Le guerre moderne non finiscono più: si combatte abbastanza per distruggere, non abbastanza per vincere

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C’è qualcosa di profondamente cambiato nel modo in cui le grandi potenze fanno la guerra.

Ottant’anni fa un presidente americano poteva mandare centinaia di migliaia di uomini dall’altra parte del mondo e chiedere alla società di sostenere una guerra per anni. Oggi la situazione è completamente diversa: un conflitto può essere combattuto con missili, droni, bombardieri, navi e forze speciali, ma l’idea di mettere sul terreno un esercito numeroso e accettare migliaia di caduti è diventata politicamente quasi impraticabile.

Il risultato è una nuova forma di guerra.

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Si combatte abbastanza per infliggere danni enormi all’avversario, ma spesso non abbastanza per raggiungere una vera soluzione politica.

Ed è forse questo uno dei motivi per cui molte guerre contemporanee sembrano non finire mai.

Dalla guerra totale alla guerra a distanza

La Seconda guerra mondiale apparteneva a un’altra epoca.

Gli Stati Uniti mobilitarono milioni di uomini. La guerra coinvolse direttamente l’economia, l’industria, le famiglie e l’intera società. Le perdite erano terribili, ma considerate parte del prezzo necessario per ottenere la vittoria.

Anche il Vietnam, pur in un contesto completamente diverso, vide una presenza americana enorme sul terreno.

Oggi l’esercito statunitense è professionale e la società americana non è più organizzata per una mobilitazione di massa. Questo ha cambiato radicalmente il rapporto tra presidente, esercito e opinione pubblica.

Una guerra che provoca migliaia di morti americani può diventare rapidamente un problema politico interno.

Non significa che gli americani siano diventati incapaci di accettare sacrifici. Significa che la soglia politica delle perdite è diventata molto più bassa, soprattutto quando il conflitto appare lontano dagli interessi immediati della popolazione.

Il paradosso dell’Iraq e dell’Afghanistan

Le guerre successive all’11 settembre sono forse il miglior esempio di questa trasformazione.

Gli Stati Uniti hanno combattuto in Afghanistan per vent’anni e in Iraq, direttamente o indirettamente, per un periodo altrettanto lungo. Hanno impiegato enormi risorse militari, tecnologiche ed economiche.

Eppure nessuna delle due guerre ha prodotto il risultato politico che Washington aveva immaginato all’inizio.

Il progetto Costs of War della Brown University stima che le guerre post-11 settembre abbiano comportato per gli Stati Uniti oltre 8.000 miliardi di dollari di costi federali e che, nelle diverse aree di conflitto, le vittime dirette e indirette siano state milioni.

Ma c’è un altro dato significativo.

Nel 2019, dopo quasi vent’anni di guerra in Afghanistan e sedici dall’invasione dell’Iraq, il 62% degli americani intervistati da Pew Research disse che la guerra in Iraq non era valsa i costi sostenuti. Tra i veterani la percentuale era del 64%.

Questa è la vera difficoltà delle guerre moderne: non basta vincere le battaglie. Bisogna anche riuscire a convincere una società che il prezzo pagato abbia prodotto un risultato che vale quel sacrificio.

Il problema del “vincere”

Qui nasce una domanda quasi filosofica: cosa significa vincere una guerra?

Distruggere le basi militari del nemico?

Eliminare una parte dei suoi comandanti?

Distruggere le sue infrastrutture?

Impedirgli di produrre determinate armi?

Oppure costringerlo a cambiare governo e politica estera?

Sono obiettivi completamente diversi.

Nel primo caso la superiorità tecnologica può essere sufficiente.

Nel secondo, invece, spesso non lo è.

Ed è qui che le guerre moderne entrano in una zona grigia.

Una potenza può avere la capacità di distruggere un’enorme quantità di obiettivi senza avere la volontà politica di occupare il territorio nemico, governarlo e sostenere le perdite necessarie per trasformare quella superiorità militare in un nuovo equilibrio politico.

La tecnologia ha cambiato la guerra, ma non la politica

Droni, satelliti, missili di precisione e intelligenza artificiale permettono oggi di colpire obiettivi a migliaia di chilometri di distanza riducendo enormemente il rischio per i propri militari.

È un cambiamento straordinario.

Ma crea anche un’illusione: quella secondo cui una guerra possa essere vinta semplicemente aumentando la precisione delle armi.

La tecnologia può distruggere un ponte. Può neutralizzare una base. Può colpire un deposito.

Non può decidere che cosa farà il Paese colpito il giorno dopo.

E soprattutto non può sostituire la politica.

Per questo un conflitto può essere militarmente devastante e contemporaneamente rimanere politicamente irrisolto.

L’Iran è l’esempio più attuale

La guerra con l’Iran mostra bene questo problema.

Gli Stati Uniti possono colpire infrastrutture militari e strategiche iraniane con una capacità che Teheran non è in grado di eguagliare.

Ma da qui a ottenere una resa politica dell’Iran c’è una distanza enorme.

Se l’obiettivo è impedire all’Iran di sviluppare determinate capacità militari, una campagna aerea può produrre risultati.

Se invece l’obiettivo diventa cambiare il regime, modificare radicalmente la politica estera iraniana o costruire un nuovo ordine politico nella regione, la situazione cambia completamente.

A quel punto la domanda diventa inevitabile: quanto è disposto a pagare Washington per ottenere quel risultato?

E soprattutto: quanti morti americani sarebbe disposto ad accettare il presidente?

Probabilmente molto meno di quanto un presidente americano avrebbe potuto permettersi politicamente ottant’anni fa.

La guerra senza eserciti

È così che nasce una delle caratteristiche più singolari della guerra contemporanea.

Si può combattere senza dichiarare una guerra totale.

Si possono utilizzare sanzioni, attacchi informatici, droni, missili, operazioni speciali, blocchi navali, intelligence, pressioni economiche e guerre per procura.

Tutto questo permette di mantenere il conflitto sotto una certa soglia.

Ma proprio quella soglia impedisce spesso di arrivare alla soluzione.

Nessuno vuole fare il passo successivo.

Perché il passo successivo potrebbe significare un’invasione, un’occupazione, una mobilitazione generale o un numero di vittime che nessuna opinione pubblica democratica è più disposta ad accettare.

E così le guerre diventano interminabili

Il paradosso è evidente.

Le guerre moderne possono essere molto più precise delle guerre del passato e contemporaneamente produrre conseguenze enormi.

Il progetto Costs of War della Brown University stima che nei conflitti post-11 settembre siano morte direttamente più di 900.000 persone e che milioni di altre siano morte indirettamente per le conseguenze della guerra, dalla distruzione dei sistemi sanitari alla fame e allo sfollamento.

Quindi non è vero che la guerra moderna sia diventata “meno sanguinosa”.

È diventata diversa.

I morti dei Paesi che combattono contro le grandi potenze sono spesso enormemente più numerosi dei militari della potenza intervenuta. E proprio perché le perdite del Paese intervenuto sono relativamente contenute, il conflitto può essere mantenuto più a lungo.

È una guerra asimmetrica anche nel costo umano.

Ma allora dobbiamo tornare alle guerre di massa?

