Ucciso per un paio di cuffie da 14 euro. L’Italia sotto shock per l’assurda morte del 31enne Manuel Mastrapasqua

captura

Non ci sono più dubbi: come avevo scritto un paio di settimane fa, il “Belpaese”, che ormai di bello conserva solo il ricordo di ciò che è stato, è vittima degli “uccisori”, un plotone d’esecuzione di spostati fuori controllo pronti ad assassinare chiunque si trovi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

captura

“… ho fatto una cazzata. A Rozzano ho ucciso una persona, ma… nulla di che! Volevo prendergli le cuffie, lui ha reagito e l’ho colpito”.

Le parole di Daniele Rezza, il 19enne che con una pugnalata al cuore ha tolto la vita a Manuel Mastrapasqua, sono, sotto certi punti di vista, più agghiaccianti dello stesso omicidio.

A dirla tutta, le pugnalate dello scapestrato diciannovenne sono state due: la prima, come detto, è quella che ha tolto la vita a Manuel, un ragazzo benvoluto da tutti che per aiutare la propria famiglia e al contempo costruirsi un futuro con la fidanzata Ginevra, lavorava fino a tardi come magazziniere; la seconda coltellata è quella rivolta al cuore di chi ancora non ha capito a che livelli di bassezza morale è ormai giunta la nostra disgraziata società.

A scoraggiare ulteriormente i pochi che ancora pensano positivo c’è la reazione del padre del diciannovenne che, davanti alla prima confessione del figlio, anziché accompagnarlo al più vicino commissariato ha pensato bene di caricarlo  – ovviamente dopo averlo ripulito e aver gettato il bottino in un cassonetto (ammesso che un paio di cuffie senza valore possano essere definite bottino) – su di un treno diretto in Francia. Ma è proprio lungo il viaggio che Daniele Rezza è stato fermato dagli agenti della Polfer di Alessandria, insospettiti dai comportamenti confusi del giovane.

Daniele Rezza è solo l’ultimo di un plotone di uccisori del quale fanno parte – solo per restare alla stretta attualità – Moussa Sangare (l’assassino di Sharon Verzeni), il diciassettenne di Viadana che ha ucciso la quarantaduenne Maria Campai, Roberto Gleboni (l’operaio che ha sterminato la famiglia a Nuoro), Chiara Petrolini (la baby mamma che ha seppellito in giardino i propri neonati) e Riccardo C., il minorenne che a Paderno Dugnano, alle porte di Milano, in soli due minuti ha massacrato la propria famiglia composta da due genitori amorevoli e un fratellino di soli 12 anni. A questi, poi, si devono aggiungere i tanti femminicidi (sono talmente tanti che è pressoché impossibile tenerne il conto) compiuti dai vari Davide Fontana, Filippo Turetta, Alessandro Impagnatiello ecc.

L’aspetto tanto triste quanto drammatico di tutte queste morti è che, tra una cascata di lacrime e un inutile tentativo di comprendere l’incomprendibile, dobbiamo riuscire a capire cosa ci ha portato a tutto questo. E poi, soprattutto, come si ferma tutto questo?

Una cosa, da ateo convinto, posso dirvela: le preghiere, ormai, non bastano più.

 

 

 

 




I libri non si regalano, si comprano!

dall·e 2024 10 18 09.14.02 a playful and thought provoking image showing a person holding a book that seems to be glowing or emanating light, symbolizing its value. the person i

dall·e 2024 10 18 09.14.02 a playful and thought provoking image showing a person holding a book that seems to be glowing or emanating light, symbolizing its value. the person i

 

Immagina questa scena: stai sfogliando l’ultima pagina del tuo romanzo preferito, immerso in un mondo di emozioni, personaggi, e trame intrecciate. Chiudi il libro e, con un sorriso soddisfatto, ti rendi conto di aver appena completato un viaggio che lo scrittore ha creato con pazienza, passione e, soprattutto, tanto sacrificio. Ore, giorni, mesi (e a volte anni!) di lavoro per mettere insieme quelle parole che ti hanno trasportato altrove. Ora, pensaci un attimo: quel viaggio dovrebbe essere un regalo o un acquisto desiderato?

