Chiacchiere da Bar

anteprima chiacchiere da bar arca di noe

anteprima chiacchiere da bar arca di noeC’è un noto giornalista di fede interista, con cui in passato ho avuto l’onore di confrontarmi e da cui ho imparato qualche segreto del mestiere, che si diverte a stuzzicarmi sui presunti favori arbitrali di cui godrebbe la Juventus, squadra per la quale nutro una forte simpatia. Non gli ho mai risposto, un po’ per rispetto e un po’ perché per me il calcio è una passione e non un’ossessione. Tuttavia, è bene ricordare, tanto a lui quanto ai non pochi haters della “Goeba”, che i concetti precostituiti, così come i pregiudizi, qualificano più chi li formula rispetto a chi ne diventa oggetto. Sì, Calciopoli ha consegnato ai posteri una Juventus impura, spogliata di due scudetti e condannata a 12 mesi di reclusione in serie B, ma chi non ha la vista annebbiata dal tifo sa bene che lo scandalo che di fatto pose fine alla Prima Repubblica del calcio italiano disse anche altro. Innanzitutto è emerso che anche l’Inter meritava la B per illecito sportivo e che a salvarla fu la prescrizione. A dire ciò non sono i tifosotti da bar, ma la relazione di 72 pagine redatta nel 2011 dal procuratore federale Stefano Palazzi. Non solo: anche sul conto dell’Inter si sentono molti cliché, ma preferisco non soffermarmi su di essi poiché, come ho già accennato, i concetti precostituiti tendono a definire maggiormente chi li diffonde piuttosto che coloro ai quali sono rivolti.

Concluderei qui, evitando di menzionare altre squadre e altre tifoserie, ma prima dei saluti vorrei invitare tutti a una riflessione: nel mondo del calcio, e soprattutto in quello italiano, segnato da mille illeciti e infinite polemiche, chi può davvero permettersi di ergersi a modello di sportività?

Bonne vie.




Il potere giudiziario argina gli eccessi di Musk e Trump?

ap24225509754850

ap24225509754850“Grazie di nuovo. Non lo dimenticherò”. Così Donald Trump a John Roberts, il presidente della Corte Suprema, in un momentaneo incontro nell’aula del Congresso subito dopo il discorso del 47esimo presidente alla Camera e al Senato. Le parole sono state accompagnate da una pacca sulla spalla del presidente al giudice, un gesto fuori dal normale verso il tradizionale rispetto ai magistrati, ma tutt’altro che atipico per Trump.

Difficile sapere precisamente perché Trump ha espresso la sua gratitudine ma molti analisti hanno ipotizzato che si trattasse dell’immunità presidenziale concessa dalla Corte Suprema nel mese di luglio del 2024 all’allora ex presidente e candidato repubblicano. Trump era infatti imputato di parecchi casi giudiziari e l’immunità della Corte Suprema ritardò i processi e alla fine con la sua rielezione furono messi da parte.

Se Trump ha dimostrato riconoscenza al potere giudiziario con le sue parole a Roberts lo stesso non si può dire recentemente dei suoi sostenitori poiché nel suo secondo mandato la magistratura è divenuta l’ultimo baluardo contro gli assalti alla legalità. La Camera e il Senato, con le maggioranze repubblicane, non stanno svolgendo il loro compito di contrappeso alle irregolarità di Elon Musk e del suo cosiddetto Dipartimento di Efficienza (Doge) che nelle ultime settimane ha fatto poco altro che licenziare dipendenti federali a destra e manca con la scusa di eliminare gli sprechi.

Le inevitabili denunce hanno ritardato e in alcuni casi costretto Musk e Trump a fare marcia indietro con le tipiche reazioni spropositate del presidente e del suo ultra ricco sostenitore. Infatti, è stato principalmente il padrone di Tesla, Starlink ed altre aziende a reagire con il suo solito stile. In un messaggio su X (già Twitter) Musk, ovviamente contrariato da ciò che vede come interferenza giudiziaria, ha postato usando anche lettere maiuscole che se “QUALUNQUE giudice può bloccare OGNI ordine presidenziale NON abbiamo più la democrazia, abbiamo TIRANNIA dei MAGISTRATI”.

