Rappresentanza dimezzata per gli italiani all’estero, pensiamo al futuro

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montecitoriopCome previsto, al referendum costituzionale ha trionfato il “sì”. Ma io, per le ragioni spiegate il 7 settembre resto fiero di aver votato “no”, con convinzione. Perché non mi sentirò responsabile di aver contribuito, col mio voto, a ciò che ne deriverà per la democrazia nel nostro Paese.
Ora, preso atto della volontà popolare, che va comunque e sempre rispettata, non resta che da augurarsi che tutti i partiti – che per azioni o omissioni, motivate unicamente dai loro interessi elettorali di bottega a brevissimo termine, hanno contribuito a questo risultato – proveranno almeno a limitare i danni certi che deriveranno da questo attentato alla democrazia nel nostro Paese. In primis, quello di aver fatto finire il parlamento italiano all’ultimo posto in Europa per rapporto tra eletti ed elettori. Seguito poi dal danno subito dai cittadini residenti in molte piccole regioni (come ad esempio il Friuli Venezia Giulia), che perderanno fino alla metà dei loro rappresentanti. Immediatamente dopo, quello subito dagli oltre 5,5 milioni di italiani residenti all’estero, che passeranno da 6 a 4 senatori e da 12 ad 8 deputati a rappresentarli. Molti meno, ad esempio, di Regioni che hanno poco più di 1,5 milioni di residenti.
Oltre a questi due danni, cui sono personalmente molto sensibile, non solo per essere cresciuto in Friuli-Venezia Giulia, ma anche perché da quasi trent’anni sono residente all’estero, pur continuando a pagare buona parte delle mie imposte in Italia, vi sono quelli di dare ancora più potere alle segreterie dei partiti, specie nella scelta delle candidature, e nell’elezione dello stesso Presidente della Repubblica, e che le lobbies (di qualunque tipo) avranno meno persone da convincere per sostenere e difendere i loro interessi.
Va ora messa da parte ogni polemica a posteriori. Perché non avrebbe più senso e bisogna invece concentrarsi sul futuro. Nella consapevolezza che, come diceva Churchill, “la democrazia é la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora”.
Prima di farlo però, ed archiviare la mia convinta opera di sensibilizzazione di amici e lettori sulle mie ragioni del “no”, ho dovuto però ricordare ad un giornalista che ha risposto ad un mio post su FB scrivendomi, seppure in privato, “se non ti consideri tra i tanti italiani che hanno vinto accontentati di stare con i pochi che hanno perso”, che io non “mi accontento” di essere con “i pochi” che secondo lui “hanno perso”: ne sono assolutamente fiero.
Non solo perché non mi sentirò complice delle conseguenze, ma anche perché, come ricordava Bertrand Russell, “Il fatto che un’opinione sia ampiamente condivisa non è affatto una prova che non sia completamente assurda. Infatti, a causa della stupidità della maggioranza degli uomini, è molto più probabile che un giudizio diffuso sia sciocco piuttosto che ragionevole”.
Quindi lascio i festeggiamenti da stadio all’autore di quel commento, assieme a tutti coloro che (partiti politici in primis) hanno l’abitudine italica di aggrapparsi al carro dei vincitori e di presentarsi come interpreti della volontà popolare. Che in questo caso era solo quella di manifestare la giustificata e sacrosanta sfiducia nella classe politica italiana, e della volontà di darle un sonoro schiaffo. Senza comprenderne però l’effetto boomerang per i cittadini e la loro rappresentanza democratica che ho cercato vanamente di spiegare.
Mi schiero quindi con orgoglio con “i pochi” (di tutti gli schieramenti politici, e quelli, come me, senza etichette partitiche) che sanno e ammettono di avere perso. Perché consapevoli che ad avere perso, nella cruda realtà dei fatti, sono tutti i cittadini. Il cui bene era l’unica cosa che mi interessava davvero in questa battaglia elettorale referendaria fatta di poca informazione e molta demagogia.

Alessandro Butticé




Gli effetti del Coronavirus sui servizi consolari

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virus 4915859 1920Col fine di avviare un utile confronto coi lettori e col nuovo console generale a Zurigo, dr. Gabriele Altana,  ci permettiamo di riassumere, qui di seguito, la situazione del consolato generale, così come appare nella nostra impressione, alla luce soprattutto delle misure decise dopo l’avvento del  Coronavirus.

Ebbene, la situazione del servizio, dispiace dirlo, è peggiorata. E’ stato  introdotto, come noto, il  contingentamento degli ingressi, è stato inaugurato , inoltre  il cosiddetto lavoro a distanza, una parte degli uffici funziona ora a ritmo ridotto, è stato introdotto altresì l’obbligo della prenotazione elettronica per gli appuntamenti di lavoro, una procedura, questa, in precedenza sconosciuta a Zurigo. Come conseguenza delle nuove misure, cominciano a formarsi arretrati di lavoro, così come sembrano crescere purtroppo le liste di attesa.