Ebbene sì, parliamoci chiaro: i libri non si regalano, si comprano! È una regola non scritta, ma forse dovrebbe esserlo. Un libro è frutto di un lavoro, di creatività, di dedizione e, diciamocelo, anche di sudore della fronte. Chiederlo in regalo è come dire all’autore: “Grazie per tutto il tuo impegno, ma lo voglio gratis!”.

Certo, tutti amano ricevere un bel regalo, soprattutto se si tratta di un libro che desiderano tanto. Ma ogni volta che lo scrittore riceve quella fatidica richiesta: “Potresti regalarmi una copia del tuo libro?”, dentro di lui (o di lei) scatta una piccola scintilla di ribellione. Non si tratta di una questione economica, ma di principio. Chiedere un libro in regalo è come svalutare il lavoro dell’autore, il quale ha messo su carta idee che ha cullato per mesi, forse anni.

Ma parliamo anche delle biblioteche, queste oasi di cultura che tanto amiamo. Le biblioteche incentivano la lettura, e questo è un bene, ma c’è anche un lato oscuro: a volte chiedono i libri gratuitamente agli autori, per prestarli. E qui ritorna il dilemma. È giusto che il frutto del lavoro di qualcuno venga distribuito senza riconoscimento economico? La biblioteca diventa così un paradosso: da un lato promuove la cultura, dall’altro rischia di svilire il lavoro di chi quella cultura la crea.

Il punto è semplice: un libro deve essere desiderato, bramato, deve farti venire l’acquolina in bocca. E cosa c’è di meglio che acquistarlo e portarselo a casa, sapendo che, con un piccolo sacrificio economico, si sta supportando il lavoro di un autore che ha messo cuore e anima in quelle pagine?

Quindi, la prossima volta che pensi di chiedere un libro in regalo, ripensaci. Fai un giro in libreria, scegli il tuo prossimo capolavoro e ricorda: un libro acquistato è un riconoscimento al valore del lavoro dello scrittore!




Attacchi alle basi UNIFIL in Libano, ora Israele rischia l’isolamento

images

imagesPolitici, stampa e intellettuali: tutti (o quasi) condannano Netanyahu

Nessuno tocchi l’ONU e i suoi caschi blu di stanza in Libano.

Il contingente composto da oltre 10mila soldati (1.256 italiani), creato il 19 marzo 1978 con lo scopo di monitorare le tensioni createsi tra Israele e Libano, negli ultimi giorni è stato più volte colpito da Israele con lo scopo, secondo un’ipotesi riportata da Il Corriere della Sera, di allontanare dal territorio tutti i testimoni scomodi per avere piena libertà di sfondare nel paese dei cedri.

In risposta, Israele ha provato a giustificarsi affermando di aver attaccato per annientare le forze di Hezbollah situate vicino alle basi UNIFIL e di aver colpito queste ultime per errore. Tuttavia, questa spiegazione appare, a dirla tutta, poco credibile.

Le reazioni della politica non sono tardate: Meloni definisce gli attacchi “inaccettabili”, Crosetto si spinge oltre e parla di “crimine di guerra”, il presidente francese Macron e il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez hanno chiesto di interrompere le esportazioni di armi a Israele e il segretario generale dell’Onu António Guterres ricorda che certi attacchi violano il diritto umanitario.

A difendere Israele sembra essere rimasto solo Giuseppe Cruciani. Secondo il popolare conduttore de “La Zanzara”, intervenuto a “4 di sera” (Talk show di Mediaset condotto da Paolo Del Debbio), Israele è “uno stato in lotta per la propria sopravvivenza che se ne fotte dell’ONU e delle simpatie del mondo occidentale”. Cruciani ha poi proseguito citando Golda Meir (la prima donna a guidare il governo di Israele): “preferiamo le vostre condanne alle vostre condoglianze!”.

Tuttavia, comunque la si voglia vedere o interpretare, Israele sta rischiando di essere lasciato solo (a quel punto, se a quel punto arriveremo, scopriremo quanto Israele ha bisogno dell’Occidente).

