40,3 trilioni di dollari





“Stiamo costruendo una favolosa struttura militare alla Casa Bianca. È una sala da ballo, ma anche una struttura militare”. Con queste parole il presidente Donald Trump ha spiegato la demolizione dell’East Wing della Casa Bianca, dove verrà costruito un salone per feste che includerà anche un bunker di sicurezza sotterraneo. Trump spesso si autoproclama un costruttore, facendo riferimento ai suoi immobili e hotel sparsi in parecchi luoghi degli Usa, ma anche in Paesi esteri. Non è l’unico progetto edilizio in programma a Washington. Infatti, parecchi altri sono in corso, creando l’impressione che la capitale americana sia un grande cantiere. Oltre alla demolizione dell’East Wing, il piano di abbellimento e rinnovamento edilizio di Trump include un Giardino Nazionale degli Eroi americani, un Arco di Trionfo ispirato a quello di Parigi, una promenade che collegherà il Lincoln Memorial al Potomac e altre modifiche che mirano a stabilire la sua influenza per il futuro.

Queste attività per rifare Washington secondo le sue preferenze si scontrano spesso con la legge, ma preoccupano anche per i costi, che Trump dice non essere un problema perché i contributi di privati copriranno le spese. In realtà, non è vero. La ristrutturazione dell’East Room costerà 900 milioni di dollari e si prevede che i contribuenti dovranno sborsare almeno una parte delle spese, che aumenteranno a causa del futuro mantenimento. Trump giustifica le spese asserendo che fornirà a futuri presidenti un luogo per le feste di insediamento, come pure per riunioni sicure. È stato notato che alla cena dei giornalisti della Casa Bianca tenutasi all’Hotel Waldorf Astoria vi fu un tentativo di attentato a Trump. Nulla di simile avverrebbe in futuro, secondo l’attuale inquilino della Casa Bianca, nello spazio monumentale della sala da ballo, che diverrebbe ovviamente anche “un lascito” architettonico di Trump.
C’è poi da considerare che i contributi di fondi privati non avvengono in maniera trasparente. L’accordo per la raccolta dei fondi per la sala da ballo alla Casa Bianca prevede che i donatori che vogliano rimanere nell’anonimato possano farne richiesta. Una lista incompleta di donatori è stata pubblicata, nella quale appaiono alcune delle più grandi Corporation. Tra queste Lockheed Martin, Microsoft, Amazon, Caterpillar e Google. Perché contribuiscono queste aziende ai lavori pubblici? Ovviamente lo fanno perché, quando Trump chiede soldi, lui sa benissimo chi contribuisce e si crede che queste aziende, che spesso hanno contratti col governo o i cui settori di attività sono regolati dal governo, potranno ricevere trattamenti generosi.
In effetti, queste donazioni al presidente consistono in investimenti che frutteranno quattrini in altri modi. Un rapporto del gruppo Public Citizen, organizzazione che tutela i diritti dei consumatori fondata da Ralph Nader nel 1971, ci informa che più di una dozzina di aziende che hanno donato soldi per la ricostruzione dell’East Wing hanno ricevuto nuovi o ampliati contratti con il governo per un totale di 50 miliardi di dollari. Inoltre, il rapporto di Public Citizen ci informa che 16 donatori hanno ricevuto benefici che hanno spianato loro la strada in fusioni societarie e altre agevolazioni in questioni di antitrust. Ci sono anche intoppi legali. Nel mese di dicembre del 2025, la National Trust for Historic Preservation, un gruppo che protegge siti storici, ha denunciato il governo di Trump per bloccare i lavori dell’East Wing, perché il Congresso non aveva approvato né stanziato fondi per il progetto.
Questi progetti per rifare Washington secondo la sua visione assillano Trump in maniera ossessiva. Secondo Maggie Haberman e Jonathan Swan del New York Times, autori del recentissimo libro “Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump”, per il quale hanno intervistato Trump, il presidente Usa sarebbe ossessionato dalle rimodellazioni di Washington D.C. e passerebbe il 70 percento del suo tempo a programmare e gestire “il cantiere” di Washington D.C. Trump vuole che il suo nome appaia in lettere cubitali in questi progetti, come ha fatto con i suoi hotel. Lo abbiamo visto con la sua insistenza affinché il suo nome venga incluso nel Kennedy Center. Trump aveva fatto pressione sul consiglio del Kennedy Center, composto da fedeli al presidente, per aggiungere il suo nome al lato di Kennedy. Poi un giudice ha dichiarato che solo il Congresso può fare questo tipo di cambiamento e ha ordinato la rimozione del nome di Trump. Nel frattempo, la guerra in Iran continua, il costo della vita per gli americani aumenta e le elezioni di midterm sono alle porte, preoccupando i repubblicani, ma non il loro presidente, che già pensa al suo lascito, impresso sul nome degli edifici della capitale.

