Una elemosina per i Consolati

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imagesAbbiamo letto con interesse, sui quotidiani dell’emigrazione, la notizia di uno stanziamento governativo di 4 milioni di euro e, cioè, di una miseria, a sostegno dei servizi consolari.

Come mai, ci domandiamo, la proposta di finanziamento, avanzata, salvo errore, nel 2016 da alcuni parlamentari, ha impiegato otto anni per diventare legge? È un caso o il merito è del Ministero degli Esteri, che ha colto al volo – ci sembra- l’opportunità di compensare, grazie alla presente leggina, il taglio degli stanziamenti al Ministero previsto dalla corrente legge di Bilancio?

Non sappiamo per altro come verranno spesi i 4 milioni di euro in cantiere, ma ci permettiamo di azzardare un piccolo esercizio di spesa. Verosimilmente, verranno assunti uno o, forse, due impiegati per i consolati e le cancellerie consolari, dopo di che i soldi saranno praticamente finiti. Il problema, secondo noi, non sono le risorse umane o finanziarie, pur certamente necessarie, ma è l’organizzazione del lavoro consolare, che è mediamente inefficiente.

Di una cosa siamo certi. Ai connazionali non interessano le nuove assunzioni, pur benvenute, interessa bensì l’apertura al pubblico degli uffici, mattina e pomeriggio, dal lunedì al sabato. I connazionali chiedono il libero accesso alle sedi consolari, senza sbarramenti fisici o elettronici e senza vessazioni digitali. Chiedono l’abolizione delle prenotazioni elettroniche, causa prima delle liste di attesa. Chiedono dei consoli che siano anche e soprattutto dei manager.

La regola invece sembra essere quella dell’invisibilità telematica e della tenuta a distanza dei cittadini. Chiediamo scusa se ci ripetiamo ancora una volta, ma è giusto ricordare che a Zurigo, nel quinquennio d’oro, e cioè nel periodo che va dal 2015 al 2020, le complicazioni informatiche erano sconosciute, non vi era l’abitudine di prendere gli appuntamenti nel cuore della notte, non vi era anzi alcun obbligo di prenotazione, che era, al più, consigliato, ma non imposto come obbligo, non esistevano liste di attesa.

Qual è, in fondo, il nostro sogno? Ecco, noi vorremmo che gli uffici consolari si organizzassero come gli uffici postali della Penisola, dove non esistono liste di attesa.

Ricordiamo che in Italia il Ministero dell’Interno, d’intesa con Poste Italiane, ha dato il via a un esperimento travolgente. Dal 2024, è infatti possibile richiedere   alle Poste il passaporto, la carta di identità e numerosi altri servizi, con procedure semplici e tempi di attesa brevissimi. Ecco, noi auspichiamo che l’esperimento congiunto, avviato dal ministero dell’Interno assieme alle Poste, venga esteso anche alle sedi consolari. Si potrebbe cominciare con Zurigo, che potrebbe fare perciò da apripista per tutta la rete dei consolati. Urgono infatti nuove idee e nuovi e più efficienti servizi per i connazionali all’estero.




Poi…

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imagesSe non fingessero di non sapere come le donne sonno trattate in Palestina ad una buona parte di sbandieratrici qualche dubbio sorgerebbe perchè la condizione femminile da quelle parti è ferma a 1000 anni fa e non ci sono segnali che potrà cambiare.
In tempi di pace non ho mai assistito a cortei a favore delle donne palestinesi, il solito doppio standard dei “progressisti” radical chic.



Tutti pazzi per Michelle, l’influencer più amata (ma anche odiata) dagli italiani

michelle comi

michelle comiElisa Esposito? Giorgia Soleri? Macché. L’influencer più popolare d’Italia (dopo il tramonto di Chiara Ferragni) è una bella onlyfanser torinese di 29 anni, capace, attraverso una campagna su GoFundMe lanciata per finanziare un intervento di mastoplastica additiva, di raccogliere 15.000 euro in 24 ore. Il suo segreto? Avere un solo sogno nel cassetto: vivere felice, contenta e… mantenuta!

Uscire con una star del web seguita sui social da oltre mezzo milione di follower? Improbabile, ma non impossibile! Per trascorrere un pomeriggio, e magari anche una serata, con l’influencer nota a tutti come “la Principessa”, basta essere belli, ricchi, interessanti, disposti a spendere non meno di 20.000 euro nelle boutique di Via Monte Napoleone e, dulcis in fundo, evitare parole “tabù” come matrimonio, figli, lavoro e politica.

