I muscoli volubili di Trump sui dazi: caos nazionale e globale

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trumpportrait“Siamo grati al presidente Trump per la decisione di escludere il petrolio e il gas naturale dai nuovi dazi… considerando il ruolo dell’America come esportatore netto di energia”. Queste le parole di Mike Sommers, leader esecutivo dell’American Petroleum Institute, un lobby di energie fossili che hanno contribuito quasi 100 milioni di dollari alla rielezione di Trump.

L’esclusione dai dazi all’energia fossile non sorprende dunque. Trump è notissimo per colpire i suoi nemici e ricompensare i suoi sostenitori. Non sorprende nemmeno la sua volubilità e grande capacità di vedere il mondo con lenti personali che spesso hanno nulla a che fare con la realtà obiettiva. La sua politica sui dazi rivela la sua grande capacità di sbilanciare tutti e costringere con minacce al tavolo dei negoziati dove i suoi interlocutori si devono presentare offrendogli regali in un modo o nell’altro. A volte i regali hanno a che fare con i suoi guadagni personali e in altri casi servono ad ampliare il suo potere e ricordarlo a tutti che lui è il gorilla di 300 chili.

Trump preferisce governare da quasi dittatore e il bastone dei dazi gli conferisce poteri che equivalgono agli aumenti delle tasse senza legiferare. Infatti, i dazi, come tutti gli analisti hanno chiarito, si traducono in imposte che alla fine verranno pagate dai consumatori americani. Trump li vede invece falsamente come guadagni per le casse del tesoro che lui può imporre a Paesi stranieri per “vendicare” gli Stati Uniti dalle truffe subite che lui vede nel deficit commerciale. Gli Usa importano più di quello che esportano ed ecco la truffa. Trump considera semplicemente i prodotti che anni fa venivano fabbricati negli Usa e eventualmente le aziende americane hanno trasferito la produzione in luoghi con manodopera molto più bassa. Nei suoi calcoli Trump non considera i servizi finanziari e tecnologici che generano un notevole surplus come ha fatto giustamente notare Fareed Zakaria nel Washington Post. Zakaria smantella anche la visione della truffa perpetrata agli Usa rilevando che nel sistema globale gli americani vivono bene e hanno uno standard di vita con pochissimi rivali. Persino gli stipendi medi del Mississippi, lo stato più povero del Paese a strisce e stelle, sono più alti dei Paesi europei occidentali eccetto per la Germania.

Il potere di Trump come presidente di imporre dazi dovrebbe essere sotto il controllo del Congresso. L’International Emergency Economic Power Act del 1977 però permette al presidente di imporre dazi in casi di emergenza. Dov’è l’emergenza? Esiste solo nella mente di Trump ma sfortunatamente il Congresso attuale, con maggioranza repubblicana, ha abdicato il suo ruolo di contrappeso. Qualche lieve voce però si sta alzando per limitare gli eccessi di Trump. Il Senato ha recentemente approvato con una leggera maggioranza bipartisan l’abrogazione dei dazi imposti al Canada per la questione della fentanyl che secondo Trump sarebbe un’emergenza. Il disegno di legge quasi certamente non sarà approvato dalla Camera ma ci suggerisce che i dazi non sono popolari.

Il consigliere per il commercio di Trump che promuove i dazi è Peter Navarro. Elon Musk, però, il grande sostenitore di Trump, ha attaccato il consigliere asserendo che Navarro è “più stupido di un sacco di mattoni”. Il padrone di X (già Twitter) non ha attaccato direttamente Trump ma ovviamente non crede ai dazi. Nel suo recente intervento via video al Congresso della Lega di Matteo Salvini, Musk ha dichiarato che vuole eliminare i dazi fra gli Usa e l’Europa.

Le pressioni ricevute da Trump da parte di legislatori repubblicani e altri sostenitori gli hanno forzato la mano e ha fatto marcia indietro. Il 47esimo presidente ha annunciato la sospensione dei dazi reciproci confermandoli solo al 10%, eccetto per la Cina, che aumenteranno al 125 percento. Lo Standard and Poor Index 500 che era sceso del 15 percento nei giorni scorsi ha recuperato quasi il 10 percento in poche ore. Il cambiamento di rotta di Trump rivela che i suoi annunci possono smuovere i mercati e creare instabilità allo stesso tempo. Nella mente del presidente gli confermerà il suo potere ma la sua volubilità di dazi sì, dazi no, o forse, rende gli Usa inaffidabili. Le aziende per prosperare hanno bisogno di consistenza per stabilire i loro programmi. Anche i consumatori hanno bisogno di stabilità per le loro spese. Dopotutto il 70 percento dell’economia americana dipende dalle spese dei consumatori che eccetto per l’indispensabile cibo potrebbero frenare i loro acquisti.

