Repubblica Dominicana. Cliniche e assicurazioni litigano, ma il paziente non può pagare il conto

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Nella Repubblica Dominicana cresce lo scontro tra cliniche private e ARS. Ma chi paga ogni mese l’assicurazione sanitaria chiede una sola cosa: ricevere le cure senza disagi.

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C’è un principio che dovrebbe mettere tutti d’accordo.

Chi versa ogni mese il premio della propria assicurazione sanitaria non dovrebbe essere coinvolto nelle controversie economiche tra cliniche private e compagnie assicurative.

Eppure è proprio questo il rischio che si sta profilando nella Repubblica Dominicana, dove ANDECLIP, l’associazione delle cliniche private, minaccia di sospendere i servizi agli assicurati di alcune ARS se non verranno aggiornate le tariffe riconosciute alle strutture sanitarie.

Le cliniche sostengono che gli importi ricevuti non coprono più i costi di gestione. Le assicurazioni hanno le loro motivazioni. È una trattativa economica legittima.

Ma il paziente non è parte della trattativa.

Da anni paga regolarmente la propria assicurazione con la convinzione che, nel momento del bisogno, potrà ricevere assistenza senza problemi.

Se due imprese hanno un contenzioso economico, devono risolverlo tra loro.

Non è accettabile che il cittadino rischi di vedersi negare una visita, un ricovero o un intervento per una controversia che non lo riguarda.

È un principio semplice.

Nessuno, entrando in una clinica con una tessera assicurativa valida, dovrebbe sentirsi rispondere: “Prima risolviamo i nostri problemi con la compagnia.”

Per questo motivo la posizione espressa dalla DIDA, che ricorda come il diritto alla salute non possa essere interrotto per dispute commerciali, appare condivisibile.

Le trattative devono continuare.

Ma senza trasformare i pazienti in ostaggi.

Il punto di Fatti Nostri

Molti italiani residenti nella Repubblica Dominicana versano da anni i contributi alle proprie assicurazioni sanitarie.

Il loro rapporto è con l’ARS. E non ne vogliono sapere delle loro beghe.

Le controversie economiche tra assicurazioni e cliniche devono essere risolte ai tavoli delle trattative, non nelle sale d’attesa degli ospedali.

Perché quando una persona ha bisogno di cure, l’unica risposta accettabile è una: assistenza immediata.




Mondiale, più spettacolo o più rappresentanza? Forse è arrivato il momento di rivedere i criteri di qualificazione

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Con l’avanzare del Mondiale 2026 emerge una considerazione difficile da ignorare: gran parte del calcio di più alto livello continua a essere espressione dell’Europa.

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Molte delle nazionali europee hanno superato gli ottavi di finale offrendo qualità tecnica, organizzazione tattica e intensità di gioco superiori rispetto a molte rappresentative di altri continenti.

La domanda, quindi, è inevitabile.

La FIFA deve continuare a distribuire i posti seguendo soprattutto criteri geografici oppure dovrebbe premiare maggiormente il merito sportivo?

L’attuale formula garantisce una presenza ampia a tutti i continenti. È una scelta comprensibile: il Mondiale è la competizione di tutto il pianeta e deve permettere anche ai Paesi emergenti di confrontarsi con le grandi potenze del calcio.

Ma il rovescio della medaglia è evidente.

Quando numerose squadre vengono eliminate rapidamente, mentre nazionali di alto livello restano escluse già nelle qualificazioni europee, è inevitabile chiedersi se il sistema sia ancora quello che offre il miglior spettacolo possibile.

Ogni edizione vede infatti alcune nazionali europee di ottimo livello rimanere fuori dalla fase finale, mentre altre squadre provenienti da continenti meno competitivi partecipano senza riuscire a essere realmente protagoniste.

Naturalmente esistono eccezioni.

Il Marocco ha raggiunto una storica semifinale nel 2022 e diverse nazionali sudamericane continuano a rappresentare l’eccellenza del calcio mondiale. Anche alcune squadre asiatiche e nordamericane hanno mostrato progressi importanti.

Tuttavia, osservando il livello medio della competizione, resta l’impressione che il calcio europeo continui a esprimere la maggiore concentrazione di nazionali competitive.

Forse è arrivato il momento di aprire un dibattito.

Non per trasformare il Mondiale in un torneo esclusivamente europeo, ma per valutare se una parte dei posti dovrebbe essere assegnata in misura maggiore sulla base della competitività dei diversi continenti.

Il Mondiale deve restare la festa del calcio mondiale.

Ma deve essere anche la competizione che offre il miglior spettacolo possibile.

Ed è proprio su questo equilibrio che, probabilmente, la FIFA sarà chiamata a riflettere nei prossimi anni.




