Delitto di Chiara Poggi: la Caporetto della giustizia italiana

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chiara poggi 1 2Da qualsiasi angolazione la si osservi, l’intera vicenda, nei suoi 18 anni di misteri, appare macchiata da una serie inenarrabile di errori e scarsa professionalità. Dalle prime indagini, esempio magistrale di come non si debba operare sulla scena di un crimine (prove ignorate, reperti raccolti senza guanti, sangue calpestato dai carabinieri, testimonianze trascurate e perfino un gatto lasciato libero di girare per la scena del crimine), agli ultimi fatti, con un nuovo indagato e un avvocato, Angela Taccia, che non porta il suo assistito in procura (perché i termini previsti dal codice per la notifica dell’invito a comparire non sarebbero stati rispettati) e poi festeggia con un post da “leone da tastiera”, il delitto di Garlasco, tra i più agghiaccianti di sempre, sembra il frutto dell’immaginazione di uno scrittore di gialli. Ma il peggio potrebbe non essere ancora arrivato: se dovessimo scoprire che Alberto Stasi, condannato in via definitiva nel 2015 a 16 anni di carcere, è innocente, e che il nuovo indagato, Andrea Sempio, è colpevole, la farsa diventerebbe dramma

Diciotto anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, una nuova indagine, avviata dal procuratore di Pavia Fabio Napoleone (con l’aggiunto Stefano Civardi e le pm Valentina De Stefano e Giuliana Rizza), potrebbe riscrivere il finale di una vicenda che sembrava chiusa con la condanna di Alberto Stasi. Un’impronta (repertata già nel 2007, ma ritenuta “di nessuna utilità” dagli investigatori che effettuarono le prime indagini), rinvenuta accanto al cadavere di Chiara Poggi, collocherebbe Andrea Sempio (amico del fratello di Chiara) sulla scena del delitto. Come riportano autorevoli testate, chi ha deciso di riesaminarla è andato anche a rivedere un’informativa del 2020 nella quale si affermava che è logico-fattuale che quell’impronta appartenga all’assassino. A ciò va aggiunto un foglietto recuperato tra i rifiuti sul quale l’indagato avrebbe scritto una frase alquanto inquietante: “Ho fatto cose talmente brutte che nessuno può immaginare”. Che il colpevole sia Stasi, Sempio o qualcun altro, l’importante è che la verità, dopo 18 anni, venga finalmente a galla. Vittorio Feltri, da sempre convinto dell’innocenza di Stasi, attraverso Il Giornale d’Italia manda un messaggio ai genitori di Chiara: “Cari genitori, non vi accontentate del nome di Stasi. Ricercate il colpevole. Comprendo la voglia di chiudere i conti con il passato e provare a vivere la vita che resta dopo una figlia che ti muore in quel modo barbaro. Ma non ci si deve accontentare di un nome, si deve cercare il colpevole. C’è sfiducia, lo so bene: troppi delitti sono rimasti irrisolti in questo nostro Paese. Ma ci sono anche dei poveretti finiti in carcere per errori grossolani della giustizia”. Chi ha buon senso non può che essere d’accordo con il “Direttorissimo”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




Una legge contro l’altra Italia

cittadinanza per discendenza cambiano le regole

cittadinanza per discendenza cambiano le regoleEsiste un’altra Italia, viva, presente, partecipe. È l’Italia fuori dall’Italia, quella fatta da milioni di connazionali che vivono all’estero ma che non hanno mai smesso di sentirsi italiani.
Ed è proprio a loro che il recente decreto sulla cittadinanza volta le spalle, con un atto che sa di esclusione, di distacco, di discriminazione.

Il nostro giornale, ascoltando le voci degli italiani nel mondo, ha raccolto un giudizio unanime: rigetto, indignazione, dolore. Eppure, di fronte a questo “grido di dolore”, il Parlamento è rimasto sordo. Muto. Cieco. I rappresentanti eletti all’estero, con poche eccezioni, non hanno alzato la voce. Non hanno difeso chi li ha votati.
Solo il MAIE ha avuto il coraggio e la coerenza di opporsi, fin dalla prima bozza, a un provvedimento che taglia fuori un’intera parte del popolo italiano.