La marcia indietro di Trump di sospendere i dazi e la reazione positiva dei mercati borsistici però gli confermano il suo potere. In una cena di raccolta fondi per il Partito Repubblicano il giorno prima della sospensione dei dazi Trump si è vantato che tutti i Paesi lo stanno pregando di “fare accordi” aggiungendo con un linguaggio volgare che i leader dei Paesi stranieri sono pronti a “baciargli il c….lo” pur di ottenere qualche accordo sui dazi. Con la sospensione dei dazi però questi Paesi avranno anche capito che qualunque accordo fatto con Trump potrebbe essere cancellato in un batter d’occhio. Nella campagna elettorale del 2024 Nikki Haley, che sfidò Trump per la nomination repubblicana, disse che dovunque lui va “il caos lo segue”. Aveva ragione. Adesso il caos non è solo nazionale ma è divenuto globale.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.




Appello per il ripensamento delle modifiche al riconoscimento della cittadinanza per discendenza (Ius Sanguinis)

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Riceviamo e pubblichiamo:

Gentilissima Presidente del Consiglio Giorgia Meloni,

Egregio Ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani,

Gentili Senatori e Onorevoli Membri,

Autorità e rappresentanti del popolo italiano,

 

Mi rivolgo a Voi con profondo rispetto e un sincero amore per l’Italia, in merito alle recenti modifiche del 27 marzo alla normativa sul riconoscimento della cittadinanza italiana per discendenza (Ius Sanguinis), che limitano la trasmissione alla seconda generazione dall’antenato emigrato.

Sono profondamente addolorata all’idea che questo cambiamento possa impedirmi di realizzare un sogno che porto nel cuore da tutta la vita: vivere, contribuire e crescere una famiglia in Italia — la terra da cui proviene la mia storia.

209f182a 6f75 46a5 ac26 ae1ed8be6787Sono nata in Argentina, ma sei dei miei otto bisnonni erano italiani: le famiglie Bracco e Cane dal Piemonte, e la famiglia Franzetti dalla Liguria. Quando ho visitato il comune di San Benigno Canavese, da cui proviene la mia famiglia, ho sentito un’emozione profonda nel petto, qualcosa che le parole non riescono a descrivere. Era un richiamo, un senso di appartenenza. Gli italiani che ho incontrato mi hanno accolto come una di loro, e non mi sono mai sentita tanto a casa in nessun altro Paese.

d7766247 3f55 4f76 8e71 a6c49fb69f28Anche se non parlo il dialetto piemontese come facevano mio padre e i miei nonni, parlo un piu l’italiano e mi impegno ogni giorno per migliorarlo. La mia famiglia ha sempre mantenuto viva la cultura italiana: dai pranzi della domenica con pasta fatta in casa, alla musica e al cinema (sono cresciuta con i film di Tornatore e le musiche di Morricone), ai racconti dei nostri antenati. Sul lato Franzetti, Giovanni, Giacomo e Juan Carlos sono stati membri attivi dell’associazione italiana del nostro paese — mio nonno Juan Carlos è stato persino presidente per molti anni.

7a3ba0a0 2f78 4680 8c9a 11e8b3779a97Abbiamo speso anni e migliaia di euro per ricostruire i documenti necessari a dimostrare quello che per noi era evidente: il nostro legame di sangue, cultura e identità con l’Italia. Quando finalmente li abbiamo trovati, ci sembrava di toccare con mano il sogno. Per me non sarebbe stata la prima visita in Italia, ma per mio fratello sì — ed eravamo così entusiasti di viverla insieme, come famiglia.

Ho viaggiato in oltre 20 Paesi, ma nessuno ha il calore, l’anima, la bellezza, l’umorismo, la sensualità e la profondità dell’Italia. Sono una professionista della salute mentale, ho 34 anni, desidero lavorare, creare una casa e costruire un futuro in un Paese che rifletta i miei valori — e l’Italia li rappresenta perfettamente.