L’America di Trump tra sogni imperiali e lo stop della Corte Suprema

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“È il presidente più consequenziale del XXI secolo”. Con queste parole Jeffrey Goldberg ha descritto Donald Trump durante il programma Washington Week della Public Broadcasting System (PBS), la rete televisiva pubblica statunitense. Goldberg non ha torto, ma forse Trump lo avrebbe corretto aggiungendo che la sua influenza oltrepassa i confini degli Usa. In un’intervista a Maggie Haberman e Jonathan Swan del New York Times, il presidente statunitense consegnò loro una pagina scritta da uno storico che lo vede come l’uomo più potente che sia mai esistito. Il documento include leader storici come Alessandro Magno, i Cesari, Napoleone, Hitler e Stalin, e afferma che Trump è più potente di tutti loro. L’aneddoto dei giornalisti è incluso nel loro libro “Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump”.

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Lo storico citato da Trump è infatti Dave King, un caddie del giocatore di golf Dave King. Poco importa per Trump, la cui fame di adulazione non ha limiti, anche se il suo potere reale ne ha. Ciononostante, c’è una dose di verità sulla sua rilevanza da quando è entrato in politica, specialmente alla luce del duecentocinquantesimo anniversario degli Stati Uniti. E ci si domanda se la democrazia sopravviverà agli attacchi di Trump al sistema americano, che hanno indebolito i contrappesi al potere esecutivo. Le ultimissime decisioni della Corte Suprema, però, ci rendono ottimisti, anche se non tolgono alcuni dubbi.

Con un voto di 6-3, la Corte Suprema ha proprio in questi giorni riaffermato la validità del XIV emendamento sulla cittadinanza, mantenendo lo ius soli per tutti i nati negli Usa senza riguardo all’origine dei loro genitori. Come si ricorda, l’anno scorso Trump aveva annunciato un ordine esecutivo che imponeva limiti, sostenendo che la cittadinanza non si applicasse a coloro i quali avessero genitori senza documenti legali. Si temeva che la Corte Suprema, con una maggioranza che pende a destra perché sei dei nove giudici sono stati nominati da presidenti repubblicani (tre dei quali proprio da Trump), potesse ribaltare l’emendamento, ridefinendo cosa vuol dire essere americano.

Trump, però, era già riuscito a scuotere la definizione di americano con la sua campagna contro gli immigrati. Senza distinguere tra immigrati non autorizzati e coloro in possesso di documenti legali, il 47esimo presidente è riuscito a cambiare la visione degli Usa come un Paese composto di gente proveniente da tutte le parti del globo. Gli stranieri non sono benvenuti, specialmente quelli provenienti da Paesi che Trump ha classificato come “del Terzo Mondo”, usando anche un linguaggio volgare per descriverli. In questo aspetto, il presidente statunitense è riuscito a riportare la visione degli immigrati alla discriminazione delle leggi degli anni Venti, che stabilivano preferenze per gli ingressi dal Nord Europa a scapito di quelli del Sud e dell’Asia. Questi provvedimenti discriminatori furono eliminati nel 1965 con la nuova legge sui diritti civili.

Trump ha ovviamente guardato indietro e la Corte Suprema lo ha sostenuto nel caso dei migranti haitiani e siriani con Temporary Protected Status, un visto temporaneo per ragioni umanitarie. Una recente decisione ha stabilito che l’amministrazione Trump può eliminare questi visti e deportare quasi un milione di persone in Paesi che non sono sicuri.

La deportazione di questi individui si aggiunge ovviamente a quella massiccia contro i migranti senza documenti legali, che possono essere detenuti se l’Ice (Immigration and Customs Enforcement) li sospetta. Anche qui la Corte Suprema ha dato una grossa mano a Trump, permettendo agli agenti dell’Ice di fermare individui sospettati in base all’accento, all’etnia o al tipo di lavoro svolto. Queste detenzioni dovrebbero essere brevi, ma spesso si protraggono per lunghi periodi e, in alcuni casi, hanno incluso anche cittadini americani.

In sintesi, Trump ha cercato di limitare la cittadinanza a quelli che storicamente hanno detenuto il potere: i bianchi. Infatti, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha anche colpito i diritti dei gruppi minoritari, attaccando le politiche di inclusione. Lo abbiamo visto persino nella composizione della sua amministrazione che, a differenza del suo primo mandato, ha escluso in grande misura i membri delle minoranze. Inoltre, gli attacchi alle università da parte dell’amministrazione Trump hanno colpito i programmi di inclusione, visti dal presidente come favoritismi non meritati a scapito dei bianchi.

Gli strapoteri che Trump ha cercato di accaparrarsi, citando il “caddie storico”, esisterebbero in mancanza di resistenza, come si è visto in politica estera. La guerra con l’Iran che il presidente statunitense ha scatenato rimane in un limbo fatto di scaramucce quasi quotidiane. Non si è trattato di un esempio di strapotere di Trump, come lui ha declamato ad nauseam. Infatti, anche gli analisti conservatori hanno rilevato che l’Iran ne è uscito molto bene e il trattato firmato gli concede tanti benefici.

