni migranti a El Salvador. La Bondi aveva continuato i suoi attacchi a Boasberg aggiungendo che il giudice cercava di “proteggere terroristi” che avevano invaso gli Stati Uniti.

Nei quattro mesi di presidenza Trump ha emesso una valanga di ordini esecutivi, molti dei quali sono stati sfidati da giudici federali. Si capisce dunque come Trump stia attaccando i magistrati vedendoli come nemici alla sua agenda. Infatti, considerando l’inattivo ruolo del contrappeso esercitato dalla legislatura, i magistrati sono l’unico dei due rami del governo che argina il potere quasi assoluto del 47esimo presidente.

Karoline Leavitt, la portavoce della Casa Bianca, commentando l’operato del giudice Brian Murphy di Boston, ha detto che non “è il segretario di Stato” e che non può controllare “la politica estera” degli Usa. Che cosa ha fatto Murphy? Il giudice aveva dichiarato che l’amministrazione Trump aveva violato un ordine della magistratura nella sua fretta di deportare migranti in Sudan nonostante il fatto che non fossero cittadini di quel Paese. Si tratta di inviare migranti a un Paese dove esiste una guerra civile mettendo in pericolo la loro vita. In effetti, il giudice Murphy ha cercato di fare applicare la legge e difendere i diritti di povera gente. Ha cercato, anche se con poco successo, di fare obbedire la legge come spetta ai giudici. Il fatto che Bondi non capisca come funziona la legge e che non mostri nessun rispetto per la magistratura dovrebbe preoccupare tutti gli americani ma anche altri Paesi che si affrettano a firmare accordi con Trump. Se Trump non rispetta le leggi e i giudici americani perché dovrebbe farlo con gli accordi internazionali?




Domanda per chi canta vittoria troppo in fretta…

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500325955 9928144823933936 3540527421059054454 nDavvero possiamo parlare di “grande conquista” quando si ridà la cittadinanza solo a chi l’ha persa prima della legge del 1992 per averne acquisita un’altra?
E ancora: possiamo definirla una vittoria se questa cittadinanza non è trasmissibile ai figli, ai nipoti, ai pronipoti, perché nel frattempo sono diventati tutti maggiorenni?
Conosciamo decine di casi del 1992 in cui il riacquisto non ha avuto alcun impatto familiare: il padre o la madre l’ha riottenuta, ma i figli, ormai adulti, ne sono rimasti esclusi.
Allora chiediamoci:
È questo il modello che vogliamo replicare oggi?
È davvero giusto cantare vittoria per una misura che premia solo chi ha superato i 70 anni e lascia fuori intere generazioni nate all’estero?
Chi conosce le comunità italiane nel mondo sa che il problema è ben più profondo.
Il vero nodo non è “riavere la cittadinanza individuale”, ma ridare dignità e diritti a famiglie intere che l’Italia ha dimenticato per troppo tempo.
Riformare è necessario. Ma farlo a metà non è una vittoria. È solo una toppa mal cucita su una storia interrotta.
Vorrei sapere: per i figli ormai già maggiorenni si applicherà lo stesso limite del 1992? Anche stavolta saranno esclusi?
O è solo il solito gioco di una parte della politica, sia di destra che di sinistra, per prendere in giro i malcapitati?



La sanità per gli italiani all’estero non è più un diritto: è un lusso per chi può permetterselo

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capturaMentre il Parlamento dorme e la dignità nazionale viene smontata pezzo per pezzo, ecco l’ultima trovata: una tassa da 2.000 euro all’anno per permettere agli italiani residenti fuori dall’Europa di accedere alla sanità pubblica italiana. Una proposta indegna, firmata dall’onorevole Di Giuseppe – eletto in Nord America – e ora approvata dalla Commissione Affari Sociali con tanto di benedizione costituzionale.

Ci stanno dicendo esattamente che la cittadinanza italiana vale solo per chi resta nel cortile di casa. Se sei emigrato, se hai cercato fortuna o semplicemente una vita possibile fuori dai confini dell’Unione Europea, non sei più italiano fino in fondo. O meglio: sei italiano solo se puoi pagare. Per gli altri, fuori. Letteralmente.

Chi ha firmato e approvato questa porcheria ha mai guardato in faccia le centinaia di migliaia di italiani che vivono in paesi come Argentina, Venezuela, Perù, Brasile, Filippine? Dove gli stipendi equivalgono, quando va bene, a 200 o 300 euro al mese? E pretende che versino 2.000 euro all’anno, anticipati, per potersi curare in patria?

Questa non è una legge. È un’estorsione legalizzata. Un ricatto sanitario. O paghi, o crepi.
Non solo: se non versi il contributo per tempo, ti sospendono l’accesso alle prestazioni non urgenti. E se vuoi tornare? Devi versare tutto quello che avresti dovuto pagare, con gli interessi. Sì, proprio così: una mora sulla salute.