No.

Questa è forse la conclusione più importante.

Il fatto che un presidente non possa più mandare centinaia di migliaia di giovani a morire senza incontrare una fortissima opposizione non è necessariamente un problema.

È anche una conquista delle società moderne.

Il problema nasce quando l’incapacità di accettare grandi perdite non viene sostituita da una vera strategia politica.

Se non vuoi invadere un Paese, devi sapere quale risultato vuoi ottenere senza invaderlo.

Se non vuoi occupare un territorio, devi sapere come costruire un accordo con chi lo controlla.

Se non vuoi accettare migliaia di morti, devi essere consapevole che la tua superiorità tecnologica non può garantire automaticamente la vittoria politica.

Il rischio è combattere senza sapere come finire

È questo il punto sul quale dovremmo riflettere.

Una guerra dovrebbe cominciare con una domanda molto semplice:

come vogliamo che finisca?

Non soltanto come vogliamo iniziarla.

La storia recente dimostra che distruggere un esercito è spesso più facile che costruire una pace. Abbattere un regime è più semplice che creare un governo stabile. Eliminare un comandante è più facile che convincere milioni di persone che il nuovo ordine sia preferibile al precedente.

E quando manca una risposta a queste domande, la guerra può trasformarsi in una sequenza interminabile di operazioni militari.

Una bomba oggi, un missile domani, una sanzione il giorno dopo.

Poi una tregua.

Poi un nuovo attacco.

Poi una nuova rappresaglia.

E il conflitto continua.

Forse è questa la grande contraddizione delle guerre del XXI secolo: abbiamo costruito armi sempre più potenti per ottenere vittorie sempre più rapide, ma abbiamo perso progressivamente la capacità politica di trasformare quelle vittorie militari in una pace duratura.

Si combatte abbastanza per distruggere.

Ma non abbastanza per risolvere.

Ed è per questo che tante guerre moderne sembrano non finire mai.




La rottura tra USA e Canada: dazi, provocazioni e la strategia di Carney contro le minacce di Trump

june 2026 official portrait of donald j. trump by daniel torok (cropped 2)

“Il Canada ci ha truffati per molto tempo… anche nelle forze armate perché noi difendiamo i canadesi … e i rappresentanti canadesi ci hanno trattati molto male. Sono gente cattiva”. Con queste parole Donald Trump ha cercato di giustificare la recente guerra commerciale con il Canada.

Sono parole durissime perché poco dopo Trump ha aggiunto che Kim Jong-Un lo ha sempre trattato con grande rispetto asserendo che i due si capiscono.

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Nel 2020 gli Stati Uniti, il Canada e il Messico avevano aggiornato il trattato economico firmato da Trump. Poi il presidente Usa ha deciso di non rinnovarlo e si sono avviati incontri bilaterali e non trilaterali per un nuovo trattato con il Canada e il Messico. Sembrava che un accordo fosse vicino ma secondo il primo ministro canadese Mark Carney i negoziatori americani hanno modificato le loro pretese che includevano persino limiti all’uso della lingua francese in Canada. Dopo il fallito accordo Trump ha imposto un dazio del 50% su venti miliardi di prodotti canadesi. Carney ha dichiarato che risponderanno in maniera simile su prodotti americani.

Molti analisti in America non riescono a capire perché il presidente Usa si comporti in questo modo con il vicino del Nord. La stragrande maggioranza degli americani ha un’opinione positiva dei canadesi. I rapporti storici tra i due Paesi sono sempre stati cordiali e rispettosi caratterizzati da un’ampia cooperazione. Non è raro però che il presidente americano si lasci guidare dalle emozioni nel modo di governare. Sembra proprio che il presidente Usa non gradisca tanto il Canada e evidentemente non gli piacciono i leader canadesi, come ha detto il giornalista del Dispatch Stephen Hayes in un recente programma di Washington Week della Public Broadcasting System (Pbs).

La reazione canadese è stata prevedibilmente diplomatica anche se forte. Carney ha reagito dicendo che il Canada è stato “attaccato” parlando anche di “guerra”, asserendo che il suo Paese risponderà in maniera adeguata. Meno diplomatica è stata quella di Doug Ford, il premier conservatore dell’Ontario, la provincia canadese più forte economicamente. Rispondendo alle proposte Usa sui dazi sulle auto, sull’acciaio, e su altri prodotti, Ford ha mandato a quel paese Trump, chiamandolo un “bullo”, “dittatore” e re delle “bancarotte”.

La difesa di questi due politici e di altri è servita ad unificare l’opinione pubblica canadese che ha lodato le risposte vigorose a Trump. Paradossalmente gli atteggiamenti poco diplomatici di Trump hanno fatto comodo a Carney nell’elezione del 2025 quando il presidente Usa aveva già attaccato il Canada. Nell’elezione dell’anno scorso il leader del Partito Conservatore Pierre Poilievre fu sconfitto da Carney proprio perché fu visto come meno competente nell’affrontare il presidente americano. Ma anche adesso Carney guadagna politicamente dallo scontro poiché il suo indice di gradimento supera il 60%, quasi il doppio di quello di Trump.

Ciononostante l’economia del Canada dipende più dagli Usa che non viceversa poiché circa il 70% dell’export canadese va verso gli Stati Uniti mentre solo il 14% dell’export americano si dirige verso il Canada. Quindi gli Stati Uniti avrebbero più peso se non fosse per il fatto che come tutti sanno i dazi non aiutano nessuno, nemmeno i consumatori americani. Lo ha confermato anche recentemente il Consiglio Editoriale del Washington Post, giornale che negli ultimi tempi si è avvicinato al presidente Usa. Il Post aggiunge anche che il deficit commerciale importa poco e i dazi non sono la maniera efficace per ridurlo.

L’attacco di Trump al Canada, Paese storicamente amico e fedele alleato, non sarà passato inosservato da altri alleati. Proprio nelle ultime settimane il presidente Usa ha attaccato verbalmente l’Oman, uno degli alleati del Golfo Persico. Ha anche ridotto le manovre militari in Corea del Sud giustificandole con il fatto che non ha ricevuto sostegni dell’alleato. Ha anche menzionato gli “ottimi” rapporti con Kim Jong-un, leader nordcoreano, aggiungendo che le manovre mandano un segnale ostile alla Corea del Nord. Ovviamente anche gli alleati europei, asiatici e del Golfo Persico stanno osservando, pensando che il trattamento riservato al Canada potrebbe realmente essere applicato a loro, cercando di programmare misure per affrontarlo.

Il Canada si era già preparato in un certo senso come sappiamo dal memorabile discorso di Carney al World Economic Forum di Davos in Svizzera nel mese di gennaio. Carney ha parlato del nuovo ordine mondiale in cui le medie potenze dovranno ridurre i loro rapporti commerciali con gli Usa. Ciò sta avvenendo come ci dimostrano i dati più recenti. L’anno scorso il 72% dell’export canadese si diresse verso gli Usa ma nel mese di giugno 2026 la cifra era scesa al 69% e nel mese di luglio ancora di più fino al 65%.