Con le modifiche alla legge, questo non sarà più possibile. Restare illegalmente non è un’opzione che potrei mai prendere in considerazione. Ma è doloroso accettare che, pur condividendo sangue, valori, cultura e una lunga storia familiare con l’Italia, ci venga negato il riconoscimento. La trasmissione per sangue non è solo una questione amministrativa — è un profondo legame identitario che va oltre le generazioni. È la continuità di una storia, di un popolo, di un’appartenenza.

img 1182Noi non siamo turisti della cittadinanza. Siamo italiani — nello spirito, nella cultura, nelle tradizioni e nel cuore. Chiediamo semplicemente di essere riconosciuti per quello che siamo già, così come è accaduto per altri membri delle nostre famiglie in passato.

Allego alcune foto della mia famiglia e sarei felice di raccontare la nostra storia a Voi o a qualsiasi membro del Vostro staff che desideri ascoltarla. I nostri antenati amavano profondamente l’Italia — se fossero ancora vivi, sarebbero orgogliosi di sapere che i loro discendenti vogliono tornare nella loro amata terra.

Vi ringrazio di cuore per il tempo dedicato e per l’attenzione che vorrete dare a questo appello.

Con profondo rispetto,

Melisa Cane Franzetti




L’acquisto di un seggio alla Corte Suprema del Wisconsin: troppo caro persino per Musk

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02trump news wisconsin crawford tpzm jumbo“Da bambina non avrei mai immaginato che avrei dovuto affrontare l’uomo più ricco al mondo per la giustizia nel Wisconsin”. Dopo gli applausi Susan Crawford ha ripreso con “E abbiamo vinto”. La Crawford, come abbiamo scritto in queste pagine in precedenza, era candidata al seggio per la Corte Suprema del “Badger State” (Stato del tasso). Alla recente elezione ha sconfitto con un margine di 10 punti il suo avversario repubblicano Brad Schimel, sostenuto da Elon Musk, il padrone di Tesla, Starlink, e altre aziende.

La Crawford ha buone ragioni per indicare di avere sconfitto Musk considerando l’intervento dell’ultra ricco imprenditore dell’Africa del Sud residente in Usa. Il padrone di X (già Twitter) ha usato la sua piattaforma per attaccare la Crawford ma ha anche aperto il suo portafoglio spendendo 25 milioni di dollari per fare eleggere Schimel. Musk ha anche fatto pubblicità con assegni di un milione di dollari regalati a due attivisti repubblicani. Il padrone di X aveva anche dichiarato che l’elezione era “importantissima” e che potrebbe influenzare “il destino di tutta l’umanità”. Dopo l’elezione però ha cambiato musica e ha lodato gli elettori del Wisconsin per avere approvato il referendum sull’obbligo di presentare la carta d’identità alle elezioni. Un obbligo già legale ma col referendum il requisito diventa parte della costituzione del Wisconsin.

Anche Trump ha minimizzato l’esito sfavorevole reiterando invece il referendum sulla carta d’identità dichiarando l’esito elettorale “Una grande vittoria”. Il 47esimo presidente però si sarà anche sentito sconfitto specialmente per il suo endorsement a Schimel. Inoltre negli ultimi giorni della campagna Schimel aveva sottolineato il supporto di Trump nei suoi annunci pubblicitari.

Nonostante le tipiche reazioni di Musk e Trump sull’esito dell’elezione la vittoria di Crawford è importante sia al livello statale che nazionale. Con la maggioranza democratica di 4 a 3 giudici nella Corte Suprema del Wisconsin continuerà l’equilibrio politico nello Stato. Al momento il governatore è democratico ma i repubblicani hanno la maggioranza nelle due camere legislative. Quindi in casi di conflitti fra il potere esecutivo e quello legislativo la Corte sarà interpellata e la maggioranza che pende a sinistra sarà buon auspicio per i democratici. Inoltre con le ristrutturazioni dei distretti elettorali statali e quelli per il Congresso nazionale, la nuova maggioranza alla Corte Suprema potrebbe ribaltare alcuni distretti e renderli più competitivi. Al momento 6 degli 8 seggi del Badger State alla Camera dei Rappresentanti sono repubblicani. Con nuove delineazioni di distretti elettorali si crede che i democratici potrebbero ribaltarne due per un pareggio di 4 a 4.