Ma tornando alla politica interna, il potere infinito del presidente statunitense è un’illusione, come ci confermano le recentissime decisioni dei magistrati. Trump, però, non ammette mai le sconfitte e, nel caso dello ius soli, ha già indicato che correrà ai ripari, usando il ramo legislativo per ottenere l’obiettivo negatogli dalla Corte Suprema. Un’idea improbabile dal punto di vista costituzionale, ma anche pratico, considerando la situazione politica e le maggioranze risicate del Partito Repubblicano nelle due Camere. Inoltre, con le elezioni di midterm quasi alle porte, altre nuvole si stanno avvicinando per Trump. Secondo tutti i sondaggi, i democratici si trovano in una buona situazione per conquistare la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e, potenzialmente, anche al Senato.




Comites: perché, nonostante tutto, vale ancora la pena partecipare

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Tra pochi mesi gli italiani residenti all’estero saranno chiamati a eleggere i nuovi Comitati degli Italiani all’Estero (Com.It.Es.).

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Come accade a ogni tornata elettorale, molti non sapranno nemmeno che si vota. Altri si chiederanno a cosa servano realmente questi organismi. Qualcuno li riterrà inutili. Altri, al contrario, attribuiranno loro poteri che, in realtà, non hanno.

Dopo quasi dieci anni trascorsi all’interno di due diversi Com.It.Es. e, in considerazione del fatto che, in base alla normativa vigente, non potrò candidarmi per un terzo mandato consecutivo, credo sia arrivato il momento di condividere qualche riflessione. Non per convincere qualcuno a candidarsi o a sostenere una determinata lista, ma per spiegare, nel modo più onesto possibile, cosa sono realmente questi organismi, quali possibilità offrono e quali limiti impone loro la legge.

La prima cosa che ho imparato è che il Com.It.Es. vive un paradosso che pochi conoscono.

La legge attribuisce infatti a questi organismi una duplice funzione: rappresentare la collettività italiana residente nella circoscrizione consolare e, allo stesso tempo, collaborare con l’Autorità diplomatico-consolare nell’individuazione delle esigenze della comunità e nella promozione di iniziative di interesse collettivo.

Sono due funzioni perfettamente compatibili, ma non sempre facili da conciliare. Rappresentare una comunità significa, talvolta, evidenziarne criticità e problemi (e spesso, ahimè, ci si trova a scontrarsi su temi riguardanti l’erogazione dei servizi consolari). Collaborare con le istituzioni significa, allo stesso tempo, costruire un rapporto fondato sul dialogo e sul rispetto reciproco. È probabilmente questo il compito più difficile di un Com.It.Es.: trovare il giusto equilibrio tra autonomia, spirito di collaborazione e capacità di rappresentanza.

Esiste poi un’altra convinzione che, a mio avviso, andrebbe superata.

Molti immaginano il Com.It.Es. come un organismo capace di risolvere direttamente i problemi consolari. Non è così.

Il Com.It.Es. non rilascia passaporti, non decide sulle pratiche di cittadinanza, non modifica le leggi e non sostituisce il Consolato.

Tra le competenze che, a mio avviso, potrebbero essere introdotte in futuro vi è quella del Difensore Civico degli italiani all’estero, proposta che in passato è stata oggetto di alcune iniziative legislative senza però trovare accoglimento.

Se questo ruolo venisse previsto dalla legge, il Com.It.Es. potrebbe disporre di strumenti ispettivi o sostitutivi oggi inesistenti, offrendo ai cittadini un’importante garanzia ulteriore nella tutela dei propri diritti.

Può però ascoltare i cittadini, raccoglierne le esigenze, formulare proposte, promuovere iniziative, favorire il dialogo con le istituzioni e contribuire, attraverso il confronto, a migliorare la qualità dei servizi e della vita della collettività italiana residente all’estero.

È un ruolo meno appariscente di quanto si possa immaginare, ma non per questo meno importante.

Anche il sistema elettorale presenta alcune contraddizioni.

La più evidente è il cosiddetto meccanismo dell’“inversione dell’opzione”. Per votare non basta essere iscritti all’AIRE: occorre manifestare preventivamente la volontà di partecipare alle elezioni. Una procedura che, negli anni, ha inevitabilmente limitato la partecipazione democratica, lasciando fuori molti cittadini semplicemente perché non erano a conoscenza dell’adempimento o non hanno rispettato i termini previsti.

Esiste poi un secondo paradosso.

La normativa prevede che le candidature si presentino esclusivamente attraverso liste civiche, escludendo formalmente i partiti politici. È una scelta che mira a preservare il carattere apartitico dei Com.It.Es. Nella pratica, tuttavia, è naturale che persone accomunate da idee, valori o sensibilità simili possano ritrovarsi all’interno della stessa lista. Una riflessione su questo modello, forse, potrebbe essere utile.

Esiste infine un ulteriore elemento che raramente viene considerato.

Le elezioni dei Com.It.Es. sono organizzate dalle sedi consolari e le stesse rappresentanze diplomatico-consolari esercitano un ruolo di vigilanza sui bilanci annuali e sui progetti finanziati con fondi pubblici.