Michelle Comi, ex impiegata amministrativa presso un Istituto Tumori, ha le idee molto chiare: la donna non deve lavorare, non deve faticare, non deve interessarsi di politica e non deve preoccuparsi di come far arrivare la famiglia a fine mese, poiché certi compiti spettano all’uomo. La donna, sempre secondo “la Principessa”, deve preoccuparsi solo ed esclusivamente di essere sempre al top della forma, sempre sexy e sempre bellissima – non per una soddisfazione personale, ma per avere una schiera di corteggiatori da cui scegliere il “miglior partito”, ovvero colui che combina al meglio bellezza fisica e benessere economico.

Ma chi è davvero questa ragazza, divenuta in breve tempo il sogno di tanti neo-yuppies italiani? Per alcuni è una poco di buono, un cattivo esempio per le giovani, una donna-oggetto (oggetto, sì, ma del desiderio di coloro che vorrebbero sfoggiarla come un Rolex, un completo di Michael Kors o altri status symbol), un’arrivista e una deficiente (per usare eufemismi); per altri, è una “dritta”, una che ha capito tutto della vita e di quello che vogliono gli uomini. La verità, come insegna Hegel, non sta nel mezzo ma nell’intero: Michelle Comi è la somma di tutto ciò che si dice di lei. Certo, il suo non è un buon esempio (ma non è compito degli influencer educare i nostri figli!). Tuttavia, in un paese civile, una donna dovrebbe essere libera di fare e diventare ciò che desidera. E se Michelle Comi ‘da grande’ vuole essere mantenuta, chi siamo noi per dirle di fare e diventare altro? Se Michelle Comi non vi piace o non vi interessa ciò che fa e dice (come quando ha dichiarato ai microfoni de ‘La Zanzara’, il celebre programma di Radio24: “Napoli come l’Africa, bisogna mettere un muro. I bambini girano con i coltelli”), evitate di seguirla. Con mezzo milione di followers e tanta puzza sotto il naso, Michelle non si accorgerà neppure di 10, 100 o 1.000 followers in meno.

Fonte foto: IPA

 

 

 

 




I nostri figli e i loro sogni

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mv5bzdfindfiotytztdizs00nzg5lwfhmtctmjaxndexztnkmzhkxkeyxkfqcgc@. v1 I sogni dei nostri ragazzi spesso si scontrano con i peggiori incubi di noi genitori. Per esempio, come può un genitore affetto da ailurofobia far felici i figlioletti che desiderano un gatto? O ancora, come può la paura di un genitore nei confronti delle altezze convivere con il desiderio dei figli di praticare paracadutismo, parapendio o deltaplanismo? A queste domande risponde una meravigliosa poesia di Khalil Gibran

La notte in cui nacque nostro figlio, tenendo stretta la mano di mia moglie, le dissi: “è sano come un pesce! Ora spero che porti con sé il tuo amore e che non abbia la mia ‘testaccia’ “.

Ma i figli non si possono scegliere come se fossero un paio di scarpe o l’automobile dei nostri sogni; i figli vanno accettati per quello che sono.

Quel neonato che da pochi istanti era entrato nelle nostre vite era figlio di entrambi e, di conseguenza, oltre all’amore della madre aveva già dentro di sé anche i miei desideri di libertà e di adrenalina.

Diciassette anni e sei mesi dopo quella notte, mio figlio, che continuo a considerare un ragazzo anche se è già più alto e più robusto di me, è venuto a confessarmi il desiderio di “farsi la moto”.

Alla breve discussione nata dopo il mio istintivo rifiuto, hanno fatto seguito una quarantina di minuti nei quali la mia posizione si è sempre più ammorbidita. Alla fine siamo arrivati a un accordo: potrà “farsi la moto”, ma alle mie condizioni! In sintesi, finanzierò una piccola parte dell’investimento garantendomi il diritto di mettere bocca sul modello e la cilindrata; mio figlio, una volta che avrà raggiunto la maggiore età, dovrà pagarsi tutto il resto con i soldi che guadagnerà con il lavoro che si dovrà trovare e che svolgerà negli orari in cui non sarà impegnato con la scuola.

Cosa mi ha ammorbidito? Il buonsenso.

Impedire a un figlio di rincorrere i propri sogni, per quanto folli possano essere (seppur anch’io, alla sua età, ho sognato di “farmi la moto”), può scatenare un conflitto destinato a distruggere entrambi. Inoltre, se questo è davvero il suo sogno, presto o tardi, inevitabilmente, lo realizzerà. Con o senza di me.