Di fronte alle critiche della sinistra, che considera la posizione del Governo su Schengen una scelta meramente strumentale e dannosa, è necessario fare chiarezza.
La tutela dei confini non è una bandiera ideologica: è una responsabilità di governo.

La possibilità di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne è prevista dalle regole europee. Ricorrervi, quando ne sussistono le condizioni, non significa essere contro l’Europa, né mettere in discussione i rapporti di amicizia e collaborazione con la Spagna. Significa utilizzare uno strumento contemplato dall’ordinamento europeo per tutelare la sicurezza, la legalità e gli interessi del Paese.
Non si tratta, peraltro, di una scelta estranea alla prassi europea: diversi Stati membri hanno fatto ricorso, negli anni, a controlli temporanei alle frontiere interne. È quindi difficile sostenere che l’utilizzo di uno strumento previsto dalle stesse regole europee costituisca, di per sé, una scelta antieuropea.
Anche sulla questione migratoria occorre evitare confusioni. Il decreto flussi italiano riguarda ingressi regolari e programmati, disciplinati da procedure definite e stabiliti anche sulla base delle esigenze del mercato del lavoro. Ben diverso è il problema dell’immigrazione irregolare. Distinguere chiaramente tra questi due fenomeni è indispensabile per qualsiasi politica migratoria seria e credibile.
Naturalmente è legittimo, e in una democrazia doveroso, chiedere al Governo trasparenza sui numeri, sulle provenienze e sui meccanismi di ingresso. Ma è altrettanto necessario riconoscere che uno Stato ha il diritto e la responsabilità di governare i flussi migratori e di contrastare l’immigrazione irregolare.
È su questo punto che emerge una differenza politica sostanziale. Ritengo che solidarietà e accoglienza debbano necessariamente accompagnarsi a legalità, sicurezza, integrazione e sostenibilità. L’Italia non può adottare una politica delle porte aperte, ma deve essere nelle condizioni di decidere e controllare chi entra nel proprio territorio, contrastando gli ingressi irregolari e favorendo quelli legali, secondo regole e procedure precise.
Si può naturalmente discutere nel merito dell’efficacia e della proporzionalità delle singole misure. È questo il terreno sul quale dovrebbe svilupparsi un confronto politico serio. Ma liquidare automaticamente ogni rafforzamento dei controlli come una scelta meramente propagandistica significa eludere la questione centrale: come garantire sicurezza e legalità, governando al tempo stesso il fenomeno migratorio in maniera ordinata e sostenibile.
Governare significa anche prevenire situazioni fuori controllo. Tutelare i confini, nel rispetto delle regole europee, non significa essere contro l’Europa. Significa assumersi la responsabilità di governare e svolgere, con serietà, le funzioni che i cittadini hanno affidato alle istituzioni.

“Sono il più grande piagnucolone… Piagnucolo e piagnucolo finché riesco a vincere”. Così Donald Trump, in un’intervista concessa a Chris Cuomo della Cnn durante la sua prima campagna elettorale nel 2015, descrisse la sua tenacia. Questa strategia di Trump, appresa dal suo avvocato e mentore Roy Cohn (1927-1986), consiste nel considerare la realtà malleabile e nel non accettare mai una sconfitta, concentrandosi invece sull’attacco agli avversari, senza mai riconoscere i propri errori né mostrare debolezza. Trump usa questa tenace strategia anche con la Corte Suprema, nei casi poco frequenti in cui si vede sconfitto dal supremo organo giudiziario degli Usa.