Musk era arrabbiato perché infatti o non capisce il sistema americano dei tre rami del governo—il potere esecutivo, il potere legislativo e il potere giudiziario— o molto più probabilmente non gliene frega niente. Lui crede che la “motosega” consegnatagli da Trump dovrebbe tagliare dovunque vuole senza nessun ostacolo, senza considerare leggi, contratti, e il fatto che i fondi stanziati dalla legislatura devono essere usati secondo le leggi approvate. Senza considerare gli effetti che i tagli indiscriminati hanno sugli individui che li devono subire e vedono la loro vita messa sottosopra.

I giudici federali hanno usato ingiunzioni per frenare o sospendere almeno temporaneamente una serie di azioni di Trump e Musk. Includono l’assistenza della USAid a Paesi esteri, i diritti dei transgender, il diritto alla cittadinanza per nascita, il licenziamento arbitrario di licenziare dipendenti senza nessuna ragione, e i blocchi di spendere fondi stanziati dal Congresso. In alcuni casi l’amministrazione Trump non ha seguito le decisioni dei giudici come ci rivela la situazione del giudice John McConnell. Il giudice federale del Rhode Island aveva ordinato lo sblocco di fondi federali per 1000 miliardi stanziati dal Congresso, chiarendo che la legislatura controlla “il potere del portafoglio”. Quando l’amministrazione Trump non ha obbedito al suo ordine McConnell ha emesso un secondo ordine con dieci giorni di scadenza, minacciando i legali governativi che gli ordini giudiziari devono essere messi in atto “immediatamente”. Anche il giudice Amir Ali di Washington D. C. ha imposto una scadenza di 48 ore al rilascio di 1,5 miliardi di dollari promessi da USAid, bloccati dall’amministrazione Trump. Inoltre, il giudice William Alsup della California del Nord ha ordinato a una mezza dozzina di agenzie federali di ripristinare “immediatamente” gli impieghi di dipendenti temporanei licenziati il mese passato, etichettando i licenziamenti “una farsa”.

Musk e Trump però hanno poca volontà di obbedire gli ordini dei giudici e hanno dato indicazioni che li vedono come intralci al potere esecutivo. In questo quadro i giudici hanno poche carte da giocare. I magistrati possono fare ricorso ai US Marshals, il corpo di polizia federale incaricato della protezione dei magistrati ma anche di assicurare l’esecuzione delle sentenze. Il problema per i giudici è che gli US Marshals sono sotto il controllo del Dipartimento di giustizia, il cui capo è Matt Bondi, la procuratrice generale. Come si sa, la Bondi è stata nominata da Trump e confermata dal Senato recentemente. La Bondi è ovviamente grande sostenitrice di Trump ma dovrebbe agire in maniera indipendente dalle politiche partisan del suo capo. Cosa farà lei in questi casi? Obbedirà le decisioni dei giudici e il suo giuramento alla costituzione sapendo benissimo che Trump non esiterebbe a licenziarla e rimpiazzarla con un altro più accondiscendente?

Nel mese di febbraio Trump ha postato su X che “colui che salva il suo Paese non viola legge”, suggerendo che se lui si vede salvatore degli Usa potrebbe disobbedire anche i giudici. Fino adesso il 47esimo presidente non ha esplicitamente disobbedito la Corte Suprema che pende a destra (6-3), con tre togati nominati proprio da lui. Se Trump dovesse disobbedire la Corte Suprema si arriverebbe chiaramente a una crisi costituzionale. L’unica mossa sarebbe se i legislatori agirebbero per difendere la costituzione ma al momento i repubblicani sembrano essere troppo docili e non si crede che troverebbero il coraggio di dire no al loro capo.

Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

 




Un mondo sospeso tra dazi, conflitti e riarmo europeo: cosa sta accadendo?

belgium europe defense

belgium europe defense

Il mondo sembra essere tornato indietro nel tempo, a un’era in cui la diplomazia e la cooperazione internazionale cedono il passo a una crescente polarizzazione, instabilità economica e militare. Gli ultimi sviluppi sul fronte commerciale e geopolitico sono emblematici di un cambiamento profondo nelle dinamiche globali. Da un lato, gli Stati Uniti, sotto la guida di Donald Trump, hanno imposto dazi pesanti sulla Cina, alimentando una guerra commerciale che sembra senza fine. Dall’altro, la Cina non solo si difende, ma minaccia apertamente la possibilità di un conflitto economico e addirittura armato. Nel mezzo, l’Europa, storicamente incentrata sulla diplomazia e sulla cooperazione economica, si prepara a riarmarsi, riflettendo le incertezze di un ordine mondiale in trasformazione.

Il ruolo di Trump e la politica dei dazi

Nel 2018, Donald Trump ha innescato una serie di tensioni con la Cina attraverso l’imposizione di dazi su una vasta gamma di prodotti, accusando Pechino di pratiche commerciali sleali, come il furto della proprietà intellettuale e la manipolazione della valuta. Questi dazi sono stati la punta dell’iceberg di una guerra commerciale che ha visto il coinvolgimento di altri attori globali, con i costi economici e politici che si sono fatti sentire ovunque.

Ma i dazi non sono solo una questione economica. Sono diventati un simbolo di una battaglia ideologica, una lotta per l’egemonia globale. La mossa di Trump riflette la crescente sfiducia nei confronti della Cina, non solo come rivale economico, ma anche come potenza politica che si sta affermando sempre più sul palcoscenico internazionale. L’approccio dell’ex presidente americano ha risvegliato gli istinti protezionistici di altri paesi, creando una reazione a catena che minaccia di spezzare il fragile equilibrio economico globale.

La Cina disposta a tutto. Anche alla guerra?

Le parole della Cina, che recentemente ha espresso la sua disponibilità a intraprendere azioni più drastiche, anche militari, sono un segnale di quanto il regime di Xi Jinping consideri la guerra commerciale non solo come una questione di economia, ma come una battaglia di sopravvivenza per il proprio modello di sviluppo e per il mantenimento della propria influenza globale.

In risposta ai dazi, Pechino ha introdotto tariffe simili sugli Stati Uniti, cercando nel contempo di diversificare le sue relazioni economiche con altri paesi, dall’Africa all’America Latina, passando per l’Europa. Ma la minaccia di un conflitto armato, benché paradossale in un’epoca di globalizzazione e interdipendenza economica, non è da sottovalutare. La Cina, infatti, ha iniziato a rafforzare le sue capacità militari, con investimenti significativi nel settore tecnologico e nella modernizzazione delle forze armate.

L’Europa, il riarmo del Vecchio Continente

Nel frattempo, l’Europa sta rispondendo a questa crescente instabilità con un passo inedito: il riarmo. Non più solo un continente dedito al dialogo e alla diplomazia, sta rinforzando le proprie capacità militari, con paesi come la Germania che, dopo decenni di disimpegno dalle politiche di difesa, stanno aumentando le proprie spese per la sicurezza. Le alleanze storiche, come la NATO, vengono riconsiderate alla luce di un’America che sembra sempre più in ritirata dalle proprie posizioni di leadership globale.

Nonostante il riarmo europeo, la questione è se il Vecchio Continente sia in grado di affrontare le sfide globali senza compromettere la sua coesione interna. Le divergenze tra i paesi, la crescente incertezza politica interna e il contrasto tra visioni di politica estera diverse rendono l’Europa vulnerabile a un’escalation che potrebbe vederla coinvolta in conflitti indiretti, magari anche in alleanze scomode.

Cosa sta accadendo e cosa ci aspetta?