Come è noto, fino all’avvento del Coronavirus, a Zurigo non si registravano code, né liste di attesa e  non vi era l’obbligo di fissare un appuntamento per chiedere il rilascio del passaporto. Di fatto, l’ingresso in Consolato era libero e i servizi erano ” userfriendly”. Una situazione ottimale, che non nasceva dal caso, ma era il frutto della sapienza organizzativa  di un  precedente console generale attivo a Zurigo dal  2014 al 2016.

Il quadro che oggi si prospetta non può non preoccuparci. Purtroppo, gli indirizzi operativi sembrano discendere direttamente dal Governo, che sembra puntare decisamente sulla cosiddetta digitalizzazione dei servizi.

Su questa linea, sembra muoversi infatti la recente intesa siglata dal Ministro della Funzione pubblica coi sindacati del pubblico impiego, che prevede l’introduzione del lavoro da remoto per il 50 per cento dei lavoratori e delle lavoratrici e l’obbligo altresì per i cittadini di comunicare per via elettronica (ma non per telefono) con gli uffici pubblici.

E’ vero:  bisogna proteggersi dal Coronavirus  e  occorre evitare gli assembramenti. A noi sembra però che le  soluzioni finora adottate nei consolati  poco si curino delle attese dei cittadini o degli utenti.

Proprio pensando ai bisogni dei circa 200 mila connazionali residenti nella circoscrizione di Zurigo, ci permettiamo di suggerire che il consolato generale segua l’esempio di alcune scuole della Penisola, che hanno scaglionato l’orario di attività delle classi, sia al mattino che al pomeriggio.

Pensiamo che questo  esempio  possa essere seguito anche negli uffici consolari, ove gli sportelli per il pubblico potrebbero essere aperti, a turno, dalle 9 del mattino fino alle 18 di sera. Gli utenti potrebbero essere ricevuti, secondo l’ordine alfabetico, sia al mattino che al pomeriggio. In sostanza, invece di mandare a casa la metà del personale, questo potrebbe lavorare su due turni nell’arco dell’intera giornata.

Vorremmo anche ricordare che il consolato generale di Zurigo, per la rapidità dei servizi offerti ai cittadini, per la comodità inoltre di accesso agli uffici, per l’assenza altresì  di inutili vessazioni elettroniche, ha rappresentato, negli anni dal 2015 al marzo del 2020, un modello di riferimento di    straordinario significato.

A titolo di esempio, vorremmo  soltanto ricordare che i passaporti venivano qui rilasciati nell’arco di 15 minuti dalla presentazione della domanda, senza obblighi per altro di prenotazione elettronica,  senza obbligo perciò di registrarsi sul sito web del consolato, che ora  prevede una  complicata procedura di log-in, log –off, log- out, per usare la fraseologia degli informatici ministeriali.  Perché, ci domandiamo, una procedura tanto efficiente è stata d’un tratto annullata? Per i cittadini e per gli utenti il danno è evidente.

Comprendiamo, certo, l’emergenza del Coronavirus, ma non vorremmo che fosse anche una scusa per reimporre i controlli così cari alla nostra burocrazia. In ogni caso, chiediamo che si ritorni, sia pure con i necessari accorgimenti, alla precedente organizzazione del lavoro consolare, tanto più efficace e amichevole.

Gerardo Petta

consigliere Comites di Zurigo 




Dopo il referendum che sarà di noi italiani all’estero?

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fb213cee fe01 42b9 b323 f18ee2f8e158Riflessioni davanti a un caffè…

Dopo la vittoria del sì al referendum che sarà di noi italiani all’estero?

Davvero la riduzione dei parlamentari porterà dei benefici o sarà il solito gioco del “trucco c’è ma non si vede”? … per adesso…

Non sarà che ci stiamo preparando ad uno tsunami con conseguenze catastrofiche e lo hanno dipinto come la quiete dopo la tempesta?

Facciamo una breve analisi.

Si suppone che gli iscritti AIRE hanno il diritto e il dovere di votare, però molti, moltissimi connazionali non hanno ricevuto il plico con le tessere elettorali, quindi… è stato  calpestato il loro diritto di espressione e di voto?

Quindi la domanda sorge spontanea: è da considerare valido questo referendum, dato che un’alta percentuale di noi residenti all’estero non ha potuto votare per negligenza di un sistema arcaico ed obsoleto. Magari, come già proposto, sarebbe meglio un voto elettronico, semplice, senza tanti costi, alla portata di tutti, in tutto il mondo.

Ad aggravare questa mancanza del poter esercire il diritto al voto ne conviene che noi del MIRE ci siamo anche impegnati a chiamare più volte UPS (la agenzia incaricata per la consegna e riconsegna delle buste elettorali) dicendo che c’erano connazionali che non avevano ricevuto le cartelle, segnalando a UPS, via mail, la provincia, la località, numero di telefono e nome e cognome e mettendo in conto conoscenza la Ambasciata.