In tempi molto recenti, la Corte Suprema ha bacchettato il presidente Usa in alcuni casi fondamentali, come i dazi, il diritto alla cittadinanza per nascita, il licenziamento di Lisa Cook dalla Federal Reserve, ecc. In queste vicende Trump non si è arreso e ha intrapreso altre strade per aggirare i limiti impostigli dalla magistratura. Nel caso dei dazi iniziali imposti in occasione di quello che lui dichiarò “Liberation Day”, la Corte Suprema li dichiarò illegali nel febbraio scorso, con una decisione di 6-3. Trump andò su tutte le furie, attaccando i giudici, ma subito dopo li ripristinò usando un’altra legge che però gli permise di mantenerli fino al 24 luglio. Subito dopo impose altri dazi usando un’altra legge, sostenendo che i prodotti che entravano negli Usa da 60 Paesi erano fabbricati con lavoro forzato. Trump non ammise la sconfitta e ha cercato, con relativo successo, di andare oltre la Corte Suprema. Ciononostante, la decisione della Corte lo ha costretto a rimborsare alle aziende che lo avevano denunciato i soldi incassati dal Tesoro americano.
Nel caso della cittadinanza per nascita, lo ius soli, che garantisce la cittadinanza americana a tutti quelli nati in America, inclusi i figli di individui senza residenza legale, Trump ha reagito in maniera simile. In questo caso ha fatto passi indietro e ha annunciato due nuovi ordini esecutivi specifici per non darla vinta alla Corte Suprema. Il primo amplia l’ineleggibilità alla cittadinanza per includere “nemici degli Stati Uniti e gruppi terroristici stranieri”, come pure i figli di rappresentanti diplomatici. La legge attuale, infatti, esclude già questi individui. Il secondo ordine esecutivo sulla cittadinanza prende di mira i figli nati in America da genitori con visti turistici, che Trump asserisce costituiscano una grande industria. In realtà, i casi che rientrano in questa categoria sono rarissimi. Le donne che possono permettersi il lusso di venire in America con un visto turistico nell’ultimo mese di gravidanza per far acquisire la cittadinanza ai neonati non si interessano necessariamente a questo diritto. In linea generale, queste donne vivono bene nei loro Paesi e la cittadinanza americana avrebbe pochissimo valore. Poco importa. I due nuovi ordini esecutivi mirano al desiderio di Trump di non accettare mai una sconfitta, ma allo stesso tempo di inviare segnali ai suoi sostenitori che lui lavora per loro, senza tregua, come il loro guerriero.
C’è poi il caso di Lisa Cook, membro della Federal Reserve, che Trump ha cercato di licenziare, ma la Corte Suprema glielo ha impedito. Adesso Trump sta provando di nuovo e le ha inviato una lettera, asserendo che ha rilasciato “dichiarazioni false su uno o più contratti per un mutuo”. La strada non sarà facile, perché dovrà dimostrare che le accuse sono veritiere e la Cook ha tutte le intenzioni di resistere.
Se Trump con frequenza cerca strade alternative quando la Corte Suprema non gli sorride, non desiste dal presentare ricorsi ai magistrati più alti del Paese. In un recentissimo caso, Trump ha chiesto che la Corte Suprema invalidi la decisione di un giudice federale sul voto per corrispondenza. In caso negativo, il 47esimo presidente con ogni probabilità cercherà di aggirare i giudici per ottenere i suoi obiettivi.
Anche altri presidenti in tempi recenti hanno seguito la stessa strada quando hanno subito decisioni sfavorevoli, ma nessuno di loro ha attaccato i membri della Corte Suprema come ha fatto l’attuale inquilino della Casa Bianca. Questi attacchi ai magistrati hanno creato un clima di alta tensione e preoccupazione per la sicurezza dei giudici. In una recente audizione al Congresso, Elena Kagan e Amy Coney Barrett, due dei nove membri della Corte Suprema, hanno chiarito che i magistrati temono per la loro sicurezza. In un esempio molto personale, Coney Barrett ha descritto lo shock dei suoi figli quando, in un’occasione, si è tolta il giubbotto antiproiettile dopo essere ritornata a casa. Gli attacchi ai giudici, però, arrivano anche dalle bocche dei membri del governo di Trump. Todd Blanche, il neo-confermato procuratore generale, nel mese di dicembre dell’anno scorso ha postato su X (già Twitter) un messaggio attaccando “i giudici canaglia” che non seguono la legge. Per questa sua affermazione si è beccato il rimprovero della New York State Bar Association sulla scorrettezza di queste asserzioni. Se Trump ha poco da temere, tenendo presente l’immunità per gli atti ufficiali concessagli proprio dalla Corte Suprema, i suoi collaboratori devono fare attenzione, specialmente gli avvocati. Le Bar Association sono molto attente ai comportamenti non etici e possono, in casi estremi, revocare la licenza professionale.