Quello che sta accadendo è un ridisegno radicale degli equilibri internazionali, una corsa agli armamenti che segna il ritorno di un’era che pensavamo superata. La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina è solo la punta dell’iceberg, con l’Europa che si sta preparando a dover scegliere da che parte stare. Se la situazione non si risolverà in tempi brevi, potrebbero esserci sviluppi imprevedibili, forse conflitti indiretti che coinvolgeranno economie più vulnerabili, come quelle dei paesi emergenti.

In un contesto globale sempre più frammentato, la diplomazia sembra essere messa da parte in favore di un rafforzamento delle difese nazionali. Ma la vera domanda è se il mondo, nella sua ricerca di sicurezza e stabilità, finirà per cedere a dinamiche belliche. In un’epoca in cui le guerre non si combattono solo sul campo di battaglia, ma anche attraverso sanzioni, cyber attacchi e disinformazione, ogni mossa strategica potrebbe generare una risposta imprevedibile.

L’incertezza regna sovrana. Se riusciremo a evitare il conflitto diretto, la speranza è che l’equilibrio fragile che sta emergendo possa stabilizzarsi. Ma, con ogni probabilità, il futuro prossimo sarà segnato da una crescente competizione tra potenze globali, in cui ogni mossa avrà un peso decisivo, tanto sul piano economico quanto su quello geopolitico.

 




La morte? Una questione di punti di vista

images

imagesAll’esalazione dell’ultimo respiro tutto termina o tutto riaffiora? Perdiamo il presente o ritroviamo il passato? Lo scopriremo solo morendo.

La morte come una sorta di porta verso la vita eterna, l’unica per stare di nuovo con i nostri cari estinti.

Madonna, la vera “The Queen of Pop” (non me ne voglia la bravissima Lady Gaga), ridefinisce il concetto di morte, vedendola come un nuovo inizio e non più come la fine di tutto.

Dopo la scomparsa della madre (avvenuta a causa di un cancro al seno quando la piccola Louise Veronica Ciccone aveva solamente 6 anni), la cantante rivela di essere rimasta affascinata dai cimiteri, puntualizzando: “Non avevo paura della morte perché sapevo che questo era l’unico modo per stare di nuovo con mia madre”. Le parole dell’amata interprete di hit come Like a Virgin (1984), True Blue (1986) e Like a Prayer (1989), inducono a una riflessione profonda tutti coloro che credono nella trascendenza.

Madonna, tuttavia, non è la prima (e non sarà l’ultima) a vedere la morte come un’opportunità. Tra i tanti ad aver riscritto la definizione di decesso abbiamo Steve Jobs (“La morte con tutta probabilità è la più grande invenzione della vita. Spazza via il vecchio per far spazio al nuovo”), Vladimir Nabokov (“La vita è una grande sorpresa. Non vedo perché la morte non potrebbe esserne una anche più grande”), Seneca (“Il giorno che temiamo come ultimo è soltanto il nostro compleanno per l’eternità), Epicuro (“La morte non esiste. Quando noi viviamo, lei non c’è; quando c’è lei, non ci siamo noi) e tanti altri.

Se i sopracitati VIP credevano davvero a ciò che dissero, non ci credevano fino in fondo o ci credevano solo in parte, nessuno può dirlo. Quello che posso dirvi io è che mio nonno, convinto sostenitore della teoria secondo la quale è meglio essere precari “di qua” che stabili nell’aldilà, non avrebbe condiviso certi… punti di vista.

 

 

 

 




Europa da “due di picche”: la guerra in Ucraina e il gioco degli equilibri internazionali

images

imagesNel complesso scenario dei negoziati per la guerra in Ucraina, si assiste a un curioso e sconcertante spostamento degli equilibri di potere. Mentre Washington e Mosca si impegnano in un dialogo – spesso teso, intriso di scambi di minacce e proposte velate – l’assenza di Kiev dalle trattative non può che far riflettere. Il presidente Zelensky, simbolo della resilienza ucraina, sembra essere stato relegato ai margini di un confronto che, pur essendo destinato a definire il futuro della regione, non riserva spazio per le aspirazioni e le necessità di un popolo già troppo a lungo protagonista di una tragedia.

