Dopo lo stop della Corte Suprema, Trump aggira la sentenza e rilancia la guerra dei dazi

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Quando la Corte Suprema ha dichiarato illegali i dazi che Donald Trump aveva imposto nel cosiddetto “Liberation Day”, le casse del Tesoro Usa avevano incassato 166 miliardi di dollari, ai quali si sono aggiunti interessi per un totale di 171 miliardi. La sconfitta subita dinanzi ai magistrati ha imposto il rimborso di questi fondi alle aziende americane che erano state costrette a pagare tali dazi. All’inizio i rimborsi sono stati effettuati a rilento, ma poi sono stati accelerati, anche se si stima che fra gli 80 e i 100 miliardi non siano ancora stati rimborsati. Come abbiamo scritto in queste pagine, Trump è stato tutt’altro che felice della decisione e ha attaccato i giudici ferocemente. La sconfitta, però, non lo ha fermato e, lo stesso giorno dell’annuncio della Corte Suprema, Trump ha usato un’altra legge che gli ha permesso di imporre dazi temporanei fino al 24 luglio.

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Con la scadenza di questa seconda ondata di dazi, il presidente Usa ne ha escogitata un’altra, imponendo tasse dal 10 al 12,5 per cento su sessanta Paesi. Il presidente americano ha giustificato questa nuova serie di dazi asserendo che questi Paesi non hanno fatto sufficienti sforzi per proibire l’importazione di prodotti realizzati con il lavoro forzato. In effetti, Trump si è dichiarato protettore dei lavoratori, affermazione che dovrebbe far sorridere, perché in realtà non si è mai preoccupato dei diritti dei lavoratori né, tantomeno, del lavoro forzato.

Se Trump fosse veramente interessato a difendere quei lavoratori abusati, dovrebbe prima di tutto parlarne con Paesi come la Malesia, la Cina, l’India, il Bangladesh e altri, i cui prodotti esportati, quali vestiti, legname, prodotti agricoli, prodotti elettronici, minerari ecc., sono spesso realizzati con lavoro forzato, per spingerli a cambiare rotta. Invece, Trump ha usato la scusa del lavoro forzato per mettere pressione a una sessantina di Paesi, principalmente europei, affinché questi cambino strategia. Tocca a loro risolvere il problema del lavoro forzato perché, per Trump, rappresentano una concorrenza sleale per le aziende americane.

Se Trump fosse veramente interessato a risolvere la piaga del lavoro forzato potrebbe anche guardare a casa sua. In America, per esempio, i carcerati sono spesso costretti a lavorare senza il loro consenso. In Alabama i carcerati sono obbligati a lavorare, poiché queste attività involontarie fanno parte dei loro doveri. In altri Stati del Sud i carcerati vengono anche usati come lavoratori nel settore agricolo, secondo la American Civil Liberties Union (ACLU), l’organizzazione che protegge i diritti civili e le libertà individuali garantiti dalla Costituzione. Secondo l’ACLU, questa situazione viola il Tredicesimo Emendamento, che proibisce la schiavitù e la servitù forzata in America.

La questione del lavoro forzato, usata come pretesto per imporre i dazi, è quindi semplicemente un modo per giustificare il ricorso alla politica del bastone, al fine di colpire i suoi avversari e costringerli a inginocchiarsi, nel tentativo di mitigare gli effetti negativi, come abbiamo riscontrato dopo la prima ondata di dazi. Tanti leader del globo, dopo i primi dazi, si sono presentati davanti a Trump quasi come se stessero chiedendogli l’elemosina. Anche gli alleati europei avevano celebrato il fatto di essere riusciti a negoziare dazi del 15 per cento.

Gli ultimissimi dazi annunciati da Trump avranno la tipica conseguenza di causare aumenti dei prezzi, colpendo tutti i consumatori, inclusi quelli americani. Lo ha confermato Chrystia Freeland, ex vice prima ministra e ministra delle Finanze canadese, la quale ha lavorato con i governi di Justin Trudeau e Mark Carney, in un’intervista alla Public Broadcasting System (PBS), la rete televisiva pubblica americana. Freeland ha aggiunto che i dazi impoveriscono i Paesi e costringono i consumatori a pagare il prezzo della cecità politica.

Com’è avvenuto con i dazi del “Liberation Day”, che hanno scatenato ricorsi conclusisi con una vittoria davanti alla Corte Suprema, anche questi ultimi tentativi di Trump hanno già causato nuove azioni legali. Il Liberty Justice Center, che aveva rappresentato i piccoli imprenditori nella causa sui dazi del “Liberation Day”, ha presentato un nuovo ricorso. I legali sostengono che l’amministrazione Trump ha agito “in maniera arbitraria” nell’imposizione di dazi a 60 Paesi, senza aver seguito alcuna logica. Le cause richiedono tempo e non si sa se questa volta arriveranno alla Corte Suprema. Nel frattempo Trump ha usato di nuovo il bastone dei dazi, spingendo i Paesi in questione a iniziare negoziati per ottenere agevolazioni. Questa volta, però, tutti hanno imparato la lezione. Come ha detto Freeland, Trump capisce solo una cosa: la forza. È ovviamente difficile per un Paese piccolo lottare contro la poderosa economia americana, ma è “l’unica maniera”. Freeland cita giustamente l’esempio della Cina che, non solo non si è inginocchiata, ma ha usato il suo potere economico, specialmente il suo quasi monopolio sui minerali delle terre rare, per affrontare Trump sui dazi. Gli alleati europei, attaccati di nuovo col bastone dei dazi, farebbero bene a imparare la lezione cinese, agendo insieme invece di cercare una strada individuale.