«Non ho bisogno che ti piaccia, ho solo bisogno che tu vinca». Così Chuck Schumer, senatore dello Stato di New York e leader della minoranza democratica al Senato, si è rivolto ad Abdul El-Sayed dopo la sua vittoria alle primarie del Partito Democratico in Michigan per un seggio al Senato. Schumer aveva offerto il suo endorsement a Haley Stevens, che El-Sayed ha sconfitto con il 48,5% contro il 47,5% dei voti.

Schumer aveva preferito la Stevens, ritenendo El-Sayed troppo progressista e considerando che, in Michigan, uno degli Stati tradizionalmente in bilico, una candidata centrista avrebbe avuto più possibilità di vittoria. Dopo l’esito elettorale, però, è tornata la pace e sia Schumer sia Stevens hanno fatto quadrato per sconfiggere Mike Rogers, avversario repubblicano di El-Sayed, che ha ricevuto l’endorsement del presidente Donald Trump.
La vittoria di El-Sayed echeggia quelle di altri progressisti come Alexandria Ocasio-Cortez, parlamentare democratica di New York, e, in tempi più recenti, quelle di Zohran Mamdani, sindaco di New York, Katie Wilson, sindaca di Seattle, Brandon Johnson, sindaco di Chicago, e Michelle Wu, sindaca di Boston. In questi casi, però, si tratta di luoghi considerati roccaforti democratiche. La vittoria di El-Sayed è avvenuta in uno Stato “turchese”, che nelle elezioni presidenziali può passare da un partito all’altro. Trump vinse nel 2016 e nel 2024, sconfiggendo rispettivamente Hillary Clinton e Kamala Harris, ma nel 2020 fu sconfitto da Joe Biden. Schumer aveva dunque scommesso su una candidata centrista, seguendo una strategia tradizionale dell’establishment democratico.
El-Sayed è però riuscito a prevalere con una campagna incentrata su una piattaforma che riflette quella del gruppo dei Democratic Socialists of America, anche se lui non si è definito membro dell’organizzazione. Le sue idee, però, echeggiano temi già noti di tanti progressisti: l’ampliamento della sanità pubblica per coprire tutti i cittadini, la revisione dei finanziamenti a Israele e ad altri Paesi, l’aumento delle tasse per i più benestanti, il rifiuto di contributi politici da parte delle grandi aziende, l’aumento del salario minimo, ecc. Idee che sono nate con il «nonno» dei progressisti, Bernie Sanders, ma che sono state adottate da una nuova leva di giovani politici progressisti.
El-Sayed è riuscito a sconfiggere Stevens nonostante quest’ultima avesse ricevuto notevoli contributi finanziari dall’establishment del Partito Democratico e altri ingenti fondi da lobby. Si calcola che decine di milioni di dollari siano stati spesi per sostenere la campagna di Stevens, con una parte significativa proveniente da AIPAC, l’American Israel Public Affairs Committee, una lobby americana il cui obiettivo consiste nel sostenere politiche favorevoli a Israele. El-Sayed, nella sua campagna, ha preso le distanze dalla politica americana di forte sostegno a Israele, che il neo-candidato a senatore del Michigan ha accusato di genocidio, come hanno fatto anche altri leader progressisti.
Per queste idee il presidente Trump ha attaccato ferocemente El-Sayed, accusandolo di «odiare Israele» e definendolo anche comunista, come spesso fa con tanti altri suoi avversari politici. Questa presa di posizione verso Israele non ha impedito a El-Sayed di prevalere, anche perché l’opinione pubblica americana si è allontanata da quella del governo israeliano. L’indice di gradimento degli iscritti al Partito Democratico nei confronti di Israele è sceso sensibilmente negli ultimi anni. La politica fortemente militarista di Israele ha anche modificato le preferenze degli americani e la loro visione del conflitto tra palestinesi e israeliani. Gli ultimissimi sondaggi ci dicono che i palestinesi sono leggermente più sostenuti degli israeliani (41 contro 36%).
Anche Trump se ne è reso conto e i dissapori con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu stanno venendo a galla, poiché il presidente Usa sembra avere capito che la pressione per entrare in guerra contro l’Iran si è rivelata un grosso sbaglio.
I democratici dovrebbero avere successo nelle elezioni di midterm a novembre, specialmente alla Camera, dove si ritiene che abbiano ottime possibilità di conquistare la maggioranza. Al Senato la strada non è altrettanto spalancata, ma il seggio del Michigan, che potrebbe essere vinto da El-Sayed, sarebbe indispensabile.
Alcuni analisti hanno fatto notare le similarità fra El-Sayed e Barack Obama, il 44esimo presidente Usa. I due hanno forti legami con altri Paesi. Va ricordato che il padre di Obama era nato in Kenya, mentre i genitori di El-Sayed sono nati in Egitto. Entrambi hanno completato brillanti carriere accademiche, con legami con la Columbia University. Obama si è laureato alla Columbia University a New York, completando più tardi la laurea in giurisprudenza alla Harvard University. El-Sayed si è laureato all’Università del Michigan, poi ha ottenuto un dottorato in salute pubblica alla Oxford University con una prestigiosa borsa di studio Rhodes Scholar, e la laurea in medicina alla Columbia University.
Entrambi sono oratori carismatici, ma El-Sayed si trova politicamente più a sinistra. Obama ha ottenuto successi politici creando una coalizione di diversi gruppi, mentre El-Sayed ha puntato su una politica maggiormente populista. Dopo la sua vittoria alle primarie, El-Sayed ha ricevuto una telefonata da Obama, senza però rivelare i contenuti della conversazione. El-Sayed spera che l’ex presidente faccia campagna politica per sostenerlo, anche se ha ammesso di non vedere tutto alla stessa maniera. Nel suo libro Healing Politics ha scritto che la presidenza di Obama rappresenta, in parte, «intenzioni ispirate ma non realizzate». Forse El-Sayed riuscirà a realizzarle da senatore o, chissà, da presidente?