Un cambiamento del genere avrebbe effetti all’elezione del midterm nel 2026. Un effetto che promette bene per i democratici dove al momento i repubblicani hanno una risicata maggioranza che li preoccupa anche per l’attuale implementazione dell’agenda di Trump. Se i repubblicani hanno perso nell’elezione speciale in Wisconsin, in Florida invece, i due seggi vacanti sono stati vinti dal partito di Trump anche se con margini molto più bassi di quelli dell’elezione del 2024. L’attuale inquilino alla Casa Bianca ha dimostrato la sua preoccupazione per la limitata maggioranza alla Camera ritirando la nomina di Elise Stefanik ad ambasciatrice alle Nazioni Unite. La Stefanik è ritornata alla Camera perché l’agenda legislativa dei repubblicani, fino adesso quasi addormentata, potrebbe andare a rotoli. Alcune ombre si sono già viste. Recentemente i democratici alla Camera si sono uniti a 9 repubblicani per approvare la possibilità di votare remotamente per parlamentari divenute madri. La maggioranza dei repubblicani, il partito che spesso si dichiara pro famiglie, era contrario.

Ombre anche dal Senato, dove i repubblicani hanno una lieve maggioranza (53-47). Un disegno di legge è stato approvato che abrogherebbe la dichiarazione di emergenza sulla fentanyl, usata da scusa di Trump per imporre dazi al Canada. La legge non ha buone chance alla Camera ma suggerisce che la sconfitta in Wisconsin potrebbe essere l’inizio di un argine legislativo che si aggiungerebbe a quello dei magistrati, che fino adesso è stato l’unico ramo del governo ad opporsi a Trump. Una seconda ombra bipartisan è emersa dal Senato dove il senatore Chuck Grassley (repubblicano) e Maria Cantwell (democratica) hanno introdotto un disegno di legge che toglierebbe al presidente il potere di agire da solo sui dazi. Un’altra indicazione che i dazi imposti da Trump stanno svegliando giustamente la preoccupazione per l’economia americana e mondiale.

La sconfitta di Schimel in Wisconsin ha anche colpito duramente Musk perché la Crawford ha centrato la sua campagna come uno scontro contro l’impopolarità dell’imprenditore sudafricano. Un sondaggio della Marquette University School of Law ci informa infatti che l’indice di gradimento sul padrone di Tesla è basso (60% sfavorevoli e il 38% favorevoli). Musk sembra essere diventato un fardello per Trump il quale, secondo alcune indiscrezioni, sarebbe pronto a farlo uscire di scena.




La libertà di espressione degli studenti stranieri in America: Trump usa la mano dura

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s3 bgmp arc arc feeds generic photos to arc img 0332 1 67e55830875f5 768x432“Ogni volta che scopriamo uno di questi lunatici, gli revoco il visto”. Così Marco Rubio, il Segretario di Stato statunitense, mentre cercava di spiegare perché Rumeysa Ozturk, una dottoranda turca alla Tufts University nello Stato del Massachusetts, era stata arrestata e trasportata in un carcere della Louisiana. Rubio definisce “lunatici” accademici stranieri che, secondo lui manifestano e vandalizzano i campus universitari americani. Più di 300 persone hanno perso il loro visto a causa di questa descrizione di Rubio.

Il filo conduttore per la revoca di questi visti sembra essere di avere manifestato o espresso opinioni contrarie a quelle dell’amministrazione Trump. Oltre a Ozturk, un altro dottorando alla Columbia University, arrestato anche lui e trasportato in Louisiana, e parecchi altri sono stati presi di mira. Alcuni di questi individui si sono dati alla macchia, avendo sentito che agenti dell’immigrazione li stavano cercando. Una studentessa è fuggita in Canada temendo di essere deportata dagli Usa. Alcuni di questi individui hanno persino il cartellino verde, il permesso di residenza legale, che dovrebbe assicurare la loro protezione ma l’amministrazione Trump non sembra rispettare le ovvie leggi.

Si tratta infatti di abusi, come ha constatato Elizabeth Warren, la senatrice liberal del Massachusetts, la quale ha accusato Trump di prendere di mira “studenti con status legale allontanandoli dalle loro comunità senza un giusto processo”. La costituzione americana garantisce che tutti gli americani, incluso i residenti stranieri, hanno diritto a procedure giuste e legali che non li privino della vita, la loro proprietà, e la loro libertà. Ciò include il diritto di parola garantito dal primo emendamento.

L’amministrazione Trump con le sue azioni mette in dubbio questi diritti costituzionali. L’arresto di Ozturk pochi giorni fa è stato filmato e ci dà un’idea del modus operandi. La trentenne dottoranda è stata avvicinata da un individuo con maschera che all’inizio sembra chiederle informazioni. Subito però si avvicinano parecchi altri individui, anche loro mascherati, e alle grida della studentessa di chiedere aiuto alla polizia, si sente dire che gli individui mascherati sono “la polizia” nonostante il fatto che non esibiscono alcun documento o badge. Un individuo presente estraneo alla vicenda ha usato il suo telefonino per filmare l’accaduto e si sente la sua voce che domanda se si tratta di “a kidnapping”, un rapimento. Anche il caso dello studente della Columbia è avvenuto in circostanze drammatiche poiché fu arrestato davanti alla moglie, cittadina americana, che disperatamente cercava di bloccare l’arresto.