Il ruolo dell’Europa, tradizionalmente considerato un attore fondamentale nel plasmare la stabilità del vecchio continente, appare ora ridotto a quello di un “due di picche”, una carta di valore esiguo in un mazzo dove le dinamiche globali sono decise da chi possiede la forza economica e militare. L’Unione Europea, nonostante i continui appelli e gli sforzi diplomatici, sembra aver perso terreno in questo scacchiere internazionale, rimanendo in una posizione di secondaria importanza rispetto agli Stati Uniti e alla Russia. La politica estera europea, divisa e spesso lenta a reagire, rischia di diventare il pedone sacrificabile in trattative che plasmeranno il futuro non solo dell’Ucraina, ma di tutto l’assetto geopolitico mondiale.

Il dialogo tra Washington e Mosca, seppur essenziale per contenere l’escalation di un conflitto che ha già spostato i confini della sicurezza globale, solleva inquietanti interrogativi sulla trasparenza e sui reali interessi che animano le due superpotenze. Mentre gli Stati Uniti cercano di mantenere la leadership in una regione strategica e di sostenere un’alleanza transatlantica che promette intervento in favore della democrazia, la Russia, dal canto suo, mira a ristabilire la propria sfera d’influenza e a mettere in discussione l’ordine liberale. In questo contesto, l’esclusione di Kiev – e in particolare di Zelensky – dalle discussioni, è sintomatica di una volontà di negoziare senza tener conto delle istanze di chi, giorno dopo giorno, subisce le conseguenze dirette del conflitto.

L’Europa, dunque, si trova a dover fare i conti con un dilemma esistenziale: come rinnovare il proprio ruolo di mediatore e protagonista, senza rimanere un semplice spettatore, quando le dinamiche globali vengono determinate da forze ben diverse da quelle che da sempre hanno guidato il continente? È tempo che Bruxelles riprenda in mano le redini della sua politica estera, ponendosi come interlocutore credibile e indipendente, capace di far sentire la voce di un’Europa che non si accontenta di essere considerata solo un “due di picche” in una partita a somme milionarie.

Nel frattempo, la situazione in Ucraina continua a essere sospesa in un limbo di incertezza, mentre il destino di milioni di vite resta appeso a negoziati che, apparentemente, non hanno spazio per chi lotta ogni giorno per la libertà e la giustizia. La comunità internazionale, e in particolare l’Europa, ha il dovere di riscrivere le regole del gioco, affinché non si trasformi in un’arena dove il valore umano è relegato a mero accessorio nella partita di potere globale.




Ambiguità o strategia? Gli Stati Uniti tra taglie su Maduro, riconoscimento di González e negoziati con il regime venezuelano

captura

capturaLa recente decisione dell’amministrazione Trump di riconoscere Edmundo González come presidente eletto del Venezuela, offrire una taglia di 25 milioni di dollari per l’arresto di Nicolás Maduro e inviare un proprio emissario per negoziare la liberazione di cittadini americani detenuti in Venezuela solleva interrogativi sulla coerenza e l’efficacia della politica estera statunitense nei confronti del regime venezuelano.

Da un lato, il riconoscimento di González e l’imposizione di una taglia su Maduro indicano una chiara condanna del regime attuale e un sostegno esplicito all’opposizione venezuelana. Queste azioni mirano a delegittimare Maduro e a esercitare pressione affinché avvenga una transizione democratica nel paese.

Dall’altro lato, l’invio di un emissario per dialogare con lo stesso Maduro al fine di ottenere la liberazione di cittadini americani detenuti potrebbe apparire come una contraddizione. Tuttavia, questa mossa riflette la complessità della diplomazia internazionale, dove la protezione dei propri cittadini all’estero rappresenta una priorità assoluta. Nonostante le tensioni politiche, è spesso necessario intraprendere negoziati diretti con governi ostili per garantire la sicurezza dei propri cittadini.