Passerà un poco di tempo e le acque si calmeranno e gli Usa e il Canada troveranno qualche accordo. Persino il battagliero Ford ha dato segnali diplomatici recentemente. In un’intervista al programma “This Week” della Abc, il premier dell’Ontario ha ribadito l’alleanza tra i due Paesi e che un accordo che soddisfi entrambi sarà trovato. Nel frattempo il presidente Usa aveva già risposto con una simile trovata nello scontro col Messico l’anno scorso quando cambiò il nome del Golfo del Messico a Golfo d’America. Adesso ha cambiato il nome del Lago Ontario a Lago d’America. Una vittoria per lui a livello personale che rivela la piccolezza del presidente Usa. Lo ha anche confermato il parlamentare repubblicano del Nebraska Don Bacon che non si ricandiderà e quindi non ha nulla da temere da probabili ritorsioni di Trump. Commentando la situazione politica in Usa, Bacon ha detto che alcune delle cose che il presidente Usa sta facendo “hanno odore di caos” e che il cambiamento di nome del Lago Ontario è una sciocchezza, aggiungendo che “la maggior parte della gente lo vede come una stupidaggine”. Difficile dargli torto.




Voto all’estero : rinunciare al voto, per una svolta storica che preveda la costituzione di un Parlamento degli italiani all’estero

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Riceviamo e pubblichiamo.

Piu’ che esercitare il diritto di voto presso il Parlamento nazionale,  per noi italiani all’estero  sarebbe opportuno   rivendicare con fermezza semplicemente il diritto al    rispetto  del possesso della cittadinanza italiana di cui siamo titolari.

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Essa,infatti, ci rende automaticamente titolari dei diritti costituzionali e quindi del diritto di essere trattati con pari dignita’ alla stessa stregua  di tutti gli altri concittadini  residenti in Italia.

Spetta quindi in primo luogo al Parlamento, tramite la sua azione legislativa,  garantire anche ai non residenti  il godimento degli stessi diritti, indipendentemente dal numero e dall’ estrazione dei rappresentanti di cui e’ composto.

Il diritto di voto e’ l’espressione  di una realta’ storica caratterizzata per lo piu’ da una presenza  ritenuta inizialmente quasi provvisoria sul territorio straniero,  in attesa di un futuro rientro definitivo. Da qui l’esigenza  e la legittimita’ di  averlo rivendicato e concesso.

Nel frattempo,  la dinamica  storica e’ cambiata. Chi va all’estero  o chi da decenni ha varcato i confini nazionali, non rientra quasi piu’, conservando tuttavia  la sua cittadinanza e la sua italianita’.

Il cittadino italiano all’estero, lontano fisicamente,  impedito a svolgere un ruolo attivo, diventa , non solo dal punto di vista anagrafico, di fatto, un cittadino avulso dal contesto in cui possono incidere anche a suo favore gli effetti dell’esercizio del suo voto e tanto meno, visto l’ambito e le modalita’ nel quale il potere legislativo viene esercitato, incidere nella salvaguardia dei suoi interessi diretti.

Non possiamo,infatti, ritenere che l’esercizio del voto abbia finora comportato  una maggiorata crescita  della nostra dignita’  sia come  cittadini che come  Comunita’, ne’ un  nostro maggiore coinvolgimento  nella vita pubblica del nostro Paese, ne’  un maggiore ed adeguato rispetto nei nostri confronti e delle nostre esigenze.

Si ha la sensazione che esso abbia contribuito solo ad assecondare gli interessi dei partiti nazionali, provocando  anche una  sorta di lacerazione  indebita nella nostra Comunita’. Non  si puo’ neanche ritenere che esso abbia fornito un contributo tangibile al miglioramento delle sorti nazionali, valorizzando adeguatamente la componente estera.

Rinunciare al voto  per  la rappresentanza, cosi’ esigua ed ininfluente,   presso il  nostro Parlamento nazionale  , per  chiedere invece  l’esercizio del  voto per eleggere un nostro Parlamento degli italiani all’estero ,rispondendo all’esigenza di gestire una nostra autonomia politica , scevri da ogni qualsiasi forma di ingerenza, adattando  i Comites e CGIE a tale scopo, costituirebbe una vera e decisiva svolta storica , ponendo fine all’attuale  subalternita’ alle decisioni parlamentari nazionali.

Significherebbe  cogliere e valorizzare  anche quegli sforzi compiuti dal Parlamento italiano con l’ istituzione di questi ultimi.

Occorre,ora, un approccio diverso nei nostri confronti , se si vuole  prendere in seria considerazione la  nostra Comunita’ ed integrarla dignitosamente nel tessuto sociale e politico nazionale;   noi, dal nostro canto,  siamo chiamati ad evidenziare la  nostra maturita’.

Necessita cambiare il rapporto di forze, non piu’ basato sulla rappresentanza numerica ma sul confronto istituzionale tra organismi rappresentativi degli  italiani residenti all’estero e quelli  in Italia ,  per competere con maggiore dignita’ e ridurre o colmare la distanza fisica ,  emotiva e legislativa esistente.

La rinuncia  al  voto dimostrerebbe la nostra  maturita’ , crescita e coesione come  Comunita’ italiana nel mondo , rendendola esplicita e palese  attraverso una decisa e ferma  richiesta  dell’ istituzionalizzazione di un nostro  Parlamento degli italiani all’estero.   Eletto  attraverso apposite elezioni, rappresentativo  dei bisogni espressi direttamente dai suoi rappresentanti eletti nel suo seno ,  sostituendolo agli organi elettivi gia’ costituiti Comites e CGIE, avvalendosi  del sistema elettorale gia’ in uso a tale scopo, perfezionandosi.

Un  confronto istituzionalizzato  tassativo  e puntuale   tra i due Parlamenti , quello nazionale e quello italiano all’estero,   propedeutico e/o complementare  alla elaborazione di leggi nazionali che per riflesso riguardano  e salvaguardano anche gli interessi degli italiani all’estero o, per materie specifiche,  solo gli italiani all’estero, la cui approvazione dovrebbe avvenire in modo contestuale nell’ambito parlamentare nazionale,  secondo la reciproca  e distinta  peculiarita’ dei loro destinatari, nel rispetto del dettato costituzionale.

Questo darebbe dignita’ e  maggiore coesione alla nostra Comunita’  ed a tutti gli italiani all’estero  , garantendo  loro un’azione legislativa  contestuale e parallela obbligatoria , dando maggiore credibilita’ e peso all’azione rappresentativa, indistintamente,  di tutti gli italiani .

Nello Passaro




Comites 2026, ma perché rendere così difficile il voto agli italiani all’estero?

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Gli italiani sono già iscritti all’AIRE e le autorità conoscono chi vive nelle diverse circoscrizioni consolari. Perché allora bisogna chiedere di essere inseriti in un altro elenco, scaricare un modulo, firmarlo e inviarlo per poter semplicemente votare?

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C’è una domanda che, leggendo le istruzioni per le elezioni dei Comites 2026, viene spontanea.

Perché?

Perché un cittadino italiano residente all’estero, regolarmente iscritto all’AIRE, deve fare un’ulteriore richiesta per poter votare?