Il clima nel mondo accademico di studenti stranieri in Usa è molto teso. Per proteggersi da eventuali ritorsioni alcuni hanno già cancellato post su social media che possono essere considerati contrari alle posizioni del presidente Trump. E proprio quello che è successo a un cittadino francese che aveva espresso opinioni di dissenso su Trump. Per le sue opinioni il permesso di ingresso negli Usa gli è stato vietato alla dogana. La famiglia di una studentessa di origini sudcoreane, venuta in America all’età di sette anni con permesso di residenza legale, è stata visitata da agenti dell’Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia incaricata del controllo alle frontiere e i flussi migratori. Non sono riusciti a trovarla. Il suo “reato”? La partecipazione a manifestazioni pro-Gaza alla Columbia University.

Le uniche protezioni a questi potenziali abusi da parte di Trump sono emerse dalla magistratura. I legali della studentessa sudcoreana hanno esposto denuncia e un giudice di Manhattan ha bloccato il possibile arresto e detenzione, asserendo che gli agenti dell’Ice non avevano presentato sufficienti ragioni. Spesso però i magistrati non reagiscono con la richiesta tempestività e gli agenti agiscono spostando le loro vittime in Louisiana, lontano dal luogo di residenza, rendendo difficile la loro difesa. Questa fretta di azione produce gli arresti di individui che non meriterebbero essere deportati e a volte errori grossolani avvengono causando tragedie. Proprio in questi giorni in una procedura legale l’amministrazione Trump ha ammesso di avere sbagliato nell’arresto di un migrante salvadoregno con permesso di residenza legale temporanea il quale è stato trasferito in un carcere in El Salvador. Ciononostante, le autorità hanno informato il giudice che non è possibile riportarlo negli Usa. Legali di altri venezuelani hanno accusato l’amministrazione di simili abusi che sono stati però messi in dubbio dalle autorità.

Sbagli o abusi non sembrano preoccupare l’amministrazione di Trump. Tom Homan, il cosiddetto zar delle frontiere di Trump, rispondendo alla domanda in un programma della Fox News, ha dichiarato che non gliene frega niente di quello che pensa “la sinistra” “né di cosa pensano i giudici”. Ha concluso che continueranno “senza tregua” nel loro lavoro.

Video dell’arresto della dottoranda Rumeysa Ozturk ( https://www.youtube.com/shorts/rTfKaAt7ZMU )




L’isola della discordia: perché non c’è pace tra Haiti e RD

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dall·e 2025 01 13 11.14.29 a symbolic representation of the contrast between haiti and the dominican republic. on the left side, depict a barren, arid land symbolizing haiti, wiA volte basta attraversare un fiume per cambiare mondo. È il caso del Río Masacre, che separa Haiti dalla Repubblica Dominicana. Due paesi che condividono la stessa isola, ma spesso sembrano abitare universi diversi. Da una parte, il caos e la miseria haitiana. Dall’altra, lo sviluppo diseguale ma in crescita della Repubblica Dominicana. Ma la frattura più profonda non è quella geografica: è quella culturale, sociale, umana. È una frattura fatta di diffidenza, rancore e spesso, purtroppo, di odio.

In Repubblica Dominicana vivono migliaia di italiani: imprenditori, pensionati, lavoratori e famiglie. Alcuni sono qui da una vita. Altri sono arrivati attratti da un sogno caraibico che, per molti, è diventato realtà. Ma tutti osservano con attenzione — e talvolta con inquietudine — l’evolversi delle tensioni tra i due paesi.

Una storia difficile da dimenticare

L’odio tra Haiti e la Repubblica Dominicana ha radici profonde. Dall’occupazione haitiana dell’isola nel XIX secolo, al massacro del 1937 ordinato dal dittatore Trujillo la memoria collettiva è carica di ferite mai rimarginate. E nel tempo, l’arrivo continuo di lavoratori haitiani in cerca di sopravvivenza ha alimentato nuove tensioni: competizione per il lavoro, paura dell’invasione, stereotipi razziali.