Prima di chiudere – siccome non riesco a resistere alla tentazione di dirvi la mia – esprimo un pensiero sull’UNIFIL: è in Libano dal 1978, con tutti i costi e i sacrifici che una simile missione richiede. Risultati? Minimi (per non dire nulli). Conviene proseguire? Io direi di no…




Alcune puntualizzazioni sulla Casa d’Italia a Zurigo

lettere direttore

lettere direttoreCaro Direttore,

I giornali, si dice, campano sulle brutte notizie. Fortunatamente, accadono di tanto in tanto avvenimenti belli e significativi, che meritano di essere pubblicizzati in maniera adeguata. Ecco di seguito una bella notizia: a Zurigo sono partiti i lavori di ristrutturazione della Casa d’Italia, dopo anni di inerzia e di abbandono. Lo abbiamo appreso ascoltando alcuni giorni or sono la presentazione del progetto dei lavori, nel corso di un incontro cui hanno preso parte l’ambasciatore a Berna Lorenzo Cornado assieme all’ex titolare dell’ufficio consolare Zurighese Giulio Alaimo e all’attuale Console generale Mario Baldi.

Forse, è poco noto, ma il vasto edificio che ospita la Casa d’Italia non ha soltanto un valore affettivo per la comunità degli italiani qui residenti, che ad esso guardano da sempre come a un imprescindibile punto di riferimento, ma è anche un pregevole esempio di architettura italiana a Nord delle Alpi. Una utile prospettiva, sul passato e sul presente della Casa d’Italia, ci è stata offerta negli anni scorsi da Tindaro Gatani, uno storico valoroso, col suo libro: ”La Casa d’Italia di Zurigo”, che mi permetto di raccomandare all’attenzione dei lettori.

Vorrei aggiungere una annotazione che è critica, ma anche, in qualche modo, autocritica. Nel presentare il progetto per i lavori di ristrutturazione della Casa d’Italia, non si è parlato di colui che ne è stato, in una certa misura, il maggiore protagonista. Parlo dell’ex console generale Francesco Barbaro, il quale nel 2016, alla vigilia del suo ritiro dal servizio, riuscì a stroncare il progetto di alienazione della Casa d’Italia e la sua trasformazione in un centro commerciale. Siffatta iniziativa era stata prospettata al Ministero degli esteri dall’allora ambasciatore a Berna, che agiva apparentemente d’intesa con un gruppo di cosiddetti imprenditori italo-svizzeri. È facile immaginare le ricadute economiche di un progetto di impronta squisitamente commerciale: Il ritorno economico sarebbe stato presumibilmente di decine di milioni di euro, ma per la collettività italiana si sarebbe trattato di una perdita irrimediabile.

A me sembra giusto rendere ora omaggio all’azione di quel valoroso funzionario.

Molto cordialmente,

Gerardo Petta




Il generale Augusto Pinochet, icona del male

pres augusto pinochet chilean start military coup september 11 1973

pres augusto pinochet chilean start military coup september 11 1973I media quest’anno hanno dedicato scarsa o, forse, nessuna attenzione alla ricorrenza del golpe militare dell’11 settembre 1973, con cui Augusto Pinochet rovesciò il governo socialista di Salvador Allende.

Noi sappiamo oggi che la via cilena al socialismo, propugnata dal governo di Unidad Popular, era destinata a fallire, per ragioni geopolitiche, come adesso si dice, ma anche perché i tempi non erano maturi.

Sappiamo anche che Salvador Allende fu la vittima designata, prima che dei generali felloni, della divisione del mondo in sfere di influenza. È nota per altro l’enorme impressione che le vicende cilene produssero in Italia, spingendo il Partito comunista italiano, allora il più forte dell’Occidente, a cambiare il proprio indirizzo politico.

Se Allende oggi viene ricordato come un eroe sfortunato, Pinochet è assurto, invece, ad icona del male. Tuttavia, non mancano gli studiosi che ne hanno ridimensionato, per così dire, la figura, declassando l’ex golpista a dittatore di media caratura, sullo stesso piano, più o meno, dei tanti caudillos latino-americani, sempre attivi, ieri come oggi, in quel continente.

Gioverebbe tuttavia provare a soffermarsi sulla ”presa” globale del personaggio Pinochet, un esercizio, questo, che gli storici potranno utilmente approfondire. Forse, è arrischiato affermarlo, ma l’ex dittatore ha plasmato il corso degli avvenimenti, non solo in Cile, ma, in una certa misura, anche in Italia e in Europa.