I miliardi per le bombe, il rincaro della vita e le vittime di militari e civili: il Pentagono sotto torchio al Senato per la guerra in Iran

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“Il popolo americano non sa a chi o a cosa credere… non può permettersi il cibo né la casa…” e i militari fanno richieste di “soldi senza fine per le bombe”. Con queste parole la senatrice democratica dello Stato di New York Kirsten Gillibrand si è rivolta a Pete Hegseth e Dan Caine, rispettivamente Segretario della Difesa e Capo dello Stato Maggiore Congiunto. I due si sono presentati alla Commissione per gli Stanziamenti del Senato per fare una richiesta di 67 miliardi di dollari per continuare la guerra in Iran.

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Altri senatori democratici hanno interrogato Caine e Hegseth mettendo in dubbio gli obiettivi non ancora raggiunti e le sparate sulle fantastiche vittorie americane. In particolare, il senatore Jon Ossoff della Georgia ha fatto notare le incongruenze nelle parole di Hegseth. Citando affermazioni fatte dal Ministro della Difesa, Ossoff ha tentato di ottenere risposte affermative o negative sulla “distruzione” delle forze militari iraniane dichiarata 14 giorni dopo l’inizio del conflitto. Hegseth ha cercato di districarsi tentando di spiegare le dichiarazioni spropositate che spesso gli escono dalla bocca. Poi, di fronte alle insistenze dei senatori democratici, li ha accusati di non voler sostenere le truppe americane perché soffrono della “sindrome da deragliamento di Trump” (Trump Derangement Syndrome), espressione che il presidente Usa usa spesso per attaccare i suoi nemici.

Pressato dalle domande, Hegseth ha comunque chiarito che la guerra in Iran è costata fino a questo momento 37,5 miliardi di dollari. Il generale Caine è stato anch’esso pressato su quale potrebbe essere il costo finale, senza però fornire risposte precise, poiché non è possibile stimarlo al momento, considerando che gli iraniani continuano a mantenere risorse militari. Nelle domande a Hegseth e Caine, tutti i senatori hanno mostrato rispetto per il secondo, mentre per il primo anche i senatori repubblicani hanno espresso dubbi. In particolare, il senatore John Kennedy, repubblicano della Louisiana, è rimasto deluso dalle risposte poco “chiare” di Hegseth.

Il costo della guerra citato da Hegseth si riferisce solo alle spese del governo statunitense. Né i senatori democratici né quelli repubblicani hanno però fatto notare che la guerra ha causato altre spese ai cittadini americani con il rincaro del petrolio. Stime dell’agenzia Moody’s hanno stabilito che i costi totali per l’americano medio, causati dagli aumenti per trasporti, cibo e prestiti, hanno raggiunto una media di 1.100 dollari. L’inflazione è aumentata al 4,2% e la Federal Reserve è stata costretta a mantenere i tassi di interesse elevati. La guerra ha causato un aumento delle spese anche per i cittadini del resto del mondo. Secondo le stime del Global Peace Index e della World Bank, c’è stata una riduzione della produttività economica compresa tra 1.300 e 2.200 miliardi di dollari per il 2026. Se lo Stretto di Hormuz continuerà ad essere chiuso, la cifra potrebbe aumentare fino a 3.500 miliardi di dollari. Inoltre, la crescita economica globale diminuirebbe dal 3,2 al 2,5%.

Al di là delle spese economiche globali, c’è da aggiungere anche il costo in vite umane. I senatori hanno espresso il loro apprezzamento per i sacrifici fatti dai quattro soldati americani recentemente uccisi in Giordania, che si aggiungono ad altri 14 morti registrati in precedenza, ai quali si sommano anche circa 500 feriti. Ma le perdite di vite umane negli altri Paesi coinvolti sono molto più gravi. Più di 1.200 iraniani hanno perso la vita, 120 dei quali bambini morti nei bombardamenti della scuola elementare di Minab. Da non dimenticare le vittime israeliane nel conflitto in Libano (70) e quelle libanesi (stimate tra 1.000 e 2.500). Le perdite di vite americane hanno giustamente attirato l’interesse dei senatori americani, ma hanno ingiustamente fatto loro dimenticare quelle degli altri Paesi, suggerendo che anche loro accettino il principio di America First (Prima l’America), tanto citato da Trump.

Proprio oggi la Camera ha votato per imporre a Trump di mettere fine alla guerra in Iran (214 sì, 208 no), ma al Senato una simile mozione non ha raggiunto la soglia del filibuster di 60 voti (49 sì, 47 no). Ciononostante, anche gli americani vedono la guerra negativamente. Un sondaggio recentissimo della Fox News ci dice che la guerra è impopolare (66% contro 34%). Trump, però, non riesce a vedere nessuna via di uscita dal pantano in cui ha trascinato non solo gli americani, ma anche i cittadini del resto del mondo. I primi avranno l’opportunità, alle elezioni di midterm a novembre, di mandare un messaggio per smorzare l’impatto della guerra su loro stessi, ma anche sui cittadini del resto del mondo.




Mandati di comparizione ai cronisti del New York Times: il caso Air Force One riaccende il conflitto con la Casa Bianca

presidente trump arriva a bordo del marine one diretto al liv golf miami

“Questo atto sfacciato non dovrebbe essere considerato altro che un tentativo di impedire al pubblico di sapere cosa sta succedendo nel proprio Paese, intimidendo i giornalisti e impedendo loro di svolgere il proprio lavoro”. Questa è stata la reazione di David McGraw, il legale principale del New York Times, ai mandati di comparizione ricevuti da cinque giornalisti del giornale dal Dipartimento di Giustizia statunitense. I cinque giornalisti avevano riportato che l’aereo presidenziale donato dal Qatar a Donald Trump, il nuovo Air Force One, non era sicuro e che il presidente era stato costretto ad usare il velivolo vecchio per ritornare in Inghilterra e poi negli Usa dopo il vertice NATO in Turchia. I giornalisti avevano riportato che il cambiamento di velivolo era dovuto alle preoccupazioni del Secret Service, che vedeva un pericolo data la vicinanza di Ankara all’Iran. Trump, che aveva lodato la bellezza del nuovo aereo presidenziale, ha spiegato il cambiamento con l’idea di farlo vedere ai militari americani in Inghilterra.