Tante promesse e nessun risultato. Molte sono le Province dove UPS non è arrivato o dove i collaboratori di UPS dicevano che avevano il plico, confermavano la consegna, però la consegna non è mai avvenuta.

Questo non è tutto. Dove UPS ha fatto la consegna, quando l’incaricato è ripassato per ritirare le schede, sono state riconsegnate sulla stessa busta dove c’era nome e cognome, su insistenza degli stessi collaboratori di UPS, con il rischio di ottenere voto nullo (o cambiato a favore?) Questa è un’altra prova che ci fa capire che non è possibile gestire così delle votazioni.

Come  cittadina italiana iscritta AIRE, Coordinatrice del MIRE, a nome di tutti quelli che volevano esprimere il proprio diritto democratico ed esercitare il loro dovere, chiedo di cambiare questa legge perchè venga migliorata e resa efficace. Affinchè  noi Italiani all’estero possiamo votare e scegliere chi ci possa rappresentare.

Per Noi del MIRE è un privilegio ed un onore rappresentare i connazionali e ci batteremo fino ad esaurire le nostre forze per difendere anche i diritti costituzionali degli italiani all’estero. Se vogliamo che le cose cambino, dobbiamo cambiare tutto quello che non ha funzionato fino ad ora.

Martina Fabris

Coordinatrice MIRE Repubblica Dominicana Est




Un lettore ci scrive: “A cosa serve una Ambasciata cosí?”

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edownloadRiceviamo e pubblichiamo una lettera che il nostro connazionale Vittorio Accolti Gil Vitale ha inviato al CGIE e alla DGIT in relazione al disservizio nella consegna delle schede per il voto referendario.

Salve, desidero denunciare l’ambasciata italiana in Santo Domingo, per l’ennesimo disservizio, questa volta per aver leso il mio diritto/dovere al voto. Malgrado io sia iscritto Aire e malgrado loro abbiano tutti i miei recapiti telefonici, indirizzo di residenza, email, non mi é stata consegnata la scheda elettorale, nessuno si é preoccupato di contattarmi e non sono riuscito ad ottenere da loro una risposta telefonica, come sempre peraltro, dato che mai nessuno si degna di rispondere al telefono da anni ormai.

Questo vi viene denunciato per quanto di vostra eventuale ed opportuna competenza.

Da cittadino italiano in Repubblica Dominicana, almeno io, mi sento vessato da una ambasciata per nulla collaborativa se non ostativa, e più volte mi chiedo a cosa serva una ambasciata così.

Cordiali Saluti

Vittorio Accolti Gil Vitale




Caraibi e Centro America: navigare a vista puó risultare molto caro!

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globe 1335720 1920Nelle ultime tre settimane due episodi specifici, differenti fra loro ma allo stesso tempo simili in una certa concettualizzazione semplificata della vita in America Latina, mi hanno fatto riflettere sulla percezione che ancora oggi esiste, perlomeno in Italia, su come sia venire a vivere in queste zone.

Per tanti, troppi nostri connazionali, è un po’ come ricordarsi di Diego Abatantuono nel suo famoso film Puerto Escondido, dove tutto è facile e semplificato, rispetto all’Italia.

Degli episodi che citavo all’inizio, da un lato abbiamo un italiano, che credo sia arrivato ed andato via immediatamente, che ha cercato di rendersi protagonista di un triste episodio: andare in giro ad offrire un prossimo arrivo di un certo tipo di merce, chiedendo ai malcapitati un anticipo, con fatture false, alle quali sarebbe seguito il classico pacco anche noi italiani conosciamo molto bene.

Dall’altro lato, il caso di un cittadino, non dirò in quale paese del Centro America e Caraibi, che ad un articolo riguardo un possibile sistema di supporto fra noi italiani, rispondeva con il classico: “ma tanto di noi, a voi non frega nulla”, dove il classico “voi” è un non meglio identificato soggetto generico, su cui riversare il proprio malessere e magari anche una parte delle responsabilità per alcune scelte sbagliate.

In realtà questi due episodi anche se differenti fra di loro fanno capire che ancora oggi fra i nostri connazionali esiste una tendenza a credere che, mentre l’Italia è un paese burocratizzato e dove cercare di sviluppare un’attività commerciale è quasi impossibile, invece in questi paesi vige una sorta di legge del Far West dove ognuno fa quello che gli pare.

Poi una volta qui ci si rende conto che anche questi paesi hanno norme e legislazioni che regolano le attività commerciali.

C’è poi da aggiungere che alcuni nostri connazionali credono che, per il semplice fatto di saper fare qualcosa, automaticamente sapranno neanche gestire gli aspetti finanziari, normativi e commerciali, derivanti dalla loro attività.

Questo è uno sbaglio perché comunque sia, dietro qualsiasi attività commerciale ci deve essere un processo di programmazione, anche semplice, di come gestire il proprio giro d’affari in maniera chiara pulita e proficua.