Le Ambasciate e i Consolati conoscono già i cittadini iscritti all’AIRE. Sanno dove risiedono, conoscono la loro circoscrizione consolare e dispongono degli strumenti amministrativi per verificare chi possiede i requisiti per l’elettorato.

Eppure, per i Comites, il cittadino deve compiere un ulteriore passo. Deve chiedere espressamente di essere inserito nell’elenco degli elettori. Solo dopo questa richiesta riceverà il plico per votare per corrispondenza.

AIRE: allora a cosa serve?

La domanda è inevitabile.

L’AIRE è l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero e costituisce la banca dati fondamentale attraverso la quale lo Stato italiano conosce la propria popolazione residente fuori dai confini nazionali.

La normativa sul voto all’estero prevede inoltre che il Governo, attraverso l’integrazione dei dati dell’AIRE e degli schedari consolari, realizzi gli elenchi aggiornati dei cittadini italiani residenti all’estero destinati alle liste elettorali.

Allora perché, per le elezioni dei Comites, si chiede al cittadino di ripetere una procedura di iscrizione?

La risposta è: perché la legge che disciplina i Comites ha previsto un sistema di “opzione inversa”.

Non è quindi una dimenticanza dell’AIRE. È una scelta legislativa.

Il cittadino deve chiedere di votare

Il sistema è esattamente l’opposto di quello che molti cittadini si aspetterebbero.

Lo Stato sa che sei italiano. Sa che vivi all’estero. Sa dove sei residente. Sa, attraverso i propri archivi, che appartieni a una determinata circoscrizione consolare.

Ma per i Comites ti dice: se vuoi votare, devi dichiararlo espressamente.

Le Ambasciate e i Consolati stanno infatti comunicando che il plico sarà spedito soltanto a chi avrà presentato la richiesta di iscrizione nell’elenco elettorale entro il 4 novembre 2026.

Ma perché non fare il contrario?

Ed è qui che nasce la vera questione.

Perché non predisporre automaticamente l’elenco degli aventi diritto sulla base dell’AIRE e consentire a chi non vuole votare di rinunciare?

In altre parole: perché non utilizzare l’“opzione automatica” invece dell’“opzione inversa”?

Sarebbe molto più semplice. L’Amministrazione possiede già i dati. Chi ha i requisiti viene inserito nell’elenco. Il plico viene spedito. Chi non vuole partecipare non vota.

È esattamente il principio che molti cittadini si aspetterebbero quando esercitano un diritto elettorale.

Il problema della carta

Poi c’è un altro aspetto che merita attenzione.

Per iscriversi all’elenco elettorale bisogna compilare un modulo.

Le sedi diplomatiche pubblicano il documento sui propri siti e prevedono diverse modalità di trasmissione: consegna personale, posta cartacea, e-mail e, dove previsto, PEC.

Ma nella pratica la procedura può diventare complicata.

Per esempio:

Hai un computer e/o un cellulare con internet ma non hai una stampante.

Non è affatto una situazione rara. Soprattutto tra le persone anziane, che rappresentano una parte significativa delle comunità italiane all’estero.

Che cosa dovrebbe fare questa persona? Scaricare il modulo. Trovarne una copia cartacea. Compilarlo. Firmarlo. Fare una copia del documento d’identità. Scansionare tutto oppure fotografarlo correttamente. Inviare la documentazione. E sperare di aver fatto tutto nel modo richiesto.

Per chi è abituato a utilizzare internet può sembrare una cosa banale.

Per chi non lo è, può diventare un ostacolo reale.

E non tutti gli italiani all’estero sono “nativi digitali”

Questo è forse l’aspetto che meriterebbe maggiore attenzione.

Gli italiani residenti all’estero non sono una popolazione omogenea. Ci sono giovani perfettamente abituati ai servizi digitali. Ma ci sono anche migliaia di persone anziane, persone che utilizzano internet soltanto occasionalmente, cittadini che non possiedono una stampante o uno scanner e persone che hanno difficoltà a utilizzare la posta elettronica.

E proprio queste persone rischiano maggiormente di essere escluse.

Non perché non abbiano diritto di voto. Ma perché la procedura per esercitarlo è complicata.

E se una persona non sa usare internet?

Questa è una domanda ancora più importante.

Oggi praticamente tutte le Ambasciate e i Consolati pubblicano le informazioni online.

Ma pubblicare un modulo su un sito web non significa automaticamente rendere quel modulo accessibile a tutti. Un cittadino che non sa usare internet può sapere che ci sono le elezioni? Può sapere che deve iscriversi? Può trovare il modulo? Può stamparlo? Può sapere come inviarlo? E soprattutto: chi lo aiuta? Non tutti hanno figli, amici o conoscenti ai quali chiedere.

E qui arriviamo al paradosso. Lo Stato italiano ha creato l’AIRE proprio per sapere chi sono gli italiani residenti all’estero e dove vivono. I Consolati hanno i dati dei cittadini. I cittadini sono già registrati. I requisiti per votare possono essere verificati. Eppure, per i Comites, si chiede al cittadino di compiere un ulteriore atto burocratico per comunicare: “Voglio esercitare il mio diritto di voto.”

Non sarebbe più semplice che lo Stato dicesse: “Sei un cittadino italiano, sei iscritto all’AIRE, possiedi i requisiti e vivi nella circoscrizione da almeno sei mesi. Ecco il tuo plico elettorale.” ?

E soprattutto: una procedura elettorale dovrebbe favorire la partecipazione o mettere il cittadino davanti a un ulteriore ostacolo burocratico?

Le elezioni dei Comites hanno già storicamente sofferto di una partecipazione limitata.

Se a questo si aggiunge una procedura nella quale il cittadino deve prima informarsi, poi trovare il modulo, compilarlo, firmarlo, allegare il documento e trasmetterlo entro una data precisa, il rischio è che una parte degli aventi diritto non arrivi nemmeno alla fase del voto.

Non perché abbia scelto di non votare. Ma perché non ha saputo che doveva fare qualcosa prima di poter votare.

Ed è una differenza enorme.

Non sarebbe possibile fare molto meglio?

Probabilmente sì.

Una riforma potrebbe, per esempio, prevedere:

1. Iscrizione automatica degli aventi diritto sulla base dell’AIRE.

2. Invio automatico del plico elettorale.

3. Possibilità di rinunciare volontariamente al voto, anziché dover chiedere di votare.

4. Procedura completamente digitale per chi vuole utilizzarla.

5. Modulo cartaceo disponibile gratuitamente presso Consolati, Comites e altri punti di assistenza.

6. Assistenza diretta per gli anziani e per chi non possiede competenze digitali.

7. Possibilità di compilazione assistita senza costringere il cittadino a procurarsi stampante e scanner.

In questo modo la tecnologia diventerebbe uno strumento per semplificare, non un’altra barriera.

La domanda resta

Non è una polemica contro le Ambasciate.

Anzi, le Ambasciate e i Consolati stanno facendo quello che la legge impone loro di fare.

La domanda è rivolta a chi ha scritto e mantiene queste regole.

Perché un cittadino italiano regolarmente iscritto all’AIRE, che possiede tutti i requisiti per votare, deve chiedere allo Stato il permesso di essere inserito nell’elenco degli elettori?