L’idea di un intervento diretto per rovesciare il regime di Maduro potrebbe sembrare una soluzione decisiva per liberare sia i prigionieri americani che il popolo venezuelano dalla dittatura. Tuttavia, un’azione militare comporterebbe rischi significativi, tra cui possibili perdite umane, destabilizzazione regionale e conseguenze imprevedibili a lungo termine. Inoltre, interventi esterni possono talvolta rafforzare il nazionalismo e la resistenza interna, complicando ulteriormente la situazione.

Pertanto, la strategia dell’amministrazione Trump sembra bilanciare la pressione sul regime di Maduro con la necessità di proteggere gli interessi immediati degli Stati Uniti, come la sicurezza dei cittadini detenuti. Questa dualità può apparire ambigua, ma riflette le sfide intrinseche della politica estera, dove principi morali, interessi strategici e realpolitik devono essere costantemente equilibrati.

Insomma, mentre l’apparente ambiguità nelle azioni degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela può sollevare domande, essa evidenzia la complessità delle decisioni diplomatiche in contesti internazionali intricati. La combinazione di sanzioni, riconoscimenti politici e negoziati diretti rappresenta un tentativo di affrontare una crisi multilivello, cercando di promuovere il cambiamento senza ricorrere a misure estreme che potrebbero avere conseguenze impreviste.

 




Alcune considerazioni sul lavoro consolare a Porto Alegre

lettere direttore

lettere direttoreCaro Direttore,

da affezionato lettore di Fatti Nostri, mi ha incuriosito l’articolo apparso nella recente edizione del giornale, sotto il titolo ”Brasile. Rio Grande do Sul, battuto il record di cittadinanze”.

A quanto infatti si apprende, l’Ufficio consolare nel Rio Grande do Sul ha festeggiato lo scorso anno un vero e proprio record, con l’emissione di ben 14.238 passaporti e 6 .464 nuove cittadinanze, un numero mai visto prima, a dire di quel console generale.

Ma il dato che più mi ha intrigato, devo confessarlo, è quello relativo alle 47 nuove assunzioni, il che significa, se capisco bene, che ben 47 funzionari prestano servizio attualmente nell’ufficio consolare di Porto Alegre. Ma un dato siffatto – mi domando- è attendibile?  A mo’ di utile comparazione, osservo che nel Consolato generale di Zurigo, con una popolazione italiana residente che è il doppio di quella di Porto Alegre, gli impiegati, fino a qualche mese fa, erano solo 35, compreso il console generale.

Ma ammettiamo pure che il dato di Porto Alegre sia vero, allora il record di cui si parla è tutto negativo. In Verità, noi non sappiamo come vengano impiegati i 47 funzionari in servizio, ma immaginando- come utile semplificazione- che 15 di essi lavorino allo sportello o ricevano le domande per il passaporto, il dato che ne risulta è semplicemente allarmante.

Infatti, se consideriamo realistico che un passaporto venga confezionato nell’arco di  trenta minuti – e questo infatti era il tempo medio che si registrava a  Zurigo prima degli sciagurati contingentamenti decisi dai diplomatici assieme ai sindacati, col pretesto del Covid-, se questo, dunque,  è il tempo medio di disbrigo delle pratiche per i passaporti,  ecco che ciascuno dei 15 impiegati rilascia in media 2 passaporti ogni ora, ossia 14  passaporti nelle sette ore lavorative, un dato, questo, che, moltiplicato per 15 ( il numero teorico di addetti al settore), si traduce in 210 passaporti rilasciati quotidianamente. Questa cifra, moltiplicata, a sua volta, per i 22 giorni lavorativi nell’arco del mese, fa 4.796 passaporti. Ciò significa che il consolato generale potrebbe rilasciare in tre mesi lo stesso numero di passaporti che oggi rilascia in un anno. È molto probabile, lo diciamo subito, che ci sfugga qualche passaggio, che il console generale potrà utilmente correggere.