Ciò significa che l’organismo chiamato, in alcuni casi, a rappresentare le esigenze della collettività nei confronti dell’Autorità consolare opera all’interno di un sistema nel quale la stessa Autorità esercita importanti funzioni di controllo amministrativo. Anche questo è un aspetto che contribuisce a rendere il ruolo del consigliere del Com.It.Es. particolarmente delicato.

Ed è qui che torno alla domanda iniziale.

Perché, nonostante tutto, vale ancora la pena partecipare?

Perché i Com.It.Es. rappresentano ancora oggi uno dei pochi strumenti attraverso cui gli italiani residenti all’estero possono contribuire direttamente alla vita della propria comunità.

Sono organismi perfettibili. Alcuni aspetti della normativa meriterebbero probabilmente di essere aggiornati. Le aspettative di chi vi entra per la prima volta rischiano talvolta di scontrarsi con competenze più limitate di quanto si immaginasse. È una frustrazione che, non di rado, porta alcuni consiglieri a rassegnare le proprie dimissioni prima della conclusione del mandato.

Eppure, quando affrontato con spirito di servizio e senso delle istituzioni, il lavoro all’interno di un Com.It.Es. può produrre risultati concreti. Non sempre immediati. Non sempre visibili. Ma spesso importanti per la collettività.

Le istituzioni non migliorano da sole. Migliorano quando chi ne conosce i limiti sceglie comunque di partecipare, anziché voltarsi dall’altra parte. Anche il futuro dei Com.It.Es., con tutti i loro difetti, dipenderà soprattutto dalla qualità delle persone che decideranno di mettersi a disposizione della collettività.

Se oggi mi chiedessero se rifarei questa esperienza, la risposta sarebbe sì.

Non perché ritenga perfetto il sistema, tutt’altro. Ma perché credo che il modo migliore per migliorarlo sia conoscerlo, viverlo e contribuire, dall’interno, a farlo evolvere.

Nei prossimi mesi inizierà una nuova campagna elettorale.

Il mio auspicio è che si parli meno di slogan e un po’ di più del ruolo reale dei Com.It.Es., delle loro potenzialità, ma anche dei loro limiti.

Perché una comunità forte non nasce soltanto da chi viene eletto.

Nasce soprattutto da chi sceglie di partecipare.

Calendario indicativo delle elezioni Com.It.Es. 2026

Le date riportate di seguito non sono ancora ufficiali, ma sono elaborate sulla base della normativa vigente e delle tempistiche osservate nelle precedenti consultazioni. Salvo modifiche da parte del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), è ragionevole attendersi un calendario molto simile.

Data (indicativa)

Adempimento

3 settembre 2026

Indizione ufficiale delle elezioni

Entro il 20 settembre 2026

Presentazione dei simboli, delle liste e delle accettazioni di candidatura

24 settembre – 4 ottobre 2026

Raccolta delle firme vidimate dal Consolato

10 ottobre – 31 ottobre 2026

Richiesta di iscrizione nell’elenco elettorale (cosiddetta “inversione dell’opzione”)

15 novembre 2026

Spedizione dei plichi elettorali

1 dicembre 2026

Termine ultimo per la restituzione del voto per corrispondenza

4 dicembre 2026

Scrutinio delle schede

5 dicembre 2026

Proclamazione degli eletti

Nota: il calendario definitivo sarà stabilito con il decreto di indizione delle elezioni emanato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Le date sopra riportate hanno carattere puramente indicativo, ma sono coerenti con la normativa vigente e con le tempistiche delle precedenti consultazioni.

 




Repubblica Dominicana. Prima i cittadini, poi i palazzi

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Tra i primi temi affrontati dal nuovo ambasciatore d’Italia nella Repubblica Dominicana c’è il recupero degli edifici che rappresentano la presenza italiana a Santo Domingo, dalla sede dell’Ambasciata alla storica residenza diplomatica.

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Si tratta di immobili che fanno parte del patrimonio dello Stato italiano e che meritano certamente di essere conservati e valorizzati.

La domanda, però, è un’altra.

Quali sono oggi le priorità della comunità italiana che vive nella Repubblica Dominicana?

Per migliaia di connazionali, il rapporto con l’Ambasciata non passa attraverso i saloni di rappresentanza né attraverso la residenza dell’ambasciatore. Passa dagli uffici consolari, dagli sportelli, dalle pratiche amministrative, dai documenti, dai passaporti, dalle informazioni e dall’assistenza ai cittadini.

È lì che si misura davvero l’efficienza dello Stato italiano.

Se il Governo intende investire nella presenza italiana nel Paese, sarebbe auspicabile che una parte importante delle risorse fosse destinata anche al potenziamento dei servizi consolari e all’adeguamento degli spazi destinati al pubblico. Una comunità italiana che negli ultimi anni è cresciuta numericamente merita uffici moderni, funzionali e organizzati per rispondere in modo rapido alle esigenze dei cittadini.

Il prestigio di una rappresentanza diplomatica non dipende soltanto dalla bellezza degli edifici che la ospitano. Dipende soprattutto dalla qualità dei servizi che riesce a offrire.

Una sede elegante è motivo di orgoglio.

Un’Ambasciata efficiente è un diritto dei cittadini.