Il punto più vergognoso di tutta questa vicenda è che a proporre e sostenere questa misura è stato un deputato eletto dagli italiani all’estero. Un uomo che avrebbe dovuto rappresentarli, difenderli, ascoltarli. Invece ha fatto il contrario: li vorebbe caricare di una tassa che li esclude, li umilia, li cancella.

E la Commissione? Ha approvato tutto come se niente fosse, limitandosi a chiedere – con un sussurro – di “coinvolgere le autonomie locali” nell’attuazione del decreto. Un contentino, un’ipocrisia.

Non chiamatela riforma. Non è un contributo. È una discriminazione basata sul reddito. È una selezione anagrafica per chi ha soldi in tasca. È l’idea, pericolosissima, che i diritti fondamentali possano essere messi all’asta. Una volta era la sanità per tutti. Ora è sanità per chi può.
Tutti gli altri, possono pure morire a casa loro, purché lontano e in silenzio.

Mi chiedo se la Commissione sa cosa vuol dire essere italiani all’estero?

In caso contrario glielo dico io: significa spesso vivere in equilibrio tra due identità, due economie, due lingue. Significa nostalgia, sacrifici, rimesse, figli cresciuti parlando italiano in salotto.  E ora, per tutto questo, ci ripagate con una tassa?

Vergogna. Questa è l’unica parola possibile.

Vergogna per chi ha scritto questa legge, per chi l’ha votata, per chi ha taciuto. Vergogna per un’Italia che si proclama “madre” dei suoi figli nel mondo e poi li tratta come clandestini quando tornano.




Trump ammutolisce i timidi dissensi dei repubblicani sul bilancio

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Smettete di chiacchierare e finite il compito”. Con queste parole in lettere maiuscole nella sua piattaforma Truth Social Donald Trump minacciava i parlamentari repubblicani che esitavano a supportare il nuovo disegno di legge alla Camera. Per convincere i recalcitranti il 47esimo presidente si era incontrato con i legislatori ricordando loro che lui è la cheerleader del Partito e che quelli che non facevano squadra “non rimarrebbero a lungo repubblicani”.

Le minacce di Trump ai membri del suo partito sono serie perché quelli che sgarrano vengono presi di mira e poi alle prossime primarie repubblicane saranno sfidati da un candidato sostenuto dall’inquilino alla Casa Bianca. In queste situazioni l’individuo che ha preso le distanze da una posizione del “capo” perderà la benedizione e il suo avversario ne uscirà vincitore. Nella stragrande maggioranza dei casi ciò si tradurrà in una vittoria all’elezione tipicamente nel mese di novembre. Ciò avviene perché la stragrande maggioranza dei seggi alla Camera e al Senato sono già delineati da andare a un partito o all’altro data la divisione fra “red” (conservatori) e “blue” (liberal). Il Paese è diviso come si sa anche dalle elezioni presidenziali in cui una manciata di Stati è spesso decisiva. Uno degli esempi della “vendetta” di Trump, come abbiamo scritto in queste pagine, è il caso di Liz Cheney la quale aveva avuto il coraggio di prendere le distanze dalla corruzione di Trump. Per la sua ribellione, la Cheney, parlamentare del Wyoming e nota politica dello Stato considerando anche che il padre Dick Cheney era stato vice presidente del Paese, fu sconfitta alle primarie dalla candidata nominata da Trump. La Cheney è in grande misura scomparsa dal partito. Le minacce di Trump ai parlamentari e senatori repubblicani fanno paura a quelli che vogliono mantenere la loro poltrona. Ecco come si spiega il relativo silenzio dei repubblicani alla disastrosa politica dell’attuale presidente. Dissentire da Trump si traduce in suicidio politico.

Nonostante tutto qualche voce di dissenso si è cominciata a sentire come ci rivelano le negoziazioni dello speaker Mike Johnson per convincere i suoi colleghi a supportare il disegno di legge sul bilancio. Trump lo ha descritto come un “big and beautiful bill”, (disegno di legge grande e bello) per i suoi tagli massivi alle tasse, i fondi per il confine sud col Messico, e l’eliminazione delle tasse sulle mance. Si tratta in realtà delle solite leggi repubblicane ogni qualvolta sono al potere―ingenti tagli fiscali per i benestanti con qualche briciola per la classe media e i ceti bassi― e aumenti al deficit e al debito nazionale.

Le obiezioni dei parlamentari repubblicani al disegno di legge erano emerse dall’estrema destra rappresentata dal gruppo del Freedom Caucus, opposto agli insufficienti tagli alle spese e alla preoccupazione del deficit. Altre obiezioni sono emerse da parlamentari repubblicani da Stati liberal dove le case costano moltissimo per le limitate detrazioni ai mutui. Questo aspetto al momento di scrivere è stato corretto da Johnson dopo consultazioni con questi parlamentari aumentando la massima detrazione a 40 mila dollari annui. Ciò non aveva fatto piacere ai falchi del Freedom Caucus perché aumenterà le spese. Un altro aspetto che non sembrava preoccupare i repubblicani è quello dei tagli al programma del Medicaid, la sanità per i ceti bassi che non guadagnano abbastanza per comprarsi l’assicurazione medica privata. Le modifiche incluse nel disegno di legge faranno perdere la copertura a 9 milioni di americani, molti dei quali risiedono in red states.