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Una situazione imbarazzante per Trump perché i giornalisti hanno riportato che il nuovo aereo presidenziale, dopo essere stato rimodellato, non conteneva i sistemi di sicurezza necessari per la protezione. L’inquilino della Casa Bianca, dopo aver appreso le notizie, ha scatenato un’indagine per scoprire chi fosse il responsabile della fuga di informazioni che lui considera riservate. Gli atti di comparizione potrebbero costringere i giornalisti a rivelare le loro fonti, il che sarebbe una violazione del Primo Emendamento della Costituzione americana. I giornalisti hanno fatto il loro lavoro, ma quando smentiscono Trump, facendo notare la sua ipocrisia se non le sue menzogne, lui ovviamente va su tutte le furie cercando di trovare un capro espiatorio.

I media sono un bersaglio che a lui piace tanto, anche perché i loro grandi proprietari hanno tanti altri interessi che oscurano quelli giornalistici e vogliono mantenere buoni rapporti con il potere, temendo ritorsioni che Trump non esita ad attuare. Nel mese di dicembre del 2024 la ABC News ha patteggiato con Trump, riconoscendo la colpa del conduttore George Stephanopoulos, che aveva accusato il Tycoon di essere stato condannato per aggressione sessuale nel caso di E. Jean Carroll. L’accordo ha incluso un risarcimento di 15 milioni di dollari destinati alla futura costruzione della biblioteca presidenziale di Trump, 1 milione per le spese legali e una scusa pubblica sul sito della ABC. Tutti gli analisti ritengono che in un eventuale processo la ABC avrebbe prevalso; tuttavia, la Walt Disney Company, proprietaria della rete televisiva, ha ceduto, preoccupata per altri affari che il presidente potrebbe mettere in pericolo.

Anche le piattaforme social, che dopo gli assalti al Campidoglio del 2021 avevano chiuso gli account di Trump, poco a poco hanno fatto marcia indietro. Facebook, Instagram e X (già Twitter) hanno riaperto le porte a Trump, ma lui ha preferito concentrarsi sull’uso della sua piattaforma Truth Social, anche per ragioni finanziarie. Mark Zuckerberg, padrone di Meta, ha patteggiato con Trump pagandogli 25 milioni di dollari per avergli sospeso l’account nel 2021. Anche X ha risolto una causa intrapresa da Trump per simili ragioni, pagando 10 milioni di dollari al 47esimo presidente. I padroni di questi media temono, anche se non lo ammettono, che il loro business ne soffra, sia perché hanno contratti miliardari con il governo, sia per l’influenza della Federal Communications Commission, agenzia del governo che regola le comunicazioni e che potrebbe revocare le loro concessioni.

Gli ovvi attacchi ai giornalisti del New York Times non avranno successo perché, a differenza degli altri media corporativi, la storica testata americana concentra tutti i suoi sforzi commerciali sull’informazione. Una denuncia di Trump per 15 miliardi di dollari, sostenendo l’esistenza di una diffamazione da parte del New York Times, è stata respinta da un giudice federale, anche se il presidente ha fatto ricorso in appello. Nonostante alcune critiche sulla sua linea editoriale, il giornale ha difeso i diritti dei giornalisti e i principi fondamentali del Primo Emendamento. Lo fa perché ne va della sua sopravvivenza, avvantaggiato dal fatto che non può essere colpito dal presidente in mancanza di attività commerciali extragiornalistiche.

Ma anche i media corporativi con altri interessi di tanto in tanto si comportano con una dose di integrità. La NBC e la ABC si sono recentemente rifiutate di trasmettere il discorso alla nazione di Trump perché si sapeva che avrebbe parlato della bufala dell’elezione rubatagli nel 2024. In effetti, queste reti hanno rifiutato di essere complici e di fare il gioco propagandistico del presidente. Trump lo ha notato e ha dichiarato che queste due reti dovrebbero perdere le loro concessioni: un’ovvia minaccia che fa pensare a un intervento della Federal Communications Commission.

Al momento di scrivere siamo informati proprio da Trump che l’uso dell’aereo donato dal Qatar sarà sospeso e il velivolo sarà sottoposto a manutenzione per una serie di aggiornamenti che dureranno un mese. Il presidente Usa ha aggiunto di essere “il bersaglio numero uno nella lista da uccidere dell’Iran”. In effetti, queste sue dichiarazioni confermano che le notizie dei giornalisti del New York Times sono affidabili. Confermano anche quanto un’informazione libera sia essenziale per il funzionamento della democrazia.




Un recente emendamento approvato alla Camera rende la rappresentanza degli italiani all’estero effimera, simbolica e del tutto ridicola

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L’approvazione dell ‘emendamento approvato recentemente dalla Camera riduce ulteriormente la rappresentanza degli italiani all’estero rendendole effimera, solo simbolica agli effetti pratici, e  del  tutto ridicola. Con esso si coglie l’insofferenza di una parte della politica italiana, e di gran parte degli italiani residenti in Italia,   nei confronti del diritto di voto riconosciuto agli italiani all’estero, ritenuto inopportuno per la sua ingerenza nella vita pubblica della societa’ italiana.

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Se si puo’, a torto o a ragione,  superare la logica del voto agli italiani all’estero, non si puo’ tuttavia togliere agli italiani all’estero la possibilita’ di esprimere e rappresentare le loro istanze,  a chi , in Italia o all’estero, e’ detentore del diritto di cittadinanza.

Quindi agli italiani all’estero converrebbe , credo, rinunciare a questo effimero e inefficace strumento ,cosi’ come si e’ manifestato  di fatto nel tempo,  ed affidarsi ad  una interlocuzione diretta con il Parlamento italiano,  da espletare con modalita’ e procedure diverse dalle attuali.

Potrebbe essere il Comites , costituendosi come Parlamento degli italiani all’estero, con voto da parte degli italiani all’estero, l’organo deputato a questo ruolo ?