Oggi, gli haitiani in Repubblica Dominicana sono la spina dorsale silenziosa di molti settori: agricoltura, costruzioni, servizi. Eppure, restano invisibili, spesso senza documenti, senza diritti, senza voce. Sono il bersaglio facile di campagne nazionaliste e rimpatri forzati. Una presenza tollerata, ma non accettata.

Per chi, come noi italiani, ha scelto di vivere qui, la questione è tutt’altro che lontana. Molti di noi lavorano a stretto contatto con entrambe le comunità. Vediamo con i nostri occhi che una convivenza è possibile, anche se fragile. Ma sappiamo anche che basta una scintilla — una dichiarazione politica, un fatto di cronaca, una crisi economica — per riaccendere le fiamme del pregiudizio.

Costruire un futuro comune richiede visione, responsabilità e coraggio. Serve una nuova narrazione, che riconosca i torti del passato ma apra anche alla speranza. Serve un impegno concreto da parte dei governi, delle scuole, dei media. E forse serve anche la voce di chi, come noi, guarda questa terra con affetto ma anche con lucidità.

La bellezza dell’isola di Hispaniola non può essere sprecata in un eterno conflitto. Un fiume può separare due territori, ma non deve dividere due popoli per sempre.

 

 

 

 




E se Vittorio Emanuele II avesse detto “No, grazie”?

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imagesFacciamo finta che un giorno, mentre Cavour si presenta trafelato con una mappa mezza bruciacchiata e un piano per unificare l’Italia, Vittorio Emanuele II si guardi le mani (sporche di polvere da sparo e tartufo) e dica:

“Cavour, guarda… oggi no. Lascio perdere. Troppo sbattimento.”

Ecco cosa sarebbe potuto succedere se il Re avesse gentilmente declinato l’unificazione:

1. Il turismo interno sarebbe diventato estero.
Vuoi andare in vacanza in Puglia? Passaporto e dogana.
In Calabria? Serve il visto.
E il treno Roma-Milano diventa un InterNazionale.
Le famiglie miste “lei di Napoli, lui di Bologna” avrebbero avuto bisogno di un permesso di soggiorno… e di un traduttore simultaneo.

2. 20 Festival di Sanremo.
Ogni micro-regno avrebbe il proprio Sanremo:

  • “Sanremo di Toscana” con musica medievale;
  • “Sanremo del Regno delle Due Sicilie”, tre ore di mandolini e melodramma;
  • “Sanremo di Venezia”, cantato in gondola, presentato da Casanova.

3. L’Italia agli Europei? Sì, ma in 7 versioni.
Immagina gli Europei di calcio:

  • La Nazionale Sabauda gioca con la pipa in bocca e i calzettoni tirati fino all’ombelico.
  • La Squadra Borbonica si rifiuta di correre se fa troppo caldo.
  • I Toscani giocano solo se possono criticare l’arbitro in endecasillabi.

Risultato? Nessuna qualificata… ma grandi performance teatrali.

4. Il sud non avrebbe mai conosciuto la tassa sul macinato.
E il nord non avrebbe mai scoperto la pastiera.
Però nessuno avrebbe saputo cosa fare con il Molise.
(Il mistero resta, unificati o meno.)

5. Garibaldi sarebbe finito su un’isola a vendere magliette.
Magari con scritto “Io ho provato, eh!”
Oppure “Spedizione dei Mille. Ma gli altri 999 dove sono finiti?”

Conclusione alternativa (col solito sorriso):
L’unificazione è stata un casino? Certo.
Ma senza di lei, non avremmo potuto litigare con orgoglio tra Nord e Sud, senza sapere nemmeno bene perché.
Non avremmo potuto dire “italiani” con quel misto di disperazione e amore.

E forse, nel suo cuore baffuto, Vittorio lo sapeva:
“Non mi conviene… ma vuoi mettere il gusto di sentirsi maledettamente italiani?”

 




Il futuro? Non lo coniughiamo più. E il congiuntivo… pace all’anima sua

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170160ba 040a 4d51 a46f 5d5a340ffb1aTra i tanti tempi verbali della lingua italiana — quelli che ci hanno fatto studiare, sudare, declinare e magari anche odiare a scuola — ce ne sono due che sembrano scomparsi dai radar delle nuove generazioni (e non solo): il futuro semplice e il congiuntivo.

Oggi si legge e si ascolta con una certa disinvoltura che “stanotte torna l’ora legale”, come se fosse un evento ricorrente tipo il latte che bolle. Ma l’ora legale, piaccia o no, tornerà, perché si sta parlando di un avvenimento che deve ancora accadere. È il futuro, bellezza. Quello che si usa per indicare ciò che non è ancora successo. Semplice, no? Eppure, sembra troppo complicato per chi vive solo nel presente — o peggio — in un eterno “status” da social.

