L’ “Open Day” alla Cancelleria italiana in Svezia

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esterno 3 300x200Un annuncio dell’Ambasciata d’Italia a Stoccolma, apparso di recente su alcuni siti informativi delle nostre collettività all’estero, ha attirato la nostra attenzione, e, più precisamente, l’attenzione di molti connazionali residenti in Svizzera e la mia personale.

La Rappresentanza italiana in Svezia ha infatti annunciato un ”open day”, ovvero l’apertura straordinaria della cancelleria consolare, prevista per lo scorso 17 aprile, dedicata al rilascio dei passaporti per i connazionali residenti in quel Paese.

Non sappiamo, a dire il vero, quali siano i problemi della collettività italiana in Svezia, ma è probabile che le difficoltà nei rapporti con l’ufficio consolare non siano diverse da quelle che si riscontrano in Svizzera, dove gli umori dei connazionali tendono ormai verso la rassegnazione. Oggi, come ieri, le difficoltà di accesso ai Consolati sono più o meno la norma, così come lo sono i lunghi tempi di attesa, e l’impossibilità, o, comunque, la difficoltà di parlare al telefono con un funzionario competente. A ciò si aggiunga la frustrazione per le complesse procedure digitali di pre-registrazione e prenotazione degli appuntamenti, elaborate, queste ultime, da menti davvero sagaci e gagliarde.

Ecco, quindi, che lo spunto a intervenire ci viene offerto dall’accennato ”open day” svedese, una apertura straordinaria degli uffici, a quanto sembra, di capire, a beneficio dei connazionali. Sia detto però senza ironia, ma viene da domandarsi cosa facciano impiegati e funzionari nei giorni di non apertura degli uffici al pubblico. Praticano il ”closed day”?

Per altro, i connazionali residenti in Svezia sembrano essere relativamente pochi e non riusciamo perciò a capire il perché di operazioni straordinarie, quando sarebbe possibile, nel nostro umile avviso, ricevere tutti gli utenti che lo desiderino, durante i giorni lavorativi, dal lunedì al sabato- come già avveniva, del resto, nei decenni passati.

Non occorre peraltro un grande acume per accorgersi che i dati richiesti ai cittadini, per la prenotazione di un appuntamento presso la cancelleria consolare,  sono già in possesso dell’ufficio, che tiene infatti il registro Aire dei connazionali residenti.

Riteniamo di fare cosa opportuna, ricordando, a mo’ di utile paragone, che a Zurigo, nel quinquennio 2015-2020, era possibile accedere agli uffici del consolato generale senza prenotazione e senza sbarramenti di sorta. Le liste di attesa erano allora sconosciute. Stiamo parlando, come è facile capire, dell’altro ieri, non di una epoca remota.

Poi, però, il Ministero degli esteri, d’intesa coi sindacati, ha posto fine a quella felice esperienza.  Impiegati e dirigenti si sono quindi asserragliati dentro i loro uffici lesinando di fatto i servizi ai cittadini.  Si è trattato per altro di un fenomeno pressoché generale, che ha investito più o meno tutti gli uffici consolari. La causa, si dice, è stata l’epidemia di Covid, ma dopo la fine della pandemia il servizio consolare è perfino peggiorato.