La rappresentanza numerica, cosi ‘come espressa dal voto ,  sara’ sempre minima  e sofferente, subordinata, com’e’,  all’azione dei partiti nazionali.

Mentre l’istituzionalizzazione e il riconoscimento di un interlocutore parlamentare , che ne determini la politica, costituitosi all ‘ estero,  potrebbe o dovrebbe contribuire a rendere   piu’ efficace e diretta la sua azione  sia nei confronti degli italiani all’estero che del Parlamento italiano.

Quindi un Parlamento degli italiani all’estero che si autoelegge senza il tramite  di partiti politici italiani , i quali , eliminando il voto, non  avrebbero piu’ alcun interesse, sarebbe l’unico responsabile   della politica per gli italiani all’estero sia nei confronti dei loro elettori che  del Parlamento italiano.

Mentre i partiti italiani in Italia sono deputati alla gestione della politica per gli italiani in Italia   , altre istanze all’estero dovrebbero svolgere la stessa funzione nell’ ambito del loro Parlamento.

Le questioni degli italiani all’estero hanno una loro peculiarita’ e vanno inquadrate e gestite   nell’osservanza ovviamente del dettato costituzionale che garantisce agli italiani, indipendentemente dalla loro residenza, pari dignita’.

Per fare un esempio,si puo’ ripensare al trattamento  fiscale della casa in Italia , considerata attualmente ai fini fiscali , attraverso una forzata assimilazione, come seconda casa.  Non e’ stata mai una seconda casa  e mai lo sara’. E’ la casa degli italiani all’estero e basta ,  e come tale dovrebbe essere fiscalmente riconosciuta.Non tutti, anzi non molti,  sono proprietari di una casa all’estero, mentre gli italiani si. Una seconda casa e’ tale se e’ accessibile, anche in termini di distanza , in modo ragionevole. Lo e’  per  i concittadini  in Italia, ma non per quelli fuori dai confini nazionali.

Quindi,  penso che agli italiani all’estero convenga, proprio ora, ripensare , superando lla logica del voto presso il Parlamento italiano, ad un diverso modo di rapportarsi con gli italiani residenti in Italia  e il  loro Parlamento .

Nello Passaro

 

 

 

 




La ricetta di Rahm Emanuel per Israele con uno sguardo alle presidenziali Usa 2028

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“Siete una piccola nazione di nove milioni. Non potete divenire un paria. Impossibile. Avete perso l’Europa. Avete perso gli Stati Uniti…” Così Rahm Emanuel, uno dei probabili candidati alla presidenza Usa nel 2028, in un recente discorso alla Tel Aviv University. Il monito di Emanuel andava oltre gli studenti ed è stato sentito in tutto Israele, ma anche in altre parti del mondo, inclusa, ovviamente, l’America.

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Emanuel è nato in America, ma ha forti legami con Israele. Il padre ha combattuto nella guerra di indipendenza di Israele nel 1948 e uno zio è morto combattendo per Israele. Nato a Chicago, dove il padre era emigrato, Emanuel è entrato in politica, servendo prima come deputato e poi, tra il 2009 e il 2010, come capo di gabinetto dell’amministrazione di Barack Obama. Fu eletto sindaco di Chicago nel 2011, rimanendo in carica fino al 2019. Dal 2022 al 2025 è stato ambasciatore americano in Giappone. I suoi legami con Israele gli fanno da scudo, permettendogli di criticare la nazione del Medio Oriente senza essere facilmente accusato di antisemitismo.

Nel suo discorso agli studenti, Emanuel ha bersagliato la politica super militarista del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, specialmente dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, che hanno ucciso 1.200 israeliani e preso in ostaggio altri 251. Emanuel non ha criticato la reazione iniziale israeliana, ma ha giustamente fatto notare la reazione spropositata che ha causato la morte di migliaia di vittime innocenti. Per Emanuel, Hamas ha ottenuto proprio quello che voleva, poiché le sue azioni erano volte a distruggere ogni possibilità che i due popoli potessero vivere in pace. In sintesi, sia Netanyahu sia Hamas propongono soluzioni estremiste che non lasciano alcuna speranza di pace tra i due popoli.

In un certo senso, i leader di Hamas hanno “vinto”, essendo riusciti a condurre Israele a diventare uno “Stato paria”. In America, un sondaggio dell’Associated Press ci informa che la maggioranza dell’elettorato democratico ritiene che Israele abbia commesso un genocidio a Gaza. Gli aspetti super militaristi di Netanyahu e l’isolamento di Israele sono stati confermati anche dal vicepresidente Usa J. D. Vance subito dopo l’annuncio del Memorandum of Understanding per la tregua nel conflitto con l’Iran. Citando le obiezioni israeliane, Vance ha detto che Israele non si trova in una buona situazione per dissentire, perché gli Stati Uniti sono il suo unico Paese amico, anticipando nei fatti l’idea di “Stato paria” di Emanuel.

Oltre a bacchettare il governo israeliano, Emanuel ne ha avute anche per quello americano, colpevole di non essersi opposto per limitare l’estremismo di Netanyahu. La “generosità” di fornire armamenti a Israele non è stata benefica. Emanuel ha usato la metafora di “offrire vodka” a un ubriaco, che fa perdere consensi a Israele in tutto il mondo, inclusi gli Stati Uniti. Un sondaggio del Pew Research Center ci informa che il 60 per cento degli americani ha un’opinione negativa di Israele. Un recentissimo sondaggio dell’Associated Press ci dice anche che i cittadini americani di religione ebraica approvano l’operato del sindaco musulmano di New York Zohran Mamdani con il 44%, mentre Netanyahu riceve solo l’approvazione del 32%.

La posizione di Emanuel verso Israele, infatti, è molto vicina a quella dell’ala sinistra del Partito Democratico. Questo, tuttavia, non vuol dire che Emanuel abbracci questa ideologia. Egli è infatti considerato un centrista per le sue critiche a istanze progressiste come l’attenzione per i diritti dei trans, il concetto di ridurre i bilanci della polizia e la cosiddetta abolizione del capitalismo (che in realtà non è auspicata dai leader progressisti). Emanuel sostiene però che bisogna ridurre i programmi sociali e rafforzare il controllo dei migranti, fino a chiudere la frontiera, per ottenere successi elettorali in America.