Oggi più che mai sentiamo la necessità di tornare a combattere per ciò che ci è stato tolto: il Ministero per gli Italiani nel Mondo, voluto da Mirko Tremaglia, soppresso con leggerezza e sostituito da un sottosegretariato che sa tanto di contentino, se non di punizione.

Forse perché gli italiani all’estero fanno paura? Forse perché dimostrano ogni giorno di amare la loro Patria e le loro radici più di molti che vivono nel Belpaese?
A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.




Nino Benvenuti, un eroe vero

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682c8f3faa771Stanotte è morto un pezzo della mia giovinezza. Nino Benvenuti non era soltanto un pugile, era un eroe nazionale. Un uomo che sapeva incarnare, dentro e fuori dal ring, l’eleganza, la fierezza, la generosità.

I dati sportivi si trovano ovunque: campione olimpico, campione mondiale dei pesi medi, protagonista di match leggendari contro Emile Griffith. Ma i numeri, da soli, non bastano a raccontare chi era Nino per noi.

Negli anni Sessanta non c’era la TV satellitare, né la diretta mondiale. I grandi incontri li ascoltavamo alla radio, nelle notti insonni dell’Italia sognante.

Ricordo ancora quella volta. Presi la mia radiolina, puntai la sveglia sulle 3 e mi rintanai sotto le coperte.

Paolo Valenti, con la sua voce inconfondibile, iniziò la radiocronaca dell’incontro con Griffith al Madison Square Garden di New York. Dopo pochi minuti si aprì la porta della mia cameretta: era mio padre. Entrò in silenzio, si sedette e restammo lì, uno accanto all’altro, incollati alle parole, alle emozioni, ai colpi che arrivavano da un mondo lontano.

Fu una notte di pugilato e di condivisione. E quella è l’immagine che conservo: Nino sul ring, io e mio padre abbracciati dal buio e dalla voce della radio.

Ma Benvenuti era molto di più di un atleta. Era un uomo giusto. Dopo aver affronato Griffith in alcuni dei match più intensi della storia, nacque tra i due una profonda amicizia. E quando Emile, ormai anziano e malato, cadde nell’oblio e nella povertà, fu proprio Nino ad occuparsi di lui, a sostenerlo, a ricordargli — e ricordarci — che la nobiltà del pugilato sta anche nell’abbraccio dopo il combattimento.

Oggi se ne va un uomo raro. Lo salutiamo con gratitudine, con affetto. E, almeno per chi come me ha vissuto quelle notti con il cuore in gola e la radiolina sul comodino, anche con un pizzico di malinconia.

Ciao, campione!




In missione dove? La senatrice La Marca e il grande tradimento agli italiani all’estero

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francesca la marca daticamera 20131Mentre il Senato approvava il famigerato Decreto Tajani sulla cittadinanza – un provvedimento che taglia diritti storici agli italiani nel mondo – solo uno dei tre senatori del Partito Democratico eletti all’estero ha avuto il coraggio di votare contro.

E gli altri due? La senatrice Francesca La Marca era “in missione”, ci dicono. Ma in missione dove, senatrice? Che impegno può mai essere più urgente del difendere i diritti fondamentali di quegli italiani all’estero che l’hanno eletta?

Di Crisanti nessuna traccia. Italia Viva? Solo tre voti contrari. Movimento 5 Stelle? Appena 16 su 26.

Una valanga di assenze strategiche, che hanno permesso a un decreto restrittivo e discriminatorio di passare con appena 81 voti favorevoli, in un’aula semivuota. Il provvedimento non è passato per merito della maggioranza, ma grazie all’assenza complice di chi avrebbe potuto fermarlo e ha preferito scomparire.

E mentre chi doveva esserci non c’era, il MAIE ha fatto il suo dovere. Presente, coerente, coraggioso. Ha votato contro, ha difeso gli italiani all’estero, ha portato avanti una battaglia vera. Senza sottrarsi, senza scuse, senza “missioni” improvvise.

Ora i soliti noti si affretteranno a giustificarsi, a parlare di “altre priorità”. Ma nessuno ci toglie dalla testa il sospetto che questa “missione” fosse più comoda del prendersi le proprie responsabilità davanti agli elettori.