“Noi crediamo che se lavorate duro meritate un salario decente. Gli altri credono che 7,25 dollari all’ora siano sufficienti”. Con queste parole Gavin Newsom, il governatore della California, ha annunciato che il salario minimo del Golden State aumenterà dall’attuale 16,90 a 17,40 dollari l’ora, divenendo il più alto negli Stati Uniti, eccetto per Washington D.C., dove il salario minimo raggiunge i 18,40 dollari l’ora.

I 7,25 dollari citati da Newsom si riferiscono al salario minimo federale, aumentato durante l’amministrazione di George W. Bush nel 2007, che i repubblicani attuali non hanno nessuna intenzione di modificare.
L’aumento annunciato da Newsom in realtà è un’indicizzazione del salario minimo per coprire l’eventuale aumento dell’inflazione. Ciononostante, il governatore della California ha tutte le ragioni per celebrare l’aumento, che equivale a più del doppio di quello federale; quest’ultimo non include l’indicizzazione, penalizzando tutti quei lavoratori che lo ricevono. Difatti, il salario minimo federale può persino essere inferiore alla soglia federale di 7,25 dollari in alcuni Stati concentrati nel sud del Paese se i dipendenti ricevono mance, a patto che il totale arrivi alla media di 7,25.
Il fatto che il governo federale non abbia agito per aumentare il salario minimo dal 2007 ha spinto quasi trenta Stati e municipalità ad agire da soli per rimediare. Ecco come si spiega il fatto che in Stati liberal come la California, e non solo, il salario minimo sia molto più alto. Nel Golden State, infatti, i dipendenti del fast food ricevono 20 dollari l’ora secondo una recente legge. Questa tariffa si applica alle catene di ristorazione nazionale con più di 60 locali negli Stati Uniti. Inoltre, nel settore della sanità il salario minimo è di 25 dollari l’ora. Con i Giochi Olimpici del 2028 in programma a Los Angeles, il consiglio comunale ha approvato un’ordinanza che stabilisce il salario minimo a 30 dollari per i lavoratori dei grandi alberghi e degli aeroporti. L’aumento doveva iniziare nel 2026, due anni prima dei Giochi Olimpici, ma poi, sotto pressione delle aziende, l’ordinanza è stata rimandata fino al 2028. L’ordinanza include altre esclusioni, poiché si applica ai lavoratori di alberghi con 60 o più camere e a quelli che lavorano all’aeroporto. Non tocca, invece, il salario minimo della metropoli, che rimane a 17,80 dollari l’ora.
Questi aumenti del salario minimo aiutano, ma non risolvono i problemi del carovita, specialmente in California. Anche con uno stipendio di 30 dollari l’ora, in città come San Francisco e Los Angeles sarebbe difficile vivere adeguatamente. Lavorando 40 ore settimanali con uno stipendio di 30 dollari all’ora, in un anno intero si guadagnerebbero 62.400 dollari lordi (circa 55.000 netti dopo aver pagato le tasse federali e quelle californiane). L’affitto di un bilocale costa sui 24 mila dollari annui. L’aggiunta dei costi di trasporto, cibo, sanità (spesso non inclusa dai datori di lavoro) e altre spese renderebbe una vita dignitosa alquanto difficile.
Gli aumenti del salario minimo riflettono tendenze progressiste auspicate ad alta voce dal senatore socialista democratico Bernie Sanders. Il senatore del Vermont, da molti anni e specialmente da quando fu candidato alla presidenza nel 2016 (quando venne sconfitto alle primarie da Hillary Clinton), ha spinto per un salario minimo nazionale a 15 dollari l’ora.
Il fatto che il salario minimo aumenterà a 17,40 dollari l’ora il 1° gennaio spinge nella giusta direzione, anche perché mette pressione verso l’alto sui salari dei dipendenti che adesso guadagnano un po’ di più. Ovviamente le aziende sono sempre contrarie a questi aumenti salariali, citando una perdita di posti di lavoro che in realtà non si verifica. Ce lo confermano gli studi fatti dalla Harvard University e dall’Università della California a San Francisco. Ciononostante, la reazione dei repubblicani è sempre prevedibile. Commentando l’aumento del salario minimo annunciato da Newsom, il candidato repubblicano a governatore della California Steve Hilton ha dichiarato che si tratta di un “attacco ai lavoratori” perché “schiaccerà le aziende”. Si sbaglia, ma allo stesso tempo ci conferma che, quando si tratta di difendere i lavoratori, i repubblicani si schierano dal lato opposto. Per Newsom, invece, che con ogni probabilità si candiderà alle presidenziali del 2028, si tratta anche di un gol politico.