Per questo motivo, ogni intervento di recupero del patrimonio immobiliare sarà certamente apprezzato. Ma sarà accolto con ancora maggiore favore se accompagnerà un deciso miglioramento dell’attività consolare, dell’accoglienza al pubblico e della capacità di rispondere alle esigenze della comunità italiana.

I palazzi rappresentano lo Stato. I servizi dimostrano quanto lo Stato rispetti i propri cittadini.




Perché nella Repubblica Dominicana le proteste finiscono spesso con blocchi stradali e incendi di pneumatici?

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Quando il Governo non ascolta, la “huelga” diventa l’ultima carta. Ma a pagare sono tutti.

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In molti Paesi una protesta inizia con una raccolta firme, un confronto con le istituzioni o una manifestazione autorizzata.

Nella Repubblica Dominicana, invece, troppo spesso il percorso è diverso.

Prima arrivano le richieste.

Poi le lettere.

Poi gli incontri.

Infine, quando cittadini e organizzazioni hanno la sensazione di non essere ascoltati, scatta la parola che qui tutti conoscono: huelga.

Per un italiano, “sciopero” significa soprattutto lavoratori che incrociano le braccia.

Nella Repubblica Dominicana, invece, la huelga è spesso qualcosa di molto più ampio: strade bloccate, copertoni incendiati, negozi chiusi, trasporti fermi, scuole che sospendono le lezioni e un’intera città che rallenta.

È un fenomeno che si ripete da decenni.

La domanda è inevitabile.

Perché?

La risposta che molti dominicani danno è semplice.

Perché, sostengono, quando si protesta in modo pacifico nessuno ascolta.

Quando invece una strada viene bloccata e la circolazione si paralizza, improvvisamente arrivano ministri, funzionari e telecamere.

Naturalmente questo non significa che gli episodi di violenza siano giustificabili.

Incendiare pneumatici, impedire ai cittadini di andare al lavoro, mettere a rischio la sicurezza pubblica o provocare danni alle attività commerciali sono comportamenti che non possono essere considerati una forma normale di protesta.

Eppure la frequenza con cui queste situazioni si ripetono dovrebbe indurre anche la politica a una riflessione.

Se ogni mese una comunità diversa sente il bisogno di ricorrere alla huelga, forse il problema non riguarda soltanto chi protesta.

Forse riguarda anche la capacità delle istituzioni di ascoltare i cittadini prima che la tensione esploda.

Uno Stato moderno dovrebbe riuscire a prevenire i conflitti attraverso il dialogo.

Quando invece il confronto arriva solo dopo i blocchi stradali, si crea un messaggio pericoloso: che per essere ascoltati bisogna prima creare un problema.

Ed è un messaggio che non conviene a nessuno.

#RepubblicaDominicana #Huelga #Proteste #Attualità #Caraibi #Politica #Opinione #FattiNostri




Il Sistema Italia va oltre i confini della Repubblica

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L’Italia è una grande potenza manifatturiera, culturale e creativa.

Una parte significativa della sua crescita economica dipende dalla capacità di esportare qualità, promuovere il Made in Italy, attrarre turismo, diffondere la propria cultura e rafforzare la propria reputazione internazionale.

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Per raggiungere questi obiettivi il nostro Paese dispone già di una rete istituzionale articolata e autorevole: la rete diplomatico-consolare, l’ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, gli Istituti Italiani di Cultura, le Camere di Commercio Italiane all’Estero, SACE e SIMEST.

Negli ultimi anni il coordinamento tra queste realtà è stato progressivamente rafforzato e rappresenta oggi uno degli strumenti attraverso cui l’Italia sostiene la propria presenza economica e culturale nel mondo.

Eppure, accanto a questa rete, ne esiste già un’altra. Molto più estesa. Molto più capillare. Molto più radicata nelle realtà locali. È composta da oltre sei milioni di cittadini italiani iscritti all’AIRE e da milioni di altri connazionali e italodiscendenti che, ogni giorno, vivono, lavorano, fanno impresa, insegnano, fanno ricerca e costruiscono relazioni nei cinque continenti.

Gli italiani residenti all’estero non rappresentano soltanto una comunità da assistere. Possono diventare una componente strutturale della strategia di sviluppo dell’Italia. Quando il dibattito pubblico si concentra sugli italiani nel mondo, l’attenzione ricade quasi sempre sui servizi consolari, sulla cittadinanza, sul diritto di voto oppure, all’opposto, sugli effetti negativi dell’emigrazione: la cosiddetta fuga dei cervelli, la perdita di capitale umano, il calo demografico e il mancato gettito fiscale.

Ogni giovane formato in Italia che decide di costruire il proprio futuro professionale all’estero rappresenta anche un investimento pubblico di cui un altro Paese beneficia. La perdita di competenze qualificate e l’invecchiamento della popolazione costituiscono sfide che nessuno dovrebbe sottovalutare. Ma sarebbe un errore fermarsi qui.