Perché deve scaricare un modulo, quando lo Stato possiede già i suoi dati?

Perché deve stamparlo, quando non tutti hanno una stampante?

Perché deve conoscere internet e la posta elettronica per esercitare un diritto democratico?

E soprattutto: Perché rendere difficile votare proprio a quella parte degli italiani all’estero che avrebbe più bisogno di essere aiutata?

Sono domande alle quali sarebbe interessante che Ministero degli Esteri, CGIE e Parlamento dessero una risposta.

Perché invitare gli italiani all’estero a partecipare alle elezioni è importante. Ma rendere realmente possibile quella partecipazione lo è ancora di più.

E se l’obiettivo delle elezioni Comites 2026 è avere una rappresentanza veramente democratica e rappresentativa delle comunità italiane nel mondo, forse sarebbe arrivato il momento di chiedersi se l’ostacolo più grande non sia proprio il sistema attraverso il quale chiediamo ai cittadini di partecipare.




Nessuno ne parla: i cinesi hanno salvato il mondo

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Mentre Donald si è infilato nel vicolo cieco della guerra all’Iran creando l’ennesimo flop militare americano, il disastro del prezzo del petrolio per mostra fortuna è stato sventato dai cinesi, proprio loro! Gli esperti hanno ipotizzato, all’inizio del conflitto,il barile a 150 dollari al barile con possibilità di arrivare a 200 dollari, nulla di tutto ciò è accaduto.
La spiegazione di questa stranezza sta nel fatto che la Cina ha fortemente influenzato il mercato petrolifero intervenendo dal lato della domanda calmierando il mercato.
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La Cina ha sospeso l’import di oro nero nella misura di 5 milioni di barili al giorno, più o meno quello che importano giornalmente Germania, Italia, Francia, Paesi Bassi etc sgonfiando la bolla speculativa che avrebbe causato il collasso delle economie occidentali.
Le scorte di petrolio della Cina sono quantificate in 6 mesi di consumo , questi hanno molto seriamente preso in considerazione la follia di Trump ed hanno scongiurato una catastrofe economica che avrebbe contagiato anche loro.
Ora però sarebbe il caso di finire di scherzare con il fuoco, l’Iran è un impero, sono quarant’anni che si sta preparando alla guerra con gli USA ed hanno vinto, stravinto e umiliato la prima potenza militare mondiale.
La Cina dal canto suo ha dimostrato di saper gestire qualsiasi crisi anticipandone i contraccolpi micidiali, dobbiamo essere grati ai cinesi, col petrolio a 200 dollari l’occidente implodeva e non voglio lontanamente immaginare in che condizioni saremmo.



Venezuela, Maduro è stato catturato otto mesi fa: quando si voterà per un nuovo presidente?

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Delcy Rodríguez governa come presidente incaricata dal 3 gennaio. La Costituzione prevede limiti precisi per una sostituzione temporanea, ma i 180 giorni sono ormai trascorsi e non esiste ancora una data per le elezioni presidenziali.

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Sono passati quasi otto mesi dalla cattura di Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi e il Venezuela continua ad avere una presidente che non è stata eletta per occupare quella carica.

Si tratta di Delcy Rodríguez, allora vicepresidente esecutiva, che il 3 gennaio 2026 ha assunto la guida del Paese come presidente incaricata.

La domanda che sempre più venezuelani si pongono è semplice: quando si voterà?

La risposta, oggi, è altrettanto semplice: non c’è ancora una data ufficiale per le elezioni presidenziali.

E proprio qui nasce una questione costituzionale tutt’altro che secondaria.

Cosa dice la Costituzione venezuelana

Per capire il problema bisogna partire dagli articoli 233 e 234 della Costituzione del 1999.

L’articolo 234 stabilisce che, in caso di assenza temporanea del presidente, le sue funzioni vengono esercitate dal vicepresidente esecutivo per un periodo massimo di 90 giorni.

La stessa disposizione consente all’Assemblea Nazionale di prorogare la supplenza per altri 90 giorni.

Il limite complessivo è quindi di 180 giorni.

Ma la Costituzione prevede anche cosa deve succedere quando l’assenza si prolunga.

Se dopo 90 giorni la situazione continua, l’Assemblea Nazionale deve decidere se si è ormai davanti a una “falta absoluta”, cioè a una mancanza definitiva del presidente.

Ed è qui che la vicenda venezuelana diventa particolarmente delicata.

Maduro: assenza temporanea o definitiva?

Il 3 gennaio, dopo la cattura di Maduro, il Tribunal Supremo de Justicia non dichiarò che la carica presidenziale era definitivamente vacante.

La Corte parlò invece di una situazione eccezionale e di “assenza forzosa” del presidente e dispose che Delcy Rodríguez assumesse la guida del governo per garantire la continuità dello Stato.

Quella formula è diventata il fondamento giuridico della presidenza di Rodríguez.

Il problema è che “assenza forzosa” non è una delle categorie di “falta absoluta” elencate dall’articolo 233.

La Costituzione parla infatti di morte, dimissioni, destituzione, incapacità permanente, abbandono dell’incarico o revoca del mandato.

La cattura e il trasferimento all’estero del presidente non erano stati evidentemente previsti dai costituenti.

Ed è proprio questa circostanza eccezionale che ha permesso al Tribunale Supremo di costruire una soluzione altrettanto eccezionale.

Il calendario, però, è andato avanti

La questione è che il tempo è passato.

I 180 giorni previsti per una supplenza temporanea si sono esauriti all’inizio di luglio.

Già nei giorni precedenti alla scadenza, giuristi, organizzazioni della società civile e settori dell’opposizione avevano chiesto all’Assemblea Nazionale di affrontare il problema e di convocare le elezioni.

A luglio il limite costituzionale era quindi diventato il centro della discussione.

Eppure non è stata convocata alcuna elezione presidenziale.

Cosa dovrebbe succedere se si dichiara la “falta absoluta”?

Qui la Costituzione è ancora più precisa.

L’articolo 233 stabilisce che, se la mancanza assoluta del presidente si verifica durante i primi quattro anni del mandato, deve essere convocata una nuova elezione universale e diretta entro 30 giorni consecutivi.

Nel frattempo, la presidenza viene assunta dal vicepresidente esecutivo.

Il nuovo presidente eletto completa il periodo costituzionale.

Quindi il meccanismo previsto dalla Carta è sostanzialmente questo: vacanza definitiva → dichiarazione della “falta absoluta” → convocazione delle elezioni → voto entro 30 giorni.

È un meccanismo pensato proprio per evitare che una presidenza provvisoria possa trasformarsi in una situazione permanente.

Ma l’Assemblea non ha dichiarato la “falta absoluta”

Questo è il nodo della questione.

L’Assemblea Nazionale venezuelana non ha dichiarato formalmente la mancanza assoluta di Maduro.

Il governo ha continuato a considerare la situazione come una particolare forma di assenza forzosa.

In questo modo non è stato attivato il meccanismo elettorale dell’articolo 233.

È proprio questo che diversi costituzionalisti contestano.