Nei giorni scorsi abbiamo salutato con favore una decisione dell’Ambasciata d’Italia a Santo Domingo che va nella giusta direzione: tutti i pensionati italiani iscritti all’AIRE possono ora ottenere il Certificato di Esistenza in Vita presentandosi direttamente agli sportelli, senza appuntamento, in una fascia oraria dedicata.
È una semplificazione concreta, che merita di essere riconosciuta. Quando un servizio pubblico diventa più semplice e accessibile, i cittadini ne traggono beneficio.
Ma questa novità ci offre anche l’occasione per rilanciare una proposta che Fatti Nostri sostiene da tempo.
La Repubblica Dominicana non è soltanto Santo Domingo.

Molti pensionati italiani vivono a Las Terrenas, Samaná, Las Galeras, Sosúa, Cabarete, Puerto Plata, Punta Cana e in numerose altre località lontane dalla capitale. Per loro ottenere un semplice certificato significa spesso affrontare centinaia di chilometri di viaggio, alzarsi all’alba, sostenere spese di trasporto e, in alcuni casi, anche pernottare fuori casa.
Ci chiediamo allora: non sarebbe più logico che, almeno una volta all’anno, fosse il Consolato ad avvicinarsi ai cittadini, invece di costringere sempre i cittadini a raggiungere il Consolato?
Non servono nuove sedi consolari né grandi investimenti. Basterebbe organizzare periodicamente una giornata consolare itinerante nelle località dove risiedono le comunità italiane più numerose.
È una soluzione già adottata in molti Paesi del mondo e che, anche nella Repubblica Dominicana, sarebbe tutt’altro che irrealizzabile. Alcuni connazionali hanno persino offerto la propria disponibilità ad accompagnare gratuitamente un funzionario da Santo Domingo e a riportarlo in giornata.
Se c’è la volontà, le soluzioni si trovano.
C’è poi un altro elemento che merita attenzione.
Molti pensionati che vivono lontano dalla capitale non si recano nemmeno all’Ambasciata. Preferiscono far certificare l’Esistenza in Vita da un sindaco, da un notaio o da uno dei cosiddetti “testimoni accettabili” previsti dalla procedura di Citibank.
Il motivo è evidente: questa soluzione consente di evitare un lungo viaggio, riduce lo stress e comporta un costo spesso modesto, inferiore a quello necessario per raggiungere Santo Domingo.
Questo dimostra che il problema non è la disponibilità dei pensionati a rispettare le procedure, ma la distanza dei servizi.
L’iniziativa dell’Ambasciata rappresenta senza dubbio un passo avanti. Tuttavia, il vero salto di qualità sarebbe quello di ripensare l’organizzazione dei servizi consolari in funzione delle esigenze dei cittadini, soprattutto di quelli più anziani.
Una o due missioni consolari all’anno nelle principali località dove vivono gli italiani potrebbero alleggerire enormemente i disagi di centinaia di persone e rafforzare il rapporto di fiducia tra istituzioni e comunità.
Le istituzioni sono davvero vicine ai cittadini non quando aspettano che siano i cittadini a bussare alla loro porta, ma quando fanno il possibile per raggiungerli.
Forse è arrivato il momento di compiere anche questo passo.