Si parla infatti di eterogenesi dei fini per significare che certi fatti producono effetti imprevedibili. Ebbene, senza Pinochet non avremmo avuto il compromesso storico di Enrico Berlinguer, un fatto, questo, che ha ravvivato, negli anni 70 e 80 del secolo scorso, il dibattito sulle sorti del socialismo democratico in Europa.

Come è forse noto, l’eco di quel dibattitto ha avuto notevole risonanza anche nei Paesi dell’Est europeo, allora sotto il dominio sovietico, ma all’origine c’erano pur sempre gli avvenimenti cileni.




Giorgetti a Bloomberg: “sacrifici per tutti”. E la Borsa di Milano perde l’1,5%

captura

capturaLe parole del ministro dell’economia e delle finanze della Repubblica Italiana, in carica dal 22 ottobre 2022, spaventano i mercati, irritano gli italiani e sorprendono persino Meloni, infastidita dalla scelta di parlare di un tema così spinoso proprio mentre il governo è alle prese con una delicata trattativa con il settore bancario

Poche parole, ma pesanti come un macigno. L’intervista rilasciata da Giancarlo Giorgetti a Bloomberg ha scatenato un pandemonio che nemmeno il chiarimento serale del MEF (autentico o di facciata?) è riuscito a placare.

Se è vero – come afferma il sottosegretario all’Economia Federico Freni – che l’intenzione del ministro fosse semplicemente quella di sottolineare che tutti devono pagare le tasse e che i sacrifici richiesti si tradurranno in tributi una tantum da presentare a banche, assicurazioni e grandi aziende che hanno realizzato super profitti durante la crisi economica dovuta all’inflazione e alla guerra in Ucraina, allora Giorgetti dovrebbe chiedere scusa per l’errore di comunicazione. Tale errore di comunicazione (un’espressione che ricorda il goffo tentativo di Chiara Ferragni di spiegare il “Pandorogate” dell’anno scorso) ha causato lo scivolone del Ftse Mib e ha irritato una popolazione a cui il governo sta già chiedendo molto senza offrire chissà che. Basti pensare, per esempio, alle città sempre più insicure, alle liste d’attesa in sanità sempre più lunghe e alle regioni, come l’Emilia-Romagna e la Toscana, continuamente alla mercé del maltempo.

Infine, Giorgetti dovrebbe anche scusarsi con Meloni. In un periodo non semplice, con il caso Sangiuliano ancora caldo e con le opposizioni costantemente sul piede di guerra, certe parole, inopportune come uno smoking giallo a un funerale, avrebbero dovuto essere meglio valutate, soppesate e soprattutto meditate.

 

 

 

 

 




L’Italia degli uccisori

captura

capturaLa realtà sta superando la fantasia. L’inspiegabile ondata di violenza che sta sconvolgendo il paese ricorda un vecchio fumetto pubblicato nel febbraio del 1987

L’efferato assassinio della trentatreenne Sharon Verzeni, la trappola mortale tesa da un diciassettenne alla quarantaduenne Maria Campai e l’aggressione di un sedicenne nei confronti di un imprenditore sessantenne massacrato a colpi di mazza da Baseball. Tre storie di straordinaria follia con un unico comun denominatore: i carnefici non conoscevano le proprie vittime, scelte a caso tra decine, centinaia, migliaia di altre possibili vittime.

L’irrefrenabile impulso di colpire e ammazzare un perfetto sconosciuto senza nessun motivo (ammesso che, legittima difesa a parte, possa davvero esistere un valido motivo per uccidere un altro essere umano), mi ricorda un vecchio albo di Dylan Dog dal titolo “Gli Uccisori” nel quale l’indagatore dell’incubo veniva chiamato a fare i conti con una Londra in preda ad un’estasi omicida causata da un fantomatico contagio capace di trasformare chiunque in uno spietato assassino.

Pur non credendo che le cause che spingono ad uccidere un perfetto sconosciuto (o, come nel caso del nuorese Roberto Gleboni, anche a compiere una strage senza apparente movente) siano da ricercare in un virus sconosciuto – magari un ceppo modificato della rabbia, che, secondo qualcuno provvisto di non poca fantasia, potrebbe, un giorno, causare una pandemia zombi – ritengo che, effettivamente, l’umanità sia alle prese con uno dei momenti più bui, cupi e poveri della sua storia.