Teniamo però a precisare che si tratta di semplici operazioni aritmetiche, che chiunque è in grado di condurre. Stando ai numeri, la produttività del lavoro (che è cosa diversa dalla produzione) sembrerebbe piuttosto bassa, e, anzi, bassissima. Rimane comunque un fatto, per noi curioso: Veramente a Porto Alegre sono in servizio 47 impiegati?

Ancora una osservazione: Si dà per scontato nell’articolo che nel Rio Grande Do Sul risiedano 5 milioni di potenziali cittadini italiani. È un dato, questo, di cui purtroppo non viene fornita la fonte, ma, ammesso che sia attendibile, ciò significa che all’incirca un abitante su due nel Rio Grande do Sul è di origine italiana. Anche in questo caso, sembrerebbe necessaria una rigorosa verifica presso l’Ufficio di Statistica della regione riograndense.  È mai possibile, ci chiediamo, che in America Latina siano quasi tutti italiani?

Con molti cordiali saluti,

Gerardo Petta- Zurigo




Femminicidio, facciamo chiarezza!

tema femminicidio
tema femminicidioTanto per non essere vittima del pensiero dominante, pur rischiando molto quando si ha il coraggio di chiamare le cose col loro nome, provo ad esprimere un’opinione che risulterà essere condivisa da una minima percentuale di persone.
Intanto il termine “femminicidio” è orribile, è un effetto speciale dell’ipocrisia dominante, che significa? Nulla! In Italia muoiono, uccisi dalle donne, 200 uomini all’anno, nessuno riporta questo dato, ripeto 200 uomini; in Italia la magistratura nelle cause di separazione, divorzio, sappiamo essere molto “accogliente” verso le ragioni delle donne. Basta una dichiarazione di un minore “consigliato” a riferire anche confusamente un episodio che indica il padre reo anche solo di tentativo di stupro (questa fattispecie è risultata, dopo essere stata approfondita, falsa ) rovina per sempre l’uomo.
Altro che patriarcato, altra scemenza degli ultimi tempi incredibilmente apparsa alla ribalta dal nulla.
Questo quotidiano martellante riferire sull’orrendo crimine contro le donne non si capisce a chi sia diretto, le donne sanno difendersi e lo fanno molto bene e questo è un fatto che non può che farci piacere.
Per quanto riguarda i numeri, ad esempio, in percentuale vengono uccise molte più donne in Svizzera, in Austria (circa il doppio che in Italia), in Russia sono 10.000 le donne uccise, in Italia siamo il fanalino di coda (per una volta in modo positivo) per il numero di vittime di questo crimine che potrebbe ancor più diminuire applicando le leggi che abbiamo.
L’argomento trattato è scomodo, ma io esprimo liberamente le mie opinioni, non sono alla ricerca di applausi, mi fa senso quando l’ipocrisia diventa spettacolo, audience.
La verità innanzitutto.



La manovra di Bilancio e le pensioni degli italiani all’estero

lettere direttore

lettere direttoreCaro Direttore,

A proposito delle critiche che l’On. Ricciardi, deputato del PD attivo in Svizzera, muove in questi giorni all’azione del governo, per la mancata rivalutazione delle pensioni degli italiani all’estero, sembra a me che le contestazioni dell’On. Ricciardi, pur comprensibili in un esponente dell’Opposizione, siano tuttavia ingenerose, perché non tengono conto del piano complessivo avviato con la legge di Bilancio per ridurre le tasse e aumentare il reddito di lavoratori e pensionati.

Per altro, la mancata rivalutazione delle pensioni è un tema reale e, per molti aspetti, lancinante. Tuttavia, esso riguarda, in primo luogo, i pensionati residenti nella Penisola, cui vengono concessi aumenti obiettivamente irrisori e, per estensione, i pensionati all’estero.

D’altra parte, i vincoli europei impongono al governo di seguire una via rigida e avara. Ciò è motivo di disappunto per tutti noi, indistintamente, ma bisogna ricordare che Bruxelles ha il fucile spianato e i mercati finanziari, all’occorrenza, sanno essere spietati.