Emanuel è però molto pragmatico per quanto riguarda la situazione in Medio Oriente. Riconosce che l’uso esclusivo del potere militare non conduce da nessuna parte. Emanuel non esclude l’uso della forza, ma vede anche l’importanza di usare il potere degli Stati Uniti per spingere Israele verso una pace regionale che includa gli altri Paesi arabi del Golfo. Da una parte riconosce l’importanza della sovranità palestinese, ma dall’altra vede un nuovo processo di pace che includa “una soluzione di 23 Stati”, la quale riecheggia il piano proposto dall’Arabia Saudita nel 2002. In questo piano, Israele otterrebbe il riconoscimento e complete relazioni diplomatiche con i 22 membri della Lega Araba, i quali a loro volta sosterrebbero la creazione di una nuova entità palestinese.

Con il suo discorso a Tel Aviv, Emanuel ha cercato di proporsi come candidato del Partito Democratico alle elezioni presidenziali del 2028. Al momento, però, gli americani sono alle prese con le elezioni di midterm di quest’anno. I sondaggi ci dicono che i democratici hanno ottime possibilità di conquistare la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, mentre quella al Senato rimane leggermente in salita.




La voce degli italiani all’estero conta sempre meno. E adesso che cosa faremo?

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La Camera dei Deputati ha approvato l’emendamento che riduce drasticamente il numero dei parlamentari eletti nella Circoscrizione Estero e modifica la ripartizione delle circoscrizioni. Se il testo diventerà legge, milioni di italiani residenti fuori dai confini nazionali avranno una rappresentanza ancora più debole.

È una decisione che lascia amarezza.

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Da anni gli italiani all’estero hanno la sensazione di essere considerati cittadini di serie B. Prima è arrivato il contestato contributo richiesto per accedere alle prestazioni del Servizio sanitario nazionale durante i soggiorni in Italia. Oggi si interviene sulla loro rappresentanza parlamentare, riducendo ulteriormente il peso politico di una comunità che supera i sei milioni di iscritti all’AIRE.

Eppure gli italiani nel mondo non sono un costo.

Sono una straordinaria risorsa per il Paese.

Sono imprenditori che investono in Italia, importatori che acquistano prodotti italiani, ristoratori che promuovono la nostra gastronomia, professionisti che diffondono il Made in Italy, associazioni che mantengono viva la lingua e la cultura italiane, famiglie che continuano a scegliere l’Italia come punto di riferimento. Ogni anno contribuiscono all’economia nazionale, al turismo di ritorno e all’immagine del nostro Paese nel mondo.

È difficile comprendere perché, invece di rafforzare questo patrimonio, si continui a ridurne il peso nelle istituzioni.

Naturalmente il Parlamento è sovrano e ogni maggioranza ha il diritto di proporre riforme. Ma una domanda resta inevitabile: quale messaggio si vuole inviare agli italiani che vivono all’estero?

Che la loro voce conta meno?

Che il loro voto vale meno?

Che il loro contributo alla crescita economica, culturale e internazionale dell’Italia è secondario?

Sono interrogativi ai quali la politica dovrebbe dare risposte convincenti.

La reazione degli italiani all’estero, però, non può limitarsi all’indignazione sui social network o alle proteste di qualche giorno.

Occorre una risposta democratica, seria e unitaria.

I Comites, il CGIE, le associazioni italiane nel mondo e gli stessi parlamentari eletti all’estero dovrebbero costruire un fronte comune per chiedere che la rappresentanza delle comunità italiane non venga progressivamente svuotata.

Ma soprattutto dovranno essere gli italiani all’estero a dimostrare di non voler rinunciare ai propri diritti. Partecipare alla vita delle associazioni, sostenere gli organismi di rappresentanza, dialogare con le istituzioni e, quando sarà il momento, votare con consapevolezza.

Perché un diritto che non viene difeso è un diritto che, poco alla volta, rischia di essere perduto.

La forza degli italiani nel mondo non è mai stata il numero dei parlamentari eletti. È sempre stata la capacità di fare rete, di restare uniti e di ricordare all’Italia che milioni di suoi figli, pur vivendo lontano, continuano a sentirsi parte della stessa comunità nazionale.

La speranza è che il Parlamento, nel prosieguo dell’iter legislativo, sappia ancora ascoltare questa voce. Sarebbe un segnale di rispetto verso una parte dell’Italia che non vive entro i confini della Repubblica, ma che ogni giorno continua a rappresentarla nel mondo.




A quando la rivoluzione del lavoro consolare?

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Leggiamo e ascoltiamo con incredula attenzione gli interventi di Maria Chiara Prodi, segretaria generale del Consiglio generale degli italiani all’estero (CGIE). Nelle sue parole, il CGIE è un modello di partecipazione democratica, assicura infatti il dialogo istituzionale col Ministero degli Esteri, promuove la modernizzazione della rete consolare, si batte per l’innovazione amministrativa. Peccato però che gli italiani residenti all’estero non si siano accorti di tutto ciò.

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Mentre il CGIE discute di reti, processi e governance, migliaia di cittadini continuano a confrontarsi con problemi molto meno teorici e molto più concreti: attese interminabili per ottenere un passaporto o una carta d’identità, servizi notarili congestionati, appuntamenti introvabili, piattaforme digitali spesso inutilizzabili e consolati praticamente irraggiungibili per telefono.

Questioni apparentemente troppo ordinarie per trovare spazio nel dibattito pubblico di un organismo che dovrebbe occuparsi proprio di queste criticità.