Ad ammorbidirmi, poi, ci ha pensato anche una meravigliosa poesia di Khalil Gibran:

I vostri figli

I vostri figli non sono figli vostri… sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.

Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.

Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.

Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.

Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita la casa dell’avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.

Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perché la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.

Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.

L’Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tiene tesi con tutto il suoi vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.

Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell’Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l’arco che rimane saldo

Non mi rimane che aggiungere questo: “Vola, figlio mio. Vola come una freccia (possibilmente senza farmi preoccupare troppo!)”.




A proposito delle polemiche sui centri di accoglienza per i migranti

lettere direttore

lettere direttoreEgregio Direttore,

Non accenna a fermarsi la polemica sui centri di accoglienza per migranti, aperti già da alcuni mesi in Albania, ma che stentano tuttavia a partire.

Alla disputa in corso tra il governo e i Partiti di opposizione, si affianca, come noto, lo scontro tra l’esecutivo e i giudici, forse il più grave nella storia recente della Repubblica. Sembra mancare, nella dimessa impressione dello scrivente, la consapevolezza di un confronto più pacato su un tema di portata epocale.  Ma il tema delle migrazioni sembra infiammare gli animi.

Cosa pensano però dei migranti, e delle connesse polemiche, gli italiani che vivono all’estero? Non lo sappiamo con precisione. I sondaggisti solitamente poco si curano di quel che pensano i connazionali fuori d’Italia.

Per parte loro, i critici domestici non hanno dubbi né reticenze e non esitano a bollare gli insediamenti albanesi come lager e luoghi di detenzione.

Per altro, non manca, qua e là, chi fa della ‘’surenchère’’, come dicono i francesi. In un articolo apparso negli scorsi giorni in un noto giornale della Capitale, un illustre opinionista si premurava di elencare i benefici del Protocollo italo-albanese, che regola, come noto, l’allestimento e la gestione dei centri di accoglienza, benefici che andrebbero tutti, nell’avviso dell’articolista, a vantaggio del Paese delle Aquile.  Ma in Albania il sentimento popolare sembra essere di opposto parere.

Che fare, dunque?  L’immigrazione, sostengono ancora voci autorevoli, è un bene per l’Italia, perché compensa il calo demografico della Penisola. Vi sarebbero infatti indifferibili esigenze di natura economica, che consigliano di aprire le frontiere agli stranieri. Si sorvola però sull’impatto sociale delle masse di migranti in arrivo.

Come reagiscono, per esempio, di fronte ai nuovi venuti, le donne e gli uomini che vivono nelle periferie delle grandi città, dove i migranti finiscono a poco a poco per insediarsi?  Di nuovo, non lo sappiamo con esattezza, mancano le ricerche sul campo o, se ci sono, vengono condotte in ambiti circoscritti. Non si esagera perciò se si dice che l’Italia multietnica è ancora, in buona misura, un oggetto ignoto.

Sul versante governativo risalta tuttavia il messaggio dissuasivo che l’esecutivo ha deciso di mandare alle mafie attive nel traffico di esseri umani. La sfida è partita, ma le difficoltà rimangono.

Gerardo Petta- Zurigo

 




Giovanni Vernia: “ho tirato un cartone in faccia a un borseggiatore”

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imagesIl comico, volto noto della TV e speaker radiofonico di successo, ha reagito alle minacce di due balordi.

Tra le tante favolacce, quasi tutte senza lieto fine, del nostro stivale (l’ultima è quella di Santo, diciannovenne napoletano ucciso a colpi di arma da fuoco per aver cercato di placare una lite scoppiata per una scarpa accidentalmente sporcata), ce n’è una che, pur non placando né la rabbia né tantomeno il pessimismo dei tanti italiani stanchi di non sentirsi protetti dalle istituzioni, riesce, quantomeno, ad offrire una parvenza di ‘happy end’. Protagonista di questa avventura è l’amatissimo comico Giovanni Vernia, attore (il suo film più conosciuto è “Ti stimo fratello”), volto noto del “GialappaShow” e speaker radiofonico di successo.

I fatti: all’uscita della metropolitana di Milano, il comico nota due giovinastri tentare di borseggiare una signora, avvicinata con la scusa di offrire aiuto. Istintivamente, l’attore di “Ti stimo fratello” ha allertato la donna, causando la reazione della coppia di balordi. Alle minacce, Vernia ha prontamente reagito sferrando un pugno in pieno volto a uno dei due.