Controcorrente: Bergoglio-Imbroglio

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9uo33ctbe 600x600 1Fa specie vedere così tanti personaggi ai funerali di papa Francesco che bofonchiano parole di cordoglio false come l’oro del Giappone.
Personalmente ho sempre avuto un atteggiamento di grande sospetto su Bergoglio , la sua storia è molto controversa, il suo ruolo ai tempi della dittatura Videla getta ombre sul suo passato mai definitivamente fugate. Di Bergoglio un episodio a me è rimasto impresso indelebilmente: il baciamano ai componenti della famiglia Rockfeller (lo potete vedere su you tube) noti esponenti ebrei askenaziti che indicano una inedita “soggezione” verso i potenti del mondo con tutte le deduzioni del caso. Andatelo a vedere, merita!
Ma la cosa più eclatante è il falso storico di un papa che non ha ricevuto mai, e sottolineo mai il MONUS PETRINUM ovvero la chiave d’oro simbolo del Vaticano che rappresenta il potere spirituale ovvero la forza dello SPIRITO SANTO che lo rende custode ufficiale della fede, ha tuttalpiù ricevuto il POTERE TEMPORALE ma non quello spirituale. Questo è tutto ufficiale, tanto che Ratzinger non ha mai rinuncia to al “munus” ,si presentava sempre vestito di bianco (da papa) e si firmava Benedetto XVI.
Dei 136 cardinali che hanno diritto a voto in Conclave ben 108 sono stati nominati da Bergoglio, fra l’altro non ha nominato cardinali ,quindi senza diritto al voto, vescovi di Parigi, Venezia, Palermo , Milano ed invece ha nominato cardinali vescovi esotici di comunità cattoliche di 1200 persone, etc etc
Verrebbe da gridare alla grande truffa architettata dai nemici storici giurati del cristianesimo e del cattolicesimo (quelli del baciamano padroni del potere finanziario mondiale) perpetrata dal sicario modernista con l’intento di resettare l’umanità attraverso il meticciato, la perdita di identità nazionale, di genere, l’indebolimento fisico e mentale attraverso interventi medici programmati contro presunte epidemie, la bufala del cambiamento climatico etc etc.
Qualcosa sta cambiando , vedremo se anche in Vaticano la deriva della parabola occidentale verrà arginata, speriamo tutti che sia così, chi crede preghi , ce n’è grande bisogno.



25 aprile 1945: quel giorno di Libertà e Rinascita

25aprile

25aprileIl 25 aprile 1945 non è una data come le altre: è il giorno in cui l’Italia si scrolla di dosso il peso dell’occupazione nazifascista e sceglie la libertà. In molte città del Nord, tra cui Milano e Torino, le forze partigiane danno il via all’insurrezione generale, mettendo in fuga i tedeschi e rovesciando le autorità fasciste. La fine della guerra è vicina, ma quel giorno segna già una svolta storica: è l’inizio di una nuova era per il nostro Paese.

venticinque aprile portadaLa Liberazione non fu un evento improvviso, ma il frutto di una lunga e dolorosa lotta condotta da uomini e donne che, spesso a costo della vita, scelsero da che parte stare. Partigiani, operai, studenti, contadini, sacerdoti: un popolo intero si rialzò contro l’oppressione, con il coraggio della disperazione e la forza della speranza.

Per me, il 25 aprile ha anche il volto di mio padre. Partigiano sulle montagne della Valsessera, quel giorno lasciò il rifugio tra i boschi per tornare a Gattinara. Scese con il cuore pieno di emozione, sapendo che la lotta era finita. Ad attenderlo c’era Giannina, la sua fidanzata. Si abbracciarono stretti, come chi si ritrova dopo essersi perso nella tempesta. Si sposarono l’anno dopo. Da quel giorno, il 25 aprile è diventato per la mia famiglia una seconda nascita, un simbolo di amore ritrovato e di futuro riconquistato.

 

foto dal web




Le minacce di Trump alle università: Harvard resiste

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harvard university“Le università sono il nemico”. Lo ha detto J.D. Vance in un discorso alla National Conservative Conference nel 2019 quando l’attuale vice presidente era senatore dell’Ohio. In quell’occasione Vance lodò anche la saggezza di Richard Nixon che aveva anche lui attaccato “i professori come i nemici”. Nixon nel 1972 era arrabbiatissimo con il mondo accademico per le manifestazioni contro la guerra del Viet Nam. Per vendicarsi l’allora presidente ordinò al personale dell’Office of Budget and Management di tagliare i fondi al Massachusetts Institute of Technology (MIT), uno degli atenei più prestigiosi in America, che però non furono messi in pratica.

Nixon fu un dilettante in comparazione agli attacchi sferrati dal presidente attuale alle università. Donald Trump ha minacciato di tagliare i fondi del governo a quelle università che non seguiranno le sue direttive di smantellare quello che lui vede antisemitismo nel mondo accademico. Inoltre ha insistito che gli atenei devono modificare le loro assunzioni e cambiare i loro programmi per riflettere valori che lui considera appropriati.

Alcune università minacciate da Trump, come la Columbia University di New York, si sono piegate e hanno promesso di accedere ai desideri del presidente per non perdere milioni di dollari dal governo federale. La Columbia ha accettato la maggioranza delle richieste incluso il bando all’uso della maschere nel campus, concedere il potere alle forze di sicurezza di rimuovere o arrestare studenti e modificare il dipartimento di Studi del Medio Oriente che era stato fonte di proteste a favore della causa palestinese.