Inoltre, molti nostri connazionali ancora non visualizzano Centro America e Caraibi come un mercato dove iniziare, per poi espandere a futuro il loro raggio commerciale con gli Stati Uniti ed anche l´Europa.

Compiere con gli obblighi legali e normativi per iniziare la nostra attività commerciale, quale essa sia, implica stabilire fin dall’inizio le condizioni necessarie per uno svolgimento proficuo ed un futuro interessante per il nostro giro d’affari.

Questi procedimenti sono molto simili a quelli che si fanno in Italia, ma il vantaggio indubbio è che mentre in Italia per aprire un’attività commerciale c´è bisogno di varie migliaia di euro, qui in Centro America e Caraibi queste gestioni si possono fare nella stessa maniera quindi con legalità e con prospettiva al futuro, però con una spesa di molto inferiore.

Ma attenzione! Anche in questi paesi, navigare a vista può risultare molto caro.




Di Coppe, di Inni, e sui Francesi

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Captura 1Sia chiaro: la soddisfazione di vedere il mio Napoli vincere la Coppa Italia da netto sfavorito e per di più nell’edizione dove l’inno Italiano è stato cantato da un afroamericano con pugno chiuso finale a ricordare la campagna Black Lives Matter, scatenando attacchi di isteria presso tutti i patrioti all’amatriciana di questa fava è stata una soddisfazione difficilmente replicabile. Una di quelle soddisfazioni grasse, che prendono la pancia, poco razionali, esattamente il tipo di soddisfazione che ci sta bene vicino al tifo calcistico.

Soddisfazione che per me si è raddoppiata sapendo che nella maggior parte dei casi, i travasi di bile per la vittoria della mia squadra (molto pochi devo dire la verità, ho visto molta sportività da parte del mondo Juventino, tifosi compresi, e non scherzo) e quelli dovuti alla scelta dell’esecutore dell’inno coincidevano negli stessi, trogloditici soggetti.

Accantonando per un attimo la mia partigianeria calcistica però (che ovviamente tirerò fuori come un quindicenne alla prima occasione utile), non ho potuto fare a meno di fare alcune riflessioni semi-serie sul nostro inno nazionale, sulle sue caratteristiche in termini musicali, sulla sua rappresentatività di una nazione come l’Italia e soprattutto sul confronto fra questo e l’inno dei nostri cugini francesi, da molti considerato (a mio avviso correttamente) uno degli inni nazionali più belli del mondo.

Partiamo dalla composizione di Mameli, e precisamente dall’esecuzione di Sergio Sylvestre, che come sempre ha scatenato commenti a membro di canide da persone che come massimo risultato raggiunto in campo musicale hanno l’esecuzione in terza media di Frà Martino Campanaro per flauto dolce e sestetto di rutti. Capiamoci: l’esecuzione di mercoledì ha il grave difetto di una interruzione nel mezzo del brano, cosa spiacevole sia per il pubblico che per l’artista, dovuta al classico “fiato corto” che prende i cantanti quando il nervosismo e la tensione sono troppo alti. Ma per capirlo bisognerebbe almeno sapere cosa vuol dire cantare a livello professionale, che implicazioni ha a livello di polmoni e diaframma, tutte cose che all’utente medio sfuggono e che (giustamente) si limita a considerare la bellezza o meno dell’esecuzione.

Ora è chiaro che mi concentrerò sull’aspetto musicale dell’esecuzione e poi dell’Inno stesso: è fuori discussione che io mi metta ad analizzare le critiche deiculturolesi che riguardano la italianità o meno dell’esecutore o addirittura del suo colore della pelle o del pugno alzato in un momento di attualità come questo: come diceva Oscar Wilde, mai discutere con un idiota. Ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza.

Come dicevo, l’esecuzione del brano ha come unico errore “tecnico” l’interruzione dovuta alla mancanza di aria nei polmoni, ma non ravvedo errori né nella tonalità, né negli accenti o nella metrica. Personalmente ho apprezzato gli abbellimenti apportati da Sylvestre alla fine di ogni strofa, ma questo è un gusto strettamente personale, e non rappresenta un criterio tecnico oggettivo. Se qualcuno dall’orecchio fino ha ravvisato altro mi piacerebbe saperlo, gradirei però che mi si portassero dati TECNICI e OGGETTIVI sui presunti errori nell’esecuzione in campo musicale, e non generici commenti da bar. Ovviamente, da qui a dire che sia stata un’esecuzione brillante e coinvolgente, ce ne passsa.

La voce del ragazzo tra l’altro ha un tono e un registro potente e non ho ravvisato note calanti o crescenti, pertanto, per quanto mi riguarda, l’errore fatto a metà del brano va ad iscriversi nella lunga lista di errori già fatti da artisti di ogni paese e nazionalità (anche italiani e anche molto più scafati e famosi di Sylvestre) quando sono stati chiamati a cantare “a cappella” il proprio inno nazionale. Che a dirlo sembra facile, poi ti trovi tu da solo, un microfono e uno stadio intero da raggiungere con la tua voce (più svariati milioni di persone collegate) e all’improvviso torni bambino al primo giorno di scuola senza mamma e papà.