Secondo le organizzazioni che hanno denunciato la situazione, non sarebbe possibile utilizzare una formula eccezionale per evitare indefinitamente i limiti temporali stabiliti dalla Costituzione.

Il problema è diventato politico oltre che giuridico

La situazione è ancora più delicata perché l’Assemblea Nazionale è presieduta da Jorge Rodríguez, fratello di Delcy Rodríguez.

È quindi lo stesso ambiente politico che sostiene l’attuale governo ad avere nelle proprie mani la decisione sulla transizione.

Questo non significa automaticamente che la soluzione adottata sia illegale.

Ma spiega perché la questione sia diventata così controversa.

E gli Stati Uniti?

Washington ha avuto un ruolo determinante nella nascita dell’attuale situazione politica.

Dopo la cattura di Maduro, gli Stati Uniti hanno sostenuto la transizione guidata da Delcy Rodríguez.

Ma negli ultimi mesi Washington ha anche iniziato a spingere verso un processo politico che dovrebbe portare a elezioni democratiche.

A fine luglio sono infatti iniziate discussioni sostenute dagli Stati Uniti tra rappresentanti del governo ad interim e settori dell’opposizione, con l’obiettivo di definire le condizioni per future elezioni e riforme del sistema politico ed elettorale.

Ma ancora una volta bisogna distinguere.

Discutere le condizioni per future elezioni non significa averle convocate.

Perché non si vota ancora?

Qui la risposta diventa soprattutto politica.

Il governo sostiene che il Venezuela deve prima essere stabilizzato e che il Paese deve affrontare le enormi emergenze economiche e sociali lasciate dalla precedente gestione.

Il processo di transizione dovrebbe quindi preparare il terreno per elezioni considerate realmente praticabili.

L’opposizione, invece, teme che questa fase possa trasformarsi in un modo per rinviare indefinitamente il ritorno alle urne.

E una parte della società civile insiste sul fatto che proprio le elezioni dovrebbero essere il punto di partenza della normalizzazione istituzionale.

Otto mesi sono tanti

C’è poi un elemento che nessuna interpretazione giuridica può cancellare: il tempo.

Delcy Rodríguez governa dal 3 gennaio.

I 180 giorni sono terminati a luglio.

Siamo ormai alla fine di agosto.

Sono trascorsi quasi otto mesi dalla cattura di Maduro e ancora non esiste un calendario ufficiale per le presidenziali.

Questo significa che la soluzione nata come provvisoria ed eccezionale rischia di diventare una situazione politica stabile.

Ed è precisamente questo che preoccupa i critici del governo.

Una Costituzione nata per evitare proprio questo

La logica degli articoli 233 e 234 è relativamente semplice.

Una presidenza può essere temporaneamente sostituita.

Ma la sostituzione non può diventare indefinita.

Se l’assenza diventa definitiva, deve essere il popolo a scegliere il nuovo presidente.

E quando la vacanza si verifica nella prima parte del mandato, la Costituzione stabilisce persino un termine molto breve: 30 giorni per andare alle urne.

Il problema venezuelano nasce dal fatto che la situazione di Maduro non è stata formalmente qualificata come “falta absoluta”.

La domanda che resta senza risposta

Ed eccoci quindi alla domanda iniziale.

Quando si voterà in Venezuela?

Al 29 agosto 2026, non c’è una data ufficiale.

Esiste un governo guidato da Delcy Rodríguez.

Esiste un processo politico sostenuto dagli Stati Uniti.

Esistono trattative con settori dell’opposizione.

Esistono discussioni sulle riforme elettorali.

Ma non esiste ancora una convocazione delle elezioni presidenziali.

E questo lascia il Venezuela in una situazione costituzionale molto particolare.

Il vero dilemma

Il problema non è soltanto stabilire quando si voterà.

Prima ancora bisogna stabilire chi deve decidere che è arrivato il momento di votare.

Secondo la Costituzione, in presenza di una falta absoluta, il meccanismo è chiaro.

Ma nel caso di Maduro, il Tribunal Supremo ha scelto una strada diversa, definendo la sua situazione come “assenza forzosa”.

Quella scelta ha permesso di evitare, almeno finora, l’apertura del processo elettorale.

Ma una soluzione nata per gestire un’emergenza può durare indefinitamente?

È questa la domanda alla quale il Venezuela dovrà prima o poi rispondere.

Perché una cosa è certa: una presidenza incaricata può essere una soluzione per uscire da una crisi. È molto più difficile spiegare perché debba diventare una soluzione senza una data di scadenza.

E mentre Delcy Rodríguez continua a governare, milioni di venezuelani aspettano di sapere quando potranno tornare a scegliere, attraverso un voto, chi dovrà guidare il loro Paese.




Vannacci al 7% fa paura, al 10% farà gola: Cirielli dice quello che molti nel centrodestra pensano

futuro nazionale vannacci dobra bancada

FdI prende le distanze dal viceministro, ma il problema resta. Futuro nazionale oggi viene accreditato intorno al 7% e tra un anno potrebbe valere ancora di più. Cirielli ha posto una domanda politica elementare: davvero il centrodestra può permettersi di ignorare quei voti?

Cirielli ha detto ad alta voce quello che probabilmente molti, nel centrodestra, pensano sottovoce.

futuro nazionale vannacci dobra bancada

Roberto Vannacci può piacere o non piacere. Può irritare, dividere, provocare. Ma c’è una cosa che in politica viene prima delle simpatie: i voti si contano, non si esorcizzano.

Oggi Futuro nazionale viene accreditato intorno al 7%. Domani potrebbe essere il 5%, certo. Ma potrebbe anche essere il 10%, l’11% o qualcosa di più. E se accadesse, qualcuno pensa davvero che basterebbe dichiarare Vannacci politicamente indigesto per cancellare dal tavolo milioni di elettori?

È qui che Cirielli coglie il punto.

Il viceministro non ha proposto una resa a Vannacci. Ha detto: parliamoci. Vediamo cosa vuole fare, quali problemi vuole risolvere, quali proposte porta e soprattutto quali responsabilità è disposto ad assumersi.

È politica, non eresia.

La precisazione di Fratelli d’Italia  «parla a titolo personale»  è comprensibile sul piano degli equilibri interni, ma non risolve la questione. Perché si può prendere le distanze da una dichiarazione, non dai numeri.

E il vero problema per il centrodestra potrebbe arrivare proprio dai numeri.

Se Vannacci resterà al 7%, rappresenterà comunque una forza con cui fare i conti. Se salirà oltre il 10%, il confronto potrebbe diventare praticamente inevitabile. Perché una coalizione che punta a vincere le elezioni non può permettersi il lusso di regalare una fetta consistente del proprio potenziale elettorato.

Questo non significa accettare tutto ciò che Vannacci dice. Non significa neppure che un’alleanza sia scontata. Significa semplicemente riconoscere la realtà prima che sia la realtà a presentare il conto.

Cirielli lo ha capito.

Gli altri possono prendere le distanze oggi. Ma se quel 7% diventerà il 10%, molti di quelli che oggi spiegano perché con Vannacci non bisogna parlare potrebbero essere gli stessi che domani cercheranno il suo numero di telefono.