A raccontare l’accaduto è stato lo stesso Vernia attraverso un video, ripreso da varie agenzie di stampa, tra le quali Corriere TV: “Ciao ragazzi, sono a Milano. Ho appena rischiato di prendermi a pugni con due ragazzetti che, all’uscita della metropolitana, con la scusa di aiutare una signora straniera a portare su il passeggino, stavano infilando la mano nella borsa. Io ero dietro e ho gridato subito ‘la borsa!’. Questi si sono girati e volevano fare rissa con me. Per strada nessuno è intervenuto. Coi tempi che corrono non biasimo la gente, perché se intervieni rischi una coltellata. Infatti, uno di questi ha detto ‘adesso tiro fuori la Gilette, la lametta’, peccato che gli ho dato un cartone in faccia e l’ho tramortito! Niente, state attenti, ormai neanche se ti offrono un aiuto puoi stare tranquillo, quindi occhi aperti. Non so neanche se consigliarvi di fare quello che ho fatto io, cioè di intervenire, perché se non hai i nervi saldi e soprattutto se non riesci a reagire in modo tempestivo, te la devi cavare da solo. Ciao ragazzi, occhio”.

 

 




Modelli di riferimento: come le scelte dei giovani plasmano il nostro futuro

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imagesDagli esempi che i giovani scelgono di seguire dipende il futuro della nostra specie.

Dal trapper di diciassette anni che un anno fa ha ucciso la coetanea Michelle Causo (abbandonando poi il cadavere tra i cassonetti dell’immondizia), al quindicenne che ha gettato la tredicenne Aurora da un terrazzo a Piacenza, passando per un altro diciassettenne, ovvero quello che, ispirandosi a Filippo Turetta e all’uomo che nella serie “Dexter” assassinava prostitute, ha strangolato la quarantaduenne Maria Campai per – parole sue – “…sapere che si prova ad uccidere”, la cronaca nera italiana è sempre più pregna di baby criminali, mal educati e mal ispirati da tutto ciò che li circonda (famiglie e istituzioni in primis), attratti dalla violenza finalizzata al compiacimento del proprio ego.

Se un tempo, come rivela una ricerca realizzata da Matthew Grizzard dell’Università di Buffalo (che riprende anche studi passati iniziati negli anni ’70), l’attrazione nei confronti del male era circoscritta al mondo della cinematografia, delle fiction e dei fumetti (come dimostrano i successi di Darth Vader, Walter White e Joker), oggi i giovanissimi, e non solo i giovanissimi, iniziano a “perdere la testa” e a desiderare di sentirsi “Villains” anche nella vita reale.

Tutto ciò contribuisce a trasformare il presente, che tra guerre, crisi economiche, insicurezza e incertezze politiche già non gode di buona salute, in un inferno in terra.

Questa triste riflessione è avvalorata dalle parole, raccolte in un’intervista rilasciata a Luana De Micco de ‘Il Giornale dell’Arte”, del noto intellettuale francese Jean Clair: “L’umanità sta vivendo una crisi che, nata come sanitaria, è molto più profonda: è sociale, economica, culturale. Questa crisi ci fa vivere nella paura e nel sospetto. Siamo di fronte a una crisi della rappresentazione politica e non ci sono più ideologie a cui aggrapparsi. Dante ci appare estremamente attuale.

Dunque l’Inferno è tra di noi?” Pur non volendo discolpare genitori e insegnanti – che restano i primi e i più importanti esempi – è innegabile che il lavoro per loro è tutt’altro che semplice. E allora che fare? Zittire i tanti Trapper che riempiono le proprie pseudo-canzoni con parole violente nei confronti di donne e omosessuali, così come vietare la proiezione di film come Arancia meccanica, non può essere la soluzione (sì, da buon liberale ripudio ogni forma di censura). Tuttavia, ritengo che tra le tante iniziative che andrebbero intraprese (non esiste una sola soluzione), una di queste debba essere investire nella cultura, magari prendendo come esempio il sistema scolastico finlandese che, a differenza di quello italiano, è considerato uno dei modelli migliori grazie all’obbligo dai 7 ai 16 anni senza stacchi tra scuola primaria e scuola secondaria, l’assenza di esami e test durante il percorso, la gratuità totale, la tecnologia e i docenti altamente qualificati.