Harvard University invece ha preso la strada della resistenza a Trump reiterando legittimamente la sua libertà di gestire i suoi programmi secondo i principi tradizionali della libertà di espressione storica del mondo accademico. In una lettera pubblica, il rettore di Harvard, Alan M. Garber, ha ribadito l’autonomia e indipendenza della cultura e dell’Università. Garber ha continuato sostenendo che l’Università non rinuncerà alla propria indipendenza né rinuncerà ai propri diritti costituzionali. Continuerà a mantenere i valori come istituzione privata dedita alla ricerca, alla produzione e alla diffusione della conoscenza.

La posizione di Harvard è ammirevole anche se alcuni critici hanno rilevato che l’ateneo, con un patrimonio di 53 miliardi di dollari, potrebbe permettersi la perdita dei 2 miliardi minacciati da Trump. Ci sarebbero però altri pericoli per l’università poiché Trump ha minacciato di revocare lo status fiscale di ente no profit e limitare il visto a studenti stranieri. Lo status fiscale sarebbe sfidato legalmente ma quello dei visti agli studenti stranieri, il 27 percento degli studenti di Harvard, sarebbe difficile da mitigare. Inoltre la minaccia potrebbe fare cambiare idea a studenti stranieri di venire a studiare in America non solo a Harvard ma anche in altre università del Paese. Da rilevare che gli studenti stranieri sono anche un business per le università americane poiché pagano la totalità delle rette che a Harvard si avvicinano a 60 mila dollari annui. Il costo delle università in America è alto ma anche qui Harvard ha recentemente dimostrato una buona dose di sensibilità offrendo di coprire rette e altre spese agli studenti le cui famiglie hanno redditi inferiori a 200 mila dollari annui.

La reazione di Harvard è importante per molte ragioni. A cominciare dal fatto che l’ateneo si trova nei ranking mondiali fra i primi cinque. In effetti quando si dice Harvard si pensa alle conoscenze dell’università per eccellenza. Non sorprende dunque che la presa di posizione di Harvard sia stata adottata anche da quasi 200 altre università che hanno firmato una lettera rilasciata dalla American Association of Colleges and Universities. La missiva, firmata dai rispettivi rettori, obietta “l’interferenza senza precedenti” del governo di Trump nella libertà degli atenei di svolgere le loro tradizionali attività.

Le minacce di Trump funzionano quando lui riesce ad incutere la paura. Poi quando si scontrano con muri il 47esimo presidente si trova spesso costretto a fare marcia indietro com’è avvenuto con i dazi e la minaccia di licenziare Jerome Powell, il presidente della Federal Reserve. L’annuncio dei dazi ha causato i mercati borsistici a crollare e sollevare la paura di una possibile recessione. Proprio in questi giorni Trump ha fatto marcia indietro suggerendo che per ora Powell terrà il suo posto e che ridurrà i dazi alla Cina. Le minacce di Trump quando generano resistenza alla fine ci rivelano le debolezze dell’uomo ma soprattutto il fatto che negoziare con lui ha poco valore perché con ogni probabilità cambierà idea. L’inaffidabilità del presidente crea insicurezza non solo nel mondo accademico ma anche nell’economia e mina anche la stabilità mondiale, suggerendo che la leadership americana è una cosa del passato.




La Chiesa e le sfide della legittimità papale: il caso delle teorie complottiste post-Francesco

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portrait of pope francis (2021) fxd (removed figure)La recente morte di Papa Francesco – evento che segna la fine di un pontificato durato oltre un decennio – ha acceso nuovamente i riflettori su alcune voci critiche e marginali, ma persistenti, all’interno del mondo ecclesiale e mediatico. Tra queste, emerge con forza il post di un noto giornalista che, a poche ore dal decesso del pontefice, ha ribadito la propria convinzione secondo cui il prossimo conclave dovrebbe essere ristretto ai soli cardinali creati prima del 2013, ovvero durante il pontificato di Benedetto XVI. L’implicita – e in certi punti esplicita – affermazione è che l’elezione di Francesco fosse nulla e, conseguentemente, che i cardinali da lui creati non siano legittimati a eleggere il futuro pontefice. In caso contrario, sostiene, si avrà un “altro Antipapa”.