Gli italiani all’estero meritano rispetto, non silenzi. E soprattutto, meritano rappresentanti presenti. Non fantasmi in missione.




Match Point in Vaticano: la diplomazia come gioco decisivo tra Kiev e Mosca”

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top 3 lac papa leone tennistaNel silenzio austero delle sale vaticane, si sta lentamente preparando un terreno di gioco inedito, quasi sacro. L’Ucraina, stremata da oltre due anni di guerra, insiste per un faccia a faccia tra Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin.

L’ultimo round negoziale a Istanbul ha rimesso in moto la speranza — mai del tutto spenta — che la fine del conflitto possa passare da un colloquio diretto tra i due leader. “Putin è l’unico che decide in Russia”, ha ricordato una fonte diplomatica ucraina all’Afp. E se è vero che solo lui può porre fine all’aggressione, allora Zelensky è pronto a giocarsi tutto in un confronto personale. Ma dove? E sotto quale arbitraggio?

Per comprendere il senso di questa dinamica, vale la pena ricorrere a una metafora sportiva: quella del tennis, uno sport che più di altri richiama il faccia a faccia, il rispetto delle regole, l’importanza dell’arbitro, e la necessità di un campo neutrale e definito.

Il match che non trova un campo

Come due tennisti professionisti pronti a giocare una finale destinata a entrare nei libri di storia, Kiev e Mosca si trovano però in una condizione surreale: non c’è ancora un campo dove disputare la partita diplomatica. Ogni tentativo di avviare trattative si è finora infranto contro il muro dell’intransigenza, del sospetto, o della propaganda. I mediatori proposti — dalla Turchia alla Cina, passando per la Svizzera — non hanno convinto pienamente entrambe le parti, né offerto le necessarie garanzie di neutralità o influenza.

E qui entra in scena un nuovo protagonista: Leone XIV . Egli continua ad appellarsi alla pace in ogni occasione pubblica, ma, soprattutto, ha dato segnali concreti di voler offrire la Santa Sede come spazio fisico e simbolico per un possibile dialogo.

Perché proprio il Vaticano? Perché, come nel tennis, serve un arbitro imparziale, capace di sedere in alto per avere una visione chiara dell’intero campo. Un arbitro che abbia conoscenza perfetta delle regole — morali e geopolitiche — e sia percepito come equidistante, anche quando richiama i giocatori per disturbi o violazioni.

Nel tennis, se un giocatore disturba involontariamente l’avversario — ad esempio facendo cadere una pallina dalla tasca — l’arbitro ferma il gioco e si rigioca il punto. Ma se il disturbo è deliberato, il punto è perso. Ecco il cuore della questione: troppe volte, negli ultimi anni, entrambi i giocatori hanno generato “disturbi”, alcuni forse involontari, altri chiaramente voluti.

La propaganda, la manipolazione delle informazioni, la violazione dei corridoi umanitari, l’uso di minacce nucleari, i bombardamenti su infrastrutture civili: questi non sono solo colpi fuori campo, sono vere e proprie scorrettezze che richiederebbero — per restare nella metafora — ammonimenti e perdita di punti.

Il Papa, oggi in ottima salute e nel pieno della sua funzione, può rappresentare quell’arbitro che osserva, interviene, richiama e — se necessario — sanziona moralmente. Il suo messaggio non è mai stato ambiguo: la guerra è una sconfitta per tutti. Ma finora, nessuno ha voluto davvero riconoscere la legittimità di questo arbitro. Troppo influente per alcuni, troppo morale per altri, troppo “occidentale” o “spirituale” per chi guarda solo a interessi materiali.

La Santa Sede come campo di gioco

Eppure, il Vaticano offre qualcosa che nessun altro luogo al mondo può dare: uno spazio simbolicamente neutrale, non compromesso da ambizioni economiche o militari. Un campo di gioco puro, dove l’unico obiettivo è la pace.

È importante sottolineare che nella storia recente, il Vaticano ha già ospitato trattative delicate: basti pensare al ruolo svolto nella riapertura dei rapporti tra Cuba e Stati Uniti

La diplomazia vaticana, silenziosa ma instancabile, lavora spesso lontano dai riflettori, ma è guidata da una logica che non si piega alle logiche del potere.