Ma come siamo arrivati a questo? Forse gli anni duri del Covid, passati a tremare e a cantare sul balcone nell’attesa di uscirne migliori e di poter tornare a una quotidianità nella quale avremmo abbracciato il vicino e lo sconosciuto, ci hanno, in realtà, solo imbruttito? O forse il logorio della vita moderna, che già negli anni ’60, come diceva Ernesto Calindri nello spot della Cynar, minacciava la nostra esistenza, ha ormai raggiunto il suo scopo? Qualunque sia il motivo che ci ha portato a un centimetro da punto di non ritorno, noi tutti abbiamo il dovere di fermarci. Se non per noi, almeno per i nostri figli.

 

 




Alluvione in Emilia-Romagna: rimpallo di responsabilità tra i politici

screenshot 2024 09 20 102109

alluvione idice 2 1024x576Le lacrime dei residenti delle zone colpite non fermano le sceneggiate dei politici – molti dei quali del PD – sempre più bravi a infangare gli avversari anziché affrontare le proprie responsabilità.

Molti, per pulirsi, sporcano gli altri. Un adagio che, per i politici italiani, è diventato un mantra. L’Emilia-Romagna, piegata dalla seconda alluvione in meno di un anno e mezzo, fa emergere tutto lo squallore della nostra politica. Tuttavia, tra Nello Musumeci (ministro per la protezione civile e per le politiche del mare nel governo Meloni), che in conferenza stampa ha parlato di cifre precise – i 594 milioni per la lotta contro il dissesto idrogeologico stanziati alla regione – e Irene Priolo (presidente dell’Emilia-Romagna), che si è limitata a dichiarare: “Il governo faccia il governo e metta i soldi”, devo dire che preferisco il primo. Ma al di là di chi preferisco io, resta la mediocrità dell’attuale classe politica, forse la peggiore di sempre (e fare peggio di Bettino Craxi, sotto il cui governo, secondo i dati IRPEF, tra il 1983 e il 1987 il debito pubblico passò da 232.386 milioni a 463.083 milioni e il rapporto debito-PIL dal 69,4% all’89,2%, non era certo facile).

I cambiamenti climatici e i terreni diventati eccessivamente asciutti a causa della siccità e delle elevate temperature delle ultime estati rappresentano solo una parte del problema, ma non il problema principale. La verità, che pochi hanno il coraggio di ammettere, è che riparare costa meno che prevenire. Sì, l’Italia non naviga nell’oro, ma gli italiani, per questo, non devono annegare nella merda!

Un residente, intervistato in TV, ha menzionato la possibilità di uno sciopero fiscale. Ebbene, quel residente, e tutti coloro che condividono la sua opinione, hanno il mio totale appoggio.

 




Dalla Cultura con Amore: la spy story che ha distrutto Gennaro Sangiuliano

captura

capturaBreve riassunto per coloro che non conoscono la querelle: a inizio agosto, un ministro conosce un’avvenente ragazza bionda (Maria Rosaria Boccia), un po’ influencer e un po’ imprenditrice, un po’ Tatiana Romanova e un po’ Monica Lewinsky, dotata di fascino, cultura e dialettica. Nel ministro della cultura nasce l’idea di affidare alla donna un ruolo da consigliera. Tuttavia, tutto si complica quando con la Boccia, che accompagnava il ministro indossando occhialini muniti di telecamera nascosta, “sboccia” l’amore e la paura di innescare un pericoloso conflitto di interessi resetta tutto. Titoli di coda? Neanche per sogno! Come in una nota canzone di Antonello Venditti: “E quando penso che sia finita, è proprio allora che (per Sangiuliano) comincia la salita…”

Dunque, basta essere una bella donna bionda per poter avvicinare un ministro, entrare nelle stanze frequentate da un ministro, incontrare le persone e le personalità che incontra un ministro, sentire le conversazioni che coinvolgono un ministro e leggere documenti e e-mail destinate a un ministro? La nomina prima promessa e poi ritirata, i soldi dei contribuenti che potrebbero essere stati implicati, le lacrime versate in televisione e le scuse alla moglie, a Meloni, ai collaboratori ma non agli italiani bastavano e avanzavano per giustificare l’inevitabile. Tuttavia, il vero problema è che se la signora fosse stata una brava donna barbuta di 140 cm di altezza per 100 kg di peso, dubito fortemente che il ministro le avrebbe permesso di accompagnarlo agli eventi e di aspirare a una nomina a consigliera. Questo, oltre a sollevare grossi dubbi sulla sicurezza dell’intero paese e disilludere i pochi italiani ancora attratti da una generazione politica tra le peggiori di sempre, sfregia il più primordiale concetto di meritocrazia.