La vera domanda è un’altra: che cosa fa l’Italia per continuare a coinvolgere quei cittadini nel proprio sviluppo? L’esperienza internazionale non dovrebbe essere considerata una perdita definitiva. Può diventare una straordinaria opportunità.

Pensiamo ad un ingegnere italiano che lavora in Germania. Un ricercatore in Canada. Un imprenditore in Argentina. Un medico negli Stati Uniti. Un ristoratore in Giappone. Nessuno di loro cessa di essere italiano soltanto perché ha costruito la propria vita professionale oltreconfine. Continuano a rappresentare un patrimonio di competenze, relazioni e credibilità che, se adeguatamente valorizzato, può produrre benefici anche per il nostro Paese.

La partenza di tanti italiani rappresenta certamente una sfida per il Paese. Ma continuare a considerare perduti milioni di connazionali che vivono nel mondo sarebbe un errore ancora più grande. Possono diventare, se sapremo valorizzarli, la più grande rete di proiezione economica, culturale e strategica dell’Italia. Il vero limite non è la mobilità internazionale, ma l’incapacità di trasformarla in un rapporto stabile e bidirezionale con il Paese d’origine. Lo Stato non dovrebbe limitarsi ad assistere gli italiani nel mondo. Dovrebbe metterli nelle condizioni di contribuire, in modo sempre più strutturato, allo sviluppo economico, culturale e internazionale dell’Italia.

Il Made in Italy viene spesso identificato con un marchio. Con un’etichetta. Con un prodotto. In realtà è qualcosa di molto più profondo. È reputazione. È fiducia. È credibilità. È il risultato di una storia costruita attraverso il lavoro, la qualità, l’innovazione, la creatività e la cultura italiana. Per questo motivo il Made in Italy non si difende soltanto nei tribunali o attraverso i controlli doganali. Si difende anche ogni giorno, nei mercati internazionali, attraverso il comportamento, la professionalità e la credibilità di milioni di italiani residenti all’estero. Ogni connazionale che, con il proprio lavoro, contribuisce a rafforzare l’immagine dell’Italia. Sono, spesso inconsapevolmente, autentici ambasciatori dell’italianità.

Esiste poi un altro luogo comune che merita di essere superato. Quello secondo cui il contributo degli italiani residenti all’estero dovrebbe essere valutato quasi esclusivamente sotto il profilo fiscale. Chi vive stabilmente oltreconfine paga normalmente le imposte nel Paese in cui risiede. È giusto che sia così. Ma ridurre il contributo di una comunità nazionale al solo gettito fiscale significa avere una visione estremamente limitata dell’economia contemporanea.

Ogni azienda italiana che esporta grazie ai rapporti costruiti da un connazionale residente all’estero genera lavoro in Italia. Ogni ristorante autenticamente italiano sostiene le nostre filiere produttive. Ogni professionista che favorisce nuove relazioni economiche contribuisce alla crescita del Paese. Ogni turista straniero che sceglie di visitare l’Italia dopo aver conosciuto la nostra cultura attraverso un italiano residente all’estero produce valore per il territorio nazionale.

Il contributo di una comunità si misura anche attraverso il valore economico, culturale e reputazionale che riesce a generare. È qui che, a mio avviso, si trova una delle grandi opportunità ancora poco valorizzate. L’Italia non ha bisogno di creare nuove strutture. Le strutture esistono già. Occorre invece integrare maggiormente il capitale umano rappresentato dagli italiani nel mondo all’interno del Sistema Italia.

Pensiamo alle piccole e medie imprese che desiderano affacciarsi a nuovi mercati. Pensiamo alla lotta contro l’Italian Sounding, un fenomeno che continua a generare nel mondo un mercato di decine di miliardi di euro sottraendo valore alle autentiche produzioni italiane. Pensiamo al turismo delle radici. Alla promozione della lingua italiana. Alla diffusione della nostra cultura. Alla ricerca. All’innovazione. Alla diplomazia economica.

In tutti questi ambiti gli italiani residenti all’estero possono diventare partner strategici dello Stato, a condizione che siano coinvolti attraverso percorsi fondati sulla competenza, sulla trasparenza e sulla collaborazione con le istituzioni già operanti nella promozione internazionale dell’Italia.

Non si tratta di creare nuove burocrazie. Si tratta di mettere in rete ciò che già esiste. Di trasformare una presenza diffusa in una strategia. Di fare in modo che il patrimonio umano rappresentato dagli italiani nel mondo diventi parte integrante delle politiche di sviluppo del Paese.

Nel XXI secolo la competitività di una nazione non dipende soltanto dalla qualità delle sue imprese o dall’efficienza delle sue istituzioni. Dipende anche dalla capacità di coinvolgere la propria comunità globale in un progetto comune di sviluppo.

L’Italia quella comunità ce l’ha già. Forse, semplicemente, non ha ancora imparato a considerarla per ciò che realmente è. Non una comunità lontana. Non un costo. Non un problema. Ma una delle più grandi infrastrutture strategiche di cui il nostro Paese dispone. Perché il Sistema Italia non finisce ai confini della Repubblica. Continua ogni giorno, in ogni continente, attraverso milioni di italiani che, spesso inconsapevolmente, rappresentano il volto migliore dell’Italia nel mondo.