Oggi, l’Ucraina sembra pronta a entrare in questo campo. Sta servendo per iniziare lo scambio, aspettando che Mosca risponda. Putin, però, resta al fondo del campo, indeciso se impugnare la racchetta o abbandonare il match. E intanto, il pubblico mondiale attende, sospeso tra speranza e disillusione.

Conclusione: si gioca o si rinuncia?

La guerra è, in fondo, l’assenza di regole. È il momento in cui il campo si dissolve e i giocatori si colpiscono non con racchette ma con armi. Il tentativo ucraino di riportare tutto a un confronto regolato, mediato, arbitrato, è dunque un atto di razionalità e coraggio.

Se Zelensky e Putin dovessero davvero incontrarsi in Vaticano, sarebbe un punto di svolta. Non significherebbe la fine immediata della guerra, ma segnerebbe l’inizio di una nuova partita: quella della diplomazia, della parola, del compromesso.

E il Papa, alto sulla sua sedia arbitrale, avrebbe finalmente l’occasione di fare ciò che molti leader mondiali non sono riusciti — o non hanno voluto — fare: far rispettare le regole della convivenza umana.

Per ora, il campo è pronto. L’arbitro è salito in sedia. Aspettiamo i giocatori




Solo accettando di essere unici miglioreremo noi stessi

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imagesL’emulazione è un processo innato, comune anche agli animali. Tutti quanti, almeno una volta, abbiamo sentito il desiderio di assomigliare a chi idealizziamo. Ma che succede quando il modello scelto è il modello sbagliato? E quando il modello è irraggiungibile? Per scansare certi pericoli basterebbe rendersi conto di una cosa: nessuno può essere qualcun altro.

A tutti coloro che hanno un idolo e credono che imitando codesto idolo potranno raggiungere i suoi stessi risultati – buoni o cattivi che siano – dico, fin da subito, che possono risparmiarsi la fatica. Ognuno di noi è qualcosa di unico e non potrà mai, dico mai, essere qualcun altro. Anch’io ho avuto i miei idoli, da Paolo Valenti a Paolo Mieli passando per Paolo Del Debbio, ma non potrò mai essere nessuno di loro poiché non ho vissuto la mia giovinezza negli anni della seconda guerra mondiale come Paolo Valenti, non sono stato direttore né de La Stampa né del Corriere della Sera come Paolo Mieli e non ho il baccellierato in filosofia che invece ha ottenuto Paolo Del Debbio presso la Pontificia Università Urbaniana. Ognuno di noi è ciò che è in virtù della somma delle esperienze vissute. Credere di poter essere qualcun altro senza aver vissuto le sue esperienze, affrontato le sue sfide, sofferto i suoi dolori e gioito per i suoi successi è da folli. Per essere qualcun altro dovremmo aver vissuto la vita di quel qualcun altro, ma ciò è impossibile per vari motivi, non ultimo perché ogni vita è un percorso irripetibile. Come afferma Elisa Castellano, Psycology Writer per Grazia.it: “Se in una stanza con 5 persone succede qualcosa all’improvviso, noterete risposte e pensieri diversi su quello stesso evento”. Anche per questo, come possiamo credere di poter essere, davvero, qualcun altro? Dobbiamo accettare di essere unici e dobbiamo smetterla di imitare chi non siamo. I nostri idoli, tuttalpiù, possono essere dei modelli, degli esempi – si spera positivi – da seguire (strizzando l’occhio all’ambizione di diventare migliori di loro).




Caro passaporto… ma quanto mi costi…!

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31e5105b a0c7 4c5e b77b b695ced08282Lo sapevate che il passaporto italiano è il più costoso d’Europa?
Ben 116 euro per ottenerlo o rinnovarlo, sia che viviate in Italia, sia che siate residenti all’estero e vi rivolgiate al consolato.