Una simile posizione, pur rimanendo minoritaria, solleva interrogativi cruciali sull’unità della Chiesa, la credibilità delle sue istituzioni e la necessità di una presa di posizione chiara da parte della gerarchia ecclesiastica.

Chi oggi parla di “antipapa” per riferirsi a Papa Francesco (o a chi eventualmente gli succederà) si pone al di fuori della comunione ecclesiale, non tanto per l’opinione in sé – che può essere discussa, studiata, perfino criticata nei suoi presupposti – quanto per la pretesa di sostituirsi all’autorità della Chiesa stessa nel discernimento sulla validità dell’elezione pontificia.

La narrazione di un’elezione invalida ha accompagnato tutto il pontificato di Papa Francesco. Si tratta di un racconto spesso alimentato da ambienti tradizionalisti o ultraconservatori, che vedono in Jorge Mario Bergoglio un “riformatore pericoloso”, accusato di minare la dottrina o di relativizzare i principi morali. Tali critiche, pur potendo contenere elementi di dibattito teologico o pastorale, degenerano però in teorie del complotto quando mettono in dubbio la validità dell’elezione stessa o quando affermano che Benedetto XVI non abbia mai realmente abdicato.

Queste posizioni si sono radicalizzate con il passare del tempo, rafforzate dalla comunicazione polarizzante dei social media e da un certo sensazionalismo giornalistico. Il caso citato del giornalista che, alla morte di Francesco, rilancia l’idea di un conclave ristretto ai cardinali pre-2013, non è che l’ultimo tassello di questa deriva ideologica.

Di fronte a questi fenomeni, sorge spontanea una domanda: non è giunto il momento che la Chiesa prenda una posizione chiara, decisa e pubblica?

Non si tratta tanto di entrare nel merito delle opinioni personali di giornalisti o blogger, quanto piuttosto di tutelare l’unità del Corpo ecclesiale. Le insinuazioni sulla nullità di un’intera elezione papale (e per estensione dell’intero pontificato) costituiscono una ferita per la comunione ecclesiale, alimentano lo scisma de facto e pongono in discussione l’azione dello Spirito Santo nel conclave.

Una possibile risposta potrebbe arrivare da una dichiarazione formale della Congregazione per la Dottrina della Fede o della Segreteria di Stato, che riaffermi pubblicamente la validità dell’elezione di Francesco nel 2013, la legittimità dei cardinali da lui nominati, e la piena continuità dell’autorità pontificia. Si potrebbe anche valutare l’opportunità di chiarimenti canonici volti a contrastare l’uso improprio della categoria di “antipapa”.

La Chiesa non può permettersi, soprattutto in un momento di passaggio come quello che segue la morte di un pontefice, di presentarsi al mondo divisa, frammentata, lacerata da tensioni interne. Le divisioni dottrinali, pastorali o liturgiche sono inevitabili in una realtà viva e complessa come la Chiesa cattolica. Ma devono essere affrontate nel rispetto delle regole, della gerarchia e dell’unità ecclesiale.

Il Concilio Vaticano II ci ricorda che il Papa è “principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli” (Lumen Gentium, 23). Minarne la legittimità equivale a scardinare questa unità. La storia ci insegna che anche nei momenti più difficili – basti pensare al Grande Scisma d’Occidente – la Chiesa ha saputo trovare, faticosamente, la via della riconciliazione e della chiarezza.

Infine, un appello va rivolto anche al mondo dell’informazione. I giornalisti che si occupano di temi religiosi hanno una grande responsabilità. Alimentare dubbi infondati sulla validità di un Papa, soprattutto in momenti delicati, significa destabilizzare i fedeli, creare confusione e danneggiare la credibilità della Chiesa.

La libertà di stampa è sacra, ma va esercitata con senso critico e rispetto per la verità. Chi utilizza i microfoni e le tastiere per portare avanti teorie personali, spacciandole per verità assolute, tradisce la deontologia e rischia di fare molto male non solo alla Chiesa, ma anche al tessuto sociale e spirituale dei fedeli.




Una “boiata pazzesca”: la nota di Soliman e il fantasma della cittadinanza di massa

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csm def k28 eb1f98c858 1C’è una nota, firmata dal Capo dell’Ufficio Legislativo Stefano Soliman, datata 28 marzo 2025, che ha tutte le caratteristiche del paradosso amministrativo trasformato in documento ufficiale. Confessiamolo: quando l’abbiamo letta, la prima reazione è stata incredulità. Abbiamo pensato fosse un fake. E invece no. È tutto vero, protocollato, timbrato, inviato.