Orfani dei Mondiali

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Per chi ama davvero il calcio, il Mondiale è un rito. Ogni quattro anni scandisce l’estate, riunisce famiglie e amici davanti alla televisione, accende discussioni infinite, alimenta speranze e delusioni.

Quest’anno, invece, noi italiani siamo spettatori. Ancora una volta.

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Tre Mondiali consecutivi senza l’Italia. Una frase che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata assurda. Oggi è diventata una dolorosa realtà. L’Italia è la prima nazionale quattro volte campione del mondo a mancare tre edizioni consecutive del torneo.

Si guarda Brasile-Giappone, Germania-Paraguay, Canada-Sudafrica. Si apprezza il talento di giovani campioni, si tifano magari le squadre allenate da tecnici italiani o le nazionali più simpatiche. Ma non è la stessa cosa.

Manca quella tensione che ti accompagna per novanta minuti. Manca l’ansia prima di un rigore. Manca la gioia incontenibile di un gol azzurro. Manca quella sensazione di appartenere, almeno per una sera, a un Paese intero.

Noi italiani siamo diventati gli orfani del Mondiale.

È una sofferenza particolare, soprattutto per chi vive all’estero. Per milioni di connazionali la Nazionale è sempre stata un pezzo d’Italia da portare nel cuore. Nei bar di Toronto, nelle piazze di Buenos Aires, nei circoli italiani di Caracas, a New York, a Santo Domingo, bastava una partita degli Azzurri per sentirsi tutti un po’ più vicini a casa.

Oggi quella emozione non c’è.

La domanda che molti si pongono è semplice: come siamo arrivati a questo punto?

Le risposte sono tante: pochi giovani valorizzati, troppi stranieri nei campionati, strutture obsolete, programmazione insufficiente. Le responsabilità sono diffuse e non nascono certo ieri. Da troppo tempo il nostro calcio vive più di ricordi che di progetti.

Eppure sarebbe un errore smettere di amare la Nazionale.

Il calcio italiano è già risorto altre volte. Dopo ogni caduta è riuscito a rialzarsi. Servono idee, coraggio e la volontà di ripartire senza cercare alibi.

Nel frattempo continuiamo a guardare questo Mondiale da ospiti. È un torneo bellissimo, ricco di sorprese e di grandi campioni. Ma ogni volta che risuona un inno nazionale diverso dal nostro, il pensiero corre inevitabilmente a una domanda.

Quando torneremo a sentirci protagonisti?

Perché il Mondiale senza l’Italia si può guardare.

Ma non si riesce mai a viverlo fino in fondo.




Onorevole Di Giuseppe, anche un terremotato dovrà pagare 2.000 euro?

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Mentre in Venezuela si continuano a scavare le macerie e si contano le vittime, una domanda mi tormenta.

Tra quei morti e quei feriti ci sono anche cittadini italiani. Alcuni hanno perso tutto: la casa, la famiglia, il lavoro. Altri, se sopravvivranno, avranno bisogno di cure specialistiche che il Venezuela, oggi, non è in grado di garantire.

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Ed ecco la domanda.

Se uno di quei connazionali dovesse rientrare in Italia per salvarsi la vita, dovrebbe prima pagare i 2.000 euro previsti dalla nuova legge voluta dall’onorevole Andrea Di Giuseppe per poter accedere al Servizio sanitario nazionale?

Se la risposta è sì, allora un terremoto non basta: per essere curato in Italia bisogna sopravvivere anche ai 2.000 euro.

Se la risposta è no, allora sarebbe opportuno spiegare agli italiani residenti all’estero quali eccezioni sono previste.

Perché una legge può sembrare giusta quando la si discute nell’aula di Montecitorio. Ma è la realtà che ne rivela i limiti.

La realtà oggi ha il volto di chi è rimasto sotto un palazzo crollato a Caracas. Ha il volto di chi ha perso la moglie, la figlia, i genitori. Ha il volto di chi aspetta un aereo per tornare in Italia con la speranza di essere curato.

La politica dovrebbe avere il coraggio di rispondere a queste domande, non di evitarle.

Perché gli italiani all’estero non sono cittadini di serie B. Rappresentano l’Italia nel mondo e, nei momenti più drammatici, continuano a sentirsi italiani.

La domanda, Onorevole Di Giuseppe, resta lì, semplice e scomoda: un connazionale sopravvissuto al terremoto dovrà tirare fuori 2.000 euro prima di poter essere curato in Italia?

Se la risposta è diversa da quella che migliaia di italiani temono, è il momento di dirlo chiaramente.




Da New York a Seattle, il progressismo americano non fa più paura agli elettori

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“La bella America non sarà mai un Paese comunista”. Questa la reazione di Donald Trump alle vittorie di candidati democratici socialisti nelle primarie democratiche dello Stato di New York. Trump mirava alle vittorie di Darializa Avila Chevalier, Claire Valdez e Brad Lander, i quali hanno vinto le primarie per tre seggi alla Camera. Tutti e tre hanno anche beneficiato dell’endorsement di Zohran Mamdani, anche lui democratico socialista, divenuto sindaco di New York nel mese di novembre dell’anno scorso.