Tra brogli denunciati e restrizioni al voto, i democratici preparano lo scudo legale contro le ingerenze di Trump

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“Il SAVE Act è una nuova forma di Jim Crow”. Lo ha detto Chuck Schumer, senatore democratico di New York e leader della minoranza del suo partito alla Camera Alta. Schumer avrà anche esagerato, ma la nuova legge elettorale, fortemente voluta da Donald Trump, imporrebbe severi limiti al diritto di voto degli afro-americani, che durante le leggi di Jim Crow furono sottoposti a segregazione razziale fra il 1876 e gli inizi degli anni Sessanta. La legge tanto voluta da Trump colpirebbe anche altri gruppi minoritari, le donne, gli studenti universitari e tutti quelli che hanno difficoltà a ottenere documenti, come il passaporto, necessari a dimostrare di avere il diritto al voto. Il SAVE Act (Safeguard American Voter Eligibility Act) è stato approvato alla Camera con un voto di 218-213, ma il Senato non ha preso in considerazione il disegno di legge. Il presidente del Senato, John Thune, repubblicano del Dakota del Sud, non lo ha portato al voto a causa del filibuster, ossia della soglia di 60 consensi necessari per procedere al voto, dato che i repubblicani hanno solo 53 seggi al Senato.

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Trump non avrà dunque questa legge a suo favore, ma ciò non toglie l’insicurezza creata dalle sue frequenti asserzioni secondo cui le elezioni americane sarebbero piene di brogli e che lui accetterà gli esiti solo se saranno giusti e onesti. Sappiamo già che, quando i repubblicani perdono, Trump è solito gridare alla frode. Lo ha fatto in maniera pericolosa a conclusione delle elezioni presidenziali del 2020. Va ricordato che lo stesso giorno della certificazione della vittoria di Joe Biden, il 6 gennaio 2021, Trump tenne un comizio a Washington durante il quale incitò i suoi sostenitori a opporsi alla cerimonia di certificazione. Le immagini dei disordini e dell’assalto al Campidoglio sono ancora vive nella mente di tutti. Si teme dunque che, in caso di sconfitta alle elezioni di medio termine, Trump non esiterebbe a ripetere gli eventi del 6 gennaio 2021. I democratici, che vengono visti come probabili vincitori della maggioranza alla Camera e potenzialmente anche al Senato, si stanno dunque preparando ad affrontare simili episodi.

Si teme che Trump possa ripetere ripetere il tormentone della frode elettorale in distretti e Stati controllati dai democratici per inviare agenti dell’ICE o del Dipartimento di Giustizia a sequestrare schede elettorali. Questo tipo di azione è già avvenuto nel 2026, quando agenti dell’FBI sono stati inviati a un centro elettorale nello Stato della Georgia e hanno sequestrato le schede elettorali dell’elezione del 2020. Inoltre, c’è stato un caso simile, sempre nel corrente anno, in cui Chad Bianco, lo sceriffo della Contea di Riverside, nel sud della California, ha fatto sequestrare 650 mila schede elettorali sostenendo che vi fossero irregolarità. Si teme anche che Trump potrebbe inviare agenti dell’ICE nelle vicinanze dei seggi per condurre retate di migranti, intimidendo gli elettori, specialmente gli ispanici.

I democratici, ma anche i funzionari di tanti altri Stati, sono preoccupati per la retorica di Trump, che continua a sostenere che le elezioni americane non sono sicure perché voterebbero anche non cittadini. Ciò non è vero, anche se ci sono state delle sviste e pochissimi individui non aventi diritto al voto sono stati identificati. La realtà è che non esistono molti incentivi a votare illegalmente, anche perché si rischiano pene severe, tra cui anni di carcere e ingenti multe. La realtà è invece diversa, come ci conferma l’alto assenteismo al voto in America. Persino nelle elezioni presidenziali, l’affluenza al voto raramente raggiunge il 60 per cento (con il 62% raggiunto nel 2020 e percentuali comprese fra il 52 e il 58% in altre elezioni recenti).

Nonostante tutto, i timori di interventi pericolosi da parte di Trump hanno già spinto i democratici a programmare una strategia di difesa in caso di interferenza. È stata organizzata una fitta rete di avvocati pronti a presentare ricorsi di emergenza ai magistrati, anche se non tutti i piani sono completamente chiari. Ciò che però rimane chiaro è la possibilità di azioni fuori dalle righe da parte di Trump. Nel 2020 Trump non riuscì a far ribaltare l’esito elettorale per il fatto che il vicepresidente Mike Pence fece il suo dovere, così come fecero altri funzionari dei parlamenti statali a maggioranza repubblicana. Inoltre, i collaboratori di Trump nel suo primo mandato hanno dimostrato un minimo di professionalità. Nel suo secondo mandato, i suoi collaboratori sono stati selezionati seguendo il principio della pura fedeltà al presidente. Da ricordare semplicemente che il procuratore generale, recentemente confermato dal Senato, aveva lavorato come avvocato personale di Trump dal 2023 fino al 2025, quando entrò a fare parte del governo come vice procuratore generale.

Per adesso, però, Trump continua a tentare di limitare il voto degli americani. Il presidente ha ordinato al servizio postale di non distribuire schede elettorali a individui i cui nomi non appaiono in liste in possesso del governo federale. Queste liste sono in realtà in possesso delle autorità statali, che per Costituzione hanno il dovere di dirigere le elezioni, con un ruolo limitato del governo federale. Fino al momento, la Corte Suprema non si è pronunciata in maniera definitiva, ma si attende una decisione a breve. Comunque vada, il compito dei democratici non è solo quello di combattere per vincere le elezioni. Devono anche battersi per mantenere la democrazia che Trump vorrebbe secondo questa interpretazione limitare, seguendo la strada di regimi autoritari.




Nel mezzo del cammin del Campo Largo, Schlein smarrisce la via e Meloni resta a Palazzo Chigi

campo largo...

Stavo rileggendo la “Divina Commedia” quando, arrivato al celebre «Nel mezzo del cammin…», il pensiero è corso quasi inevitabilmente alla politica italiana. E quella “selva oscura” di Dante mi è sembrata improvvisamente molto simile al Campo Largo.

campo largo...

Elly Schlein cerca infatti la “diritta via” che dovrebbe condurre il centrosinistra al governo. Ma il sentiero appare tutt’altro che sgombro. C’è Giuseppe Conte, alleato necessario ma deciso a difendere identità e autonomia, ci sono i centristi, c’è Renzi e ci sono sensibilità politiche che non sempre sembrano guardare nella stessa direzione.

Schlein prova a tenere insieme la compagnia, ma il rischio è che il vero collante resti soprattutto l’opposizione a Giorgia Meloni. Ed è qui che cominciano i problemi: essere uniti contro qualcuno è molto più facile che esserlo su ciò che si vuole fare insieme.

Dall’altra parte, il centrodestra può rivendicare la stabilità della coalizione, l’andamento positivo dell’occupazione, i progressi nell’attuazione del PNRR, le riforme portate avanti e un’Italia con maggiore peso sulla scena europea e internazionale.