In quella nota — indirizzata al Capo del Dipartimento per gli Affari Giuridici e Legislativi — Soliman afferma, in sostanza, che il numero crescente di cittadini italiani potenziali, in particolare quelli nati all’estero e discendenti da italiani, rappresenta un “fattore di rischio serio e attuale per la sicurezza nazionale”. Sì, avete letto bene. Non un problema organizzativo da gestire, non una sfida amministrativa da affrontare con mezzi adeguati, ma un pericolo per la sicurezza del Paese.

Secondo Soliman, questa “minaccia” sarebbe tale da coinvolgere addirittura l’intera Unione Europea, poiché — essendo l’Italia parte dell’area Schengen — l’acquisizione della cittadinanza italiana da parte dei discendenti all’estero implicherebbe automaticamente l’accesso all’intero spazio europeo. Ecco servita la paranoia geopolitica in salsa burocratica.

Il contesto è quello del nuovo decreto sulla cittadinanza, che vorrebbe restringere il riconoscimento solo ai nipoti, escludendo così i bisnipoti e le generazioni successive, considerate un’orda incombente da tenere fuori prima che sia troppo tardi. Una stretta pensata per scongiurare “l’eccezionale ed incontrollato afflusso di domande”, che — secondo Soliman — metterebbe in ginocchio gli uffici consolari, i comuni e perfino gli uffici giudiziari. Come se non esistessero strumenti per gestire digitalmente, con razionalità e serietà, un processo che è diritto, non favore.

A leggere questa nota viene in mente una storica frase di Paolo Villaggio nei panni del ragionier Fantozzi: “è una boiata pazzesca!”. Perché questo è. Un documento che trasuda timore eccessivo, paternalismo istituzionale e, peggio ancora, una visione miope e retrograda del concetto di cittadinanza.

Si sta dimenticando che quei “discendenti pericolosi” sono persone con legami familiari profondi con l’Italia, con affetto autentico per le proprie radici, che studiano l’italiano, viaggiano per conoscere i paesi d’origine, creano ponti culturali e commerciali. E mentre si parla di “minaccia alla sicurezza”, ci si dimentica del contributo potenziale di milioni di cittadini italo-discendenti che vivono all’estero che potrebbero rafforzare, non indebolire, l’immagine dell’Italia nel mondo.

Se le istituzioni italiane vogliono veramente salvaguardare la funzionalità degli uffici pubblici, comincino con l’assumere personale, investire nella digitalizzazione e, soprattutto, cambiare mentalità.
Il vero pericolo per l’Italia non è chi chiede di essere riconosciuto cittadino, ma chi vuole costruire muri attorno all’identità italiana.

 




Sanità AIRE: stanno facendo i conti senza l’oste

cura e prevenzione le regioni messe peggio in italia

cura e prevenzione le regioni messe peggio in italiaStanno facendo i conti senza l’oste. Se gli giravano i neuroni come una slot machine al solo pensiero dei milioni e milioni di euro che i 6 milioni di italiani all’estero iscritti all’Aire avrebbero apportato alle casse dello Stato pagando 2 mila euro ciascuno per garantirsi la sanità in Italia, si sbagliano di grosso.

Chi, tra coloro che campano con un lavoro dipendente, scrivevamo ieri, può pagare questa cifra?

Chi vive negli Stati Uniti, in Canada, in Australia o in Sudafrica probabilmente si, ma costoro già hanno una assicurazione nei Paesi di residenza dove la sanità in certi casi è anche migliore di quella italiana. Quindi la cosa non gli interessa.

Gli altri, penso ai milioni di connazionali del Sudamerica, che sono la parte più corposa della nostra emigrazione, non possono assolutamente permettersi di privarsi di 2 mila euro all’anno, una somma che alcuni non avvicinano neppure in dodici mesi di lavoro, e penso a quelli del Venezuela, ad esempio.

E, nella necessità di farsi curare in Italia, cosa potrebbero fare? Semplice, riprendere la residenza nel nostro Paese domiciliandosi magari da qualche parente o amico compiacente e cancellandosi dall’AIRE.