Nella azione di raccordo che il CGIE svolge col Ministero degli Esteri, risalta, nel nostro giudizio, il silenzio dei rappresentanti della collettività sulla cattiva organizzazione del lavoro consolare, cosa che chiunque del resto può toccare con mano, mentre nulla si dice d’altra parte sulla mancanza di un progetto credibile di modernizzazione degli uffici all’estero.

Nei discorsi ufficiali, si moltiplicano gli apprezzamenti reciproci tra i membri del CGIE, da una parte, e i consoli e gli ambasciatori, dall’altra, un fatto, questo, che suona in fondo come un esercizio di auto-elogio, mentre sono assenti utili spunti di auto-critica.

Spiace dirlo, ma non è dato cogliere una seria riflessione sulle inefficienze del lavoro consolare e sui danni così arrecati alle nostre comunità.

La digitalizzazione, per esempio, con gli oscuri algoritmi, viene presentata come una sorta di panacea, ma si tratta per lo più di un progetto a venire, una scommessa su un futuro indeterminato. Chi oggi prova a fissare un appuntamento consolare sa bene che la digitalizzazione annunciata si traduce spesso in una digitalizzazione del disagio: piattaforme opache, disponibilità dei servizi distribuite col contagocce, procedure non intuitive, e cittadini costretti a inseguire gli spazi liberi con la pazienza di chi partecipa a una lotteria.

Oltre a ciò, nessuna pressione significativa per ampliare gli orari di ricevimento del pubblico.  Nessuna proposta concreta per introdurre aperture pomeridiane o servizi il sabato nelle sedi più congestionate. Nessuna particolare insistenza sulla necessità di migliorare la reperibilità telefonica dei consolati, che continua a rappresentare una delle principali fonti di frustrazione per migliaia di utenti.

E, soprattutto, nessuna domanda realmente scomoda sul funzionamento della macchina consolare: organizzazione del lavoro, produttività, tempi effettivi di evasione delle pratiche, standard di efficienza e responsabilità gestionali.

Il risultato è il diffuso malessere dei cittadini e degli utenti, un malessere di cui il CGIE – spiace dirlo- non sembra rendersi conto.

 

Gerardo Petta- Presidente del Comites di Zurigo.

Nota: Il presente intervento è espresso esclusivamente a titolo personale.




AIRE: oltre i luoghi comuni

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Quando si parla di AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero), una delle domande più frequenti riguarda i presunti vantaggi e svantaggi dell’iscrizione.

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È un interrogativo del tutto comprensibile. Trasferire la propria residenza in un altro Paese comporta inevitabilmente conseguenze sotto il profilo amministrativo, fiscale, previdenziale e sanitario. È quindi naturale chiedersi quali effetti pratici possa avere l’iscrizione all’AIRE e se questa possa risultare, in qualche modo, conveniente.

A mio avviso, però, il tema merita una riflessione diversa.

Parlare esclusivamente di vantaggi e svantaggi rischia infatti di trasformare una questione giuridica e amministrativa in una semplice valutazione di convenienza personale. Ciò che per qualcuno rappresenta un vantaggio può costituire uno svantaggio per un altro. Tutto dipende dalla situazione individuale, dal Paese di residenza, dall’attività lavorativa, dalla presenza di immobili in Italia, dalla composizione del nucleo familiare e persino dalle condizioni di salute.

Il tema della sanità ne è probabilmente l’esempio più evidente. Per molti anni il timore di perdere l’iscrizione ordinaria al Servizio Sanitario Nazionale ha rappresentato uno dei principali motivi che hanno spinto alcuni cittadini a rimandare o evitare l’iscrizione all’AIRE. Per altri, invece, questo aspetto ha avuto un peso molto diverso.

Chi vive in un Paese dotato di un sistema sanitario efficiente o dispone di una valida assicurazione privata potrebbe non considerarlo un problema. Al contrario, chi necessita di cure continuative, farmaci costosi o controlli periodici potrebbe attribuire a questo tema un’importanza decisamente maggiore.

Lo stesso vale per altri aspetti spesso richiamati nel dibattito pubblico, come il trattamento fiscale degli immobili posseduti in Italia, l’accesso ai servizi consolari o le modalità di esercizio di alcuni diritti.

Per questo motivo ritengo più corretto parlare di diritti e doveri, piuttosto che limitarsi a elencare vantaggi e svantaggi.

L’AIRE, infatti, non nasce per attribuire benefici né per imporre penalizzazioni. È il registro anagrafico nel quale vengono iscritti i cittadini italiani che trasferiscono la propria residenza all’estero nei casi previsti dalla legge.

Il suo funzionamento è strettamente collegato all’APR (Anagrafe della Popolazione Residente). Chi risiede in Italia è iscritto nell’APR del Comune di residenza; chi trasferisce stabilmente la propria residenza all’estero, quando ricorrono i presupposti previsti dalla normativa vigente, viene cancellato dall’APR e iscritto all’AIRE del Comune italiano competente.

Non si tratta quindi di una scelta basata sulla convenienza personale, ma di un adempimento anagrafico obbligatorio nei casi previsti dalla legge, esattamente come è obbligatorio comunicare un cambio di residenza tra due Comuni italiani. Da qui nasce probabilmente uno dei maggiori equivoci.

Molte delle criticità attribuite all’AIRE non dipendono dall’AIRE in quanto tale, bensì dalle norme che il legislatore decide di collegare alla condizione di residente all’estero. Non è l’anagrafe a determinare un vantaggio o uno svantaggio: sono le disposizioni che disciplinano materie come la sanità, il fisco, la previdenza, il voto o l’accesso ai servizi pubblici.

Gli ultimi anni lo dimostrano chiaramente. Con la Legge di Bilancio 2024 è stato rafforzato il regime sanzionatorio per la mancata iscrizione all’AIRE nei casi in cui essa sia obbligatoria, rendendo più incisivo un obbligo già previsto dall’ordinamento.