Naturalmente i problemi non sono scomparsi, crescita, debito, salari e sanità restano questioni aperte. Ma Meloni ha dalla sua un vantaggio politicamente importante, può presentarsi agli elettori con un’azione di governo da difendere e risultati da rivendicare.

Schlein, invece, deve ancora dimostrare che il Campo Largo sia qualcosa di più di una somma di opposizioni e che forze tanto diverse possano trasformarsi in una vera squadra di governo.

Ed ecco allora tornare Dante. Lui, nella selva oscura, trovò Virgilio e alla fine ritrovò la strada. Schlein, invece, continua a incontrare alleati che indicano sentieri differenti.

E se Schlein continuerà a cercare la “diritta via” tra Conte, Renzi, Bonelli e Fratoianni, il rischio è che questa “Divina Commedia” politica diventi un viaggio senza fine, con molto Inferno, parecchio Purgatorio e un Paradiso sempre più lontano.

Nel frattempo, a forza di aspettare che il Campo Largo trovi finalmente la strada, Giorgia Meloni potrebbe ritrovarsi con una prospettiva decisamente più semplice: Palazzo Chigi a tempo indeterminato.

Gerardo Petta- Zurigo

 




Dalla California a Ocasio-Cortez: svolta dell’ala sinistra dei democratici verso il centro?

speaker mike johnson official portrait (cropped)(b)

“È triste che i giovani non abbiano capito la verità sul socialismo e sul comunismo. Si tratta di una strada pericolosa e questo è uno dei nostri sforzi per farlo capire alla gente”. Così Mike Johnson, parlamentare repubblicano della Louisiana e speaker della Camera dei Rappresentanti, in un’intervista a Fox News. Johnson ha appena lanciato “Contrast America”, un sito che si propone di spiegare ai giovani e al pubblico in generale quali siano quelli che lui vede come i rischi storici ed economici dei sistemi socialisti.

speaker mike johnson official portrait (cropped)(b)

Attaccare i democratici, e specialmente quelli che usano l’etichetta di Democratici Socialisti, tentando di legarli a ciò che i repubblicani vedono come i fallimenti del passato, è uno dei loro sport favoriti. Donald Trump usa questa linea di attacco non solo per i democratici, applicando gli stessi epiteti a giudici e a chiunque lui vede come avversari. Il problema, però, è che queste etichette, che ricordano la Guerra Fredda, hanno perso buona parte della loro carica, specialmente con le nuove generazioni. Un recente sondaggio in California ce lo conferma. I candidati politici che ricevono più consensi nel Golden State sono quelli che usano l’etichetta di progressista, leggermente avanti rispetto a quelli che si auto definiscono socialisti democratici. Fra questi, come ha intuito Johnson, i giovani sono gli elettori che più sostengono i candidati democratici progressisti, mentre quelli più anziani preferiscono candidati democratici tradizionali, ossia quelli moderati, legati all’establishment del partito.

Il sondaggio dell’UC Berkeley Institute of Governmental Studies/Los Angeles Times ci conferma che, fra gli elettori democratici registrati, il 60% dei giovani preferisce i candidati progressisti, rispetto al 67% degli over 65, che prediligono candidati centristi. Lo stesso sondaggio ci dice che la maggioranza degli elettori californiani, indipendentemente dalla registrazione al partito, preferisce i candidati progressisti. È da ricordare che in California gli iscritti al Partito Democratico sono il 45%, quelli iscritti al Partito Repubblicano il 25%, mentre il 23% non ha un’affiliazione politica definita.

I termini “progressisti” e “socialisti democratici”non spaventano certamente i californiani, come confermano le numerose vittorie di candidati dell’ala sinistra del partito alle recenti primarie. La candidata democratico-socialista Nithya Raman, per esempio, sfiderà a novembre la sindaca centrista in carica Karen Bass. Per quanto riguarda la Camera dei Rappresentanti, i candidati progressisti hanno anch’essi avuto successi. Connie Chan sfiderà il centrista Scott Wiener per l’undicesimo distretto, mentre nel settimo distretto la progressista Mai Wang se la vedrà con la centrista in carica Doris Matsui e, nel ventiduesimo distretto, il candidato progressista Randy Villegas sfiderà il repubblicano in carica David Valadao.

Nonostante questi successi dei progressisti a livello statale, il candidato progressista Tom Steyer non si è qualificato per l’elezione a governatore del Golden State. Xavier Becerra, il candidato centrista, è arrivato primo alle primarie aperte, seguito da Steve Hilton, il candidato repubblicano, arrivato secondo. Steyer potrebbe aver perso notevoli voti a favore di altri candidati progressisti, evitando ai repubblicani l’incubo di avere due candidati democratici all’elezione per governatore. Ciononostante, si prevede la vittoria di Becerra, secondo i sondaggi.

Questo mix di vittorie e sconfitte dei progressisti rispetto ai democratici centristi in California si vede anche a livello nazionale. Nel Michigan, come abbiamo scritto in queste pagine, il candidato progressista Abdul El-Sayed ha sconfitto la centrista Haley Stevens (48,5% contro 47,5%) alle primarie democratiche per un seggio al Senato. Nello Stato del Wisconsin, però, la progressista Francesca Hong ha perso contro David Crowley, anche se di poco, nelle primarie per il governatore (39,81% contro 39,33%). Questi due Stati sono considerati più vicini alla situazione nazionale perché ambedue sono tradizionalmente “swing states”, Stati in bilico, mentre la California è tradizionalmente uno Stato saldamente nel campo dei democratici. Le elezioni presidenziali sono spesso decise in questi e pochi altri Stati che alternano la propria scelta tra il candidato democratico e quello repubblicano. Candidati con ambizioni presidenziali tendono dunque a spostarsi verso il centro.

È proprio in questa luce che va interpretata la recente affermazione di Alexandria Ocasio-Cortez sullo slogan “Woke”. “Woke 1 was crazy” (“La prima fase del Woke era folle”), ha dichiarato la parlamentare in un’intervista alla ABC. Woke, come si ricorda, deriva dal verbo inglese “to wake”, svegliarsi, ed è emerso nelle comunità afroamericane per richiamare l’attenzione sulle ingiustizie. Questa ideologia si è poi estesa a ogni ingiustizia in America, mettendo in risalto i gruppi che hanno sofferto discriminazioni, con un’attenzione accentuata dopo la morte di George Floyd nel 2020. La cultura Woke è sfociata anche in tentativi di cancellare alcuni aspetti della cultura tradizionale, come la demolizione di statue che celebravano individui ritenuti indegni di essere considerati eroi. Alcuni slogan estremisti, come “defund the police” (definanziare la polizia), associati alla cultura Woke, sono stati adottati dalla destra per demonizzare il termine, come ha fatto con il comunismo o il socialismo, caratterizzandoli antitetici alla civiltà occidentale.

Quando Ocasio-Cortez ha parlato dunque di alcune posizioni estremiste della sinistra, non pochi analisti lo hanno interpretato come un passo indietro che le permetterebbe di avvicinarsi al centro. Questo ridimensionamento della sua visione progressista è stato ipotizzato come un segnale che la parlamentare del 14esimo distretto di New York stia pensando a una corsa alla presidenza Usa nel 2028.