In sostanza, cari onorevoli Di Giuseppe e Di Sanzo che proponete questa assurdità, un autentico boomerang o, come direbbero gli ispanici, “un tiro que se le salió de la culata”.




Chi ha soldi vive, chi non li ha crepa: la nuova sanità secondo i nostri deputati

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imagesIn che mondo vive l’ Onorevole Di Giuseppe? La proposta di legge che prevede un contributo annuale di 2.000 euro per l’accesso all’assistenza sanitaria in Italia per i cittadini italiani residenti all’estero iscritti all’AIRE è un insulto alla realtà di molti connazionali.​

Negli Stati Uniti, dove risiede il proponente, uno stipendio medio mensile di un italiano AIRE che lavora come operaio supera i 5.000 dollari netti . In Argentina, invece, lo stipendio medio mensile è di circa 474,76 dollari . In Colombia, il salario medio mensile è di circa 782,57 dollari . In Venezuela, il salario minimo mensile è di circa 130 bolívares, equivalenti a poco più di 3 dollari .​

Questa proposta crea una discriminazione basata sulla capacità economica, favorendo i più abbienti e penalizzando i meno fortunati. Invece di promuovere l’inclusione e la solidarietà, si rischia di escludere una parte significativa della diaspora italiana dall’accesso a diritti fondamentali.​

È, invece, assolutamente necessario che i rappresentanti politici considerino le diverse realtà economiche dei cittadini italiani all’estero e promuovano politiche che garantiscano equità e accesso universale ai servizi essenziali. La salute è un diritto imprescindibile che non dovrebbe essere subordinato alla capacità di pagamento.​




La Corte Suprema bacchetta Trump leggermente: il caso di Abrego García

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images“Come potrei contrabbandare un terrorista negli Stati Uniti?” “Non ne ho il potere”. Questa la reazione del presidente salvadoregno Nayib Bukele rispondendo a Kaitlin Collins della Cnn in un incontro alla Casa Bianca. La domanda si riferiva a Kilmar Abrego García che l’amministrazione di Donald Trump aveva fatto arrestare nel mese di marzo e deportato con altri 200 migranti nell’orribile carcere Cecot (Centro de Confinamiento del Terrorismo) in El Salvador.

L’amministrazione Trump ha però ammesso che Abrego Garcia è stato arrestato e deportato per “errore amministrativo”. Inoltre, un’analisi del New York Times ha rilevato che il 90 percento dei 300 individui trasportati a Cetot non aveva commesso nessun reato. Tutto è stato basato sulle accuse degli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice), l’agenzia statunitense per il controllo delle frontiere e l’immigrazione.

Dopo l’arresto di Abrego García i suoi legali hanno esposto denuncia e poco a poco la giudice distrettuale Paula Xinis del Maryland ha concluso che l’amministrazione aveva negato i diritti del migrante. Ha quindi dato l’ordine che Abrego Venga deve essere riportato negli Usa dove lui aveva ottenuto residenza legale nel 2019, dopo otto anni di residenza temporanea come rifugiato. García è anche sposato con una cittadina americana. Il giorno del suo arresto Garcia era andato a prendere il suo figlio di 5 anni alla scuola.

L’amministrazione Trump aveva fatto ricorso alla Corte di Appello la quale ha confermato la decisione della giudice Xinis. Un ulteriore ricorso alla Corte Suprema che ha accettato il caso decidendo con un voto di 9-0 che l’amministrazione deve “facilitare” il ritorno di Garcia negli Usa. La Corte Suprema ha anche detto che il giudice non deve interferire nella condotta degli affari esteri dell’esecutivo ma anche che i migranti hanno diritto ad avere i loro casi presentati a un giudice di immigrazione prima di essere deportati.

Il linguaggio della Corte Suprema di “facilitare” è ambiguo e i rappresentanti di Trump lo hanno interpretato con poco entusiasmo, ossia senza nessuna intenzione di riportare García negli Usa. All’incontro della Casa Bianca, Matt Bondi, il ministro di Giustizia, ha dichiarato che non possono fare niente poiché la decisione spetta a Bukele. Questi ovviamente obbedirebbe alle autorità americane anche per non mettere in pericolo il contratto con gli Usa di milioni dollari annui per incarcerare migranti che Trump fa inviare in El Salvador. La Bondi ha dichiarato che se Bukele vuole rilasciare Garcia gli Usa potrebbero fornire un aereo per riportarlo negli Usa.