Parallelamente, il Parlamento ha avviato nuove iniziative riguardanti gli italiani residenti all’estero. Tra queste vi è la proposta di modifica della disciplina IMU per alcuni immobili situati nei Comuni con meno di 5.000 abitanti, già approvata dalla Camera dei Deputati e attualmente all’esame del Senato. Proprio perché l’iter legislativo non è ancora concluso, la misura non può essere considerata definitivamente in vigore.

Anche il tema dell’accesso al Servizio Sanitario Nazionale è recentemente tornato al centro del dibattito parlamentare. L’ipotesi di consentire ai cittadini italiani residenti all’estero di aderire volontariamente al SSN mediante il pagamento di un contributo annuale dimostra come il legislatore possa modificare nel tempo i diritti collegati alla residenza oltreconfine.

È proprio questo il punto centrale.

Le eventuali situazioni percepite come ingiuste, dall’accesso alla sanità al trattamento fiscale degli immobili, meritano certamente un confronto serio e, quando necessario, interventi correttivi. Tuttavia, è importante distinguere la funzione dell’AIRE dalle conseguenze che le diverse leggi collegano alla residenza all’estero.

L’AIRE è uno strumento anagrafico. Le politiche pubbliche sono un’altra cosa. Confondere questi due piani rischia di attribuire all’anagrafe responsabilità che appartengono invece alle scelte del legislatore. Ed è proprio su queste ultime che dovrebbe concentrarsi il dibattito pubblico.

Conoscere l’AIRE significa quindi andare oltre i luoghi comuni. Significa comprendere che l’iscrizione, nei casi previsti dalla legge, costituisce un obbligo anagrafico finalizzato a mantenere aggiornata la posizione del cittadino italiano residente all’estero. Attorno a questo strumento ruotano poi diritti, doveri e servizi che possono cambiare nel tempo, seguendo l’evoluzione delle scelte legislative.

Più che domandarsi se l’AIRE presenti vantaggi o svantaggi, può quindi essere più utile conoscere quali siano oggi i diritti e i doveri previsti dall’ordinamento e contribuire, attraverso il confronto democratico, a migliorare quelle norme che, nel tempo, possano rivelarsi inadeguate rispetto alle esigenze delle comunità italiane nel mondo.




Lo schiaffo della Corte Suprema a Trump: i fondi per l’aggressione sessuale e diffamazione a E. Jean Carroll vanno sbloccati

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“Sorprende che la Corte Suprema si sia rifiutata di ‘considerare’ una causa falsa contro di me da parte di una donna che non ho mai conosciuto…. Continuerò a combattere contro la strumentalizzazione della giustizia contro di me…. Con tutti i miei poteri e la mia forza”. Questa la reazione di Donald Trump in un post sulla sua piattaforma Truth Social dopo la decisione unanime della Corte Suprema di non rivedere il suo appello per la condanna per aggressione sessuale alla giornalista E. Jean Carroll, avvenuta negli anni Novanta. La Carroll aveva querelato Trump nel 2022 e l’anno dopo una giuria di Manhattan lo ha condannato, imponendogli un risarcimento di 5 milioni di dollari.

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Trump non accettò il verdetto e continuò ad attaccare Carroll, la quale lo querelò di nuovo per diffamazione. Un’altra giuria le diede ragione e il tycoon fu condannato a risarcirla di 83 milioni di dollari. Con il rifiuto dell’intervento della Corte Suprema tutto sembrava concluso, ma Trump non si arrende mai, anche se questa volta è arrivato al capolinea. Il presidente ha fatto un secondo ricorso alla Corte Suprema, ma ha anche tentato di bloccare il versamento dei 5 milioni di dollari, ai quali si aggiungono 800mila dollari di interessi. Allo stesso tempo, i legali di Trump hanno presentato una richiesta d’emergenza ai giudici federali del caso, chiedendo di non versare i fondi alla Carroll. La ragione sarebbe che, una volta in possesso del denaro, la giornalista potrebbe donarlo in beneficenza – come ha promesso – e Trump non potrebbe quindi più recuperarlo, sentendosi danneggiato. Un giudice federale ha risposto dopo poche ore negando la richiesta e ordinando al giudice Lewis Kaplan di Manhattan – che controlla il denaro che il candidato repubblicano aveva versato in un conto del tribunale come cauzione – di sbloccare i fondi.

La giornalista Carroll è stata l’unica della trentina di donne che nel corso degli anni hanno accusato Trump di molestie sessuali a portare l’ex presidente davanti ai giudici. La Carroll, adesso 82enne, ha lavorato come scrittrice e giornalista, pubblicando diversi libri. Dal 1993 al 2019 ha condotto la rubrica “Ask E. Jean” (Chiedilo a E. Jean) per la rivista Elle, offrendo consigli alle donne e raccomandando con frequenza di “non costruire la loro vita intorno a un uomo”. Nel 2019 perse il suo lavoro, attribuendo la colpa a Trump a causa dei suoi attacchi feroci contro di lei. Una nuova legge dello Stato di New York le permise di poter denunciare l’ex presidente nonostante il termine di prescrizione fosse scaduto nel 1996. Riuscì a prevalere nel primo processo nel 2023, seguito da un’altra vittoria nel 2024 per la diffamazione subita poiché Trump continuò ad attaccarla. Trump nel 2024 è stato anche giudicato colpevole di 34 capi d’accusa in un processo penale per avere falsificato documenti aziendali allo scopo di nascondere il pagamento di 130 mila dollari, tentando di comprare il silenzio dell’ex pornostar Stormy Daniels. Con la sua rielezione nel 2024, però, questo caso rimane in vigore ma nessuna pena è stata stabilita. Le altre indagini sul possesso illegale di documenti riservati e l’incitamento all’assalto al Campidoglio nel 2021, sono però stati archiviati.