Poi c’è lui, l’illustre decaduto: il congiuntivo. Quel tempo verbale che regala sfumature, incertezze, desideri, dubbi, possibilità. Oggi invece è trattato come un vecchio zio strano, che si invita a cena solo a Natale e solo se non può proprio mancare. Si sente dire “Spero che viene”, “Credo che è”, “Penso che ha ragione”. Ma no, non è così: si dovrebbe dire “venga”, “sia”, “abbia”. Eppure sembra che l’italiano corretto sia diventato un’opzione accessoria, come i vetri elettrici sulle auto d’epoca.

A tutto questo si aggiunge la sagra della virgola, usata senza criterio. In mezzo alla frase, tra soggetto e verbo, oppure in gruppi, a grappolo, come chicchi lanciati a caso sul foglio: tanto, una virgola in più non ha mai ucciso nessuno, giusto?

Sbagliato.
Le virgole non sono coriandoli, ma pause: servono a respirare, a capire, a non perdere il senso del discorso. Metterne troppe è come frenare ogni tre metri. Non metterne affatto è come guidare a fari spenti nella nebbia.
E poi ci sono i casi in cui una virgola messa nel posto errato cambia completamente il significato della frase. Ecco un esempio classico:

  • Andiamo a mangiare, nonna! → stai invitando la nonna a pranzo.
  • Andiamo a mangiare nonna! → stai proponendo… di mangiarla. Horror linguistico (e non solo).

Le parole hanno un peso, le virgole un ritmo, i tempi verbali un significato. Dimenticarli o usarli a caso vuol dire impoverire il pensiero, la comunicazione, la cultura.

La domanda, allora, è una sola: stiamo andando verso un futuro… di sgrammaticati?
È possibile. Oppure siamo solo vittime della fretta, dei correttori automatici, della cultura usa e getta della parola.

Forse basterebbe riscoprire la bellezza della lingua — sì, quella che tornerà se la si vorrà — e renderle un po’ di quel rispetto che si deve alle cose belle, che ci rendono, in fondo, un po’ migliori.

 




La guerra in Ucraina: come finirà?

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imagesA più di tre anni dall’invasione russa dell’Ucraina, la domanda che rimbalza con insistenza nei salotti televisivi, nei bar, e nei cuori delle famiglie ucraine e russe è una sola: come finirà questa guerra? Una guerra che ha già provocato centinaia di migliaia di morti, milioni di sfollati, città rase al suolo e un mondo intero spinto di nuovo sull’orlo di un conflitto globale.

La risposta, a oggi, è tutt’altro che chiara. I fronti si sono irrigiditi. La controffensiva ucraina del 2023 non ha ottenuto i risultati sperati, mentre la Russia continua a mantenere il controllo su parte dei territori occupati. L’Occidente, tra difficoltà economiche e tensioni interne, inizia a mostrare segni di stanchezza. Gli Stati Uniti sono in un anno elettorale e l’Europa, divisa tra solidarietà e convenienza, fatica a trovare una linea comune.

Ci sono tre possibili scenari sul tavolo.

Il primo è quello di una lunga guerra d’attrito, come quella in Corea: fronti più o meno stabili, bombardamenti sporadici, ma nessuna soluzione politica. Un conflitto congelato, ma sempre pronto a riaccendersi. Sarebbe la vittoria del cinismo geopolitico, della realpolitik spietata.

Il secondo è quello di una negoziazione forzata, favorita da pressioni esterne: l’Ucraina, indebolita, accetta concessioni territoriali in cambio della pace e di garanzie internazionali. Ma chi garantisce cosa? E, soprattutto, a quale prezzo per la sovranità di Kiev e per la credibilità dell’Occidente?

Il terzo, il più utopico ma anche il più giusto, è quello di una vittoria diplomatica della verità, dove si riconosce che l’invasione è stata un’aggressione ingiustificata e si trova un compromesso che non premi la forza, ma la legge internazionale. Questo scenario richiederebbe però un cambiamento radicale nei vertici russi e una volontà globale che, al momento, appare distante.

Intanto, il popolo ucraino continua a resistere. E il mondo osserva, diviso tra il timore dell’escalation e la fatica della solidarietà.

Come finirà la guerra in Ucraina? Forse la domanda più onesta sarebbe: quale futuro siamo disposti ad accettare, in nome della pace?