Una scuola simile, forse (il dubbio è d’obbligo), potrebbe avvicinare i giovani ai veri modelli dai quali prendere esempio. Con docenti “alla John Keating” capaci di trasmettere l’amore per la poesia e la letteratura, forse sarà più facile tenere lontani i giovani dai modelli distopici come Filippo Turetta, Brian Moser ed Emis Killa (che nella canzone “3 Messaggi In Segreteria” canta: “… Perché ho un amico che ti ha vista in centro / Che parlavi con uno e io non ci sto dentro / E no che non è mica detto che sia come penso / Ma da una settimana il cellulare è spento / Lo so sono egoista, un bastardo, ma preferisco saperti morta che con un altro…”) per avvicinarli a modelli sani come, per esempio, i giovani ideatori di Eoliann (la startup capace di prevedere eventi come alluvioni e incendi), Nicolò Savona (ventunenne terzino della Juventus che a suon di ottime prestazioni sta diventando un elemento imprescindibile della squadra bianconera) e Pilar Fogliati (attrice e regista trentunenne già vincitrice di due Nastri d’argento e insignita dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana).

Se pensiamo che i giovani d’oggi saranno presto gli adulti del nostro domani, capiamo che dagli esempi che i nostri ragazzi sceglieranno di seguire non dipende solo il loro futuro, ma quello di tutta la nostra società.

 

 




L’Autonomia differenziata: il commento di un emigrato italiano.

lettere direttore

Caro Direttore,

lettere direttoreSembra avvicinarsi a passi felpati l’avvio dell’Autonomia differenziata, una iniziativa patrocinata, come noto, dal Ministro per gli Affari Regionali e l’Autonomia Roberto Calderoli, una riforma di portata travolgente, che è diventata, quasi di soppiatto, legge dello Stato.

Le Regioni del Nord scalpitano già di impazienza e chiedono infatti il trasferimento immediato di nove delle ventitrè materie di loro competenza – dalla protezione civile, all’istruzione, al commercio con l’estero, e via dicendo, con l’eccezione tuttavia delle materie per cui è prevista la definizione dei cosiddetti LEP (Livelli di prestazione essenziali) prevista per il 2026.

D’altra parte, le proteste della Toscana e delle Regioni meridionali, e i ricorsi davanti alla Corte di cassazione e alla Corte costituzionale per l’annullamento della legge, cui si aggiunge il paventato referendum abrogativo, annunciano un autunno e un inverno ricchi  di scintille.

L’Autonomia, si dice, toglierà risorse al Mezzogiorno, condannando il Sud del Paese al sottosviluppo. Sotto il profilo delle ricadute economiche, si tratta di una lettura drammatica, ma anche, forse, troppo emotiva.  Il Sud è povero, ma non è poverissimo, ha, certo, una base industriale modesta, ma non però irrilevante, produce il 30 per cento del PIL agricolo nazionale, senza contare il settore della pesca, e vanta, accanto a ottime università, alcuni centri di ricerca di riconosciuto prestigio.

La vera posta in gioco, se mai, è lo sbriciolamento dell’organismo statale, la nascita di piccole repubbliche semi-indipendenti, l’estinzione in prospettiva dello Stato unitario. Non a caso qualcuno ha parlato di finis Italiae.

È facile infatti prevedere che l’acquisizione da parte delle Regioni delle nuove competenze, e della connessa autonomia legislativa, toglierà significato ai Ministeri, al Governo, al Parlamento.

Una Cassandra in vena di battute potrebbe sostenere che allo Stato italiano toccherà la stessa sorte del mitico uccello dodo, che si è estinto per la sua stupidità.




L’avvenimento della settimana: freddato a soli 15 anni in un regolamento di conti

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8443262 28102747 onecms 1etx1gmm6jofwgf7b63Napoli è una città complicata. Complicata da vivere e da comprendere. Tra le tante contraddizioni che, comunque sia, contribuiscono alla sua unicità, c’è la criminalità che, senza rimorsi, sporca le tante bellezze che nel corso dei secoli hanno fatto innamorare un numero incalcolabile di artisti, autorità, sportivi e intellettuali. L’ultima mostruosità della città di Totò, Bud Spencer, Luciano De Crescenzo, Paolo Sorrentino e Maddalena Cerasuolo (solo per citarne alcuni) è l’assassinio del quindicenne Emanuele Tufano, ucciso nel corso di una sparatoria. I suoi assassini? Per gli inquirenti potrebbero essere due coetanei. Sì, le vicende raccontate ne “La paranza dei bambini” hanno lasciato le pagine del romanzo di Roberto Saviano per riempire quelle della cronaca nera.