La condanna nel caso della Carroll però è rimasta, anche se Trump continua a sostenere la sua innocenza, tentandole tutte per evitare il risarcimento. È strano, perché la cifra dovuta appare molto bassa considerando i guadagni di 2,2 miliardi di dollari incassati dal suo ritorno alla Casa Bianca. Non si tratta di soldi, dunque, ma dell’incapacità del Tycoon di accettare le sconfitte, anche quando la Corte Suprema, non tanto frequentemente, gli dice di no. Il secondo ricorso al più alto tribunale del Paese, nonostante il primo rifiuto unanime dei magistrati, ci fa pensare che ripeterà la sua “big lie” dell’elezione del 2020. Il presidente continua a dire che ha sconfitto Joe Biden, costringendo i leader repubblicani a guardarsi bene dall’ammettere il contrario. Trump crede, con alcune ragioni, di poter fabbricare la verità e capovolgere ciò che tutti vedono in bianco e nero. Nel caso dell’assalto al Campidoglio, per esempio, lui ha ribaltato la narrativa dichiarando gli assalitori patrioti e concedendo loro la grazia.

Nel caso della Carroll, però, i fatti confermano un’altra realtà. Il giudice Lewis Kaplan di New York, che ha presieduto il processo, ha già annunciato che dopo tutti gli appelli il verdetto rimane valido. È arrivata l’ora di “fare giustizia” e rilasciare i fondi tenuti in cauzione.




L’America ha compiuto 250 anni: Trump promuove la sua agenda, Papa Leone XIV ricorda i veri valori dei Padri Fondatori

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“Di solito leggo storie su di me”. Questa è stata la risposta di Donald Trump alla Second Lady Usha Vance, che gli aveva chiesto se avesse molto tempo per leggere libri. Trump ha continuato dicendo che legge i giornali. In questo incontro allo Studio Ovale della Casa Bianca, però, si è registrato un episodio del podcast della Second Lady in cui gli ospiti leggono libri ai bambini; Trump ha letto un libro sui presidenti, offrendo battute personali sui suoi predecessori. Bisogna ammirare la sincerità di Trump, che ha confessato senza alcuna vergogna il suo narcisismo nelle sue letture. La Goldwater Rule della American Psychiatric Association proibisce agli psichiatri di offrire diagnosi senza un contatto diretto con i pazienti. Ciononostante, un gruppo anti-Trump nel 2024 ha diffuso una lettera firmata da 200 addetti alla salute mentale in cui si legge che il presidente soffre di narcisismo maligno, il che lo rende inadeguato alla leadership politica.

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Gli interventi di Trump in occasione del duecentocinquantesimo anniversario degli Usa confermano il suo narcisismo, che sta alla base della sua condotta personale, che egli mescola con quella politica. Trump ha usato le occasioni per promuovere la sua agenda politica invece di reiterare i principi e gli ideali storici della fondazione degli Usa. Nel suo primo intervento al Mount Rushmore, in South Dakota — monumento iconico che esibisce i volti dei presidenti storici George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt e Abraham Lincoln, fra i quali lui si immagina — ha iniziato creando un ritratto positivo ed ottimistico degli Usa. Poco dopo, però, ha cambiato tono facendo nient’altro che un comizio politico per promuovere la sua agenda, attaccando i nemici. Il 47esimo presidente ha avvertito del pericolo dei “nuovi arrivati che sostengono idee” contrarie al successo del Paese. Trump ha continuato asserendo che il partito comunista “è pieno zeppo di immigrati illegali, criminali e tutti quelli che non vogliono lavorare”.

In un altro discorso al National Mall di Washington, che gli organizzatori volevano cancellare per il maltempo, Trump ha ripreso la sua tematica politica, reiterando l’importanza del Save America Act. Si tratta di una proposta legislativa restrittiva contraria ai principi democratici. La proposta di legge non ha i voti al Senato a causa del filibuster, il requisito per l’ostruzionismo che richiede 60 consensi della Camera Alta per procedere ai voti. Invece di fare, dunque, un discorso presidenziale che unisca tutti gli americani in un momento storico del Paese, Trump lo ha usato per i suoi obiettivi politici.

Se Trump non è riuscito ad andare oltre i suoi scopi politici ribadendo i principi democratici e idealistici (anche se storicamente non completamente realizzati), Papa Leone XIV, nato negli Usa, lo ha fatto per gli americani. Dopo avere ricevuto l’invito a partecipare alle celebrazioni del 250esimo anniversario degli Usa dalle mani di J. D. Vance, vice di Trump, la Santa Sede ha spiegato che non era possibile per altri impegni. In realtà, si trattava di inviare un messaggio sulle priorità e sulle persone che il Papa considera meritevoli di attenzione. Il quattro luglio, dunque, il Papa si è recato a Lampedusa, divenuta il simbolo dei migranti in ingresso in Europa, riecheggiando in un certo senso la Statua della Libertà a New York.

Papa Leone intendeva ovviamente sottolineare la tragica situazione dei migranti, non pochi dei quali perdono la vita alla ricerca di un futuro. Il Pontefice ha dichiarato che “ogni barca che arriva non porta solo migranti”, ma include anche la domanda sul mondo che abbiamo creato, ovvero “se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita”.

Il Papa è però andato oltre la questione dei migranti e, in un discorso in occasione del conferimento della prestigiosa “Liberty Medal” del U.S. National Constitution Center, ha toccato tasti presidenziali che Trump ha ignorato. Parlando da Roma in video al pubblico radunato a Philadelphia, il Pontefice ha pregato per il 250esimo anniversario della fondazione degli Usa. Leone XIV ha ribadito il coraggio dei padri fondatori e “gli ideali sanciti” dalla Dichiarazione di Indipendenza, pregando che possano “continuare a guidare la fioritura dell’unità nazionale, la giustizia e la pace”. Il Sommo Pontefice ha aggiunto la visione dei padri fondatori che hanno fatto dell’America un Paese di “libertà che ha aperto le porte a numerose ondate di immigrati, concedendo loro e ai loro figli di contribuire a formare il futuro della nazione”.

Alcuni a volte criticano il Papa accusandolo di andare oltre le sue mansioni spirituali toccando tasti politici. L’accusa di fare politica questa volta appare veritiera, ma giustificata perché corregge le lacune evidenziate da Trump.