 




Ma a Vittorio Emanuele II conveniva davvero unificare l’Italia?

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vittem2Ammettiamolo: oggi l’unificazione d’Italia ci sembra una cosa ovvia, naturale, quasi inevitabile. Ma mettiamoci per un attimo nei baffi (e nei panni) di Vittorio Emanuele II di Savoia, Re di Sardegna prima, Re d’Italia poi, e – tra una caccia al cinghiale e una bestemmia sabauda – chiediamoci: ma gli conveniva davvero?

Il Regno di Sardegna (che in realtà era Piemonte + Sardegna, ma fa più figo dire “Sardegna”) aveva già tutto:

  • Le Alpi per sciare, nascondere i cospiratori e fare contrabbando;
  • Il mare della Liguria per le vacanze reali e la focaccia;
  • Torino, che all’epoca sembrava la Londra del Nord Italia (pioggia compresa);
  • I porti di Genova e Nizza (ehm… almeno fino a quando non l’ha mollata a Napoleone III, ma quella è un’altra storia).

E allora, caro Vittorio, perché andare a prendersi anche tutto il resto?

Perché inglobare:

  • Il Regno delle Due Sicilie, dove i Borbone stavano bene tra babà e sfogliatelle, e la ferrovia l’avevano già?
  • Lo Stato Pontificio, con un Papa che già si vedeva Capo di Stato e Re della Domenica?
  • L’Emilia Romagna, dove ci si accoltellava per il ragù “giusto”?
  • E il Veneto, che era più austriaco che italiano?

Insomma, l’Italia era un mosaico bellissimo… da guardare, non da governare!

Dopo l’unificazione, il povero Vittorio si è ritrovato con:

  • una lingua che nessuno parlava (tranne Manzoni, ma lui era milanese, quindi già sospetto);
  • briganti ovunque (non solo a Sud, ma con più coreografia lì);
  • tasse da inventare, debiti da saldare e mezzadri da consolare;
  • e Garibaldi che continuava a fare il freelance rivoluzionario, pure a contratto scaduto!

È come se avesse vinto un’auto sportiva a un concorso e poi si fosse accorto che il premio non includeva il carburante… né il bollo.

Moralina finale (con sorriso incluso):
Forse Vittorio Emanuele II un giorno, mentre si sistemava i baffi davanti allo specchio, ha sussurrato:
“Mah… chi me l’ha fatto fare?”
E noi, a 160 anni di distanza, possiamo solo rispondere:
“Non lo sappiamo, ma grazie lo stesso. Ci hai dato un Paese unico, incasinato, bellissimo. Un po’ come una pizza con l’ananas: forse non necessaria, ma ormai ce la teniamo.”

 




L’Europa si riarma. Contro chi?

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imagesL’Europa si sta riarmando. Ma contro chi, esattamente? Non certo contro gli americani, nostri “alleati” storici e padroni geopolitici. Contro la Russia? Difficile crederlo. La Russia ha un territorio immenso, vasto quanto un continente, e nessun bisogno né reale interesse ad espandersi ulteriormente verso un’Europa che, al netto della propaganda, non sembra affatto pronta né disposta ad affrontare un conflitto vero.

Allora la domanda diventa un’altra: chi ci guadagna da questo riarmo? Una risposta è fin troppo facile: l’industria bellica. I fabbricanti di armi, americani e non solo, hanno probabilmente convinto i falchi europei che sia tempo di aumentare la spesa militare, di riempire i magazzini, di ordinare droni, missili e carri armati. Tutto questo in un continente che, dopo secoli di guerre fratricide, ha finalmente goduto quasi un secolo di pace e stabilità.

La verità è che il popolo europeo non vuole la guerra. Non la cerca, non la sogna, non la sostiene. La nostra gente vuole vivere, non morire al fronte. Vuole viaggiare, lavorare, crescere i figli, costruire. Non distruggere.

E allora, se la signora Von der Leyen e compagnia bella hanno tutta questa voglia di “difendere l’Europa” con le armi, vadano pure loro in prima linea. Siano loro, e non i nostri giovani, a impugnare il fucile. Perché è troppo comodo dire “armiamoci e partite” seduti sulle poltrone dorate di Bruxelles.

Non servono più armi. Serve più diplomazia. E soprattutto, serve più coraggio: il coraggio di dire no a chi vuole trasformare l’Europa in un’enorme base militare. Perché la vera forza del nostro continente è sempre stata la pace.