Freddato con un colpo di pistola alla schiena davanti la chiesa di Santa Maria alla Scala. Questa è la triste fine di un ragazzino di 15 anni cresciuto troppo in fretta. La polizia, coordinata dalla Dia assieme alla Procura di Napoli e quella dei Minori, ha interrogato per ore i due principali sospettati: due minorenni – individuati attraverso le riprese delle telecamere piazzate su alcuni negozi – di 15 e 17 anni. L’ipotesi più convincente tra quelle al vaglio degli inquirenti è che il ragazzino sia stato eliminato per un regolamento di conti tra paranze rivali interessate al controllo di una delle piazze di spaccio più importanti della città (ma non si esclude neanche la pista che condurrebbe a una vendetta per uno scooter rubato).

La storia di Emanuele è una delle tante che non vorremmo raccontare, ma che, con dolore, siamo costretti a riportare.

Figlio di un noto ristoratore della zona, Emanuele era descritto da tutti come un bravo ragazzo dotato di talento nel disegno. Era studente di mattina e apprendista meccanico in un’officina nel pomeriggio. Tuttavia, gli impegni, la famiglia e gli amici, non sono riusciti a tenerlo lontano dalle cattive compagnie e dalla parte peggiore della città che gli ha dato i natali. E così, laddove la poesia di Johan Wolfgang van Goethe concepì il detto “Vedi Napoli e poi muori”, oggi troviamo paura, dolore, pessimismo e una nuova giovane vita da piangere e rimpiangere.




Il giusto compenso per gli scrittori: una nuova prospettiva sui prestiti bibliotecari

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libri 2Nel mondo della musica, ogni volta che una canzone viene riprodotta, l’autore riceve un compenso per i diritti d’autore. Questo sistema riconosce il valore del lavoro creativo, garantendo agli artisti una giusta remunerazione per il loro impegno. Tuttavia, quando si tratta di libri, la situazione è drasticamente diversa. Un romanzo o un saggio richiedono spesso anni di sacrifici, ricerche e dedizione, ma quando una biblioteca presta un libro, l’autore non riceve nulla in cambio. È una realtà che molti autori, me incluso, considerano profondamente ingiusta.

Le biblioteche sono istituzioni fondamentali per la diffusione della cultura e dell’educazione. Consentono l’accesso gratuito a opere letterarie, svolgendo un ruolo insostituibile nella nostra società. Tuttavia, è giusto che un autore non riceva alcun compenso per il prestito delle proprie opere? Il lavoro che c’è dietro la scrittura di un libro non dovrebbe forse essere riconosciuto e valorizzato allo stesso modo di altre forme di arte?

Una proposta di cambiamento

Io credo fermamente che anche i libri prestati dalle biblioteche debbano generare diritti d’autore. Se il lettore non può pagare per il prestito di un libro, la biblioteca stessa dovrebbe farsi carico di questo costo, compensando adeguatamente l’autore. Questo non solo garantirebbe un giusto riconoscimento economico per il lavoro svolto, ma creerebbe anche un nuovo sistema di collaborazione tra autori, editori e biblioteche.

Immaginate un sistema in cui gli autori o gli editori donano volentieri i loro libri alle biblioteche, sapendo che ogni volta che un lettore prenderà in prestito quell’opera, verranno remunerati. Questo potrebbe addirittura incentivare la donazione di libri, contribuendo ad arricchire l’offerta culturale delle biblioteche senza pesare eccessivamente sui loro bilanci.

Il riconoscimento del valore creativo

Il cambiamento non è semplice, ma è necessario. La società dei consumi non può continuare a ignorare il valore del lavoro creativo che c’è dietro ogni libro. Ogni autore merita di essere ricompensato per il suo contributo culturale, indipendentemente dal canale attraverso il quale la sua opera viene fruita. Applicare i diritti d’autore anche alle biblioteche non significa privare il pubblico dell’accesso ai libri, ma piuttosto riconoscere che il lavoro creativo ha un valore e deve essere rispettato.

Un sistema che consenta il prestito gratuito ma che garantisca comunque una remunerazione agli autori è un passo verso una maggiore equità. È una proposta che merita di essere considerata seriamente, per il bene non solo degli autori, ma anche della cultura stessa. Solo riconoscendo pienamente il valore delle opere letterarie possiamo sperare di garantire la sopravvivenza e la prosperità della creatività nelle generazioni future.