Ecco il dettaglio:

  • 73,50 € per una marca da bollo

  • 42,50 € di contributo amministrativo

Un totale che fa impallidire i costi di altri Paesi europei:

  • Spagna: 30 €

  • Germania, Belgio, Portogallo: 65 €

  • Paesi Bassi: 78 €

  • Francia: 86 €

  • Regno Unito: 82,50 €

E per cosa paghiamo di più?
Per prenotazioni a mesi di distanza, file interminabili, servizi consolari spesso sovraccarichi e comunicazioni poco efficienti. Eppure la validità è la stessa ovunque: 10 anni.

È vero, ci sono Paesi nel mondo dove il passaporto costa di più (come Australia, Messico, Turchia), ma almeno offrono servizi moderni, accessibili e rapidi. In Italia, invece, resta un sistema opaco e lento, senza spiegazioni chiare sul perché di questi costi esorbitanti.

Agli italiani nel mondo diciamo: non è normale dover pagare più degli altri per ottenere lo stesso documento, con meno efficienza e maggiori disagi.

È ora di pretendere trasparenza, modernizzazione e rispetto per tutti i cittadini, ovunque si trovino.




Due pesi, due misure: a Las Terrenas qualcosa si muove, ma i conti non tornano

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desalojo 768x432Sembra muoversi qualcosa nella triste vicenda dell’incolpevole ristoratore italiano il cui locale è stato completamente distrutto nei giorni scorsi durante lo sgombero forzato di una famiglia dominicana a Las Terrenas.

In giornata, il sindaco gli ha comunicato a sua intenzione di acquistare i circa 500 metri di cavo elettrico necessari per portare la corrente alla casa in costruzione dove l’imprenditore italiano, insieme alla moglie, si è precariamente rifugiato. Il primo cittadino ha anche offerto alla coppia un alloggio provvisorio in un appartamento, ma l’offerta è stata declinata con cortesia: i due hanno preferito rimanere nella loro abitazione, seppur ancora incompleta.

Un segnale di attenzione, certo. Ma che non basta a cancellare la domanda fondamentale: chi gli risarcirà i danni? Chi si assumerà la responsabilità di aver distrutto, senza preavviso, un’attività commerciale regolarmente operante?

Perché, al netto delle promesse e delle buone intenzioni, resta un principio che dovrebbe valere ovunque, anche a Las Terrenas: chi rompe, paga!

Non si tratta di chiedere favoritismi, né di pretendere trattamenti di favore. Si tratta solo di giustizia, quella vera. E di rispetto per chi ha costruito qualcosa con impegno e tanta fatica, nel rispetto delle regole, senza alzare la voce o incendiare la strada.

Far pagare i responsabili, colpirli nel portafogli, deve servire da esempio affinché simili episodi non abbiano più a ripetersi — né a danno di cittadini dominicani, né tantomeno di stranieri che hanno scelto questo Paese per viverci, investire e contribuire al suo sviluppo.




Due pesi, due misure: un alloggio ai dominicani, promesse all’italiano

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desalojo 768x432A Las Terrenas, ridente cittadina turistica della Repubblica Dominicana, pochi giorni fa, una famiglia dominicana è stata sfrattata dopo una sentenza divenuta definitiva. La polizia è intervenuta in modo deciso, e quella famiglia si è ritrovata improvvisamente a dormire sulla spiaggia. Due notti all’addiaccio, sotto le stelle.

L’indignazione popolare non si è fatta attendere: barricate, copertoni incendiati, vetri rotti, blocchi stradali e interruzioni dell’energia elettrica. Un’escalation di disordini che ha costretto le autorità ad agire rapidamente. Il Comune e la Governazione provinciale hanno affittato un appartamento per la famiglia rifornendolo di tutto il necessario, e il governo ha promesso la costruzione di una nuova casa, a spese dello Stato, su un terreno da individuare.

Eppure, su quel terreno oggetto dello sfratto, c’era anche il ristorante di un cittadino italiano. Nessuno lo aveva avvertito. Nessuno gli aveva notificato nulla. Sono arrivate le ruspe, i poliziotti, e in poche ore il suo lavoro è stato cancellato.

Non ha fatto barricate, non ha incendiato nulla, non ha bloccato la strada. Ha cercato rifugio in una casa in costruzione e ha chiesto, con educazione, che gli venisse installato un contatore della luce per poter almeno ripartire.