Detto questo però, sorgono spontanee alcune domande che, diciamoci la verità, ci accompagnano da sempre in quanto italiani sul nostro inno nazionale; del resto non è un caso se questo brano è stato dichiarato ufficialmente “de iure” inno nazionale italiano solo tre anni fa, ovvero 190 anni dopo la sua composizione.

In primis: quanto è meritevole per melodia e testo questo inno di rappresentarci come nazione? E in secondo luogo: quanto è adatto ad essere interpretato in una versione “a cappella”? Ora, siccome ho il dono di essere un bastardo, farò questa analisi prendendo come termine di paragone la Marsigliese, inno che in molti invidiano alla Francia ma che nasconde una sorpresa che, se avrete la pazienza di seguirmi ancora un po’, vi svelerò a breve.

Partiamo dall’epoca: la Marsigliese diviene inno nazionale per decreto nel 1795 ma si vorrebbe far risalire la sua composizione al 1792 (data da rivedere, poi vedremo perché) per mano di Claude Joseph Rouget de Lisle come canto di guerra in concomitanza dell’inizio del conflitto tra Francia e Austria. Dato il periodo, il brano diviene immediatamente il canto nazionale dei rivoluzionari durante la Rivoluzione Francese, e anche il testo rispecchia in pieno il sentimento di quel popolo e di quel periodo

L’Inno “Fratelli d’Italia” viene invece composto da Michele Novaro nel 1847, su un testo scritto da Goffredo Mameli, in pieno Risorgimento: è evidente l’influenza dell’inno francese e anche di quello greco nel testo della canzone, dovute alla fede politica giacobina dello stesso Mameli.  All’epoca l’inno era considerato molto “progressista”, tanto che quei simpaticoni dei Savoia, una volta definita l’unità d’Italia nel 1861 lo bandirono e lo sostituirono con la Marcia Reale, dato che aveva il difetto di quell’eccessivo retrogusto di Repubblica in un’epoca in cui l’unità d’Italia era stata portata avanti da una monarchia.

Sembrerebbe quindi che il sentimento di fondo che ha ispirato i due testi sia il medesimo, finanche l’impronta e i principi politici ispiratori dei due inni dovrebbero essere i medesimi. Ed è vero. Purtroppo però, se andiamo ad analizzare il testo dei due brani ci accorgiamo subito di un problema: “Fratelli d’Italia” è di gran lunga un testo più “colto”; è pieno di citazioni a specifici episodi storici e ad avvenimenti relativi alla storia del nostro paese. Scipione l’Africano, la Repubblica di Firenze, la battaglia di Legnano, la rivolta popolare di Genova del 1746, i Vespri Siciliani sono tutti episodi storici accaduti nell’arco di quasi 2000 anni e citati in maniera iconica nel testo dell’inno Italiano. Laddove invece la Marsigliese presenta un testo molto più “facile” e universale che, a parte una fugace citazione al generale de Bouillé, può essere considerata un testo efficace ma molto generico su un popolo che si unisce ribellandosi ai suoi tiranni.

Bene, direte voi, quindi questo è un punto a favore per il nostro inno, no? Eh no, purtroppo no. La Marsigliese infatti, proprio in virtù di un testo con scarsissimi riferimenti storici può essere considerato (e di fatto lo è sempre stato) un canto universale a favore della libertà e dell’autodeterminazione di un popolo contro il potere oppressore. Chiunque la canti, a meno che non sia una testa coronata, può facilmente immedesimarsi nel testo e nel suo significato. Fratelli d’Italia invece, mi perdonerete la deriva marketing, è molto meno vendibile a livello “discografico”: la presenza di tanti episodi identificativi della nostra storia rende il nostro inno molto più “italiano” di quanto sia “francese” la Marsigliese, ma proprio per questo lo rende molto meno universale. E fin qui, potremmo pure dire: “esticazzi, è l’inno italiano, mica mondiale!”.

Purtroppo però, in un paese dove la conoscenza della propria storia si riduce al ricordo delle diverse edizioni del Grande Fratello, quasi nessuno conosce il testo del proprio inno, e qualora lo conosca a memoria, penserà probabilmente che il Ferruccio citato nel testo sia un amico dell’autore, che i Balilla della seconda strofa siano quelli di mussoliniana memoria e che Legnano venga citata in quanto sede di un importante snodo autostradale.

Insomma, riassumendo, sebbene il nostro inno ci rappresenti perfettamente, è oggi molto poco sentito e compreso dagli stessi italiani che dovrebbe rappresentare, mentre i nostri cugini francesi la sfangano molto meglio, in quanto per cantare con cognizione di causa il proprio inno, possono restare sufficientemente ignoranti senza il bisogno di riprendere il sussidiario di storia delle medie.