“Sono il suo avvocato”. Questa è stata la risposta di Todd Blanche, procuratore generale ad interim, al senatore John Kennedy, repubblicano della Louisiana, che gli aveva chiesto se lui e Donald Trump fossero amici. Dopo solo un secondo, Blanche si è corretto dicendo “ero il suo avvocato”, prendendo una certa distanza e suggerendo che agisce da procuratore e non da avvocato personale del presidente, come aveva fatto dal 2023 fino ad entrare nel ruolo che copre adesso.

Il lapsus di Blanche non cancella i suoi rapporti conflittuali tra il ruolo di procuratore generale e l’influenza del presidente, suo ex assistito. La linea fra i due ruoli non è soltanto poco chiara, ma dimostra anche come il 47° presidente, nelle sue nomine, abbia privilegiato il principio della fedeltà rispetto a quello della competenza. La domanda di Kennedy è avvenuta durante l’audizione per la conferma di Blanche a procuratore generale dopo il licenziamento della procuratrice generale Pam Bondi, che Trump non ha ritenuto abbastanza efficiente nel mettere in atto la sua agenda. La Bondi aveva fallito nell’indagare e alla fine incriminare parecchi individui che l’attuale inquilino della Casa Bianca voleva e vuole ancora prendere di mira.
Blanche aveva la strada in salita per la conferma perché due senatori repubblicani, Thom Tillis del North Carolina e John Cornyn del Texas, si erano opposti alla sua nomina. I due senatori avevano richiesto a Blanche di mettere per iscritto l’eliminazione del fondo di 1,776 miliardi di dollari per risarcire individui considerati vittime della strumentalizzazione del Dipartimento di Giustizia durante l’amministrazione di Joe Biden. Inoltre, il patteggiamento del Dipartimento di Giustizia con Trump includeva una clausola secondo cui il presidente stesso e la sua famiglia avrebbero ottenuto l’immunità dall’IRS, il fisco statunitense, per indagini passate ma anche future.
Il fondo di risarcimento a cui si opponevano Tillis e Cornyn era emerso da una denuncia avviata dal presidente Trump contro l’IRS per la fuga di notizie sulle sue dichiarazioni dei redditi. Una denuncia ovviamente anomala, perché il presidente degli Stati Uniti denunciava il governo che lui stesso dirige. In effetti, Trump controlla il potere esecutivo che include il Dipartimento di Giustizia e anche l’agenzia fiscale, le quali sono entrambe dirette da individui da lui nominati. Il presidente aveva in effetti denunciato se stesso. Lo ha notato una sentenza della giudice federale Kathleen Williams, la quale ha dichiarato che la causa intrapresa era servita a manipolare il procedimento giudiziario. La giudice ha inoltre sanzionato parecchi legali del Dipartimento di Giustizia, compreso Blanche, inviando una relazione agli organi disciplinari che controllano gli aspetti etici degli avvocati.
Quando Tillis e Cornyn avevano indicato la loro opposizione alla conferma di Blanche, Trump ha lasciato intendere che potrebbe ritirare la nomina per riproporla quando questi due senatori saranno fuori dal Senato dopo le prossime elezioni di novembre. Il presidente degli Stati Uniti ha anche chiarito che i due senatori recalcitranti agivano in malafede, perché arrabbiati dal fatto che Tillis ha deciso di non ricandidarsi, temendo, giustamente, una primaria repubblicana brutale senza il suo endorsement. Nel caso di Cornyn è avvenuto proprio quello che temeva Tillis poiché, avendo perduto l’endorsement di Trump, è stato sonoramente sconfitto da Ken Paxton nelle primarie in Texas. Ciononostante, i due senatori si sono presi una piccola vendetta su Trump, costringendo alla fine all’eliminazione del risarcimento, anche se Blanche ha mantenuto l’immunità fiscale per il presidente e la sua famiglia applicabile per il passato ma non per il futuro.
La nuova dichiarazione di Blanche che ha soddisfatto Tillis e Cornyn rimane però dubbia per il futuro. Un altro procuratore generale potrebbe ripristinare quella misura, oppure lo stesso Blanche potrebbe in qualche modo modificarla sotto la pressione di Trump. Il presidente continua a tentare di capovolgere la storia, e i risarcimenti per la cosiddetta strumentalizzazione della giustizia fanno parte del tentativo di riscrivere la realtà. I 1,776 miliardi di dollari erano destinati a risarcire in buona parte i responsabili degli assalti al Campidoglio, che Trump ha graziato una volta rientrato alla Casa Bianca. Ma non basta. Trump vuole che il governo li paghi per i danni subiti, eliminando le loro colpe per avere saccheggiato il Campidoglio, provocando la morte di 6 poliziotti e ferendo centinaia di altre persone.
Blanche adesso sembra avere la strada spianata alla conferma, poiché i repubblicani al Senato hanno una lieve maggioranza (53-47), e quindi diventerà procuratore generale. In realtà, molti analisti lo vedono nel ruolo di continuare a svolgere la funzione di “avvocato” di Trump. Lo sa benissimo. In caso contrario farebbe la stessa fine di altri, compresa la sua predecessora Pam Bondi.