L’amministrazione Trump sta dando tutti i segnali di non rispettare i diritti civili dei migranti e anche di studenti stranieri. Coma abbiamo già scritto in queste pagine non pochi studenti che hanno partecipato in manifestazioni per la causa palestinese hanno perso il loro visto ed alcuni sono stati arrestati e si trovano detenuti in Louisiana.

Le udienze nel tribunale di Maryland con la giudice Xinis sono state riprese. La giudice ha dato chiare indicazioni ai rappresentanti di Trump che intende procedere in modo sollecito e che non tollererà “scherzi”, minacciando i legali di Trump persino “contempt of the court”, oltraggio alla corte. Ciò vuol dire che i rappresentanti di Trump nelle udienze e altri che saranno interpellati a testimoniare sotto giuramento potrebbero essere soggetti a multe o persino carcere. La Xinis, in effetti, sta facendo sul serio. Fa anche sul serio il giudice federale di Washington D. C. James Boasberg che ha minacciato anche lui l’amministrazione Trump di oltraggio alla Corte per non avere dimostrato di dare l’opportunità a centinaia di migranti venezuelani di sfidare legalmente la loro deportazione.

Fa bene perché al di là della protezione dei diritti civili di García, residente legale negli Usa, potrebbe arginare le sfide di Trump e i suoi collaboratori al sistema giudiziario. Il 47esimo presidente, infatti, ha ammesso che deportare cittadini americani alle carceri dell’El Salvador potrebbe divenire possibile. Ciò dovrebbe fare rabbrividire tutti gli americani. Rina Gandhi, una dei legali di García ha colto molto bene la tragica situazione che va oltre il suo assistito. Parlando davanti ai giornalisti ha detto che questo caso verte sulla rimozione illegale, ammessa anche dal governo, dal Paese di un individuo dalla sua casa, dalla sua famiglia” e disobbedienza anche alla Corte Suprema di correggere l’illegalità commessa. Se Trump la fa franca nel caso di García si tratterà di una sconfitta per tutti gli americani e causerà la mancanza di fiducia nel sistema costituzionale americano.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.




Disperazione America, Donald alle corde

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trump dolar estados unidos 750x375Difficile ricordare un momento di debolezza come questo per gli americani, ora tutti i nodi stanno venendo al pettine e la soluzione non è semplice, anzi parrebbe non esserci.
Donald prova a seminare panico per trovare risorse anche con il ricatto per continuare a tenere a galla un sistema che non regge.
Con lo spauracchio dei dazi a cosa punta Donald? Punta a piazzare il debito pubblico americano ormai fuori controllo: voi sottoscrivete il nostro debito, io non vi applico i dazi, così facendo si sposta l’ora della verità.
Il debito pubblico USA ammonta a 35.000 mld di $ che i cittadini americani non riescono a finanziare, quindi vanno ricercati all’estero i soldi. Ogni anno il debito americano aumenta del 7% (a differenza di noi italiani del 3,4% ) , a parte le percentuali sono le cifre che sono gigantesche ed avvicinano sempre di più i tempi della probabilità di insolvenza.
Oltre al debito pubblico fa paura il deficit commerciale che ammonta a 1000 mld di $ all’anno (in Italia c’è un avanzo di 50 mld di €) e quello non si può ridurre facilmente se non riducendo il potere d’acquisto degli americani con l’aumento dei prezzi dei beni (dazi) e con la svalutazione del dollaro che ha già perso il 7% con l’euro in un paio di mesi.
Due soluzione queste dettate dalla disperazione. Ultimo, ma non ultimo, problema è il prezzo del petrolio ormai prossimo ai 60 $ al barile che corrisponde al prezzo d’estrazione, sotto i 60$ si estrae in perdita, gli USA sono il primo produttore mondiale di petrolio. Ormai i segnali di recessione mondiale ci sono tutti ed il petrolio è la prima commodity che segnala la recessione con il calo del prezzo, questo per gli USA è un altro grosso problema che si somma agli altri , l’industria del petrolio in USA è strategica.
L’America è in ginocchio, malgrado gli strilli e le minacce Putin continua , anzi incrementa , i bombardamenti in Ucraina , le carte le da lui a dispetto della propaganda occidentale che racconta un’altra storia .
Quindi tempesta perfetta? Quanto vorrei sbagliarmi!