Passiamo ora al lato più squisitamente tecnico-musicale:

Sia la Marsigliese che Fratelli d’Italia sono due “marce” come tempo musicale, e sono nel più classico quattro quarti. Anche l’andamento metronomico è simile: “Allegro” per la Marsigliese, “Allegro Moderato” per Fratelli d’Italia. Fin qui dunque, sembrerebbe esserci una sostanziale uniformità dal punto di vista tecnico, ma se la musica fosse fatta di numeri e basta, probabilmente oggi metà della popolazione mondiale si sarebbe suicidata, e probabilmente sarebbe la metà sbagliata.

Fortunatamente, la musica è molto di più, quindi per andare un po’ più a fondo proviamo ad analizzare la struttura armonica dei due brani. Vi avviso, vado un po’ più nel tecnico, ma senza esagerare.

Fratelli d’Italia ha una struttura armonica abbastanza semplice: il brano si basa su un’alternanza di quinti/primi (accordo sulla tonica e sulla settima dominante) che ne acuisce la marzialità e l’andamento solenne con delle variazioni armoniche sulla sesta minore e sulla terza che rendono ancora più aulico e severo il “mood” del brano. Insomma, una struttura armonica perfetta per una marcia militare.

La Marsigliese, mi duole dirlo, ha invece nella sua semplicità, un’apertura armonica e una modernità del tutto diverse, confermando il suo DNA di “evergreen” degli inni: la sua struttura basata sull’utilizzo dei quarti/quinti/primi (sottodominante/dominante/tonica) e le sue variazioni in minore la rendono molto più “orecchiabile” all’ascoltatore contemporaneo.

Per chi di voi suona qualche strumento basta fare una prova semplice per rendersene conto: suonate gli accordi della Marsigliese senza l’andamento classico da marcia, e provate a darle una connotazione blues o addirittura swing: rimarrete sorpresi nel vedere che la struttura armonica di quegli accordi si adatta perfettamente a questo esperimento, e che bastano poche variazioni nella melodia per tirarne fuori qualcosa di diverso e molto più attuale.

Insomma, sembrerebbe che la Marsigliese batta il nostro inno sia nella categoria “testo” che nella categoria “musica”, giusto? Beh, si, sempre se fosse francese….

Eh già perché la Marsigliese è… italiana, e questa cosa fa incazzare tantissimo i francesi, i quali hanno tentato in tutti i modi di fare del sano revisionismo storico per nascondere questa dolente (per loro) verità.

Vi ricordate di Claude Joseph Rouget de Lisle, il presunto autore della musica della Marsigliese? Bene, il nostro Claude ebbe l’incarico dall’allora sindaco di Strasburgo di comporre un canto militare per l’inizio del conflitto con l’Austria. Ora però si dà il caso che Claude fosse un ufficiale del genio militare con limitate capacità musicali, e che si trovasse in forte difficoltà nella stesura di un brano così importante nel poco tempo concessogli. Inaspettatamente però, in un giorno solo, viene fuori con il testo e la musica della Marsigliese, dicendo di essere stato preso da ispirazione improvvisa. Si capirà poi quale fosse la fonte di questa ispirazione: la Marsigliese infatti è la copia esatta dell’opera “Tema e variazioni in DO maggiore” del noto violinista e compositore piemontese Giovanni Battista Viotti che scrisse queste musiche anni prima (nel 1781) durante il suo periodo alla corte del re di Francia. Provate ad andare su YouTube e cercate quest’opera: rimarrete sorpresi nell’ascoltare…. La Marsigliese! Un solo consiglio però: se avete un amico/a transalpino evitate di andare sull’argomento, sono molto sensibili nel sapere che anche il loro inno glielo abbiamo scritto noi. Da notare che Claude non firmò mai l’opera della Marsigliese, forse preso da un senso di opportuno pudore per il plagio.

Bene, dopo questa dose di sano campanilismo, non posso fare a meno di riflettere sul fatto che Viotti è stato uno dei primi esempi di fuga di cervelli, di quelli buoni; a dimostrazione del fatto che da quel momento, sempre più spesso in Italia i cervelli sono emigrati, lasciando qui gli involucri peggiori, a recensire le esecuzioni del nostro inno durante le partite di calcio.




Tra Luis, Gonzalo e Leonel vincerá il Covid?

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dominican republic 4759252 1920C’é qualcosa che non mi quadra. La Repubblica Dominicana, quasi 3 mesi fa, dopo 3 soli casi di coronavirus, ha deciso di chiudere tutto: frontiere, attivitá commerciali, trasporti, tutto. E coprifuoco dalle 5 del pomeriggio alle 6 del mattino dopo.

Oggi i casi di Covid19 sono quasi 20 mila e il Paese si sta riaprendo. Trasporti pubblici e privati riannodati, coprifuoco ridotto, industrie non a pieno ritmo ma quasi.