L’Ambasciata d’Italia a Santo Domingo ha annunciato una novità destinata a facilitare l’accesso ai servizi consolari: una corsia preferenziale per gli ultrasettantenni.

È una decisione che merita di essere accolta con favore. Chi ha una certa età affronta con maggiore difficoltà lunghe attese e pratiche burocratiche, e ogni iniziativa che renda più umano il rapporto tra cittadini e amministrazione non può che essere apprezzata.
C’è però un piccolo dettaglio che colpisce.
Nel comunicato ufficiale si parla di “over 70”.
Viene spontaneo chiedersi: perché quell’ “over”?
L’Ambasciata rappresenta lo Stato italiano e comunica con cittadini italiani. Possibile che non si riesca più a scrivere semplicemente “ultrasettantenni” o “cittadini con più di 70 anni”? L’italiano possiede tutte le parole necessarie per esprimere lo stesso concetto con chiarezza ed eleganza, senza ricorrere a un anglicismo ormai inflazionato.
È una piccola osservazione, certo, ma il linguaggio delle istituzioni dovrebbe essere il primo a valorizzare la nostra lingua.
Detto questo, il nuovo ambasciatore sembra voler introdurre alcune innovazioni e questo è un segnale positivo. Proprio per questo ci permettiamo di rilanciare una proposta che Fatti Nostri sostiene da tempo.
La Repubblica Dominicana non è soltanto Santo Domingo.
Migliaia di italiani vivono a Las Terrenas, Las Galeras, Sosúa, Cabarete, Puerto Plata, Samaná, Punta Cana e in altre località lontane dalla capitale. Per rinnovare un passaporto, autenticare una firma o svolgere una pratica consolare sono spesso costretti a percorrere centinaia di chilometri, affrontando ore di viaggio, spese di trasporto, pernottamenti e, per molti, anche la perdita di una giornata di lavoro.
Ci chiediamo allora: non sarebbe possibile organizzare, almeno una volta all’anno, una missione consolare itinerante?
Basterebbe che un funzionario si recasse nelle località dove risiedono le comunità italiane più numerose per raccogliere documenti, acquisire dati biometrici o svolgere le pratiche che possono essere effettuate fuori sede.
Non si tratta di un’idea rivoluzionaria. In molti Paesi le ambasciate e i consolati organizzano periodicamente servizi consolari itineranti proprio per avvicinare l’amministrazione ai cittadini.
In Repubblica Dominicana, inoltre, il problema logistico sarebbe persino limitato. Alcuni connazionali si sono già dichiarati disponibili a mettere gratuitamente a disposizione un’automobile per accompagnare il funzionario da Santo Domingo alla località interessata e riportarlo in capitale al termine della giornata.
Dov’è, allora, l’ostacolo?
Una missione all’anno non sembra una richiesta irragionevole, soprattutto se consentirebbe a centinaia di italiani, specie anziani, di evitare viaggi lunghi, costosi e stressanti.
Naturalmente gli incontri istituzionali con la collettività sono sempre graditi. Ma forse il modo migliore per essere vicini ai cittadini non è soltanto partecipare a cerimonie o consegnare onorificenze. È anche portare i servizi dove vivono le persone.
Se davvero si vuole inaugurare una stagione di maggiore attenzione verso la comunità italiana nella Repubblica Dominicana, questa potrebbe essere un’innovazione concreta, semplice e molto apprezzata.
In fondo, un’ambasciata non è soltanto la rappresentanza dell’Italia all’estero. È, prima di tutto, la casa degli italiani che vivono all’estero. E una casa dovrebbe cercare, per quanto possibile, di venire incontro alle esigenze dei suoi cittadini.