La maggioranza risicata dei repubblicani alla Camera ―220 vs 213― vuol dire che Johnson si poteva permettere solo di perdere 3 voti repubblicani. Al momento di scrivere l’approvazione del disegno di legge è avvenuta con un voto di 215 a 214. Al senato però la strada potrebbe essere in salita soprattutto per quanto riguarda i tagli al Medicaid. In questo senso il senatore Josh Hawley, repubblicano del Missouri, ha alzato la voce poiché nel suo Stato più del 20 percento dei cittadini beneficiano del Medicaid. Parlando quasi come un democratico, Hawley, in un’intervista alla Cnn, ha dichiarato che tagliare il Medicaid per pagare i tagli fiscali è “sbagliato moralmente ma anche un suicidio politico”.

Hawley non ha espresso riserve sull’impatto del disegno di legge al deficit che secondo il Congressional Budget Office, agenzia non partisan della Camera, aumenterebbe di 2500 miliardi di dollari aggravando anche il debito federale che raggiungerebbe 37 mila miliardi di dollari. Se queste cifre non sembrano preoccupare Trump e i repubblicani i mercati mandano chiari segnali. L’agenzia di rating Moody’s ha declassato il rating degli Usa da “Aaa” a “Aa1”, cambiando anche l’outlook economico da “stabile” a “negativo”. Il dollaro perde terreno, i mutui per i consumatori americani ne risentiranno, e i bond emessi dal governo Usa costeranno di più. Chi ne farà le spese per pagare i tagli fiscali agli ultra ricchi che non hanno bisogno di più soldi? I consumatori e ovviamente i bambini americani. Ma a Trump interessa poco il futuro. Per lui si tratta solo di vivere per il momento che per adesso non sembra essere promettente.




Cittadinanza negata: chi ha tradito gli italiani all’estero

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imagesCon la conversione in legge del Decreto 36/2025, migliaia di italiani nati all’estero stanno vedendo crollare le loro speranze di ottenere la cittadinanza italiana per discendenza. Non si tratta di una semplice “revisione normativa”, come qualcuno cerca di far credere, ma di una vera e propria chiusura nei confronti di chi, pur vivendo lontano, ha conservato nel cuore e nella vita il legame con l’Italia.

Il testo approvato dal Consiglio dei Ministri, pur con delle restrizioni, lasciava ancora alcuni margini di accesso. Ma tutto è cambiato durante i lavori in Commissione Affari Costituzionali del Senato, dove la Lega, con il pieno sostegno di Fratelli d’Italia, ha proposto e fatto approvare emendamenti che hanno reso la norma molto più dura e selettiva.

L’emendamento più discusso è il numero 1.8 (testo 2), firmato da cinque senatori della Lega. Questo intervento ha modificato in modo sostanziale l’articolo 3-bis della legge n. 91 del 1992, che regolava l’acquisizione della cittadinanza italiana iure sanguinis, cioè per discendenza.

In particolare, sono stati introdotti tre criteri nuovi e molto più rigidi:

  1. L’ascendente italiano (cioè il nonno o bisnonno) deve aver posseduto esclusivamente la cittadinanza italiana, senza mai averne acquisita un’altra o averla persa. Un cambiamento che esclude automaticamente milioni di discendenti, specialmente in America Latina, dove l’emigrazione italiana si accompagnava spesso all’acquisizione della cittadinanza locale per motivi pratici.
  2. Il genitore o adottante deve aver risieduto in Italia per almeno due anni continuativi, ma non in un momento qualsiasi della sua vita: questa residenza deve essere avvenuta dopo l’acquisizione della cittadinanza e prima della nascita o adozione del figlio. Un vincolo temporale estremamente restrittivo, che di fatto taglia fuori la stragrande maggioranza dei figli di italiani nati all’estero.
  3. Infine, è stata cancellata ogni possibilità alternativa, come la possibilità di presentare documentazione sostitutiva o dimostrare un legame forte con la cultura e la lingua italiana: ora o si rientra perfettamente nei nuovi criteri, oppure si è fuori.

È importante sottolineare che questi irrigidimenti non erano presenti nel testo originale del governo, ma sono stati introdotti proprio su spinta della Lega, che in aula ha difeso queste modifiche con convinzione. Fratelli d’Italia ha appoggiato ogni passaggio, senza proporre alcuna mediazione, confermando una linea politica che mira a restringere il concetto stesso di italianità.

Il risultato è un quadro desolante: chi è nato all’estero e ha un nonno italiano, magari ancora parla il dialetto di origine o partecipa alla vita delle associazioni italiane locali, si vede oggi escluso per cavilli burocratici e scelte politiche.

È un segnale pericoloso. Invece di rafforzare i legami con le comunità italiane nel mondo, si preferisce innalzare muri. Chi ha difeso queste norme dovrà ora spiegare agli italiani all’estero perché non sono più considerati abbastanza italiani per essere riconosciuti come tali.