Altri Paesi hanno aspettato di raggiungere il picco per poi allentare la morsa della quarantena, qui no. Qui il picco deve ancora arrivare.

Sembra quasi che il Coronavirus possa colpire solamente dalle 7 del pomeriggio alle 5 del mattino, quando é proibito uscire di casa, visto che, nelle ore del giorno, tutto ha praticamente ripreso a correre nella piú completa normalitá. Esiste l’obbligo di uscire con la mascherina, é vero. Ne vediamo di tutte le forme e colori. Poche quelle che rispettano le raccomandazioni del Ministero della Sanitá. Come a dire che la maggior parte servono a poco o a niente.

Tentiamo di spiegarci l’allentamento della morsa: manca solo un mese alle elezioni e i politici sanno bene che queste non possono essere celebrate sotto una quarantena stretta. Puó essere una giustificazione, anche se non giustificabile.

Altra non giustificabile puó essere anche quella del pericolo del crollo totale dell’economia. Un Paese che ha nel turismo la sua principale risorsa di valuta straniera non puó permettersi di tenere ancora a lungo chiusi i suoi hotel e le sue frontiere.

Peró ci sfiora il dubbio che la ragione del passaggio alla fase 2, e tra poco alla 3, sia il fatto che il Governo si é reso conto che nella maggioranza i dominicani sono renitenti ad accettare queste imposizioni.

L’economia informale vive del giorno per giorno ed i 5 mila pesos (meno di 100 dollari) elargiti dallo Stato ai piú poveri non bastano a tirare fino a fine mese, specie se in casa le bocche da sfamare sono tante. Migliaia non hanno rispettato il coprifuoco ed hanno passato la notte in galera dopo essere stati sorpresi dalla Polizia. I negozi erano chiusi o, meglio, avevano la saracinesca abbassata, ma se bussavi ti aprivano subito. I delivery di alcuni ristoranti erano in strada anche dopo il calare della sera.

Non ultimo fattore l’ignoranza. Soprattutto nei barrios, dove la gente non legge e non é attenta a quanto dicono la televisione la radio, l’informazione sulla pericolositá del virus é arrivata poco e male.

E quando chiedi a una persona senza mascherina, o a una che non rispetta le distanze di sicurezza, il perché si comporti in questo modo, ti rispondono: “Il virus? Non c’é, é una bugia del Governo”, oppure “Tutte storie, io sono immune”.

Ventimila casi, in aumento. Oltre 500 morti. Queste cifre meriterebbero una lettura e un’attenzione particolare, ma tuttavia questo non é piú il tema principale delle prima pagine dei giornali, delle reti sociali o dei discorsi della gente. Il Covid 19 é diventato ormai argomento di secondo piano nella Repubblica Dominicana. Dovunque si parla solo di elezioni, di morados, di bianchi, del Penco, di Luis e di Leonel.

Vincerá uno dei tre o saranno tutti sbaragliati dal Covid19?




Questo mondo non mi piace. Me ne torno in quarantena!

corona 4983590 1920

corona 4983590 1920Quasi tre mesi in quarantena. Me lo hanno raccomandato: “Le persone che hanno piú di sessant’anni é bene non escano di casa fino a che il virus non sia scomparso totalmente dalla circolazione”.

L’isolamento non mi pesa, per essere sinceri. Mi alzo “ed é subito sera”, come diceva il poeta.

Ho la fortuna di poter lavorare in casa e, quando non ho qualcosa da fare, me lo invento.

Peró, dopo 3 mesi, mi sono detto che il mio vecchio corpo ha bisogno di un minimo di movimento, che il mio autoisolamento forzato puó avere una pausa, soprattutto perché il portavoce del Governo ha annunciato che siamo giá passati alla fase 2, che insomma il virus, con i debiti accorgimenti, ormai non dovrebbe spaventare piú di tanto.

Cosí indosso la mia mascherina tricolore, gentile omaggio del MIRE e del suo presidente Odoguardi, e metto il naso fuori dalla porta.

I tre cani del vicino decidono di accompagnarmi nella passeggiata e mi anticipano sul portone.

Passa un motoconcho con la mascherina abbassata. Camminando comincio ad avvicinarmi al centro. Non sono abituato al tappabocca, non respiro bene e ho paura che gli elastici, muovendosi, possano farmi cadere gli occhiali a terra.

Molta gente non mantiene le distanze, peró sono quasi tutti mascherati.

Per entrare al supermercato debbo fare la fila fuori, stesso discorso per andare in banca.

I prezzi sono aumentati, il dollaro é a quota 60 pesos, 10 pesos in piú in sole poche settimane.

Il trasporto pubblico per la capitale doveva iniziare ieri peró sembra che non sia stato cosí. Caricare solo la metá dei passeggeri, come detta il Governo, non sarebbe conveniente e il sindacato ha chiesto l’aiuto dello Stato che, secondo lui, dovrebbe pagare per i sedili vuoti. Almeno fino a sabato, poi si deciderá.