Solo in un secondo momento, dopo che la sua storia ha iniziato a circolare, sembrerebbe che gli siano state fatte delle promesse. E per domani è stata annunciata una riunione. Ma questo non cambia la sostanza dei fatti: ai dominicani, un alloggio immediato e la certezza di una casa; all’italiano, per ora, solo parole.

La comunità italiana di Las Terrenas non merita questo trattamento. Ha contribuito in modo decisivo allo sviluppo della cittadina, ha creato impresa, lavoro, pagato le tasse. Ma a quanto pare, chi agisce con civiltà viene spesso lasciato indietro. Perché?

Non si tratta di nazionalità, ma di principio. La legge dovrebbe valere per tutti. E i diritti — anche quelli di chi non grida, non vandalizza, non minaccia — dovrebbero essere tutelati con la stessa urgenza. Perché il silenzio non è colpa, e la civiltà non può diventare un handicap.

 




Robert Francis Prevost – Leone XIV, “In illo uno unum”

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gqcyha6woaeb3hk 1024x576Il virgolettato è il motto alla base dello stemma pontificio di papa Leone XIV sottostante un giglio ed un cuore trafitto su un libro chiuso ,figure, queste, divise diagonalmente. Il giglio richiama la figura della madonna (ha recitato l’Ave Maria al suo primo contatto con i fedeli) , il cuore trafitto è un “logo” che richiama la conversione di S. Agostino. Leone XIV ha dichiarato subito la sua appartenenza all’Ordine degli agostiniani, come lui agostiniani furono Santa Rita da Cascia, Mendel, Lutero tanto per citare i più famosi; gli agostiniani sono un ordine religioso monastico molto impegnato in attività missionarie e caritatevoli.
Il nome Leone scelto da Prevost viene collegato a papa Leone XIII ricordato per la sua enciclica “Rerum novarum” ( riferimento al mondo del lavoro) quindi intendendo una sensibilità ai temi sociali sicuramente verosimile , usata anche come pretesto (a mio parere) ad indicare continuità con la politica sociale di papa Francesco. Papa Leone XIII è anche ricordato dagli agostiniani come loro salvatore quando intercedette in un momento di grande difficoltà a loro favore salvandoli, di lì la grande considerazione per questo papa.
Ma Leone I (Magno) credo abbia ispirato il nuovo papa, il papa che fermò Attila e salvò Roma , in questo lo si può idealmente collegare a papa Ratzinger ( con cui Prevost collaborò) che si è speso fino alla fine per arginare il nascente ateismo e difeso la tradizione dalle derive “moderniste” in modo premonitorio. In effetti qualcosa di stravolgente è avvenuto con Bergoglio , il processo di “evaporazione” del cattolicesimo ha trovato in papa Francesco, per alcuni, il pericoloso protagonista. Un altro papa Leone degno di nota fu il papa Medici, Leone X , il papa delle indulgenze ,da un alto , della scomunica di Lutero, dall’altro. A tal proposito (scismi) Prevost ha scongiurato con la sua opera mediatrice (straordinaria) uno scisma ad opera dei vescovi tedeschi che volevano introdurre ,fra l’altro, il sacerdozio femminile, tutto finì nel nulla :questo la dice lunga sulle qualità diplomatiche dell’uomo.
Il motto “in illo uno unum” che campeggia nello stemma papale significa il riconoscersi in Cristo completamente ” in colui che è Uno, siamo uno”, essenza del cattolicesimo , qui c’è un chiaro richiamo alla tradizione e qui c’è la discontinuità con i gesuiti.
Tutti si aspettavano papa Parolin potente segretario di stato ma la sua gestione delle nomine vescovili in Cina, subordinate al gradimento dei cinesi , non reclamate da Parolin hanno adombrato la figura dello stesso . Inoltre l’attività sanzionatoria nei confronti degli alti prelati responsabili di pedofilia hanno visto Parolin agire non con la dovuta fermezza ,in più “assoluzioni” mirate nei confronti di “amici” minando irrimediabilmente la sua figura e conseguentemente l’eleggibilità a sommo pontefice.
Le premesse di un buon pontificato ci sono tutte, diamo un credito di credibilità a Prevost , attendiamo i fatti.