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La Chevalier ha sconfitto il parlamentare in carica Adriano Espaillat per il 13esimo distretto, la Valdez ha vinto nel settimo distretto (aperto per il ritiro della parlamentare Nydia Velázquez), e Lander ha vinto nel decimo distretto sconfiggendo l’attuale parlamentare Dan Goldman. Queste vittorie alle primarie si tradurranno in vittorie alle elezioni di novembre perché questi distretti sono “blue”, ossia dominati dai democratici. Quindi, vincere le primarie rappresenta l’ostacolo principale.

Tutti e tre i candidati vincenti rientrano nell’ideologia progressista che si rifà alle tematiche già tracciate da Bernie Sanders, abbracciata anche dalla parlamentare del 14esimo distretto di New York Alexandria Ocasio-Cortez, e ovviamente anche dal sindaco Mamdani. Sostengono la difesa delle classi povere, la sanità per tutti, asili nido universali e la tutela degli inquilini. Nelle recenti primarie appena conclusesi, però, anche la politica internazionale ha fatto parte notevole della campagna politica. La tragica situazione nel Medio Oriente, con la morte di 1200 israeliani seguite da quelle di 73 mila palestinesi a Gaza, ha suscitato il bisogno di una profonda rivalutazione. Lander ha specificamente dichiarato che la strategia di Joe Biden a Gaza è stata un fallimento catastrofico. Nel confronto tra Valdez e il suo avversario Antonio Reynoso, ambedue hanno classificato le vittime a Gaza come un genocidio. E nel 13esimo distretto, Chevalier ha detto che bisogna supportare i bambini, non le bombe.

I successi dei democratici socialisti a New York si stanno ripetendo in altre zone del Paese. A Los Angeles le recenti primarie hanno visto vincitrici due democratiche, la sindaca attuale Karen Bass e la democratica socialista Nithya Raman, che si sfideranno a novembre. Un sondaggio piazzerebbe la Raman come favorita (32% vs. 28%). Le cose potrebbero cambiare, soprattutto perché non si sa dove andrebbero i voti del candidato repubblicano Spencer Pratt, arrivato terzo ed eliminato dal ballottaggio per l’elezione che si terrà a novembre.

A Washington D.C. si è registrata la vittoria della progressista Janeese Lewis George, che quasi sicuramente sarà eletta sindaca a novembre. Questi successi si aggiungono ovviamente a quelli di Mamdani e di Katie Wilson (anche lei definita democratica socialista), eletta sindaca di Seattle, Washington, l’anno scorso.

Gli attacchi di Trump sui democratici come estremisti socialisti e comunisti continuano a fare meno presa, perché per molti elettori americani queste etichette non spaventano poi tanto. Un sondaggio Gallup dell’anno scorso ci rivela infatti che il 42% degli elettori democratici vede il capitalismo con occhi benevoli, ma il socialismo è gradito di più (66%).

E come abbiamo scritto in queste pagine, il progressista Graham Platner ha sconfitto Janet Mills, la candidata dell’establishment democratico, nelle primarie per il seggio al Senato nello Stato del Maine. Platner si era inizialmente etichettato come democratico socialista, ma ha poi preso un po’ le distanze dal termine. Ciononostante, la sua piattaforma è ovviamente progressista, come ci conferma anche l’endorsement ottenuto da Sanders, Ocasio-Cortez e Elizabeth Warren.

Queste vittorie dei democratici socialisti in zone tradizionalmente controllate dai democratici ci indicano che l’establishment del Partito Democratico deve fare i conti con un’ala sinistra del partito in continua ascesa, anche in zone non dominate da elettori democratici. Un’altra candidata democratica socialista, Melat Kiros, sta sfidando la parlamentare dell’establishment Diana DeGette, che rappresenta il primo distretto da ventisei anni. Kiros sarebbe avanti di 5 punti (41% vs. 36%) su DeGette.

La sfida dell’ala sinistra del Partito Democratico rappresenta una sfida che alla fine verrà unita dal vero nemico—Trump. Lo ha detto anche Dan Goldman, sconfitto da Lander, asserendo che l’avversario di “tutto quello che i democratici vogliono” si trova nella Casa Bianca. Ha ragione. Proprio al momento di scrivere siamo informati che il 47esimo presidente all’ultimo minuto ha cancellato la cerimonia per firmare una legge bipartisan per migliorare la difficile situazione delle case negli Usa. La legge era stata approvata con una stragrande maggioranza (Camera 358-32, Senato 85-5) e avrebbe apportato notevoli cambiamenti per ampliare il numero di nuove case. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, lo aveva descritto come “uno dei più significativi pezzi legislativi” per migliorare la situazione del “costo delle case”. Trump ha rifiutato la firma perché vuole che si approvi prima una legge restrittiva sulle elezioni che non è supportata al Senato.