Stento a riconoscere amici e conoscenti, tutti rigorosamente con bocca e naso tappati.

Entro in banca. Se solo qualche mese fa qualcuno mi avesse detto che vi sarei andato con il volto mascherato lo avrei preso per un pazzo. Debbo togliermi i miei occhiali scuri da sole, ma non assolutamente la mascherina.

Mi consigliano di preferire il pagamento con carta di credito all’effettivo perché le banconote possono veicolare il virus.

Il negozio degli strumenti musicali del mio amico Luis non mi ha ancora fatto avere le corde di ricambio della mia chitarra. Con il virus non sono arrivate, mi dice. Rischio di suonare con qualche corda in meno.

Il mondo, tre mesi dopo, non mi piace.

Torno sui miei passi. Mi rimetto in quarantena, aspettando che tutto torni come prima.




Ufficialmente chiusi, ma.. aperti, con cautela

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covid19 5051320 1920Cosí Las Terrenas, centro turístico del nordest dominicano, vive la quarantena da coronavirus – Strade affollate e negozi che aprono..a richiesta.

 

Serrande dei negozi “a mezz’asta” o chiuse, peró con apertura immediata, appena il cliente bussa.

Nelle strade auto e motoconchos a gogó, come nei tempi della prepandemia.

Code alle porte delle banche e dei supermercati, che fanno entrare pochi clienti alla volta.

Ne é un esempio il commercio informale di Las Terrenas, centro turístico del nordest della Repubblica Dominicana, affacciato sull’Atlantico, che ha trovato una sua soluzione alle misure governative in tempo di coronavirus: ufficialmente chiusi ma… “aperti, con cautela”.

In diverse zone della cittá gli abitanti si lamentano di non aver ricevuto alcun aiuto dal Governo e, per chi vive del giorno per giorno, ed ha una familia da sfamare, scendere in strada e riprendere la propria attivitá rappresenta l’unica soluzione, trasgredire per sopravvivere.

In un paese dove l’informalitá rappresenta forse il 50% dell’attivitá produttiva, dove chi ha ricevuto la solidarietá del governo ha potuto usufruire, nella maggior parte dei casi, di “buoni acquisto” per meno dell’equivalente di 100 dollari al mese, l’arte di arrangiarsi diventa pratica quotidiana.

E’ un fatto che lo stesso Presidente dell’Associazione degli Industriali dominicani, Celso Marranzini, abbia lanciato nelle ultime ore un grido d’allarme indicando che “la Repubblica Dominicana deve cercare rapidamente le risorse necessarie per rilanciarsi, prima di tutti gli altri Paesi”.

Era stato richiesto di liberare il 30% dei Fondi Pensione accumulati per dare respiro ed aiuto ai lavoratori necessitati, ma sembra che questa strada non sia ritenuta percorribile.

Per una quarantena destinata, ufficialmente, a terminare il prossimo 17 maggio, c’é un Ministro della Pianificazione che dichiara che non é ancora possibile programmare date per iniziare la riapertura e dare il via alla ripresa.

Mentre tutti si auguranocovid19 5051320 1920 che l’incertezza e la fame non possano rappresentare la miccia di una miscela esplosiva dai risvolti sconosciuti e difficilmente controllabili.




Puerto Plata: il “pellegrino” e il Coronavirus

puerto plata

puerto plataPuerto Plata, la perla turística del nord della Repubblica Dominicana, da qualche giorno fa notizia. Sui giornali e piú ancora sulle reti sociali, dove ho letto di tutto e di piú.

Un tipo, soprannominato “il pellegrino”, con in spalla una croce di legno, percorre il lungomare e dietro di lui, novello pifferaio magico, si raccoglie una folla eterogenea, capeggiata dal nuovo sindaco della cittá, che lo osanna e lo segue nella sua camminata.

Il pellegrino dice di aver ricevuto l’illuminazione direttamente dall’alto, molto piú in su insomma, per intenderci, di quanto offerto dalle lampade poste ai lati del Malecón della “novia del Atlántico”, e che, se pianterá la croce sulla sabbia della spiaggia di Playa Dorada, la piú rinomata del litorale puertoplatense, a partire da domani la curva degli infettati dal coronavirus nella Repubblica Dominicana comincerá a scendere gradualmente e in maniera significativa.

Delle convinzioni del “crociato” non voglio discutere, mi sorprende invece il fatto che, in questa occasione, politica e religione si siano date la mano, in una attuazione a mio dire alquanto criticabile.

Io non so se domani, per sorte, per scienza o per intervento soprannaturale, la benedetta curva che ogni giorno ci assilla e ci preoccupa comincerá a girare verso il basso. Mi comprometto, invece, ad affermare che, tra una quindicina di giorni, il coronavirus a Puerto Plata fará sconquassi tra quanti hanno partecipato alla marcia, senza mascherina, senza distanziarsi di un paio di metri almeno l’uno dall’altro, forti della sola convinzione che “Dio mi protegge”.