L’On. Ricciardi si accanisce però coi Partiti di governo, cui rinfaccia di ” punire” i pensionati”. E i giovani, domandiamo noi, questi non vengono colpiti? Ma è questo, secondo noi, il vero punto debole dell’azione di governo.

Nel contesto, viene naturale domandarsi quali misure a sostegno dei pensionati abbiano adottato i governi di centro-sinistra negli anni e nei decenni passati.

Insomma, ben venga la critica, ma sarebbe auspicabile ascoltare anche l’autocritica.

Gerardo Petta- Zurigo




Epifania, paganesimo, cristianesimo, calendari incasinati…

labefana
labefanaTra poco sarà il 6 gennaio. Nella tradizione cristiana, è il giorno dell’Epifania, il giorno in cui Gesù Bambino si manifesta ai tre re Magi giunti a Betlemme per vederlo . “Epiphaneia” in greco significa appunto “manifestazione” e il nome “Befana” non è altro che una derivazione di questa parola. Ma è un po’ tirata per i capelli. A cosa allude questa manifestazione?
Anticamente era manifestazione della vegetazione che spuntava con l’anno nuovo, visto che nell’antica Roma, ancora nella prima epoca monarchica, lo riferisce Plutarco, l’anno finiva e ricominciava nell’equinozio di primavera. Fu Numa Pompilio ad aggiungere Gennaio e Febbraio ai mesi dell’anno, così che Marzo (che all’inizio non era Dio della guerra ma bensì Dio dei giardini e della vegetazione) divenne il terzo mese dell’anno. Tanto è vero che settembre non è il settimo mese ma il nono, e ottobre non è l’ottavo mese ma è il decimo e così via. Pertanto la Epiphaneia, o Epifania, era la manifestazione della Dea natura in cui i prati e gli alberi verdeggiavano per teneri germogli.
Poiché spostata la data non era finita la ricorrenza, i giorni seguenti all’equinozio di primavera vennero spostati ai giorni successivi del solstizio d’inverno, data a cui si erano spostati la fine e l’inizio dell’anno (mmh calendari incasinati!).
Poichè nelle campagne sopravvisse a lungo la religione pagana, soprattutto nelle Dee legate alla fertilità dei campi, la Chiesa si ingegnò a creare santi che sostituissero questo compito, inventando la benedizione dei campi, degli animali, degli attrezzi da lavoro, del raccolto e così via. Ma nelle campagne per oltre un millennio, e quasi 1500 anni in alcune zone, restò in auge la Dea Diana, riedizione della Dea Dia, ancora più antica, da cui proviene il termine Dio.
Sostituire Dia o Diana col termine Dio sembrò più facile, e in effetti funzionò. Ma per secoli e secoli Diana, col suo corteo di ninfe, volò sui campi nella prima settimana di Gennaio per benedire i campi seminati, poichè si trattava di un periodo critico in cui non doveva gelare o grandinare pena la morte dei semi. Poichè invece “sotto la neve pane”, come cita il proverbio, si facevano le novene per la neve a Diana, novene poi adottate trasformandole un poco, dal cattolicesimo. Sembra che in questo caso si seppellisse nel campo un fascio di rami del salix alba, di salice bianco, per evocare la neve. La Dea del salice era pertanto la Dea della scopa, in modo che si confusero un po’ la Diana che volava nei cieli col suo corteo di ninfe con la scopa e i regali della Dea Strenna.
Il cattolicesimo tentò “strenuamente” di bollare la Dea come strega, ma vi riuscì solo in parte. Diana conservò a lungo il suo volo benefico che proteggeva le sementi e le erbe curative, dovendo però rinunciare al suo avvenente aspetto e assumerne quello di vecchia strega in volo sulla scopa che portava le strenne (dal latino strena, regali tangibili). Non potendo toglierlo fu tollerato come favola.
Sic!
Ma a catechismo cosa ci hanno raccontato?