L’ex ministro, non solo per questo ma soprattutto per questo, ha dovuto dimettersi, accettando di incidere la parola fine sotto al suo mandato e alla sua intera carriera politica. Questa storia(ccia!) dovrebbe far riflettere i tanti politici assillati da quella stramaledetta mania di grandezza che, ahimè, non è solo un banale luogo comune, ma se nulla ha insegnato il sexgate che coprì di ridicolo Bill Clinton, per quale motivo dovremmo credere che possa farlo il bocciagate?




Fermato l’assassino di Sharon Verzeni: è Moussa Sangare, un trentunenne italiano di origini maliane. La confessione choc: “L’ho uccisa tanto per farlo!”

captura

capturaConvocato inizialmente dai carabinieri come persona informata sui fatti, Moussa Sangare ha ceduto, schiacciato dalle tante contraddizioni, crollando e confessando l’omicidio: “Ho avuto un raptus improvviso, non so spiegare perché. L’ho vista e l’ho uccisa, tanto per farlo”. E subito la Lega si scatena: “Sono questi i nuovi italiani che vuole il PD!”

 

Cala il sipario sul “giallo” dell’estate: Sharon Verzeni, la trentatreenne di Terno d’Isola uccisa il 30 luglio con quattro coltellate, è stata vittima di Moussa Sangare, un trentunenne nato a Milano da genitori maliani. Reduce da un passato da aspirante rapper – quando poco più che ventenne collaborò con Izi ed Ernia e tentò il salto con “X Factor” – Sangare si è ritrovato a fare i conti con un presente amaro, fatto di disoccupazione, droga, denunce e segnalazioni ignorate. E così, da misterioso ciclista ripreso mentre cercava di allontanarsi dal luogo del delitto, si è rivelato essere l’assassino, senza movente e senza rimpianti, della povera Sharon, barista in un tranquillo comune di ottomila abitanti nella provincia di Bergamo.

Attorno a questo caso, che sembra uscito dalla penna di Giorgio Faletti o da un film di Dario Argento, gravitano diversi dettagli agghiaccianti che riflettono la deriva della nostra società. Primo fra tutti, la scoperta di una sagoma di cartone a forma di essere umano nell’appartamento di Sangare, usata per esercitarsi a lanciare coltelli. Ma c’è di peggio: due giorni dopo aver ammazzato Sharon, Sangare ha partecipato tranquillamente a un barbecue con amici, come se nulla fosse accaduto.

Ma come in tutti i gialli che si rispettano, c’è dell’altro, dell’altro che non riguarda solo vittima e carnefice, ma ciò che a loro ruota intorno.

Inquietante almeno quanto gli squilibri di Sangare è la “lucidità” di chi, convinto di avere tutte le risposte, ha puntato il dito su chiunque potesse sembrare il colpevole. In tanti erano pronti a scommettere che l’omicida fosse il compagno di Sharon. Dopo i casi di Impagnatiello, Turetta e altri disgraziati che hanno tolto la vita alle donne che dicevano di amare, per alcuni era scontato che fosse così anche stavolta, dimostrando quanto sia difficile liberarsi dai soliti luoghi comuni.

Analoga inquietudine si prova di fronte alla strumentalizzazione di questa tragedia da parte dei soliti “politicanti”, pronti a sfruttare qualunque fattaccio per raccattare consensi.

A questi signori ricordo che, come diceva Freud, “Ogni uomo, almeno una volta nella sua vita, ha sentito la pulsione di ammazzare”. Questa pulsione, che ahimè non tutti riescono a controllare, può colpire chiunque, a prescindere dal colore della pelle o dall’orientamento politico. Sì, strumentalizzare un omicidio come quello di Sharon Verzeni è forse l’aspetto più miserabile di questa tragica vicenda.